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L’INCREDIBILE HULK (2008)

[The Incredible Hulk, USA 2008, Fantastico, durata 114′]  

Regia di Louis Leterrier.
Con Edward Norton, Liv Tyler, Tim Roth, William Hurt, Tim Blake Nelson.

VOTO: 4,5

A un imprenditore brasiliano servirebbe una fabbrica nuova. Quella dedita all’imbottigliamento di bevande a base di guaranà è fatiscente e sporca. In soccorso, salvando l’industriale dalla critica situazione economica, arriva lui. Grosso, verde e fortissimo. No, non è il Dollaro Americano. Si tratta di Hulk (Edward Norton) che, puntuale come un metronomo, in quattro e quattr’otto sfascia i vecchi vetri delle finestre, svuota i contenitori ripulendoli con una strofinata di raggi gamma e provvede al ricambio dei carrelli elevatori.

Siamo dalle parti delle “cinefavelas” carioca, in particolare quella di Rocinha, forse la più colorata tra tutte quelle brasiliane. Dell’ambientazione ne approfitta il direttore della fotografia, Peter Menzies jr., un vero portavoce abusivo: si esalta con ipersaturazioni che rievocano certe estetiche usate poi in “The Millionaire”. Celebra l’uso del blu, loda l’arancio, decanta il giallo e onora il rosso. La brutta favela diventa

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LE IENE

Un film di Quentin Tarantino.

Con Harvey Keitel, Steve Buscemi, Tim Roth, Michael Madsen, Chris Penn.

Titolo originale Reservoir Dogs. Hard boiled, durata 99 min. – USA 1992.

VOTO: 8


Quentin Tarantino ha una conoscenza straordinaria del mondo della celluloide. Grazie al suo ex impiego presso una videoteca, ha assimilato nozioni soprattutto dal cinema d’azione, da quello poco glamour e sgargiante dei “B” movies, fatto più che altro con molto mestiere e pochi mezzi a disposizione. Ciononostante è un uomo ancora “virgin”, nel senso “ienesco” del termine. Il suo essere trasversale gli permette di divenire un portento commerciale: conosciuto sui giornali cinematografici di nicchia e sulla rete, tra gli amanti del cinema d’essai e tra i sostenitori di quello di genere, la sua abilità segue parabole fasulle e alterne, staccate da qualsiasi riferimento classico. Per amarle occorre considerare il tutto come una circostanza ricreativa, e aliena a qualsiasi praticità.

Per il suo debutto sceglie un azzeccatissimo cast di attori, e li mette a far parte di un turbinio di sospetti, amicizie virili, tradimenti ed esorbitanti tensioni. Li fa muovere all’interno di una location concreta quale un deposito, e li filma usando grandangoli, preferibilmente sfiorando il terreno. In tal modo accentua il senso di claustrofobia, gonfiato dal fatto di provare la sensazione di trovarsi in un luogo “sporco”, una specie di rimessa in disuso con tanto di ganci appesi al soffitto che è stata ripresa più volte dagli horror contemporanei. Oppure muove pacatamente la mdp seguendo, in una specie di dissociata estasi, le lunghe conversazioni tra i rapinatori.

Non manca, usato abilmente, il fuori campo quasi “opportuno”, che non ci fa assistere al “taglio” col rasoio dato al poliziotto dal folle Mr. Blonde, il quale trova pure il tempo di esibirsi in una danse macabre. L’allontanamento dalle due figure principali non è segno di titubanza; diventa un’occasione per mostrarci una scritta sul muro che recita “watch your head”. L’agente avrebbe dovuto curarsi della propria testa; un’espressione sarcastica che smussa in parte la crudeltà dell’atto.

