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Articoli con tag “sesso

BEAR CITY

Un film di Douglas Langway.

Con Joe Conti, Gerald McCullouch, Stephen Guarino, Brian Keane, Alex Di Dio.

Commedia, durata 100 min. – USA 2010.

VOTO: 6,5

Per “Orsi”, nel gergo ricorrente della comunità omosessuale, si intendono quegli omoni di stazza molto accentuata solitamente pelosi e dall’aspetto mascolino. In “Bear City” scopriamo che New York è una metropoli piena di Orsi: li puoi trovare al Central Park mentre usano il loro portatile e si scambiano effusioni, al lavoro in un cantiere edile, al telefono mentre discutono incravattati di affari finanziari o a passeggio insieme ai loro animali preferiti.

Tyler Hall (Joe Conti), un cacciatore in erba (per “chaser” si intende una persona non necessariamente classificabile come “orso”, tuttavia attratto da uomini corpulenti e barbuti), si scopre a fantasticare su uomini modello Babbo Natale e simili. Li vede ovunque, anche all’audizione a cui partecipa per cercare di tirar su (altro…)


SHAME

Un film di Steve McQueen. Con Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware.


Drammatico, durata 99 min. – Gran Bretagna 2011. – Bim. Uscita: venerdì 13 gennaio 2012. – VM 14

VOTO: 6

I giovani rampanti di oggi, quelli sulla trentina o giù di lì, vestono bene, abitano lindi e scarni appartamenti, partecipano a estenuanti riunioni lavorative con la stessa aderenza degli istanti in cui si siedono sul water, e ovviamente fanno sesso. Tanto sesso. Meglio se in quel di New York: lì ti puoi confondere tra milioni di anime, cambiare partner più facilmente, trasgredire accoppiandoti vicino a zone di transito pubblico, chiuderti in bagno col fai-da-te.

Brandon (Michael Fassbender) è uno di questi. Onanistico ben oltre il significato comune del termine e ai limiti della patologia, vede di rado Sissy (Carey Mulligan, più brava di Fassbender anche se meno in (altro…)


LUNA ROSSA

Un film di Antonio Capuano.

Con Carlo Cecchi, Licia Maglietta, Toni Servillo, Antonino Iuorio, Domenico Balsamo.

Drammatico, durata 116 min. – Italia 2001.

VOTO: 7,5

Chiusa in una specie di bunker circondato da campi dove far correre liberi i cavalli, la famiglia Cammarano punta alla leadership camorristica. Gli arredamenti che guarniscono gli interni sono volgari come i proprietari, sono oggetti che parlano e dicono della sfarzosa e inutile boria della Famiglia. Imbruttiti dagli ostacoli dell’ignoranza, sembrano suppellettili avanzate ai film a luce rossa.

E in effetti tra i numerosi abitanti, tutti parenti o quasi, che vagano nei soggiorni vuoti dove vigila la tv perennemente accesa e in camere da letto affollate, si instaurano stranissimi rapporti sessuali. Molto fisici. Fatti di incesti, rabbiosi rancori edipici, istinti veementi. Sopra tutto e tutti, le agghiaccianti influenze del capofamiglia, il quale cerca di tirare le redini per affermare il comando, ma si trova a dover fare i conti (altro…)


BRÜNO

BrünoTitolo originale: Brüno.

Nazione: Stati Uniti. Genere: Commedia. Durata: 80 min.

Anno di produzione: 2009.

Regia: Larry Charles.

Uscita: 23/10/2009.





VOTO: 4


Il biondissimo, depilatissimo e faschionissimo Brüno vive a Vienna, “la città più figa di Austria”,  dove presenta un programma tv sulla moda molto alla moda, “Funkyzeit”. Sempre in prima fila a tutti i vernissage e alle sfilate più cool, a causa dei suoi estremi tentativi di indossare abiti sempre più impossibili, Brüno arreca un enorme danno durante un défilé a Milano e, per questo, viene allontanato dai ritrovi più “in” e licenziato dalla rete televisiva.

Decide, allora, che l’unica piazza che potrebbe accoglierlo è Los Angeles e pensa di trasferirsi lì. L’obiettivo è, come dice lui, “diventare la più grande star gay del cinema dopo Schwarzenegger” o, comunque, di acquisire la notorietà a qualsiasi costo.

Sasha Baron Cohen/Brüno, credendosi emblema di epicureismo gay, si atteggia per tutto il film con proverbiali polsi spezzati, accento fastidiosamente teutonico, vestiti arditi e sempre smanicati su hot-pants abbassati, circondato da onnipresenti flash fotografici, immagini patinate col flou, bizzarrie comportamentali.  Dopo mezz’ora si capisce come possa già aver scocciato.

