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MIDNIGHT IN PARIS

Un film di Woody Allen.

Con Owen Wilson, Rachel McAdams, Michael Sheen, Nina Arianda, Kurt Fuller.

Commedia, durata 94 min. – USA, Spagna 2011. – Medusa. Uscita: venerdì 2 dicembre 2011.

VOTO: 5

“Un film privo di umorismo e credibilità. Ma io e John abbiamo riso senza ritegno”. È il giudizio della madre di Inez (Rachel McAdams) a proposito di una pellicola americana, di cui non ricorda ne’ il titolo ne’ la trama, appena vista in un cinema di Parigi. Ed è un po’ quello che accade assistendo al résumé francese dell’infinito European Tour a cui si sta dedicando Woody Allen da un po’ di tempo a questa parte: lo vedi, e poi dimentichi con piacere trama e contenuto.

Lontano da New York, il regista tenta sbiaditamente di anteporre (ancora) la finezza di scrittura alle dozzinali produzioni hollywoodiane, illudendosi-ci che bastino due battute messe in croce per potersi in qualche modo schierare contro quelle produzioni di film e serie televisive esibite con (altro…)

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MATCH POINT

Un film di Woody Allen.

Con Jonathan Rhys-Meyers, Scarlett Johansson, Brian Cox, Emily Mortimer, Matthew Goode.

Drammatico, durata 124 min. – USA, Gran Bretagna 2005. Uscita: venerdì 13 gennaio 2006.

VOTO: 8,5

La pallina che gira imprevedibilmente sopra il nastro della rete da tennis contiene una simbologia fin troppo chiara, tuttavia vera: l’imprevisto e la buona sorte sono riprodotti in un fermo immagine evidente e insopportabile allo stesso tempo, spartiacque pirandelliano tra felicità e perfida fatalità.

Per una volta ideatore di sciagure, Allen prende ispirazione dai drammi di Tennesse Williams, passa da Dostoevskij e approda ai moderni intrecci teatral-filosofici (la (altro…)


INCONTRERAI L’UOMO DEI TUOI SOGNI

Un film di Woody Allen.

Con Antonio Banderas, Josh Brolin, Anthony Hopkins, Gemma Jones, Freida Pinto.

Titolo originale You Will Meet a Tall Dark Stranger. Sentimentale, durata 98 min. – USA, Spagna 2010. – Medusa. Uscita: venerdì 3 dicembre 2010.






VOTO: 5


Da New York a una Londra che sembra New York. I luoghi dell’immaginario alleniano non cambiano. E nemmeno i personaggi, le storie, i temi. Abbondano le prostitute sceme, “adottate” come fossero dee da venerare, gli scrittori (toh, un ruolo vergine) in crisi creativa e i galleristi (un altro vergine!) arrangiati, le frustrazioni senili, i veggenti che richiamano scialbamente opere dedite alla magia e altresì più compiute quali “Ombre e nebbia” o “Alice”.

In un ritmo da misera soap opera, nel quale si trova coinvolto, suo malgrado, un cast super-lusso che comprende uno spento Hopkins, l’ingrassato e quasi convincente Brolin, la sprecata Naomi Watts e l’inutile Banderas, ci si impegna in una disperata e fastidiosa indagine su traballanti stati sentimentali e amorosi che ha veramente poco di charmante e troppo degli “squilli” di Charmaine.

L’ultimo film del grande Woody Allen è accogliente come un nido di vespe: arruffato nella sceneggiatura (accompagnata da una dottrinale voce off e priva di accenti frizzanti), disarmonico nella scelta degli attori (quasi tutti fuori parte e a disagio), piatto e vaporoso nella regia (non un movimento interessante o un’inquadratura rivelatrice). Il regista di “Manhattan” sembra proprio a corto di idee, e con il respiro affannoso di chi non ha molto altro da aggiungere a una carriera invidiabile. Avrebbe forse bisogno di un turno di riposo: speriamo che un’indovina glielo suggerisca, o che peschi la carta della prigione a Monopoli. Oggi come non mai gli è necessario un lifting artistico, parce qu’il n’entend plus la guitare.

Parola di Cristal.


VICKY CRISTINA BARCELONA

Un film di Woody Allen.

Con Scarlett Johansson, Penelope Cruz, Javier Bardem, Rebecca Hall, Patricia Clarkson.

Commedia, Ratings: Kids+13, durata 90 min. – USA, Spagna 2008. – Medusa. Uscita: venerdì 17 ottobre 2008.






