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Articoli con tag “soldi

KILLER JOE

Un film di William Friedkin.

Con Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Thomas Haden Church, Gina Gershon, Juno Temple.

Noir/Drammatico, durata 103 min. – USA 2011. – Bolero. Uscita giovedì 11 ottobre 2012. VM 14.

VOTO: 8

È sempre più difficile, al giorno d’oggi, scegliere come investire i propri soldi. Riduzione degli stipendi, disoccupazione, debito pubblico: non mancano i motivi per avere paura. Quasi tutti i tipi di mercato presentano una volatilità che farebbe perdere la fiducia a chiunque. Tuttavia esiste un settore alternativo che presenta una certa stabilità. Una branca nella quale è possibile investire una cifra e raddoppiarla nel giro di poche ore. Basta trovare un sicario. E in culo all’austerità.

Lode alla famiglia completamente disgregata, “Killer Joe” è dominato da vecchi rancori, matrimoni finiti, figli allo sbando, junk food che gira disinvolto come una tigre del Bengala nella foresta, ora raffigurante la (altro…)

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X-MEN: L’INIZIO

Un film di Matthew Vaughn.

Con James McAvoy, Michael Fassbender, Rose Byrne, Jennifer Lawrence, January Jones.

Titolo originale X-Men: First Class. Azione, Ratings: Kids+13, durata 132 min. – USA 2011. – 20th Century Fox. Uscita: mercoledì 8 giugno 2011.

VOTO: 8

Un “reboot”, come li chiamano ora, è di fatto un rischio qualitativo per gli spettatori.
C’è infatti la mania diffusa di riciclare (ma allora è proprio vero che non c’è più fantasia nello scrivere qualcosa di nuovo?) pescando a piene mani dal “déjà-vu”, “riavviando” le storie da capo, ottima scusa per riprendere uno spunto senza però essere costretti a proseguire trame già esistenti. Ovvero inventiamo una serie all’indietro, così possiamo parlare dello stesso argomento ma muovendoci su un piano diverso, libero, senza limiti.
E quindi si fa il nuovo lancio di “Spiderman”, “Star Trek”, e così via. Chi più ne ha più ne metta. Finiremo probabilmente col reboot di “Via col vento” (non me lo toccate, vi prego! nda). (altro…)


I LOVE SHOPPING

USCITA CINEMA: 27/02/2009.


REGIA: P.J. Hogan.
ATTORI: Isla Fisher, Krysten Ritter, Stephen Guarino, Hugh Dancy, Joan Cusack, John Goodman.


PAESE: USA 2008. GENERE: Commedia, Romantico. DURATA: 104 Min.





VOTO: 6,5


Isla Fisher, nei panni vistosi e brillanti di Rebecca “Becky” Bloomwood, fa la scema bevuta e grida senza sosta come una cretina: la sua interpretazione pare influenzata dal compagno Sacha Baron Coen e risulta inefficace per lunghi tratti. John Goodman e Joan Cusack, nel ruolo dei genitori della protagonista, sono quasi simpatici rispettivamente come padre buonista e madre chioccia di buon cuore. Ci sono anche John Lithgow e Kristin Scott Thomas: alcuni di questi validi attori sono dissipati come le carte di credito di Rebecca, altri poco più interessanti perché almeno ci mettono il mestiere.

Ci si chiede quanto del film abbia veramente valore, soprattutto alla luce di un confronto col romanzo dal quale è tratto. A questo proposito risultano tagliati tutta la parte di Londra (dove la protagonista “nasce” e vive secondo certi usi e costumi) e gli approfondimenti psicologici familiari, lavorativi, amicali. Si preferisce saltare direttamente a New York (con parentesi a Miami) e soffermarsi con fastidiosi ralenti sui sorrisi un po’ svaniti della protagonista.

Il delizioso personaggio creato da Sophie Kinsella si riduce a una macchietta piuttosto superficiale, si perdono tutte le sfumature dedicate abilmente alle auto giustificazioni che la protagonista del libro si riconosce ogniqualvolta si lascia andare alle lussuose compere e non si avverte il cuore dell’interprete battere per davvero di fronte a cartelli che riportano la scritta “ridotto del 50%”. “I love shopping” è una pellicola che racchiude due libri al costo di uno, e questo è l’unico risparmio che si offre allo spettatore che ne ignora la provenienza letteraria.

