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Articoli con tag “Thomas Haden Church

KILLER JOE

Un film di William Friedkin.

Con Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Thomas Haden Church, Gina Gershon, Juno Temple.

Noir/Drammatico, durata 103 min. – USA 2011. – Bolero. Uscita giovedì 11 ottobre 2012. VM 14.

VOTO: 8

È sempre più difficile, al giorno d’oggi, scegliere come investire i propri soldi. Riduzione degli stipendi, disoccupazione, debito pubblico: non mancano i motivi per avere paura. Quasi tutti i tipi di mercato presentano una volatilità che farebbe perdere la fiducia a chiunque. Tuttavia esiste un settore alternativo che presenta una certa stabilità. Una branca nella quale è possibile investire una cifra e raddoppiarla nel giro di poche ore. Basta trovare un sicario. E in culo all’austerità.

Lode alla famiglia completamente disgregata, “Killer Joe” è dominato da vecchi rancori, matrimoni finiti, figli allo sbando, junk food che gira disinvolto come una tigre del Bengala nella foresta, ora raffigurante la (altro…)

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SPIDER-MAN 3

Un film di Sam Raimi.

Con Tobey Maguire, Thomas Haden Church, Topher Grace, Kirsten Dunst, James Franco.

Azione, Ratings: Kids+13, durata 140 min. – USA 2007. – Sony Pictures. Uscita: martedì 1 maggio 2007.






VOTO: 8


Molti mugugni e dissensi per questo terzo capitolo della serie sul più conosciuto tra gli “aracnidi animati”. Dubbi sulla qualità, la plausibilità, le lungaggini narrative, le troppe frecce all’arco di Raimi e del fratello.

E invece… le scene d’azione si rivelano splendide e rutilanti, accompagnate da sorprendenti effetti speciali e da una regia esaltante e puntualissima nel rimarcare gli svolazzi dell’uomo in calzamaglia, con una splendida idea di cinema di intrattenimento che strizza l’occhio a contenuti filosofici. La macchina da presa di Sam Raimi striscia rasoterra come una melma nera e cattiva, insinuante come la sabbia che, dopo un incidente di fisica nucleare, entra nel Dna del povero carcerato fuggitivo e lo rende un eroe ancor più solitario, costringendolo a rifugiarsi nei sotterranei della città. Il testo principale è sostenuto dal pregio di molteplici fette romanzesche che si uniscono senza scomporsi più di tanto.

Pur essendo costato l’iperbolica cifra di 300 milioni di dollari (comprensivi delle spese di marketing), la pellicola siffatta è intimista, accende i riflettori sulle persone invece che sulle cose, insiste sui vincoli umani. Il passato che ritorna, prepotente, e che si porta dietro storie d’amore intrise di gelosia, amicizie che recano ancora ferite profonde e morti che invocano giustizia, non è roba da poco.

Spiderman ha così a che fare con una moltitudine di rogne a causa delle quali il rosso, per una volta, diventa nero, scompone i capelli in un frangetta e da’ il via al senso di vendetta e a una sensazione di rancoroso autoritarismo, supremo  e assoluto. La “versione black” amplifica l’aggressività del Nostro, la malvagità che ne scaturisce sembra incontrollabile ma riesce anche a migliorare certi aspetti del suo carattere remissivo: finalmente Peter fa colpo sulle ragazze, è risoluto sul lavoro e si fa aumentare lo stipendio. E’ sicuro e disinvolto, cambia modo di vestire e sembra pronto per andare a ballare alla “2001 Odissey”, in una divertente strizzata d’occhio all’andatura di John Travolta.

L’ironia, dispensata in grandi dosi, trasuda in ogni scena: sia mentre i cittadini sono in pericolo o nella redazione del Daily Bugle, dove il capo Jameson deve fare i conti con la pressione alta e, sotto l’occhio vigile della segretaria, prende un sacco di pillole, mentre viene gestito da improvvise scosse date alla scrivania. Da non perdere anche la sabbia che filtra nel costumino del supereroe e la porta dell’appartamento perennemente bloccata.

La gremitissima battaglia finale è, va detto francamente, spesa un po’ male… la sceneggiatura sparisce, l’azione si prolunga, e il senso filmico viene tradito dall’urgenza di mostrare qualche superlivido. Tutto questo prima di esplodere emozionalmente in una voglia di malinconia e in un trionfo di sentimentalismo, con la figura cattiva di Sandman che si scopre tragica e afflitta.


