www.pompieremovies.com

Articoli con tag “violenza

DRIVE (2011)

USCITA CINEMA: 30/09/2011.


REGIA: Nicolas Winding Refn.
ATTORI: Ryan Gosling, Carey Mulligan, Bryan Cranston, Albert Brooks, Ron Perlman
.


PAESE: USA 2011. GENERE: Drammatico, Noir, Thriller.  DURATA: 100 Min.

VOTO: 6

Un giovane senza nome si interessa al basket NBA. E non per ragioni sportive. Lo Staples Center di Los Angeles, città con oltre 100.000 strade, è un ottimo rifugio per confondersi con i tifosi all’uscita della partita e per sfuggire agli inseguimenti della polizia. Il mestiere scelto dal trentenne dalla faccia pulita è piuttosto complicato: un driver, ovvero una specie di taxista in appoggio a rapinatori che da soli non saprebbero come fuggire col bottino, e allora richiedono le sue prestazioni. Anonime (perché usare tutte le volte un cellulare differente quando il lavoro sporco lo si fa senza coprirsi il volto?), silenziose (il Nostro (altro…)

Annunci

LE IENE

Un film di Quentin Tarantino.

Con Harvey Keitel, Steve Buscemi, Tim Roth, Michael Madsen, Chris Penn.

Titolo originale Reservoir Dogs. Hard boiled, durata 99 min. – USA 1992.

VOTO: 8


Quentin Tarantino ha una conoscenza straordinaria del mondo della celluloide. Grazie al suo ex impiego presso una videoteca, ha assimilato nozioni soprattutto dal cinema d’azione, da quello poco glamour e sgargiante dei “B” movies, fatto più che altro con molto mestiere e pochi mezzi a disposizione. Ciononostante è un uomo ancora “virgin”, nel senso “ienesco” del termine. Il suo essere trasversale gli permette di divenire un portento commerciale: conosciuto sui giornali cinematografici di nicchia e sulla rete, tra gli amanti del cinema d’essai e tra i sostenitori di quello di genere, la sua abilità segue parabole fasulle e alterne, staccate da qualsiasi riferimento classico. Per amarle occorre considerare il tutto come una circostanza ricreativa, e aliena a qualsiasi praticità.

Per il suo debutto sceglie un azzeccatissimo cast di attori, e li mette a far parte di un turbinio di sospetti, amicizie virili, tradimenti ed esorbitanti tensioni. Li fa muovere all’interno di una location concreta quale un deposito, e li filma usando grandangoli, preferibilmente sfiorando il terreno. In tal modo accentua il senso di claustrofobia, gonfiato dal fatto di provare la sensazione di trovarsi in un luogo “sporco”, una specie di rimessa in disuso con tanto di ganci appesi al soffitto che è stata ripresa più volte dagli horror contemporanei. Oppure muove pacatamente la mdp seguendo, in una specie di dissociata estasi, le lunghe conversazioni tra i rapinatori.

Non manca, usato abilmente, il fuori campo quasi “opportuno”, che non ci fa assistere al “taglio” col rasoio dato al poliziotto dal folle Mr. Blonde, il quale trova pure il tempo di esibirsi in una danse macabre. L’allontanamento dalle due figure principali non è segno di titubanza; diventa un’occasione per mostrarci una scritta sul muro che recita “watch your head”. L’agente avrebbe dovuto curarsi della propria testa; un’espressione sarcastica che smussa in parte la crudeltà dell’atto.

Tutti vestiti con un completo nero su di una camicia bianca, i cani da rapina con nomi fittizi “dipinti” di Orange, Brown, Pink, White, Blonde e Blue, non si avvedono che, a dom(in)arli, è il caricato colore rosso del sangue. Così facilmente distinguibili nel loro abbigliamento smaccatamente gangsteristico, non ci è dato sapere quasi niente circa i loro rapporti col resto del mondo. Il capo Joe  “La cosa” Cabot, una volta assegnati i nomi ai personaggi, nasconde ragguagli sulle generalità non solo ai componenti del branco, ma anche alla platea degli spettatori. Le uniche indicazioni che ci è dato di sapere riguardano le avversioni alle mance, le conoscenze sui programmi tv, simpatie radiofoniche di 20 anni prima, storie fantasiose di latrine battute da cani-poliziotto.

La violenza sterminata, spesso attenuata da un contesto frivolo e quasi canzonatorio, a volte è fastidiosa. Se non ci fossero le musiche e i dialoghi della stazione radio (scritti da Roger Avary) a far riposare un po’ i nervi, si rischierebbe l’accidente. La carne trucidata dalle pallottole e dai rasoi è una profanazione difficile da digerire. Predisposti all’urlo e alla nevrosi facile, i nostri “eroi” gradiscono l’uso della parolaccia come riempitivo di frasi e dialoghi incessanti, spesso senza un vero senso. Si rimane increduli di fronte a malviventi dissanguati che tengono discorsi come se si trovassero a un convegno. Ma è proprio questo eccedere che anticipa un gergo velenoso e irruento. Come il corpo, che va di pari passo con la mimica.