L’amica Suze è un ghiribizzo insignificante appoggiato al film come una cornice portafoto su una mensola: oltretutto somiglia fisicamente ad Anne Hathaway, così come le atmosfere, gli ambienti, gli accenti e tanti risvolti risultano debitori de “Il diavolo veste Prada”. I due film hanno in comune perfino la costumista, la temeraria Patricia Field. “I love shopping” mantiene una sua vena frizzante, vivace, stimolante senza tuttavia avere tagli originali e adagiandosi su scontatezze romantiche, trionfalismi della più bieca mediocrità e sull’ignoranza e l’avventatezza della scrittura.

La “shopaholic” dalla sciarpa verde, unico elemento reso emozionale, mantiene il film mediamente divertente mentre il regista P.J. Hogan (quello de “Le nozze di Muriel”) dirige con una certa verve e cerca di rimettere in pista una sceneggiatura un po’ annebbiata con alcune soluzioni apprezzabili (come la pensata onirica di far muovere e parlare i manichini che allettano l’infaticabile Becky). Lady Gaga e Pussycat Dolls si infilano in una colonna sonora all’avanguardia incorporata al film come le uova coi dolci e rimangono soltanto dei brani non identificabili, rintronanti e del tutto inappropriati.


MILANO CALIBRO 9

Un film di Fernando Di Leo.

Con Mario Adorf, Philippe Leroy, Barbara Bouchet, Frank Wolff.

Poliziesco, durata 101 min. – Italia 1972.

 

 

 

 

 

 

VOTO: 8


Ugo Piazza, alias Gastone Moschin, esce dopo 3 anni dalla prigione di San Vittore grazie a un’amnistia e l’accoglienza che riceve non è quella delle più simpatiche. Alcuni scagnozzi inviati da un tipo chiamato l’Americano lo seguono, lo sequestrano e lo picchiano, cercando di farlo parlare in merito alla sparizione di 300.000 dollari americani avvenuta poco prima del suo arresto. Nella colluttazione gli vengono sottratti anche la carta d’identità e il permesso rilasciato dal carcere. A Piazza non rimane altro che rivolgersi al commissario di polizia che lo conosce benissimo per i suoi trascorsi, il quale gli chiede una collaborazione per capire come si svolge il passaggio tra corrieri nello smistamento di soldi riciclati dall’organizzazione dell’Americano…

Buonissimo film di genere, il cosiddetto “poliziottesco”, ma con evidenti venature noir, “Milano calibro 9” è diretto Fernando Di Leo, un artigiano nel senso più stretto del termine. Si vede che l’approccio verso lo strumento cinema è spesso arrangiato e un po’ approssimativo, tuttavia il film si presenta come un valido prodotto indipendente girato con un budget risicato.

Ispirato al romanzo postumo di Giorgio Scerbanenco “Stazione Centrale, ammazzare subito”, si avvale di una scrittura spesso ingenua e di bassa lega ma di sicuro impatto emotivo e a suo modo carismatica e ruffiana la quale, nonostante dimostri un po’ i suoi anni, centra perfettamente il bersaglio che intende colpire. I caratteri rissosi, sbruffoni e suscettibili del commissario di polizia e di Rocco, il capo esecutivo del gruppo dei malavitosi, rischiano la caricatura, non ci si appella a sottigliezze psicologiche. Nonostante ciò i personaggi restano, nella loro brutale definizione, verosimili e consistenti.

Il lavoro di Di Leo sull’utilizzo della cinepresa è ammirevole: passiamo da soggettive cariche di tensione a riprese dal basso che puntano sui volti, sulle oscillazioni istintive dei corpi, catalogandone le incomunicabilità, segnalandoli come preminenti rispetto a una cerchia comune e paradossale di personaggi perimetrali. La macchina da presa scorre anche attraverso sequenze filmate a bordo di un’automobile fino alle panoramiche notturne, a mitizzare lo “skyline” della città meneghina.

C’è, tra le maglie della sceneggiatura e nella messa in scena, un’evoluzione di analisi e di accusa sociale: scopriamo che nel giro di soldi riciclati ci sono banchieri, industriali e ricchi possidenti che mandano i loro capitali all’estero. L’essere ammanicati con commissari, finanzieri e magistrati sembra essere la premessa per la riuscita di queste operazioni. Diventa così interessante vedere come il regista approfondisca il tema della trasformazione della Mafia, da “semplice” cancro di periferia a spirale metropolitana riscontrabile in una banda di criminali italo-americani e approdante a un disfattismo che non lascia spazio alle suppliche o ai revisionismi, dove tutti sono destinati a rimetterci.