Attraverso un’ulteriore trip di e sul travestitismo, Baron Cohen si conferma personaggio nomade e giramondo, sempre in cerca di un posto dove stare per poter dire la sua e di un equilibrio espressivo che dia un senso ai suoi pensieri in libertà.

Questa sua recente produzione è del tutto antipatica, non ha neppure il fascino visivo di un film modaiolo. Non si sa chi abbia potuto osare una similitudine con “Pink Flamingos” di John Waters, ma crediamo che le differenze siano evidenti: laddove Waters assestava un pugno nello stomaco alla società borghese attraverso un pungente utilizzo dei contenuti, Baron Cohen deborda con un tipo di personaggio che è solo veementemente litigioso e aprioristicamente ributtante, senza alcun proposito di approfondimento sociale, antropologico o politico.

I suoi continui scimmiottamenti alle star di prima grandezza lo portano a cercare un ambito dove fare beneficienza, dove poter adottare bimbi che lo rendano celebre, a punzecchiare le religioni come causa dei conflitti contemporanei, a inserirsi nella politica sporca degli uomini che cedono alle lusinghe e alle attrattive del sesso borderline. Tutte istantanee Come mi stanno questi occhiali?parziali e ripetitive che non approfondiscono mai l’argomento affrontato e conducono inesorabilmente alla noia.

Ciò che vorrebbe essere irriverente suona invece inadeguato e con una sovrastruttura narrativa troppo prevedibile; quello che gli autori pensavano di far risultare come balzano diventa un occultamento delle risorse comiche. L’intervista al terrorista islamico, tanto è vuota e inutile, sarà stata scritta in 10 secondi netti. Il bambino africano scambiato per un iPod è una povera vittima, così come lo è la gente di colore, di questo meschino e penoso impiastro dallo sguardo perennemente svampito. Il “comico” non trova mai la misura tra il paradosso e il dissenso, e il guaio è che non si capisce mai veramente da quale parte sta.

Nonostante Sacha Baron Cohen, attore multiforme e individuo votato alla manipolazione estetica, faccia di tutto per scandalizzarci con fellatio immaginarie al di là di ogni ragionevole buon senso e mostrandoci il suo pene roteante dal glande “canterino”, telecomandi infilati nell’ano, frustate e nudità di un sesso sadomasochistico che dovrebbe essere in controtendenza rispetto a quello dei “benpensanti” ma che da’ l’impressione di aver divertito solo gli attori che lo hanno interpretato, il senso di disgusto prende il sopravvento.

Il fatto che abbia scelto di interpretare un personaggio dichiaratamente ed evidentemente gay non inganni: le intenzioni di Baron Cohen non sono quelle di essere conciliante con le figure e le condizioni degli omosessuali. Il suo folle peregrinare tra repubblicani presunti intolleranti e religiosi ortodossi non graffia. E’ solo un cavalcare una condizione sociale del momento per mettere alla berlina usi e costumi dei gay, e lo fa ritraendoli nel peggior modo possibile. Le discriminazioni contro di lui, infatti, sono più che giustificate, il messaggio che arriva è controverso e si insinua un sospetto di malafede… La speranza è che rappresenti se’ stesso e nessun altro. E che, magari, la sua voce predichi isolata Provocante felinonel deserto delle idiozie.

Viste le attuali circostanze (soprattutto nel nostro Paesotto italiano) l’ultima cosa di cui aveva bisogno la “categoria” dei gay era una ventata di aria fritta ai limiti dell’offesa. Insomma, oltre a essere costruito sulla falsa riga dell’accettazione dell’omosessualità da parte di estremisti, il film esce in questo periodo inopportuno di aggressioni omofobe ripetute, impunite e, oltretutto, incoraggiate da una classe politica indifferente.

La regia di Larry Charles, insolito ideatore ribelle, che ricorre a un falso mockumentary e a una finta amatorialità è di quanto più inappropriato si potesse pensare. Già fanno fatica i film con un registro di genere più o meno definito a far accettare un tipo di ripresa e di narrazione così rischioso. A Baron Cohen non rimane altro che soccombere e venire risucchiato da una serie di montaggi accelerati, riprese traballanti e falsi propositi veristi.

Alla fine, il nostro predicatore decide che per sfondare davvero dovrebbe diventare etero. Un triste escamotage per allungare un brodo oramai insipido. Ecco che si appiccicano con lo sputo una congrega di pastori convertitori che dilatano la durata del film a ben 80 minuti!

A Brüno con la dieresi (il quale avrebbe voluto tanto farci divertire al punto da causarci propositi di diuresi) si consiglia di indossare una bella tuta blu e di andare a lavorare. Non c’è bisogno che marci verso lidi lontani. Che inizi pure dal giardino di casa sua.