A PROPOSITO DI STEVE

USCITA CINEMA: 25/06/2010.


REGIA: Phil Traill.
ATTORI: Sandra Bullock, Thomas Haden Church, Bradley Cooper, Ken Jeong, DJ Qualls.


DISTRIBUZIONE: 20th Century Fox Italia. PAESE: USA 2009. GENERE: Commedia. DURATA: 99 Min.




VOTO: 6,5


Mary Horowitz (Sandra Bullock) è una che soffre di vertigini parossistiche benigne. La sua figura ondeggia pericolosamente quando l’autobus parte prima che sia riuscita a sedersi, ed è altrettanto instabile quando tenta di evitare accuratamente l’approssimarsi dei cani. Trova invece soddisfazione nel vedere la gente che fa i cruciverba creati da lei, adora alcune espressioni tipiche francesi, vive con gli apprensivi genitori e… non ha neppure un fidanzato. E’ consueto tutto ciò!? Il Popolo reclama normalità.

Pertanto ecco montare una nevrosi, già presente in embrione, che si manifesta con un’intensa iperattività della Sig.ra Mary, ed esplode in sproloqui ininterrotti riguardanti qualsiasi cosa, informazione o dettaglio che possa avere a che fare con i cruciverba, senza alcuna pietà per le orecchie altrui.

Cinematograficamente, quella che ne viene fuori è un’opera che disorienta perché sarcasticamente incoerente e mirabilmente assurda. Immeritatamente candidata al Razzie Award come Peggior Film, e vincitrice dei premi per la Peggiore Attrice (Sandra Bullock) e per la Peggiore Coppia sullo schermo, “All about Steve” mostra quantomeno il coraggio di un’interprete, nel caso anche produttrice, la quale attinge a piene mani dall’autoironia, “aggregato” evidentemente incomprensibile ed estraneo a un certo tipo di pubblico.

La ragazza dagli stivali rossi, indossando i quali riesce a sentirsi in armonia con se’ stessa, ha una personalità quasi  autistica. E’ perseverante, non lascia le cose a metà inseguendo il suo “way of life”, e questo fa paura. Allo spettatore pare profilarsi un saggio distacco dalle temerarie peripezie amorose di Mary Horowitz, elemento eccentrico, persecutrice emarginata, e turbata da un uomo incontrato solo per qualche minuto. Ma c’è del garbo nel suo modo di porsi così avventato, e poi non finge mai di essere quella che non è. Chi non ha il coraggio di accogliere la sua estrema e disturbante diversità, corre il rischio di rimanere con i pezzi di un ombrello stracciato in mano, privato anche di un’elementare amicizia.

La protagonista, invaghitasi di un reporter televisivo, diventa una scheggia impazzita all’interno di una moltitudine di folli servizi giornalistici (il figurante da far-west che prende in ostaggio i visitatori, la bambina nata con tre gambe, l’uragano accompagnato dall’invasione delle cicale, il pozzo dentro il quale franano i bambini sordomuti), molto presenti e marcati nel corso dell’intera vicenda.

Assistiamo al lavoro di affascinanti inviati costruitisi in palestra o alla luce di lampade abbronzanti che prestano servizio per le cronache “del Paese”, e che sognano di diventare veri anchorman: c’è spazio per raccontare di una tv che invade il privato senza alcuna pietà, speculando sulle disavventure altrui. Tutte cose che si sarebbero potute lasciare ai margini. Invece riempiono molte aree della sceneggiatura, la quale scorre tra battute divertenti e alcune istantanee un po’ fastidiose.

L’accattivante “Everybody got their something” di Nikka Costa accompagna i titoli di coda.

L’importanza del messaggio che avanza lentamente, ci ricorda che basta poco per condurre un’esistenza felice: sarebbe sufficiente recuperare alcuni semplici gesti, come scolpire una testa di mela, portare avanti il proprio sogno e seguire la strada che crediamo possa fare per noi. Finalmente una commedia senza l’happy end temuto fin dalla presentazione del trailer, e comunque capace di lasciarci col sorriso sulle labbra.