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Articoli con tag “scenografia

I BAMBINI DI COLD ROCK

Un film di Pascal Laugier.

Con Jessica Biel, Stephen McHattie, Jodelle Ferland, William B. Davis, Samantha Ferris.

Titolo originale The Tall Man. Drammatico/Thriller USA 2012. – Moviemax. Uscita: venerdì 21 settembre 2012.

VOTO: 6,5

L’infermiera Julia Denning (Jessica Biel) è una donna bella, dai lineamenti puliti e la faccia d’angelo. Porta lievemente i segni funesti di un matrimonio finito al momento della morte del marito e quelli più chiari di una carne martoriata. Dopo aver fatto nascere il bambino della figlia dell’amica Tracy (Samantha Ferris), grazie all’esperienza acquisita stando al fianco dell’ex dottore della cittadina di Cold Rock, le capita un incidente.

Julia vive in un esiguo centro periferico nel quale, da circa sei anni, si è a diretto contatto con il panico a causa di alcune inspiegabili sparizioni. Oltre una dozzina di bambini sono stati rapiti dal cosiddetto “uomo (altro…)

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GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA

Un film di Pupi Avati.

Con Diego Abatantuono, Laura Chiatti, Luigi Lo Cascio, Fabio De Luigi, Gianni Cavina.

Commedia, durata 90 min. – Italia 2009. – 01 Distribution. Uscita: venerdì 3 aprile 2009.






VOTO: 5


Un’altra pellicola dalla forte impronta autobiografica che a lungo andare annoia un po’, soprattutto nei momenti durante i quali dovrebbe essere più forte, mescolando le storie e incrociandole tra loro. Di solito questa soluzione narrativa accresce l’interesse, ma quella proposta da Avati è scostante. Troppi personaggi e troppo sfilacciate le esposizioni; ognuno va per i fatti suoi e il film perde di coralità.

Una giostra fatta di tipi strani: o timidi oltre ogni modo, o troppo sopra le righe e scemi patentati. Il regista italiano vorrebbe fare tanta simpatia, rinverdire il suo proverbiale senso del malinconico, invece risulta prevedibile e tedioso. Tra enfasi, illustrazione, bozzettismo e paradosso, rimane sempre in superficie, senza lasciare posto al sogno, alla fiaba tout-court, senza slanci miracolosi. Solo triviali bazzecole e qualche dissapore.

Bravo nella direzione degli attori, ma senza quella vivacità travolgente e quella favolosa audacia di altri tempi, Avati non è ripagato, per giunta, dalle loro performance. Il personaggio di Abatantuono ha la profondità di una pozzanghera nelle giornate di siccità, la recitazione della Chiatti passa da una dizione scellerata a battiti di ciglia insulsi, Luigi Lo Cascio trascorre il tempo a ridere come un pazzo e, nella parte del cosiddetto “linfomane”, è credibile come gli scioperi della fame di Pannella.

Si parla degli anni ’50 e non sempre sembra di rivivere quelle atmosfere. Non ci si distacca da questa sensazione di anonimato, e non basta l’utilizzo di un filmino in bianco e nero, ne’ le fotografie annuali appese al muro del bar per alimentare il ricordo di un tempo che fu. Un altro discreto difetto è quello di sbilanciare lo stile elegiaco del racconto d’epoca rapportandolo a una panoramica disillusa su un circolo apertamente maschilista. La scenografia è decentemente ricercata e curata sotto diversi aspetti: la riproduzione degli ambienti bolognesi lungo i portici di Via Saragozza è stata plasmata nella città di Cuneo con dovizia di particolari.

Portabandiera di un cinema intimista, l’ideale avatiano potrebbe anche passare la mano e indossare un paio di occhiali “K” per guardare le femmine sotto le gonne: vedi mai che non riesca a ritrovare un po’ di ispirazione. Nel suo piccolo avrebbe anche potuto fare un altro film, o cambiare bar. Nel suo piccolo.


IL DIVO

Un film di Paolo Sorrentino.

Con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso.

Drammatico, durata 110 min. – Italia 2008. – Lucky Red. Uscita: mercoledì 28 maggio 2008.






