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Articoli con tag “romanzo

I BAMBINI CI GUARDANO

Un film di Vittorio De Sica.

Con Luciano De Ambrosis, Isa Pola, Emilio Cigoli, Adriano Rimoldi, Giovanna Cigoli.

Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n, durata 90′ min. – Italia 1943.

VOTO: 8

Tratto dal romanzo “Pricò” (1924) di Cesare Giulio Viola, “I bambini ci guardano” è un dolente panorama domestico-genitoriale che dimostra come una coppia non sappia vivere un rapporto con il figlio piccolo. Considerato alla stessa stregua di un gatto fastidioso che sta sempre tra i piedi, Pricò subisce una situazione matrimoniale in evidente crisi romantica, data l’infatuazione della madre Dina (Isa Pola) per un altro uomo. Con lui fugge durante la notte, abbandonando la famiglia: padre (un bravo impiegato di banca), figlio e una domestica, i quali tenteranno di gestire al meglio la nuova imbarazzante situazione.

Pricò ha orecchie che sentono anche al buio delle menzogne e comprendono tristemente situazioni in cui diventa (altro…)

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SCUSA, ME LO PRESTI TUO MARITO?

Un film di David Swift.

Con Jack Lemmon, Edward G. Robinson, Romy Schneider, Senta Berger, Dorothy Provine.

Titolo originale Good Neighbor Sam. Commedia, durata 130 min. – USA 1964.

VOTO: 8

Intorno alla metà degli anni ’60, l’America si svegliava dai sonni agitati dalla troppa perfezione dei colori pastello del decennio precedente. E si apriva a nuove frontiere sociali, culturali e di costume. Via l’ipocrisia e le timidezze del decennio precedente e dentro il “friccico” sentimental-amoroso, la strizzata d’occhio adulterina, l’amore di gruppo (il bridge con 2 morti sembra esser stato superato), la libertà di costume (ammiccamento all’omosessualità tra due mariti), l’indipendenza femminile. Sono questi gli elementi che sconvolgono il tranquillo tran tran di un’agenzia pubblicitaria di San Francisco che, nel suo organigramma, comprende uomini non proprio integerrimi, dediti per lo più al tradimento coniugale.

Pur di soddisfare la voglia di lealtà morale, semplicità, purezza e verità di un venditore di latte supponente e (altro…)


NON LASCIARMI

USCITA CINEMA: 25/03/2011.


REGIA: Mark Romanek.
ATTORI: Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley, Sally Hawkins, Charlotte Rampling.


PAESE: Gran Bretagna, USA 2010. GENERE: Drammatico, Fantascienza. DURATA: 103 Min.




VOTO: 8,5


Una svolta nella scienza medica, risalente al 1952, da’ la possibilità ai dottori di sanare malattie incurabili. La conseguenza di tale conquista ci viene descritta da un racconto a ritroso condotto dalla 28-enne Kathy H. (la talentuosa, “blindata” e perfetta Carey Mulligan). Badante da un paio di lustri di pazienti un po’ speciali, ragazzi che cedono “qualcosa” in cambio della compagnia e del suo sostegno morale, Kathy ripensa ai tempi della frequentazione del college di Hailsham e ai compagni Tommy D. (un viscerale Andrew Garfield) e Ruth (un’impulsiva e sofferente Keira Knightley). Rivede i disastri che Tommy combinava con lo sport e il disegno, i recinti insuperabili della scuola, la rigidità comportamentale dei docenti, il controllo di una situazione che solo adesso appare ostinata e soggiogante.

Una repressione che passava anche attraverso una finta moneta, con la quale poter comprare qualcosa di virtuale o semplicemente inutile. L’illusione “regalata” ai ragazzi si traduceva in oggetti mezzi rotti: bambole senza braccia, ceramiche frantumate, audiocassette ingiallite, delle quali una molto romantica inneggiante al sentimento più nobile. I giovani studenti, però, erano fasciati da ben altre strette: quei braccialetti elettronici, apparati futuristici distintivi, che stonavano con l’ambiente rurale e semplice dove conducevano le loro esistenze; imitazioni simboliche disumane di un domani che potrebbe essere il presente di Kathy, e forse anche il nostro.