Muovendosi sulla falsariga della narrativa disgregata di “Rapina a mano armata” di Kubrick, l’impeto de “Le iene” sta nello svecchiare con i toni del noir l’ossatura tradizionale delle opere poliziesche prettamente drammatiche, esagerando con alcune brutalità visive. Quello che è forse l’espediente più inedito del film, e che per questo si distacca dal “The Killing” kubrickiano, è il non far vedere nulla della rapina. Ciò consente a Tarantino di sottrarsi a qualsiasi similitudine con pellicole che trattano concetti simili: Kubrick governa il furto in modo scientifico e prolisso, laddove Quentin elude e poi cancella del tutto.

Mettiamo a fuoco quella che possiamo definire esteriorità, la quale agisce nel segno della divagazione: si schiudono linee narrative in apparenza ausiliarie rispetto al centro del racconto, dal quale ci si discosta a poco a poco, sino a quando l’intervallo è tale da rendere inattuabile e marginale un riflusso. Chi assiste allo spettacolo non viene soltanto disorientato nel suo ambito di prospettiva, ma prorogato verso qualcosa che gli giunge come infondato. Ed è qui che emerge, prepotente, la figura di cineasta qual è Tarantino: potersi permettere il controllo d’insieme delle parti, delle loro (a)simmetrie, dei loro schemi d’incastro. “Norme” che possono anche includere reiterazioni della stessa immagine (vedi la scena di Mr. Orange tormentato dal dolore sul sedile posteriore dell’auto).

L’indubitabile preziosismo del telaio narrativo, dato in particolare dal suo evolversi temporalmente, chioccia sulla brillantezza e sull’intermittenza di alcuni dialoghi. Questo fa dei protagonisti figure caratteriali carenti e irrilevanti (a ciascuno un colore a caso), che palesano le proprie attitudini in modo saltuario e quasi riflesso, mediante gag, bugie insolite, atti rabbiosi. Burattini nelle mani di Tarantino che si serve di loro per dar sfogo a un revival popolare fatto di spettacoli, musiche, trasmissioni televisive. Un perspicace riutilizzo e una ponderata riedizione di temi, spazi e simboli già incontrati e adorati da altre parti.

Il finale di “Reservoir dogs” sembra sospeso, poi rimandato e infine congelato dal fermo immagine. Nel film si parla di un ricettatore di nome Marcellus, mentre uno dei personaggi, e più chiaramente Mr. Blonde, porta il nome di Vic Vega. Due cognomi che torneranno di lì a 2 anni in “Pulp Fiction”.


VENDICAMI

USCITA CINEMA: 30/04/2010.


REGIA: Johnnie To.
SCENEGGIATURA: Johnnie To, Wai Ka-Fai.
ATTORI: Johnny Hallyday, Sylvie Testud, Anthony Wong, Simon Yam, Lam Ka Tung, Lam Suet.


PAESE: Francia, Hong Kong 2009. GENERE: Noir. DURATA: 108 Min. VISTO CENSURA: VM14.



VOTO: 5


“Monsieur Costello faccia d’Hallyday” è uno che guarda sempre avanti, purtroppo. Pure di fronte alle sofferenze della figlia in ospedale non si fa troppi scrupoli e passa subito alla vie di fatto. La voglia di partire immediatamente per una vendetta annunciata è tanta, così come l’estenuante tour de force che attende chi, al cinema, ha già avuto a che fare con questo tipo di concezione. Il volto dell’attore francese è sofferto quanto basta, ma troppo consumato e austero nelle sue pose con gli occhi spalancati per poter essere credibile come vero duro.

Le implicazioni sulle famiglie degli assassini sembrerebbero elementi aggiuntivi a una vicenda già troppo risicata di per se’. Prontamente tradite da uno scritto che mette irresponsabilmente in pericolo la vita di tanti bambini con la scena dell’appiccicatura delle bandierine, e cercando di rimediare con un finale che vorrebbe essere rivolto alla libertà e a un ritrovato equilibrio ma che giunge desolante e stridente.

To cerca disperatamente di rimanere in equilibrio tra farsa e tragedia: ecco che il lancio del “piatto piattello” durante il pranzo-adunanza con i nuovi gaglioffi di turno, e messo lì tanto per fare simpatia e tenere il film su un livello leggero, è abbastanza seccante. Così come il conseguente tiro al bersaglio a una bici in movimento per tentare di farla rimanere in equilibrio. Sarebbe stato meglio volgere in burla alla Bud Spencer e Terence Hill. Tuttavia, senza la leggerezza di quei toni (qui ci stanno due bambini ammazzati con tanto di famiglia al seguito e sangue a irrigare i pavimenti del nido domestico), non può aspirare alla stessa semplicità e levità narrativa.