Le scene degli scontri verbali tra il commissario capo conservatore e il suo vice riformista sono un po’ banali e troppo tese a sottolineare l’inclinazione politica del regista. E’ vero che quelli erano gli anni di Lotta Continua, di manifestazioni e dissapori sociali, ma una mano più leggera sarebbe stata gradita e avrebbe reso meno sbilanciato il messaggio del film.

Da invidiare la bella schiera di attori di questo balletto criminale: Moschin, di solito inappuntabile commediante, si presenta con un volto granitico e provato. Troppe volte inquadrato con la sigaretta in bocca, è impossibile cancellare l’aspetto di infida canaglia innocente che riesce ad assumere. Mario Adorf è incantevole nei panni di Rocco, il tirapiedi dal temperamento rude e mordace. Philippe Leroy è Chino, uno dei personaggi più sofferti e apparentemente ai margini della vicenda; l’attore francese lo porta sullo schermo con tutta la generosità di cui è capace.

Ricca oltre ogni modo è l’orchestrazione che accompagna le immagini della pellicola. Attraverso l’uso di archi e violini conferisce al film un senso continuo di dinamicità e di imminente instabilità dei fatti mostrati; si ha la sensazione che stia per accadere qualcosa di improvviso, pericoloso, violento e definitivo. Riproponendo slanci psichedelici e romantici, ora a sottolineare gli atti feroci ora quelli apparentemente mansueti, la colonna sonora di Bacalov sostenuto dal gruppo napoletano rock-progressive degli Osanna rende la pellicola malinconica, sferzante e amara.

Le tante scene girate in esterni ci fanno riscoprire una Milano triste e nichilista: l’ambiente affascinante e un po’ decadente dei navigli, quello degli alberghi di terza categoria, quello lussuoso e moderno del Pirellone e dei grandi palazzi grigi del potere. La metropolitana e la stazione centrale, con il loro background opprimente, bisunto, sono quasi un manto di ineluttabilità e sofferenza che schiaccia tutto e tutti.

Barbara Bouchet, la signora dalla casa arredata in bianco e nero, entra in scena dopo oltre mezz’ora di film e ciononostante è affascinante e sensuale come non mai. Il suo appartamento, così come l’habitat circostante, è lo specchio perfetto di quello che accade nel film: si ha la sensazione di due opposte fazioni che si scontrano (il bianco e nero, per l’appunto) le quali non si accorgono del rosso “rivoluzionario” pronto a destabilizzarle entrambe. E’ il rosso imprevedibile del tradimento e della conseguente ferocia delle ultime, sanguinolente e censuratissime scene.


NESSUNA FESTA PER LA MORTE DEL CANE DI SATANA

Nessuna festa per la morte del cane di SatanaUn film di Rainer Werner Fassbinder.

Con Ingrid Caven, Margit Carstensen.


Titolo originale Satansbraten. Grottesco, durata 112 min. – Germania 1976.




VOTO: 7


Forse il film più watersiano di Fassbinder, sicuramente quello più clownesco, sopra le righe, orrido e putrido come nella migliore tradizione trash di John Waters. I personaggi seguono i loro istinti animaleschi nel loro rapportarsi con gli altri e nel modo di accoppiarsi sessualmente, senza regole precise ne’ diritti di “precedenza”. Tra escrementi (solo evocati e non mostrati), mosche morte donate come fossero dei regali preziosi, uova sputate in faccia, rifiuti in bella vista, sesso disordinato e anticonvenzionale, urla continue e membri in erezione, trionfano le ingiurie gratuite e un po’ di cattivo gusto.

Il periodo durante il quale viene realizzato “Nessuna festa per la morte del cane di Satana” è, per molti versi, un momento di ricerca stilistica, compreso com’è tra i melodrammi e le storie di donne dell’ultima fase. Fassbinder si fa’ più insolito rispetto ai suoi standard.