NIENTE VELO PER JASIRA

Niente velo per JasiraTitolo originale: Towelhead. Nazione: U.S.A. Anno: 2007.

Genere: Drammatico. Durata: 111′.

Regia: Alan Ball.


Cast: Aaron Eckhart, Toni Collette, Maria Bello, Peter Macdissi, Summer Bishil, Eugene Jones III, Matt Letscher, Robert Baker, Lisa Catara.

Produzione: This Is That Productions. Data di uscita: 17 Luglio 2009.




VOTO: 6,5


Siamo nel periodo che comprende la fine del 1990 e l’inizio del 1991.

Jasira (Summer Bishil, meritatamente nominata come Migliore Attrice agli Indipendent Spirit Award) ha 13 anni, anche se sembra più grande. Suo padre lavora alla NASA, a Houston, è di origini arabe ed è favorevole alla Guerra del Golfo, nella convinzione che sia giusta e che presto sia capace di far capitolare Saddam. Peter Macdissi è arrabbiato

Jasira riesce a trovare un posto da baby sitter presso la casa dei vicini. Lavora lì per risparmiare qualcosa per il College ma i suoi interessi sembrano preferire i primi turbamenti e desideri erotici, visto che è appena diventata una donna e intende scoprire la sua sessualità (la pellicola è stata fonte di dibattito tra alcune Associazioni dei Genitori per alcune sequenze senza sottintesi).

Fanno parte della storia altri dirimpettai, una coppia di freschi sposi tornati dalla luna di miele; lei (una Toni Collette deliziosamente allarmata, dallo sguardo angelico e in vena di istinti materni) è incinta e ha una spiccata simpatia per Jasira la quale, inconsapevolmente, sta andando incontro a un pericolo…

Alan Ball (sceneggiatore di “American beauty” e creatore delle serie tv “Six feet under” e “True blood”) esordisce alla regia cinematografica. Ci sono squarci di “American beauty” in salsa mediorientale sul percorso dei suoi primi passi verso il lungometraggio; ciononostante il film si regge in piedi da solo, è autonomo, prende bene le distanze dal capolavoro di Mendes, conserva una tenerezza intima e non lascia molto spazio ai voli pindarici dell’immaginario, restando attinente a un erotismo più reale e vissuto. E poi non cede al dramma fino in fondo.

Detto questo, a suo discapito va evidenziata una forzatura narrativa latente che mira a inglobare ineluttabilmente tutti i personaggi che entrano in contatto con Jasira, a favore di un mix multirazziale che poteva anche essere evitato perché generante solo inutili e prevedibili contrasti. L’espressività di un attore come Aaron Eckhart, limitata alle mimiche imbarazzate durante i viscidi approcci con Jasira, poteva essere utilizzata meglio.


QUERELLE DE BREST

Querelle de BrestTitolo originale: Querelle.

Regia: Rainer Werner Fassbinder.


Con: Franco Nero, Brad Davis, Jeanne Moreau, Laurent Malet.

Genere: Drammatico.


Produzione: Francia/Germania.

Anno: 1982. Durata: 108 min.



VOTO: 7

Tratto dal romanzo omonimo di Jean Genet, “Querelle de Brest” è stato l’ultimo film diretto dal grande Rainer Werner Fassbinder, prima della sua morte a causa di un presumibile abuso di droghe. Arrivò sugli schermi del Festival di Venezia nel 1982, pochi mesi dopo il decesso dell’autore, sull’onda di fragori sensazionalistici a causa dei contenuti e di alcune scene provocanti.

La pellicola racconta le vicende del marinaio Georges Querelle (Brad Davis), sbarcato a Brest con la nave “Vengeur” a capo della quale governa il tenente Seblon (Franco Nero), invaghito dalla bellezza di Querelle. Ma nel porto della cittadina francese il giovane uomo di mare farà la conoscenza dell’ambiguo Nono (Gunther Kaufmann), gestore, insieme alla moglie Lysiane (Jeanne Moreau), di un bordello famigerato chiamato “La Feria”, e incontrerà suo fratello Robert, amante della consorte di Nono. In un paese costiero tutto ricostruito in studio come fosse un porto di una città equatoriale, Querelle vivrà avventure amorose, intrallazzi ricettatori, corteggiamenti subdoli e meschini tradimenti.

