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LUCI DELLA RIBALTA

Un film di Charles Chaplin. Con Sydney Chaplin, Claire Bloom, Buster Keaton, Charles Chaplin, Nigel Bruce.

Titolo originale Limelight. Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 145 min. – USA 1952.

VOTO: 9,5

L’assortimento delle emozioni di una vita è vasto, e richiede una certa adattabilità. Bisogna esser pronti ai più arditi volteggi, alle burle più graffianti, alla profonda malinconia, a danzare sulle punte per trovare un equilibrio esistenziale, a ridere delle tragedie e a piangere di felicità. E’ un po’ come indossare una maschera da clown. Quella di un pagliaccio consapevole; sicuramente un po’ invecchiato, diviso tra un animo scorbutico e un altro gentilissimo e lodevole, quasi sentimentale. (altro…)


IL DELITTO PERFETTO

Un film di Alfred Hitchcock.



Con Ray Milland, Grace Kelly, Robert Cummings, Anthony Dawson, John Williams [II].


Titolo originale Dial M for Murder. Giallo, Ratings: Kids+16, durata 105 min. – USA 1954.

VOTO: 8

Un bacio senza amore a colazione. E un altro, un po’ più vero (guai a sfuggire ai codici etici), scambiato quando è sera. Il primo è quello che Margot (Grace Kelly) concede al marito Tony (Ray Milland); il secondo è quello dato all’amante Mark, appena sbarcato in Inghilterra con la Queen Mary. Come fare per tenere segreta la relazione? In realtà Tony sa più di quello che sembra, visto che ingaggia un sicario per tentare di uccidere la moglie. D’altronde nei film di Hitchcock, è notorio, quando un uomo si avvicina a una bionda è per baciarla o… per assassinarla.

Tratto dal lavoro teatrale di Frederick Knott, e sceneggiato dallo stesso commediografo, “Il delitto perfetto” non è un compitino svolto con leggerezza. Ciò che sorprende, nell’adattamento cinematografico, è la secchezza dello scritto, che va dritto al sodo (l’intrigo mistery) non curandosi troppo degli aspetti (e ce ne sarebbero stati da approfondire) sentimentalisti. Quello che invece si mantiene sono gli ambienti chiusi della rappresentazione. Nessuno che arei gli ambienti prima di soggiornarvi; piuttosto, i malintenzionati, tendono a chiudere porte e finestre per ricavare vantaggio dal silenzio e dalle ombre. La suspense incrementa e avanza veloce alla volta dell’imboscata tesa all’ignara Margot.

Il livello dell’ironia è invece un po’ basso, e forse questa assenza pregiudica, a mio modo di vedere, il valore artistico del film. Una satira “vista da lontano”, messa in scena soprattutto per mandare volontariamente all’aria il piano delittuoso, si ha al momento dello scambio delle chiavi (perché tutte le chiavi si assomigliano, sembrano uguali) e al pettinarsi dei baffi dell’ispettore, soddisfatto e sorridente. Manca il classico humour à la James Stewart, l’attore feticcio del regista il quale vedeva riflettersi in lui tutta l’imbranataggine e l’inadeguatezza dei suoi complessi. Ray Milland è una specie di sostituto temporaneo, scelto forse per i toni estremamente freddi, disperati e tristi che traspaiono dal suo volto. Mentre Grace Kelly ha un’espressione che vorrebbe essere afflitta e tormentata, ma risulta più che altro inebetita.

I colori usati durante il riconoscimento della sua colpevolezza, così enfatizzati da lampade rosse intermittenti a macchiarne il viso, richiamano certi acuti astrattismi de “La donna che visse due volte”. E c’è anche qui un primo piano a centro scena che racconta un itinerario giudiziario in poco meno di un minuto, facendo ricorso a una voce off che non lascia spazi a contraddittori sull’esame oggettivo delle prove. Sappiamo che il regista non crede molto nella giustizia. Ciò che premeva di più era forse passare sopra anche alla giurisdizione per fargli perdere importanza. E’ per questo che inquadra i poliziotti mentre vagabondano sui marciapiedi di Londra, “puntando” il crimine, in attesa di un misfatto che i loro occhi non sono in grado di percepire.

Hitchcock, nel girare “Dial M for murder”, volle azzardare (e forse di questo se ne pentì) la nuova frontiera del 3D: un giochino che non portò molta fortuna ne’ agli incassi ne’ al coinvolgimento, visto che di per se i dialoghi erano più che sufficienti per creare la tensione necessaria. Inquietudine accentuata da un insieme di inquadrature che dal basso puntano verso l’alto (e viceversa), in un rimpallo di prospettive atto a richiamare l’attenzione dello spettatore e a generare in lui una minuta sensazione di vertigine. La tridimensionalità contribuì a monopolizzare l’interesse verso telefono, forbici, calze e chiavi: arnesi emblematici che divennero un poco più sinistri e imponenti.


