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Articoli con tag “Scienza

L’ENIGMA DI KASPAR HAUSER

Un film di Werner Herzog.

Con Bruno S., Brigitte Mira, Walter Ladengast.

Titolo originale Jeder für sich und Gott gegen alle. Drammatico, durata 110′ min. – Germania 1974.

VOTO: 8

Alla larga da copioni stanchi, nel 1974 Werner Herzog rovistò, in vena di rielaborazioni avanguardiste, nella nozione di genesi, alla ricerca del primo concetto di Mondo, della prima volta che qualcuno avesse aperto gli occhi, dell’alba dell’uomo. Non gli importava se c’erano da attraversare deserti, navigare mari o scalare montagne. Quello di Kaspar Hauser (Bruno S.), trovatello esistito veramente intorno al 1830 nei pressi della città di Norimberga e lì condotto per mano da un losco figuro “padre” pentito, fu un percorso ispirato e sognante che dal mare si allontanò per salire, non senza affanni, la montagna irta e faticosa del rischio.

Più volte assistiamo, durante la proiezione, a scenari sfocati, sospesi tra il sogno e un antico ricordo. Il forte (altro…)


LADRI DI CADAVERI – Burke & Hare

USCITA CINEMA: 25/02/2011.


REGIA: John Landis.
ATTORI: Simon Pegg, Andy Serkis, Isla Fisher, Tom Wilkinson, Tim Curry, Jessica Hynes.


PAESE: Gran Bretagna 2010. GENERE: Commedia.  DURATA: 91 Min.





VOTO: 5


Benché sia rimasto lontano dal cinema per dodici anni (la sua ultima regia risaliva al 1998 grazie al seguito dei “Blues Brothers”), John Landis pare non sia riuscito a trovare molte idee, e l’ispirazione di oggi è un po’ offuscata mentre mescola maldestramente i toni offerti dalla storia di “Burk & Hare”. L’umorismo macchiato dalle nefandezze delittuose è stiracchiato, il sentimentalismo verso le donne e l’arte è freddo teatro di maniera, il presunto lato horror della pellicola si riduce a due risibili schizzetti di sangue. Un’arteria recisa è, invece, quella filmica del regista americano, che ci riempie di sviolinate e cornamuse celtiche, in mezzo a donne assetate di soldi più degli uomini mentre (altro…)


SOS I MOSTRI UCCIDONO ANCORA

Un film di Terence Fisher.

Con Peter Cushing, Edward Judd, Carole Gray, Eddie Byrne, Sam Kydd.

Titolo originale Island of Terror. Fantascienza/Horror, durata 89 min. – Gran Bretagna 1966.

 

 

 

 

 

VOTO: 5


Alcune casse colme di equipaggiamento chimico, vengono scaricate in un piccolo porto di un’isola sperduta, al largo delle coste irlandesi. Servono a un ricercatore di nome Lawrence Phillips, misantropo scienziato che collabora con alcuni laboratori di Londra, New York e Tokio (giusto per internazionalizzare un po’ il progetto!) allo scopo di debellare nientemeno che il cancro. Il Dott. Stanley, reso sullo schermo dal volto severo di Peter Cushing, cerca di risolvere la situazione sfuggita di mano allo studioso, facendo appello anche a una certa dose di humour, non sempre usato in modo giusto (alcuni strafalcioni su improbabili doppi sensi sessuali sono da raccapriccio).

I “mostri” del titolo hanno una proboscide dotata di ventose, attaccata a un carapace con le gale, che striscia e all’occorrenza si arrampica; con in rilievo i loro bubboni pustolosi, non rendono la pellicola così meravigliosa dal punto di vista estetico. Nonostante questo, il film mantiene uno stimolante e curioso istinto che ci obbliga a vederne la fine. Alcuni fastidiosi riverberi elettromagnetici, accompagnati da ultrasuoni ed echi sinistri, annunciano l’arrivo dei cosiddetti “silicati”, sfuggiti al controllo degli esperimenti. Le viscose mignatte si cibano di ossa e, quando mangiano, fanno il rumore della ricarica di un grosso orologio da parete, spolpando gli sventurati e lasciando solo i vestiti e un’orrenda poltiglia come avanzo.

Gli interni e gli esterni delle location sono “very british”, tra deliziose tendine, carta da parati e rivestimenti floreali, e brughiere o boscaglie avvolte da una minacciosa foschia. Cushing è orribile nella sua camicia color arancio; mette più brividi dei mostriciattoli. E le stradine dell’isola perlustrate in lungo e in largo dall’automobile che ospita i protagonisti, in un rincorrere confuso di persone scomparse, perde il tempo dietro a indizi messi lì più per far accumulare un minutaggio minimo che per dare spessore alla vicenda.