Quando la Vendetta diventa un rito, un’ossessione, una malattia per uomini perduti e soli, bisogna stare attenti a come la si rappresenta. Altrimenti si rischia di mettere in scena un “Giustiziere della notte” arrivato con oltre 30 anni di ritardo e col sapore delle vecchie Polaroid scattate in soccorso al pericolo costante della perdita d’identità. Si abusa senza sosta dell’estetica della moderna violenza: la sparatoria notturna nel bosco e al chiar di luna, mentre “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, che abusa di ralenti e si appoggia sugli effetti sonori è eloquente. Le nuvolette di sangue che si alzano a ogni proiettile sparato sono fastidiose come le zanzare tigre nei periodi estivi.

E il tutto è così uguale a tanto (troppo) altro cinema già visto, masticato e digerito che non c’è da meravigliarsi se il protagonista “cede” alla perdita della memoria e va avanti ad amnesie intermittenti. Imperdibile in tal senso il conflitto a fuoco che vede i protagonisti nascosti dietro a cubi rotolanti e spinti da ventilatori, giusto per arricchire il quadro scenografico e gettare un po’ di polvere negli occhi dello spettatore. Tanto di cappello per come Johnnie To muove la sua cinepresa (una regia apprezzabilissima con un invidiabile colpo d’occhio), eppure non da credibilità e forma compiuta alle sovrabbondanti e curate coreografie. Rischia di assomigliare più a un Besson che a un Leone.

I cattivi poi, dovrebbero essere definiti caratterialmente da che si permettono di spupazzare la bella di turno sul tavolo dove si mangia e davanti a tutti: se l’insieme può essere accolto e riconosciuto come una trovata arguta, allo stesso modo è ribaltabile come inutile e rinomata stronzata che non aggiunge niente alla narrazione.


ASSASSINI NATI

Assassini natiUn film di Oliver Stone.



Con Robert Downey Jr., Juliette Lewis, Tommy Lee Jones, Woody Harrelson, Tom Sizemore.




Titolo originale Natural Born Killers. Drammatico, durata 120 min. – USA 1994.


VOTO: 3,5

Che paura!
Quando Harrelson (impegnatissimo in un’interpretazione memorabile da ampolloso ammazzasette) pronuncia la frase “L’assassino è puro e appartiene a una razza superiore” dimostra tutta l’intelligenza del suo personaggio e la pochezza di un film che avrebbe voluto condannare la violenza quando, paradossalmente, corre il rischio di esaltarla.

E allora via con immagini che cambiano alla velocità della luce: super 8 alternati ad altre immagini sgranate, blue screen, cartoon sovrapposti a draghi che vomitano vapore (sono meglio del 100 gradi!) a iene, sciacalli e ad altre scene infernali e maledette (che paura!). Evidentemente la canna che si è fumato Stone non era tanto buona: guardando il film si ha l’impressione di stare su un treno che corre a folle velocità, ma senza freni. Ci hanno fatti un po' così

Il regista (altrimenti impegnato e sanguigno) stavolta perde il controllo della situazione e non sa più come districarsi: vorrebbe essere ironico ma risulta ridicolo, vorrebbe denunciare la tv quando forse è solo il personaggio di Robert Jr. a far pensare lo spettatore che tutto quello che vede possa, prima o poi, avere un senso. Stendo un velo pietoso anche sul finale che scimmiotta allegramente quello di “Cuore selvaggio”. Il gusto un po’ trombone di Stone non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello più elevato di Lynch; attenti, insomma, a non confondere la cacca con la Nutella.
Trattengo un urlo di liberazione quando vedo i titoli di coda e ho la certezza di aver perso la memoria.
Era il 1994 quando uscì questo pasticcio; erano tempi, Mr. Stone (e “Forrest Gump” insegna), in cui si poteva ancora fare cinema anche solo con una piuma svolazzante. E a ciel sereno.


LA CASA DEL DIAVOLO

La casa del diavolo

Un film di Rob Zombie.



Con Sid Haig, Bill Moseley, Sheri Moon, William Forsythe, Ken Foree.




Titolo originale The Devil’s Rejects. Horror, durata 101 min. – USA, Germania 2005. data uscita 12/05/2006.


VOTO: 2,5

Filmetto che scivola via tra l’indifferenza e il fastidio.

Indifferenza verso le sorti dei personaggi “maudits” (addirittura glorificati nel finale da una ballata musicale che vorrebbe fare tanta nostalgia verso il modus vivendi dei “reiettoni” eroi brutti, sporchi e cattivi) e fastidio per l’esaltazione della violenza che lo spettatore è costretto a sorbirsi. Pronti a spararle grosse!
E non mi venite a parlare di schiaffo alla moralità, al perbenismo o di paragoni con Peckinpah e Tarantino.

Al nostro Zombie (di nome e di “fatto”?) sfugge via il controllo della materia cinematografica e si lascia attrarre da uno stile sovraeccitato, disturbante, mancando il bersaglio a causa di un mancato ricorso alla farsa, alla burla, all’alleggerimento dei contenuti.