Gli educatori di Hailsham, interessati a una vita che potesse spingersi oltre ogni limite, reclamavano non a caso la robustezza fisica dei loro allievi, aiutandoli con l’assunzione di verdure e negando loro le sigarette. La conservazione siffatta nascondeva qualcosa: gli scolari non erano altro che duplicati generati senza padre ne’ madre, incalzati da una copertura medica quasi ossessiva che si compie quando gli stessi vengono messi a far parte di un feroce gioco cannibalesco. I “doni della morte” sono salvifici eppure sempre e soltanto, per forza di cose, temporanei. Chi salverà chi? Chi, tra le due etnie ormai distinte (donatori e riceventi), vivrà meglio e più compiutamente?

L’esplosione di un sentimento, ricchissimo di sfumature, probabilmente non previsto e così fantasticamente esorbitante da distruggere qualsiasi limite, rischia di minare gli esperimenti. L’Amore non riesce a fingere, nemmeno nelle piccole rappresentazioni teatrali volute dalla docente più sincera. Ma il destino è rigoroso, e cerca di abituare al grigio il DNA dei tre protagonisti, uno dei quali vittima di un erotismo manipolato e schematizzato dalla lettura di riviste pornografiche. Il fato si appoggia sugli sguardi di compatimento delle persone più grandi, che già conoscono il terribile avvenire di quegli esseri innocenti i quali si scoprono arenati, come barche su una spiaggia a due passi dal mare.

Nel suo pre-sentimento allarmistico e cupo, Romanek attinge dal romanzo di Ishiguro e dirige con singolare gradevolezza, componendo quadri a ogni scena, fissando la MdP in angoli inusuali e rendendo la forma del film così aperta che la nostra curiosità non può far altro che crescere, attendendo sempre un episodio illuminante e rivelatorio. Partendo da un terzetto d’attori eccezionali, a cui si aggiunge Charlotte Rampling (artista leggendaria e messaggera di un’Arte che non può redimere), l’estroso regista rende mirabile l’idea del trascorrere del tempo, attraverso stacchi morbidi che poi si manifestano improvvisi e brucianti nell’animo dello spettatore. Peccato per l’ultima parte, forse un po’ troppo decifrata, che corre il rischio di circostanziare un’opera per definizione inafferrabile.


IL BUIO OLTRE LA SIEPE

Il buio oltre la siepeUn film di Robert Mulligan.

Con Frank Overton, Gregory Peck, Paul Fix, Brock Peters, Mary Badham.


Titolo originale To Kill a Mockingbird. Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 129 min. – USA 1962.

VOTO: 9


Siamo nel 1932, a Maycomb, nell’Alabama. Una piccola e vecchia città nel profondo sud degli Stati Uniti dove trascorrono senza troppi sussulti le calde giornate estive. Un posto dove le otto e mezza della sera significa che è già tardi ed è tempo di dormire; non ci sono altri luoghi dove andare, niente da comprare. Anche perchè manca il denaro; la crisi del 1929 ha rovinato molta gente e i contadini sono le povere vittime della Grande Depressione.

La storia di Atticus Finch (un lodevole Gregory Peck) e di un processo per molti versi clamoroso è raccontata dalla voce off ormai matura di sua figlia. Il legale è una delle persone più rispettate della città, grazie alla profonda rettitudine che contraddistingue la sua vita professionale e non. La sua realtà sembra destinata a cambiare il giorno in cui Tom Robinson, un nero della zona, viene accusato di aver violentato Mayella, una ragazza bianca, figlia di una delle famiglie più povere e malviste dei dintorni. Il giudice, conscio della situazione in cui versa Tom, decide di nominare Atticus suo difensore d’ufficio.