QUESTIONE DI PUNTI DI VISTA

Un film di Jacques Rivette.

Con Jane Birkin, Sergio Castellitto, André Marcon, Jacques Bonnaffé, Julie-Marie Parmentier.

Titolo originale 36 vues du Pic Saint-loup. Commedia/Drammatico, durata 75 min. – Francia, Italia 2009. – Bolero. Uscita: martedì 8 settembre 2009.






VOTO: 7


Sergio Castellitto/Vittorio veste Prada, ma non è un diavolo. Tutt’al più un elegante, moderno e curioso supporter che si lascia affascinare da un piccolo gruppo circense del quale decide di seguire le orme. Si ritroverà a incoraggiare alla vita la “canard enchaîné” (un’ermetica seppur sorridente Jane Birkin), afflitta dai dolori dell’elaborazione di un lutto e dai sensi di colpa.

Jacques Rivette, uno dei maestri della Nouvelle Vague, mette in scena un piacevole gruppo di mimi, clown, acrobati e giocolieri, degni portatori di un’illusione che ormai sembra essersi sbiadita. Forse il tempo li ha superati, in qualche modo calpestati. Forse i nostri tempi non sono più in grado di sostenere un modo di filmare così atipico, piantato per terra, privo di svolazzi se non quelli dell’anima.

Improvviso e scostante come una partitura jazz, senza musica e senza applausi, pervaso da una calma fiaccante e dal silenzio del vuoto, il tono leggero dell’autore (finalmente un film dove nessuno urla e dove si chiede il permesso prima di parlare) prende corpo, e il suo lunatico svago nel piccolo circo non soffoca le ambizioni. Il cinema/circo non è rutilante, ne’ apprensivo. Viene spogliato da qualsiasi carattere freak e rivestito da un impianto teatrale, dove si esibiscono filosofi che ripetono ogni sera la loro litania esistenziale in un sud della Francia provinciale, caldo e quasi disabitato. Minimalista, come l’opera rappresentata.


NESSUNA FESTA PER LA MORTE DEL CANE DI SATANA

Nessuna festa per la morte del cane di SatanaUn film di Rainer Werner Fassbinder.

Con Ingrid Caven, Margit Carstensen.


Titolo originale Satansbraten. Grottesco, durata 112 min. – Germania 1976.




VOTO: 7


Forse il film più watersiano di Fassbinder, sicuramente quello più clownesco, sopra le righe, orrido e putrido come nella migliore tradizione trash di John Waters. I personaggi seguono i loro istinti animaleschi nel loro rapportarsi con gli altri e nel modo di accoppiarsi sessualmente, senza regole precise ne’ diritti di “precedenza”. Tra escrementi (solo evocati e non mostrati), mosche morte donate come fossero dei regali preziosi, uova sputate in faccia, rifiuti in bella vista, sesso disordinato e anticonvenzionale, urla continue e membri in erezione, trionfano le ingiurie gratuite e un po’ di cattivo gusto.

Il periodo durante il quale viene realizzato “Nessuna festa per la morte del cane di Satana” è, per molti versi, un momento di ricerca stilistica, compreso com’è tra i melodrammi e le storie di donne dell’ultima fase. Fassbinder si fa’ più insolito rispetto ai suoi standard.

Walter Kranz si crede un uomo dalle capacità fuori dal comune. Pur non avendo un soldo, visto che dovrebbe svolgere attività di scrittore e di giornalista ma è un vero fannullone perdigiorno, cerca sfacciatamente di raggranellare del denaro da consegnare alla moglie sessualmente trascurata, portinaia e serva. Nel suo peregrinare da una donna all’altra, dimostra tutta la sua depravazione morale, la sua strafottenza, l’autocompiacimento sconfinato e la povertà d’animo.

La messa in scena è curatissima come al solito, le riprese d’insieme sono efficaci e lasciano all’abilità degli interpreti il peso di ostentare la loro presenza (esagerando con la mimica) come se fossero su un palco lontano dalla visione degli spettatori. I personaggi si muovono come attori di un teatro comico, lesti a riguadagnare ognuno la propria posizione prima della successiva tranche interpretativa; il Genere e il Tempo sono realtà relative in questo teatrino. Ogni luce proietta la sua ombra e, a volte, si rischia di rimanere accecati per le troppe luci utilizzate.