VOTO: 9


Novello Hellraiser che si cura l’emicrania con l’agopuntura. Star seguita da un manipolo di guardie del corpo ed esposta alla luce inebriante dei flash. Personaggio quasi metafisico che si rifugia nei confessionali “espiando” (o condividendo) col prete di fiducia le proprie colpe. A proprio agio nella sua deforme postura, è un cattivo gobbo di Notre Dame che frequenta la Chiesa come se ne fosse il padrone, giusto un gradino sotto a quello di Dio (“I preti votano, Dio no”). Solo, insonne, apparentemente apatico e pervaso da uno humour quasi britannico, immerso nelle tenebre come un Colonnello Kurtz in mezzo a una giungla di cemento, fuoriclasse politico invulnerabile e Padrino che elargisce dolci (le pillole rese meno amare hanno fatto la fortuna della DC). Si parla di Giulio Andreotti, il politico italiano più misterioso e discusso dei suoi tempi (ma è opportuno ricordare che è ancora in vita).

Ce lo racconta splendidamente Paolo Sorrentino: con carrellate in avanzamento così come in improvvise rinculate, la sua macchina da presa scivola su oggetti e corpi, fa un uso appropriato di ralenti, macro, primissimi piani suggestivi e rivelatori. Il regista italiano non si ferma mai, danza sul corpo di Andreotti fischiettando, perfettamente a suo agio.

Sconfina nell’onirico e nel surreale, lo sospende e lo interrompe talvolta con un accenno di taglio documentaristico introducendo immagini sgranate, quasi volesse distaccarsi e rinfrancarsi dalla verità e la realtà politica ma sempre lucidamente presente di fronte all’oggettività storica e sociale del nostro paese. Sfiora il manierismo quando lascia eccessivo spazio ai gesti e ai toni di voce di Servillo, costretto a bisbigliare per tutto il film imballato nella gobba e ammiccante dietro la maschera del trucco. E abusa di ricercatezza con una messa in scena estremamente schierata e feroce a dispetto dell’enigmaticità del personaggio.

Poi rimedia con una colonna sonora bella, aggressiva e significativa che va dalla technopop targata anni ’80 di “Da Da Da”, al flauto di Vivaldi, da Bruno Martino alle seducenti track scritte da Teho Teardo. Si infarcisce di troppi dialoghi epici, come le frasi e aforismi senza tempo pronunciati da Andreotti e da chi gli sta dintorno: una battuta via l’altra come schema difensivo dagli attacchi dei delatori. Manca solo quella più famosa: “Il potere logora chi non ce l’ha”, presa in prestito in realtà da Talleyrand, diplomatico francese del XVIII secolo.

C’è bisogno del rassicurante e accomodante refrain di Renato Zero (simbolo perfetto di travestitismo/trasformismo e voltagabbana per eccellenza) nei “migliori anni” per non farsi sopraffare dai dubbi sulla vera identità di chi abbiamo sposato e che ha vissuto sempre al nostro fianco. E questo lo sa bene la moglie Livia, ben interpretata da Anna Bonaiuto.

Lo show deve andare avanti: basta una doppia aspirina e si va in scena come il coreografo di “All that jazz”, a recitare nel teatrino politico italiano approfittando della mancanza di limpidità delle maggiori istituzioni, e le cronache delittuose stanno lì a dimostrarlo. Nella sua abbagliante imperfezione ma sempre con l’urgenza di dire, di esternare le cose che veramente si pensano, rendiamo grazie a questo autore che, caparbio oltre ogni limite, ha saputo ancorare senza indugi e cedimenti, un pezzo d’Italia malandato e corrotto.

“Il Divo” è un frammento barocco, come la scenografia che a volte circonda le vicende con un’incisività visiva senza pari che entra, alla maniera di un vorticoso refrain antropologico, nella nostra memoria e lì si fissa. Coesa con l’incedere del soggetto, a fianco di uno stato emotivo ora misticheggiante ora filosofico, la direzione artistica è una riproduzione amplificata dell’arcano e del contraddittorio.

Ma è il momento di finirla di puntare il dito verso/contro Andreotti: oggi abbiamo a che fare con un nuovo, inarrivabile Divo, talentuoso e tristemente famoso per le battute, pronto anch’egli a calcare vanitosamente la scena politica come quella delle aule giudiziarie.