“Island of terror” (questo il più appropriato titolo originale) è un tipico “prodotto Hammer” girato nei prestigiosi studi della Pinewood a Londra, ed è scritto in modo goffo, a tratti estremamente noioso e ripetitivo, salvato in corner da una regia dignitosa di uno spaesato Fisher che si permette pure qualche bella scena di suspense. Tutto sommato anonimo, inclusa la controversia etica a cui farebbe appello, risalta per la sua candida sciocchezza. Vederlo oggi, per me è un ritorno all’infanzia quando, in uno stesso pomeriggio, ero solito sorbirmi anche per tre volte di seguito lo stesso film. La fantascienza come la si osserva qui, quella fatta dai veri artigiani, purtroppo è sparita: se è vero che la computer graphic ha aumentato il nostro livello di percezione della realtà, ha pure deragliato in quanto a passione e spontaneità.


SPLICE

USCITA CINEMA: 13/08/2010.


REGIA e SCENEGGIATURA: Vincenzo Natali.
ATTORI: Adrien Brody, Sarah Polley, David Hewlett, Brandon McGibbon, Abigail Chu, Delphine Chanéac.

PAESE: Canada, Francia, USA 2009. GENERE: Fantascienza, Horror, Thriller. DURATA: 104 Min.





VOTO: 6


Ginger Rogers e Fred Astaire sono stati due maestri del ballo. Clive Nicoll ed Elsa Cast (Adrien Brody e Sarah Polley), sono due avidi e ostinati maestri dello splicing, l’unione di parti di DNA presi da organismi differenti. Gli scienziati hanno tra di loro un legame sentimentale. Clive è un uomo che difficilmente dice di no, e lei (sopraffatta dall’odio e dall’avversione per la figura della madre) è tanto riluttante all’idea di avere dei figli veri, quanto intraprendente e risoluta nello sperimentare il complicato concepimento in vitro di un feto misterioso che sembra un bulbo atipico, scisso in due parti uguali ma di sesso opposto, chiamate appunto Ginger e Fred.

L’embrione ricavato con un esperimento parallelo grazie all’introduzione di cellule umane viene al mondo, e ha sembianze un po’ bizzarre. La testa è quella di un coniglio spellato, e saltella come un cangurino con le zampe di gallina. Elsa riversa su di lui tutto l’amore negato alle altre creature umane, idealizza l’opera come fosse qualcosa di più di un animale domestico, e lo tratta come un vero e proprio frutto del suo grembo.

Il copione, intanto, espande la già esasperata componente nevrotica e sciocca dei due poveri amanti, in preda a vere e proprie “follie d’inverno”, visto che fuori è tutto innevato. Poi ci mette al corrente che il “lui” è in realtà una “lei” a cui viene dato il nome di Dren, ovvero la scritta al contrario di N.E.R.D. Quest’ultimo è l’acronimo del centro di ricerca presso il quale lavorano gli studiosi, ma anche la prima parola che l’esemplare, già bambina, compone (segnale primitivo di intelligenza) con le lettere dello Scarabeo, e ha, come sappiamo, il classico significato di inetto, sfigato (che l’autore abbia voluto dirci qualcosa?).

Il fascino e al contempo il limite della frastagliata sceneggiatura di Natali è quello di aprire le porte a tanti argomenti quali il rapporto tra gen(etica) e scienza, biologia e finezze scientifiche, tragedie familiari irrisolte e maternità proibite, psicanalisi e filosofia, e di non riuscire a trattarne nessuno in modo compiuto. Giusto qualche spruzzata qua e là che suscita molto interesse ma che fa rimanere un po’ con l’amaro in bocca visti i deboli risultati. Nonostante si parli quasi continuamente di nuove scoperte, di modelli multispecie, di morfogeni e di organismi all’avanguardia creati artificialmente, il film ha poco dell’acuta analisi di Cronenberg ne “La mosca”, e quasi niente della lucida follia di Lynch in “Eraserhead”, tanto per rimanere in territorio canadese o nordamericano. Ritorna l’azzardo di un paragone solo per l’archetipo della malattia e della mostruosità generate dalla specie familiare umana, la più temibile fra tutte quelle idealizzabili.

Poco approfondita è anche l’idea secondo la quale dall’animale ibrido sarebbe possibile estrarre agenti e proteine curatrici che combatterebbero le malattie del bestiame e, forse, dell’uomo. L’origine di una nuova specie rimane un sogno; la genetica dovrà ancora aspettare, così come le potenti ditte farmaceutiche desiderose solo di conquistare la piazza a danno dei concorrenti. Dal momento che i Nostri sono costretti a trasferire l’invenzione dai laboratori alla fattoria di campagna, l’attenzione sembra sulle prime venire un po’ meno; Dren appare sempre più come una femmina ferina avvolta da un curioso fascino diabolico e da un vago sentore di minaccia. I “coniugi” si perdono a rincorrere la loro pargoletta come fosse una bambina bizzosa in stile Bjork, dallo charme sempre più conturbante. Non manca neppure un ballo romantico con Clive (richiamante ancora una volta Ginger e Fred) sulle note di “Begin the beguine”, un parallelismo tra la storia vissuta durante l’infanzia/adolescenza di Elsa, e una complicazione sentimentale con tanto di (ri)congiunzione carnale.