Walter Kranz si crede un uomo dalle capacità fuori dal comune. Pur non avendo un soldo, visto che dovrebbe svolgere attività di scrittore e di giornalista ma è un vero fannullone perdigiorno, cerca sfacciatamente di raggranellare del denaro da consegnare alla moglie sessualmente trascurata, portinaia e serva. Nel suo peregrinare da una donna all’altra, dimostra tutta la sua depravazione morale, la sua strafottenza, l’autocompiacimento sconfinato e la povertà d’animo.

La messa in scena è curatissima come al solito, le riprese d’insieme sono efficaci e lasciano all’abilità degli interpreti il peso di ostentare la loro presenza (esagerando con la mimica) come se fossero su un palco lontano dalla visione degli spettatori. I personaggi si muovono come attori di un teatro comico, lesti a riguadagnare ognuno la propria posizione prima della successiva tranche interpretativa; il Genere e il Tempo sono realtà relative in questo teatrino. Ogni luce proietta la sua ombra e, a volte, si rischia di rimanere accecati per le troppe luci utilizzate.

Prevalgono gli elementi propri di una burla sregolata per poter raccontare meglio l’ambiente piccolo-borghese: l’arrosto di “Satansbraten” ha un gusto vagamente intellettuale. Solo a pagamento

Sarcastico e inverosimile come la scena del pediluvio mano nella mano, prono a un anarchismo di pensiero estremo e ardito, insofferente ad ogni norma (anche legale e penale) e massimo esponente individualista. E’ difficile seguire una logica, individuare uno spazio contenutistico, il progetto di Fassbinder è sfuggente, ai limiti della sopportazione. Il film è da considerarsi a un livello molto più astruso del solito, dove trionfano elementi da grandguignol e febbrili urgenze autoriali che il regista tedesco, si sa, sforna continuamente dal suo cassetto prodigo di idee e perennemente fertile.

Qualcosa che non funziona c’è in questo scorrere di immagini dove l’attore che interpreta Walter Kranz (Kurt Raab) è sempre in scena: un’opprimente sottotraccia politica e una rappresentazione grossolana del sadomasochismo, altrove più sapientemente dosato.

Il processo dissociativo che  conduce Walter a identificarsi con un’altra persona, Stefan George, un celebre poeta omosessuale decadente, del quale prova a prendere inopinatamente il posto nella sua rappresentazione della vita, è finto come la morte, il sesso, il dolore, il piacere. L’intellettuale degli anni ’70 (successivo a George di quasi 50 anni) è avido perché solo in questo modo può accattivarsi i gusti della borghesia e negare i suoi precedenti sinistrorsi.

Un esempio della perspicacia di Fassbinder si ha quando ci lascia volutamente nel dubbio riguardo alla copiatura dei testi da parte di Kranz; lo scrittore è talmente inetto da non essere consapevole di riportare scritti esistiti mezzo secolo prima?


IL DIRITTO DEL PIU’ FORTE

Il diritto del più forteUn film di Rainer Werner Fassbinder.



Con Karlheinz Böhm, Rainer Werner Fassbinder, Peter Chatel.



Titolo originale Faustrecht der Freiheit. Drammatico, durata 123 min. – Germania Ovest 1974. – VM 18



VOTO: 9

Ultimato entro la fine del ’74 e proiettato in anteprima alla Quinzaine di Cannes il 30 Maggio del 1975, “Il diritto del più forte” narra le vicende di Franz Biberkopf (Fox, per gli amici), un omosessuale che lavora in un Luna Park come “testa parlante”, rappresentante un’attrazione bizzarra nella quale la testa, staccatasi dal resto del corpo, dovrebbe rivelare agli interlocutori arcani segreti e presagi.

Rimasto presto senza soldi e senza un posto dove vivere, Franz abborda ai cessi pubblici un antiquario di nome Max che lo introduce nel suo giro di amicizie di estrazione borghese. Franz/Fox vince inaspettatamente 500.000 marchi alla lotteria, conosce Eugen, figlio di un imprenditore mezzo fallito, e ne diviene ben presto l’amante…

Criticato e rifiutato dalla maggior parte della comunità gay mondiale perché ritenuto, a torto, un film ritraente una parte di vita squallida e controversa di personaggi omosessuali, il film è invece portatore di un messaggio più ampio e universale che esce dai confini e dalle ghettizzazioni che gli si sono volute forzatamente attribuire.