La macchina investigativa dei sentimenti messa in moto da Fassbinder ci conduce, come naufraghi stremati, su queste rive perigliose, a diretto contatto con uno dei personaggi più sofferti della filmografia del regista tedesco. Querelle, infatti, attraverso una serie di vicende complicate e un po’ sconclusionate “corre il pericolo” di… trovare sé stesso, di sapere in definitiva qualcosa di più sulla sua identità. E’ egli un angelo, un assassino, un martire, un ladro, un diavolo tentatore? Forse tutte queste personalità allo stesso tempo. Querelle sta per essere "avvicinato" da Nono

Brad Davis, qui al suo meglio per doti recitative e prestanza fisica, regala a Querelle una perfetta aderenza ai progetti contenuti nel romanzo di Genet e a quelli cinematografici pretesi da Fassbinder. Di statura media, rigoroso, ben proporzionato, con gli occhi sprezzanti, i lineamenti regolari, l’espressione severa del viso, i suoi modi glaciali e ombrosi, Davis riesce a sembrare naturalmente impenetrabile, come vuole il copione.

A fare da sfondo, le scenografie, dicevamo, opportunamente e volutamente finte, ricostruite in studio. L’arredamento ha rilievi barocchi e misteriosamente conturbanti (gli specchi e i vetri che disseminano il set sono “marchiati” con stampe e disegni particolarmente increspati ma anche con figure fallocentriche ed esplicite scene di sesso). Disegni osceni di membri turgidi etichettano gli angoli del porto e la zona delle latrine, dietro alla quale corrono i desideri repressi del tenente, in perenne attesa di un allarme che suoni a risvegliare la sua coscienza. D’altronde  le dinamiche che legano tra loro i personaggi hanno tutte un’origine sessuale e nascono da un unico fondamento, il desiderio.

La fotografia si presenta con una grandiosa resa cromatica, evocatrice di un’atmosfera irreale e simbolica, in grado di catturare la percezione dello spettatore e di ammaliare, così, le sue sensazioni. I colori virano dal giallo (quello dominante) al rosso (celebrativo di scene passionali), al blu (più marginale). Le immagini scorrono spesso infuocate come a invocare ardenti propositi di decadenza e morte. Anche i costumi sono realizzati in modo fastoso e stravagante, tra lustrini, paillettes, anelli e pendagli. Nonostante indossi alcuni di questi monili, il personaggio di Lysiane, interpretato da una matura Jeanne Moreau, non è per niente carismatico, attraversato com’è da un insieme di prototipi: amante, amica, veggente e madre.

Tra marinai affaccendati e sudati, senza maglietta o in canotta, alcuni raffigurati con le dovute guance dure e incavate, fa capolino il sesso: stringere un uomo contro il proprio corpo nudo e risplendente è il desiderio di molti fra i protagonisti. La scena della sodomizzazione di Querelle da parte del possente e animalesco Nono è il trionfo della carnalità; tra dolore fisico e morale, e con la saliva grondante sui corpi accaldati, entra di diritto a far parte dell’immaginario omosessuale. Ma, al contrario di Querelle, non c’è nessuna passione in Nono: lui gioca senza voler inquinare i sentimenti. Pretende (e ottiene) solo divertimento, senza alcuna complicazione; ancora una volta l’amore è più freddo della morte.

Il film è disseminato da citazioni e riferimenti letterari, tra l’etica di Plutarco e quella Genetiana. “Ogni uomo uccide ciò che ama”, canta Lysiane in una delle più significative scene del film: per l’uomo sembra possibile amare solo con la fantasia gioiosa e rapida del bambino e, dopo il “crimine” della crescita e della presa di coscienza, gli è concesso unicamente di penetrare in un mondo di sentimenti violenti.

Questa continua letterarietà che traspare per tutta la pellicola, innalza il film a totem estremamente intellettualistico e cerebrale, allettante dal punto di vista culturale ma senza anima. Con “Querelle” abbiamo a che fare con infinite strutture simmetriche, propense a un turbinio di avvenimenti e di concetti. Il risultato è dubbio; ora esplicativo, ora intuibile o epidermico. Quella che è mancata a Fassbinder è la coesione tra fatti e riflessioni: il gioco degli sdoppiamenti voluto dal regista è troppo dichiarato e, nell’ultima mezz’ora del film, compiaciuto e noioso.

Da rimarcare la pubblicazione dell’opera in DVD, rieditata circa 3 anni fa: oltre al film, un’interessante intervista a Franco Nero (che racconta di episodi curiosi sul set e fuori) e un prelibato cortometraggio con Fassbinder protagonista, intitolato “Chambre 666”, dove il regista e attore tedesco ci saluta (quasi come fosse un presagio) da un’anonima stanza-avamposto.

Per ricordare il genio e il vulcano di idee che è stato quel talento debordante di Fassbinder, è necessario rinnovare la visione delle sue opere, prodighe di discussioni e confronti. La sua febbrile e pressante figura avrebbe avuto ancora molto da dire sulla società dei nostri tempi.