Natali fa di tutto nel tentativo di svignarsela dal classico film di genere, tessendo un drammatico viaggio evolutivo. Un “ballo sul mondo” disinvolto e pericoloso, che rischia di calpestare l’equilibrio naturale dell’universo, collaudando esperimenti biologici nel nome dello sviluppo e approdando a incesti, fortuiti risvolti edipici e morti causate dell’aculeo velenoso e “scorpionato”. Il tutto scandito da una regia tollerabile non scevra da tempi morti, e da una direzione di attori scissa tra la citrulla fissità di Brody e la scaltra profondità della Polley.

Quelli di Natali, entrato di diritto tra gli autori più interessanti dopo lo splendido “The Cube”, sono mondi chiusi, spazi confinati dove far svolgere l’azione; entrare e uscire da queste barriere è difficile. Alla fine c’è sempre qualcuno costretto a continuare l’avventura in solitaria, catturato da una spirale filosofica e immaginifica, che stavolta ha la forma del DNA.


ANGELI E DEMONI – Anteprima

Angeli e demoni

Mancano ormai pochi giorni. Il conto alla rovescia è cominciato. “Angeli e demoni” sta per concretizzarsi in immagini dopo esser stato per 9 anni protagonista delle pagine di uno dei più avvincenti romanzi di Dan Brown, lo scrittore de “Il codice da Vinci”.

E così come per “The Da Vinci Code” anche per “Angels & Demons” si è interessato alla trasposizione il regista Ron Howard. La storia chiama ancora a raccolta il professor Langdon (interpretato da Tom Hanks) questa volta sulle tracce degli Illuminati, una setta antireligiosa creduta estinta che sembra risorgere in coincidenza del rapimento di 4 cardinali in procinto di sostituire il Papa, appena deceduto. L’avventura si trasferirà così a Roma durante il periodo del conclave e accoglierà le vicissitudini del professore, sospeso tra principi legati alla Fede cristiana e razionali dogmi scientifici.

Iniziano qui gli scorrazzamenti attraverso la Città Eterna, alla ricerca dei cardinali rapiti. Il docente Robert Langdon scoprirà così alcune meraviglie della nostra capitale: il Pantheon, la Chiesa di S. Maria della Vittoria (con la magnifica scultura del Bernini rappresentante “l’Estasi di S. Teresa”), Piazza Navona con la Fontana dei Quattro Fiumi (altra opera del Bernini) e, ovviamente, Piazza San Pietro con i suoi Archivi Vaticani e i registri ivi custoditi.

I cardinali sequestrati inizieranno a morire uno dopo l’altro marchiati al fuoco degli ambigrammi rappresentanti i quattro elementi naturali delle cose: Terra, Aria, Acqua e Fuoco. Si immaginano già frotte di turisti in corsa contro il tempo (confesso che anch’io mi sto scaldando i muscoli) assetati di curiosità, anch’essi immaginifici protagonisti di una fantastica avventura sulle tracce dell’assassino con l’occasione di riscoprire Roma in modo un po’ insolito in uno stimolante gioco investigativo. Viene insomma la voglia di andare a vedere con i propri occhi i disegni e le sculture nascoste nelle Chiese di Roma per cercare di ca(r)pirne il significato dei simboli.

Sappiamo che il Vaticano è stato ricostruito in parte negli studi hollywoodiani e in parte nella Reggia di Caserta (sempre “roba” di casa nostra si tratta) ma tutte le altre location avrebbero rispettato l’originale di Brown a eccezione delle Chiese di S. Maria del Popolo e di S. Maria della Vittoria, negate alla produzione dalle gerarchie ecclesiastiche timorose di veder leso, attraverso il film, il loro comune senso religioso. Amen!

Durante il romanzo si è cercato di dare risalto all’obiettivo di conciliare Scienza e Fede perché “La scienza mi dice che deve esserci un Dio, la mente che non lo comprenderò mai, il cuore che non sono tenuto a farlo”. Speriamo che questi propositi ben delineati da Brown nel romanzo vengano mantenuti ed evidenziati anche dal film. Sicuramente i contenuti del componimento oscillano con disinvoltura tra il sacro e l’esoterico non risparmiando alla Chiesa qualche critica di anacronismo neanche troppo velata. Sarebbe bello se il film fosse un’occasione per ridiscutere in modo costruttivo dei temi affrontati nel romanzo, se si aprissero (senza troppe pretese) tavole rotonde sul discorso tenuto alla fine dal camerlengo, il prelato che sovrintende il conclave fino all’elezione del nuovo pontefice, inneggiante alla Cristianità.

In questo momento vorremmo essere tutti un po’ camerlenghi, tanto da poter entrare nella Cappella Sistina e spiare da vicino i suoi segreti più reconditi e le oscure verità dei suoi cerimoniali. Non rimane che attendere il prossimo 15 maggio, quando arriverà l’occasione per decidere da quale parte stare: Angeli o Demoni?