Prevalgono gli elementi propri di una burla sregolata per poter raccontare meglio l’ambiente piccolo-borghese: l’arrosto di “Satansbraten” ha un gusto vagamente intellettuale. Solo a pagamento

Sarcastico e inverosimile come la scena del pediluvio mano nella mano, prono a un anarchismo di pensiero estremo e ardito, insofferente ad ogni norma (anche legale e penale) e massimo esponente individualista. E’ difficile seguire una logica, individuare uno spazio contenutistico, il progetto di Fassbinder è sfuggente, ai limiti della sopportazione. Il film è da considerarsi a un livello molto più astruso del solito, dove trionfano elementi da grandguignol e febbrili urgenze autoriali che il regista tedesco, si sa, sforna continuamente dal suo cassetto prodigo di idee e perennemente fertile.

Qualcosa che non funziona c’è in questo scorrere di immagini dove l’attore che interpreta Walter Kranz (Kurt Raab) è sempre in scena: un’opprimente sottotraccia politica e una rappresentazione grossolana del sadomasochismo, altrove più sapientemente dosato.

Il processo dissociativo che  conduce Walter a identificarsi con un’altra persona, Stefan George, un celebre poeta omosessuale decadente, del quale prova a prendere inopinatamente il posto nella sua rappresentazione della vita, è finto come la morte, il sesso, il dolore, il piacere. L’intellettuale degli anni ’70 (successivo a George di quasi 50 anni) è avido perché solo in questo modo può accattivarsi i gusti della borghesia e negare i suoi precedenti sinistrorsi.

Un esempio della perspicacia di Fassbinder si ha quando ci lascia volutamente nel dubbio riguardo alla copiatura dei testi da parte di Kranz; lo scrittore è talmente inetto da non essere consapevole di riportare scritti esistiti mezzo secolo prima?


LE LACRIME AMARE DI PETRA VON KANT

Le lacrime amare di Petra von Kant

Titolo originale: Die bitteren Tränen der Petra von Kant.


Regia: Rainer Werner Fassbinder.


Con: Margit Carstensen, Hanna Schygulla, Irm Hermann.


Genere: Drammatico Produzione: Germania Anno: 1972 Durata: 124 min.



VOTO: 10

Nel 1972 Fassbinder decise di adattare per il grande schermo un lavoro teatrale dal titolo “Le lacrime amare di Petra von Kant”, scritto da lui e messo in scena l’anno prima.
La storia si svolge tra le quattro mura della camera da letto di Petra, una ricca disegnatrice di moda che vive con una segretaria tuttofare di nome Marlene. Tra le due donne si intuisce subito che esiste un rapporto di subordinazione e di servilismo, Marlene è oltretutto invaghita della sua padrona. A rendere la vicenda ancora più complicata sarà l’arrivo di Karin, una ragazza di origine proletaria risoluta e priva di soggezioni…

E’ interessante notare come, all’inizio del film, Petra si ponga subito in una posizione di comando rimproverando aspramente Marlene per aver aperto senza troppo riguardo le tendine della finestra e averla svegliata. Morbidissimo è al riguardo il carrello in arretramento di Fassbinder che svela pian piano l’enorme affresco di un Correggio occupante un’intera parete della camera di Petra e la protagonista soavemente assopita.
Petra viene dipinta in poco tempo come una donna indolente e ambigua: lascia parlare a vuoto sua madre a telefono, mentre si distrae bevendo la spremuta d’arancia mattutina e indossando una delle innumerevoli parrucche per improvvisare qualche sfacciato passo di danza con Marlene sulle note di “Smoke gets in your eyes”.

Con l’arrivo dell’amica Sidonie il quadro caratteriale di Petra si arricchisce di ulteriori sfumature; attraverso i lunghi dialoghi intrapresi con la conoscente, apprendiamo del matrimonio fallito di Petra e della sua durata limitata. In quel periodo, favoleggia la padrona di casa, non sono mai esistiti litigi né rimpianti, tutto è stato costruttivo e vorrebbe far credere all’amica di aver vissuto quell’esperienza con la massima intensità e passione, senza alcuna freddezza. La paura di mostrarsi debole evidentemente è troppo insidiosa per la sua credibilità e per la sua fiera autonomia.


Durante queste sequenze appare evidente la matrice teatrale della pellicola; Fassbinder racchiude spesso le protagoniste all’interno di inquadrature dove i manichini usati dalla disegnatrice di moda restano ai lati dello schermo, quasi avessero preso il posto dei drappeggi di un palco di teatro.
A questo punto Petra si rivela come una persona molto dura, amara, che privilegia l’intelletto alle emozioni, sempre più soffocate e negate. Tanto è vero che anche la comprensione, la bontà e la compassione di Sidonie vengono rifiutate.