Tutti vestiti con un completo nero su di una camicia bianca, i cani da rapina con nomi fittizi “dipinti” di Orange, Brown, Pink, White, Blonde e Blue, non si avvedono che, a dom(in)arli, è il caricato colore rosso del sangue. Così facilmente distinguibili nel loro abbigliamento smaccatamente gangsteristico, non ci è dato sapere quasi niente circa i loro rapporti col resto del mondo. Il capo Joe  “La cosa” Cabot, una volta assegnati i nomi ai personaggi, nasconde ragguagli sulle generalità non solo ai componenti del branco, ma anche alla platea degli spettatori. Le uniche indicazioni che ci è dato di sapere riguardano le avversioni alle mance, le conoscenze sui programmi tv, simpatie radiofoniche di 20 anni prima, storie fantasiose di latrine battute da cani-poliziotto.

La violenza sterminata, spesso attenuata da un contesto frivolo e quasi canzonatorio, a volte è fastidiosa. Se non ci fossero le musiche e i dialoghi della stazione radio (scritti da Roger Avary) a far riposare un po’ i nervi, si rischierebbe l’accidente. La carne trucidata dalle pallottole e dai rasoi è una profanazione difficile da digerire. Predisposti all’urlo e alla nevrosi facile, i nostri “eroi” gradiscono l’uso della parolaccia come riempitivo di frasi e dialoghi incessanti, spesso senza un vero senso. Si rimane increduli di fronte a malviventi dissanguati che tengono discorsi come se si trovassero a un convegno. Ma è proprio questo eccedere che anticipa un gergo velenoso e irruento. Come il corpo, che va di pari passo con la mimica.

Muovendosi sulla falsariga della narrativa disgregata di “Rapina a mano armata” di Kubrick, l’impeto de “Le iene” sta nello svecchiare con i toni del noir l’ossatura tradizionale delle opere poliziesche prettamente drammatiche, esagerando con alcune brutalità visive. Quello che è forse l’espediente più inedito del film, e che per questo si distacca dal “The Killing” kubrickiano, è il non far vedere nulla della rapina. Ciò consente a Tarantino di sottrarsi a qualsiasi similitudine con pellicole che trattano concetti simili: Kubrick governa il furto in modo scientifico e prolisso, laddove Quentin elude e poi cancella del tutto.

Mettiamo a fuoco quella che possiamo definire esteriorità, la quale agisce nel segno della divagazione: si schiudono linee narrative in apparenza ausiliarie rispetto al centro del racconto, dal quale ci si discosta a poco a poco, sino a quando l’intervallo è tale da rendere inattuabile e marginale un riflusso. Chi assiste allo spettacolo non viene soltanto disorientato nel suo ambito di prospettiva, ma prorogato verso qualcosa che gli giunge come infondato. Ed è qui che emerge, prepotente, la figura di cineasta qual è Tarantino: potersi permettere il controllo d’insieme delle parti, delle loro (a)simmetrie, dei loro schemi d’incastro. “Norme” che possono anche includere reiterazioni della stessa immagine (vedi la scena di Mr. Orange tormentato dal dolore sul sedile posteriore dell’auto).

L’indubitabile preziosismo del telaio narrativo, dato in particolare dal suo evolversi temporalmente, chioccia sulla brillantezza e sull’intermittenza di alcuni dialoghi. Questo fa dei protagonisti figure caratteriali carenti e irrilevanti (a ciascuno un colore a caso), che palesano le proprie attitudini in modo saltuario e quasi riflesso, mediante gag, bugie insolite, atti rabbiosi. Burattini nelle mani di Tarantino che si serve di loro per dar sfogo a un revival popolare fatto di spettacoli, musiche, trasmissioni televisive. Un perspicace riutilizzo e una ponderata riedizione di temi, spazi e simboli già incontrati e adorati da altre parti.

Il finale di “Reservoir dogs” sembra sospeso, poi rimandato e infine congelato dal fermo immagine. Nel film si parla di un ricettatore di nome Marcellus, mentre uno dei personaggi, e più chiaramente Mr. Blonde, porta il nome di Vic Vega. Due cognomi che torneranno di lì a 2 anni in “Pulp Fiction”.