VOTO: 7,5


Allontanandosi dalla foschia e dai piovaschi dei drammi londinesi, Woody Allen approda agli splendidi climi estivi dell’Europa del Sud. Si lega alla città di Barcellona e alle opere di Gaudì, alla Fondazione Joan Mirò e a La Rambla, proponendo un interessante saggio sull’amore. Se sulle prime, la sua sembra una sfrontata propaganda alla location (la capitale catalana è un vero e proprio museo a cielo aperto), dietro lo scenario sfavillante ripreso dal regista si nascondono altri significati.

Esiste qualcosa che va al di là della semplicistica rappresentazione delle ragazze americane alla scoperta della Spagna. Gli europei non sono poi così progrediti ed enigmatici per essere catalogati come affascinanti. Quello che appare ricercato e carnale si rivela per qualcuno uno strumento per una migliore conoscenza di se’, un esperimento da provare per sondare i propri limiti e marcarne i confini, magari imparando a “vedere” meglio attraverso una macchina fotografica.

Nell’attuale “aridità” registica di Allen, “Vicky Cristina Barcelona” si rivela di buona compattezza concettuale e formale. Un’abluzione depurativa dai residui moralisti e pratici indotti dalle metropoli americane. Una scoperta di un’indole più disillusa e frugale. Le stesse superfici irregolari e imprevedibili di Gaudì, insieme a una scenografia naturale e a un’urbanistica contraddistinti da un epicureismo effigiato da statue, case, dipinti, danno un che di incompleto (la Sagrada Familia) e divengono emblema di come solo un amore parziale diventi a suo modo poetico. Ci sono situazioni che non possono essere prestabilite, e a proposito dell’amore bisogna essere duttili.

A ridosso di questa considerazione c’è da accogliere l’ennesima rinascita creativa dell’artista Allen il quale ritrova un po’ dell’abituale vivacità, ammesso che il regista fosse mai morto e nonostante sia stato a più riprese tacciato di indifferenza e fredda astrazione. Un cicerone risoluto (suo alter ego?) lo troviamo nel narratore che, con la voce off, cura e sveltisce la cadenza del racconto, evidenziando le molteplici trame affini e sdoppiate in stile “Melinda e Melinda”, sempre fondate su Amore e Destino.

C’è sempre qualcuno che scrive poesie mai pubblicate, che realizza cortometraggi sulla precarietà dell’amore e che priva il pubblico del proprio operato per rabbia o sfiducia. Qualcun altro scrive una tesi sulla cultura catalana non conoscendone poi molto la realtà. Pare che l’antitesi tra arte e vita sia stata valicata: Allen si è dato pace e propone un’ipotesi di smentita alle furiose e nevrotiche rappresentazioni dell’arte come modus vivendi e unico elemento di realizzazione.

Insieme alle suggestioni letterarie di Edith Wharton, il film mostra l’influsso di prototipi cinematografici che vanno da Almodovar a Rohmer, da Renoir all’accuratezza e alla levità emozionale di certo Bergman. Perfino la musica per chitarra è dolce e commovente, e lo squisito tema musicale “Barcelona” è di una cantante italiana. Woody annebbia finanche le scene di passione con un fuori fuoco slabbrato e riuscito, coadiuvato dalla fotografia di Javier Aguirresarobe (già apprezzato in “Parla con lei” e in “Mare dentro”) che avvolge il resto della pellicola in un albore raggiante.

A un certo punto arriva (e questo sì che mi sembra un tentativo di sponsorizzazione “iberico”) un’imbronciata, svalvolata, caotica ed ieratica Penelope Cruz che imita la Magnani (esiste qualcuno in grado di essere riconoscibile di per se’?) e fa un uso volutamente spropositato e discriminante di lingua spagnola. Il tutto diventa un po’ più grossolano, insondabile, straniante, rarefatto. E l’interesse scema. Il ruolo di Maria Elena/Penelope appare come forzato, a partire dalla professione di pittrice (un artista fra gli artisti) fino all’uso disinvolto di coltelli e pistole. Il cambio di prospettiva è una complicazione. E la variazione di tono tutt’altro che perfetta.


BASTA CHE FUNZIONI

Basta che funzioniUn film di Woody Allen.

Con Ed Begley jr, Patricia Clarkson, Larry David, Conleth Hill, Michael McKean.

Titolo originale Whatever Works. Commedia, durata 92 min. – USA, Francia 2009. – Medusa. Uscita: venerdì 18 settembre 2009.