Karin, giovane ventitreenne, presentata dall’amica a Petra, valica in modo apparentemente ingenuo i confini dell’anima della disegnatrice. La padrona di casa offre alla ragazza una prospettiva di lavoro come modella e il tutto appare come un mero pretesto per cercare di tenerla il più vicino possibile a se’, per proteggerla da non si sa bene cosa o chi (forse da un marito lasciato in Australia in circostanze poco chiare?).
In realtà Petra si è decisamente invaghita e innamorata; la scena dove le due donne cenano e bevono descrive come il comportamento di Petra sia scopertamente accattivante nel tentativo di imprigionare la giovane e “sprovveduta” Karin. Il regista tedesco si diverte a mettere in risalto questo tentativo di “reclusione” girando con la cinepresa attorno ad elementi scenografici rettilinei come le cancellate del letto sul quale le protagoniste sono sedute.

A tutto questo assiste Marlene, come sempre invidiosa e muta (durante il film non pronuncerà una sola parola). Fassbinder ce la mostra sempre attenta a tutto quello che accade nella camera da letto (unico scenario dell’intera pellicola) anche mentre batte a macchina la corrispondenza di Petra o disegna per lei i bozzetti delle sue originali ed eccentriche creazioni. La sua segreta sofferenza viene espressa mirabilmente dall’attrice Irm Hermann, attraverso sguardi dolenti e gesti delicati come la leggera contrazione delle labbra o la mano poggiata arrendevolmente sul vetro di una finestra.

Ma Petra non ha occhi che per Karin e fa di tutto pur di trovare qualcosa che la accomuni alla ragazza anche se il tentativo appare ridicolo e patetico: la disegnatrice infatti è tanto colta, istruita e rigorosa quanto la giovane è ignorante (confonde la passione per l’arte con quella per i film d’amore a lieto fine), grezza, spontanea e dinamica (preferisce la ginnastica all’aria aperta agli esercizi di matematica). Durante questo confronto/scontro il regista sopperisce all’uso dei controcampi avvalendosi degli specchi disseminati nella stanza; l’effetto è particolarmente riuscito, sembra che le immagini delle due donne vadano spesso a sovrapporsi come se stessero per fondersi una nell’altra.
Il fascino innegabile del personaggio di Petra non sarebbe stato possibile senza l’interpretazione di Margit Carstensen: la sua figura arida e sofisticata si presta perfettamente al continuo cambiamento degli eccentrici abiti e rende bene l’idea di una donna ossessionata dalla sua esteriorità.

Trascorrono 6 mesi, il tempo necessario a farci capire che il rapporto tra le due donne non è possibile e che, anzi, i ruoli si siano addirittura invertiti. Karin non vuole costrizioni, ha un rapporto conflittuale con l’idea di disciplina che la sua tutrice vorrebbe imporgli e ha già raggiunto il suo obiettivo: conquistarsi un’autonomia economica. Petra è ormai divenuta servizievole nei confronti di Karin nel disperato tentativo di rimanere aggrappata all’oggetto del suo amore, ma viene trattata dalla giovane come uno dei manichini che riempiono la camera. Karin quindi fugge dal marito una volta che questi rientra dall’Australia.

Il tappeto bianco dai folti ricci che copre completamente il pavimento di camera Kant si macchierà del sangue della sua padrona in un trionfo deliberato, consapevole e sofisticato del kitsch. L’animo di Petra è stato ormai violato e messo a nudo. Non gli resta che desiderare la morte. Durante il penoso festeggiamento del suo 35° compleanno si rende conto di non aver mai amato Karin ma di averla voluta soltanto possedere. Tentativo di seduzione

Alla fine Petra tenterà di mostrarsi indulgente e gentile con Marlene, per la prima volta le si rivolgerà come solitamente si fa con un’amica. Ma il dominio affettivo ed economico palesato fino a quel momento non serve più, Petra è oramai una donna debole e Marlene non sente più il bisogno di stare con lei se non può più essere sua schiava. Si innesta di nuovo la macchina sadomasochistica della punizione reciproca.
Petra resterà sola, distrutta dal rancore. E le luci, tanto odiate all’inizio del film, si spegneranno.

Il merito di questo capolavoro va ascritto alla straordinaria bravura raggiunta da Fassbinder nel comporre l’evoluzione drammatica e nell’esaltare la ricchezza visiva attraverso perfette carrellate e profondità di campo. “Le lacrime amare di Petra von Kant” è il più invidiabile esempio di un dramma che, accogliendo tutte le più improbabili sfide della convenzione teatrale (pochi personaggi, lunghi dialoghi e recitazione sommessa), si trasforma in un accorato e fantastico film.