“Faustrecht der Freiheit” (questo il titolo originale), benchè sia recitato da personaggi gay e nonostante rappresenti gran parte delle loro vite e un certo modus vivendi, non è un film sull’omosessualità. Fassbinder non poteva far altro che descrivere il mondo che conosceva meglio e, per raccontare una storia dove il denaro e il capitalismo sono fermamente al centro dell’attenzione, si è servito di protagonisti quotidianamente vicini a lui, essendo anch’egli omosessuale. Questa è la semplice sostanza di una pellicola bollata troppe volte e a sproposito come controversa.

Ci sono, oltretutto, elementi così apertamente gay-friendly che sbarazzano il campo da qualsiasi dubbio: i familiari, i colleghi di lavoro e, più in generale, qualsiasi membro della società che entra in contatto con i soggetti principali del film non fa una piega di fronte alla loro “condizione” e, anzi, ci sorprendiamo a vedere come la Germania descritta in quel periodo sia decisamente più avanti rispetto alle “moderne” collettività di oggi.

La condizione sociale chiamata in causa da Fassbinder è, pertanto, più estesa. Il problema, semmai, è che esiste sempre un ceto che intende istruirne un altro; questo rapporto di formazione, questo meccanismo di servo-padrone rasenta i propositi del totalitarismo. E’ per questo che vediamo Eugen tentare di educare il proletario, nonché suo compagno, Franz. E lo fa esortandolo a conoscere l’opera, il teatro, le lingue, la musica; Franz perde progressivamente la sua individualità e identità, la sua natura di uomo semplice

“Fox”, interpretato con esito positivo dallo stesso Fassbinder, non è proprio una volpe, ma nemmeno un proletario senza cervello che “pensa solo a bere, ingozzarsi e chiedere denaro”, come lo dipinge Eugen. E’ fisicamente molto presente, da’ l’idea di essere potente ed esplosivo, se non fosse per il carattere remissivo e fondamentalmente dolce. Crede con fermezza in un amore senza calcoli e non riesce ad adattarsi a un modo di vita fatto solo di esteriorità.

Eugen lo ritiene, invece, incapace di veri sentimenti. Quello del “figlio di papà” non è mai un amore sincero, esplicitato, ma si ingarbuglia intorno alla sua stessa figura, lusinghiera quanto spinosa e decadente, nella quale prevale una sottile voglia di rivalsa nei confronti del “barbaro” Fox.

Un’appendice collegata indissolubilmente al capitalismo è il denaro: il regista tedesco lo addita con una perseveranza che non lascia dubbi (tanto da far dire a un banchiere presso il quale si rivolge Franz, insistendo per un cospicuo prelievo di liquidi: “Contanti, contanti, contanti. Se ripeti una parola troppo spesso non sai più cosa significa”). E Franz, infatti, non ha la minima idea di come usare e investire i suoi soldi, non ne avverte il bisogno. E’ una persona semplice che si accontenterebbe di poco. Al bar con gli amici

Eugen, al contrario, fa progetti sulla casa nuova, sull’arredamento ricercato e particolarmente dispendioso, sul rinnovamento del guardaroba presso una boutique costosa per rinverdire il vestiario di Franz. Cerca, insomma, di sfruttare la situazione e imporre il suo status di ricco istruito al “povero” e ignorante Fox, il quale esce regolarmente umiliato da questa situazione. La natura di Eugen è predatoria, come impone la sua classe sociale: ha l’esigenza costante di accumulare soldi per sentirsi vivo e perché così gli impone la sua etica.

Il complesso di inferiorità del proletariato nei confronti della borghesia è uno dei vincoli più tenaci che tiene fedele e avvinto il primo alla seconda. La figura dell’inetto Fox è incapace di elaborare sbocchi per una ribellione. Il suo dissenso è masticato a metà tra un’invocazione e una supplica mentre ascolta la canzone “Angelo negro”.

Ci si domanda se, alla fine, la morte di Fox non sia casuale; magari egli, assumendo del Valium, avrà voluto solamente calmarsi un po’, diventare più invisibile alla tracotanza degli altri.

Nonostante ciò il suo corpo viene annullato e violato da tutti, sciacalli e rapaci di un uomo che non esiste più, discriminato tra i discriminati. Fox perde anche il giubbotto di jeans con la scritta del suo nome ed è come se fosse ritornato nuovamente a essere un’oscena attrazione da Luna Park, un freak senza più testa, cuore e anima.