NON BUSSARE ALLA MIA PORTA

Un film di Wim Wenders.

Con Sam Shepard, Jessica Lange, Tim Roth, Gabriel Mann, Sarah Polley.

Titolo originale Don’t Come Knocking. Drammatico, durata 122 min. – Germania 2005. Uscita: venerdì 30 settembre 2005.






VOTO: 7,5


Henry Spence si accorge di avere un compito: mettere insieme i pezzi di una vita dissolta. Il suo lavoro di attore in film western estinti, lo ha allontanato per sempre dagli affetti della madre, della compagna, del figlio, e capisce solo dopo qualche decennio di aver perso tempo, di non riconoscere più la persona che vede allo specchio. Decide così di tornare a bussare ad alcune porte…

Per 30 anni e più non ha mai voluto avere legami, ascoltando solo la voce dell’incoscienza e vivendo il presente di stella del cinema, con lo sguardo rivolto a ciò che sarebbe avvenuto di lì a poco. Lungimirante e chiaro sembra invece l’atteggiamento e l’intento di Wenders, il quale pensa di abbandonare quel flusso di americanizzazione che ha contraddistinto molte sue pellicole. Per il momento affida al balenante volto di Shepard, smerigliato dal tempo e dal lavoro, l’archetipo di una storia di amori trascurati. Il cowboy che galoppa smanioso nei deserti epici di John Ford ci induce a credere di poter prendere parte a qualcosa di profondo.

Scritto dal regista tedesco proprio insieme a Shepard, il film descrive i rapporti familiari di un’America country rock, e racconta di strade deserte ai limiti dell’inverosimile, dove puoi buttarci anche tutto l’arredamento di casa, tanto nessuno passa a disturbarti se ti siedi su un divano a riflettere sul senso dei tuoi giorni passati e forse smarriti. Poetica e ammaliante la scena della notte trascorsa sul sofà: un viaggio “da fermo” che viene esaminato nel modo meno imponente possibile, con la cinepresa che accarezza il sonno di Henry emanando saggezza.


IL PIANETA DELLE SCIMMIE (2001)

Il pianeta delle scimmieUn film di Tim Burton.


Con Mark Wahlberg, Tim Roth, Michael Clarke Duncan, Helena Bonham Carter, Paul Giamatti.



Titolo originale Planet of Apes. Fantascienza, durata 120 min. – USA 2001.



VOTO: 5

Se ci si poteva aspettare che il “nuovo”, attesissimo, Pianeta delle Scimmie non sarebbe stato una mera copiatura di quello girato nel ’68 da Franklin J. Schaffner, di certo non avremmo pensato di trovarci di fronte a un prodotto con poca anima e rilevanza, lontano da qualsiasi forma di passatempo e, soprattutto, senza il benchè minimo senso dell’avventura.

Il Tim Burton che l’ha girato, infatti, risulta essere completamente anonimo, privo di qualsiasi fantasia e la scrittura è decisamente molle, insulsa e ai limiti del paradossale (vi si ritrovano solo accenni a un’eventuale parabola antirazzista).

La messa in scena è grandiosa quanto funerea, inutilmente rissosa e guerresca. Niente a che vedere, dunque, con il suo nobile predecessore (il film con Heston resta un grande spettacolo, un racconto di fantascienza sottilmente angosciante, una metafora sui rischi della guerra fredda, una satira che ha saputo capovolgere i principi di Darwin). Helena mascherata

Mark Walhberg, poi, dimostra che sa recitare meglio di uno scimpanzè ed è il solito piacentone da passerella plastificato, potendo suscitare, al più, la stessa pietà della scimmia con la gamba spezzata.
La mancanza di veri attori conduce la pellicola verso una deriva lontana, ahinoi, da quella visivamente provocante e filosoficamente sfuggente che accolse, una volta, la semisommersa Statua della Libertà.