VOTO: 8


Caustico e feroce come non mai, l’attacco dell’ultimo film di Woody Allen ambientato di nuovo a New York, sembra un urlo di dolore al pari di quello di Edward Norton in “La 25.a ora”. Il regista sembra avercela con tutti: con le notizie stupide dei giornali, con la religione, i sentimenti amorosi transitori, i propositi salutisti, le finte onorificenze. Ce l’ha con la vita stessa. Moderno colonnello Kurtz che esalta a modo suo l’orrore e le brutture del mondo.

Boris Yellnikoff, il personaggio intorno al quale ruotano le vicende della pellicola, non è nient’altro che una rappresentazione del Woody Allen pensiero. Larry David che lo interpreta è davvero ottimo nella sua mirabile gestualità e nello spirito ossessivo e rissoso che lo contraddistingue. Boris si sposerà, come dice lui, per acquisire l’illusione di un significato e acquietare la paura dei suoi ricorrenti attacchi di panico notturni.

Così, di fronte all’allegria di una donna che egli ritiene senza pretese, è in disarmo totale. La poco più che adolescente Melody (Evan Rachel Wood) è felice con i cani e con i figli degli altri, è generosa, splendente, comprensiva, semplice. Incarna un po’ la spensierata giovinezza di Mariel Hemingway in “Manhattan”.

Analizzatore spietato e lucidissimo dei nostri tempi, Woody/Boris ha un’esatta visione d’insieme. Rifila agli amici (e a noi spettatori) una serie interminabile di ramanzine sui guai e i tormenti del mondo. Sproloqui adolescenziali, filosofia spicciola? Da questo punto di vista forse non luccica niente di nuovo sotto il sole alleniano, ma gli interpreti lasciano un’impronta di incommensurabile estro (la madre sudista di Patricia Clarkson è deliziosa). L'invasione degli ultrareligiosi

La concezione del mondo visto attraverso gli occhiali di Allen è come una piccola Kodak: nessuno la usa più, però che bell’impronta da prendere in considerazione… Anche se i topoi e i clichè sembrano essere ormai un po’ abusati: Boris rifugge lo stress cercando perennemente il suo equilibrio e la metodicità, per eliminare i germi lavandosi le mani si prende il tempo necessario che serve a cantare 2 volte “Tanti auguri a teee”, detesta quando viene scambiato per un ex giocatore di baseball o per un possibile premiato agli Oscar.

In Allen non si è ancora esaurita la vena bergmaniana secondo la quale l’uomo sarebbe ossessionato da un gran numero di tristi speranze e sogni. Il Sig. Yellnikoff ha un brutto carattere, è un incallito misantropo, si nega i piaceri della vita vera, quella che ti fa mettere i sentimenti in gioco, che ti coinvolge tuo malgrado all’interno di spazi che non conosci bene come quelli di casa tua. Scopre che i principi della meccanica quantistica non sono applicabili alle leggi della natura umana.

Dio sarà stato anche un armonioso arredatore, ma in certi casi si è divertito a mettere qualche suppellettile fuori posto. Per questo (e poco altro) rendiamo grazie a Dio.


MELINDA E MELINDA

Melinda e MelindaUn film di Woody Allen.


Con Neil Pepe, Will Ferrell, Radha Mitchell, Stephanie Roth Haberle, Chloë Sevigny.




Titolo originale Melinda and Melinda. Commedia, durata 105 min. – USA 2004. data uscita 22/12/2004.



VOTO: 8

Ecco di nuovo il Woody Allen che conosciamo: sceneggiatura elaborata e puntuale, ritmo incalzante, attori in parte e una bella storia che ora ci fa riflettere, ora ci diverte con battute al vetriolo.
Era dai tempi di “Manhattan murder mystery” che il regista newyorkese non ci proponeva un soggetto così fresco e frizzante (contribuiscono a esaltarlo le interpretazioni dei giovani e poco noti attori), una pellicola secca, senza tempi morti, essenziale e sintetica; un fiume in piena di battute perfettamente inserite nelle due vicende narrate, tra loro inevitabilmente complementari e a volte “fintamente” sovrapposte (dialoghi e oggetti dell’una si ritrovano pure nell’altra). Una scena di "Melinda e Melinda"
E ritorna pure, dopo circa 15 anni, il tema della magia, seppure accennato: in “Ombre e nebbia” e “Alice” era molto evidente, qui Allen si limita a una lampada di Aladino foriera, ahinoi, di alterne fortune.
P.S. Cerco acquirenti di azioni della società Prozac; scrivere un’email per i dettagli.