I figli dell’avvocato, Jeremy detto Jem, e Jean Louise detta Scout, sono orfani di madre. Soprattutto la figura di Scout emerge come quella principale tra le due. E’ una ragazzina che di femminile ha veramente poco; una scavezzacollo che preferisce correre, sudare, sporcarsi e farsi male come i ragazzi piuttosto che comportarsi come una lady e stare seduta a far niente tutto il giorno, vestita di tutto punto. Una bambina-maschiaccio poco avvezza al salotto, al thè, ai biscotti o ai pettegolezzi.

Atticus cerca di crescere entrambi insegnando loro il valore del rispetto del diverso e l’importanza della capacità di comprendere gli altri, coadiuvato dalla bambinaia di colore Calpurnia, anche lei donna saggia di sani principi. C’è una sorta di soggezione nei confronti dell’avvocato da parte dei figli: lo chiamano addirittura per nome e gli rispondono “sissignore”, come si farebbe con un comandante dell’esercito. L'usignolo strappato

L’autrice del libro dal quale il film è stato abilmente tratto, Harper Lee, si è basata su storie della sua infanzia. Attraverso i dialoghi del film sentirete il caldo di Maycomb, tornerete al primo giorno di scuola, piangerete per le ingiustizie che le persone affrontano. La penna sensibile e vivace degli sceneggiatori consente di meditare sull’umana incoerenza, in una società che maschera il suo razzismo senza affrontarlo.

Il nucleo fondante del romanzo viene da una vicenda che aveva turbato la scrittrice nella sua infanzia, più precisamente i processi di Scottsboro del 1931. Durante quei dibattiti, nove ragazzi di colore furono accusati di stupro da una donna, che si era inventata la cosa per non essere a sua volta condannata perchè stava portando una minorenne in un altro stato per scopi poco ortodossi. Uno dei nove era dodicenne all’epoca dei fatti, tutti furono riconosciuti colpevoli in un primo momento e diversi di loro furono anche condannati a morte; la giustizia fece il suo corso e i ragazzi vennero scagionati dal primo all’ultimo senza che nessuna condanna definitiva fosse stata eseguita, ma qualcuno di loro passò diversi anni in galera. Harper Lee ha reso coinvolgenti anche le ingenti parti dedicate esclusivamente alla discussione del caso in tribunale, laddove il film sembra perdere qualche colpo a causa di una scrittura piuttosto piatta e di una regia particolarmente statica.

L’attacco della pellicola è, invece, straordinario: un pianoforte dolce e una nenia canticchiata da un bimbo che apre una scatola di ricordi e giochi infantili (pastelli, una spilla da balia, biglie, una chiave, qualche moneta, un orologio a scandire il tempo che passa, due statuine fatte col sapone), una serie di dissolvenze a svelare il disegno che si sta formando sotto la mano incerta e fantasiosa del ragazzino, presto seguite dall’orchestra imponente di Elmer Bernstein che ci fa librare con l’immaginazione. Il disegno è quello di un volatile, strappato subito dopo dal bambino mentre ride compiaciuto.

La centralità del mondo infantile è costante in tutta l’opera cinematografica: questi “uccellini” imberbi si arrampicano sugli alberi del giardino, hanno voglia di giocare a football, si vantano di aver imparato a leggere prima degli altri fanciulli (come sono cambiati i tempi…) e si accontentano di trascorrere le giornate dondolandosi a un’altalena, tirando di fionda e misurandosi in piccole prove di coraggio. Quando arriveranno i primi giorni di scuola bisognerà dismettere i vestimenti di tutti i giorni per lasciare spazio a quelli formali e rigidi voluti per l’apprendimento, l’adolescenza bussa alle porte più velocemente di quanto essi stessi non si aspettassero.

Il pericolo dei cani rabbiosiL’importanza del ruolo fanciullesco è esaltata anche dalla descrizione e dalla caratterizzazione che viene fatta dei personaggi secondari, in particolar modo dei vicini. L’anziana bisbetica che ha bisogno di riverenze e sottili devozioni per smorzare il suo lato stizzoso e antiquato insegna ai ragazzi dell’avvocato l’importanza della mediazione, mentre il vicino silenzioso che rinchiude e incatena in casa il figlio che l’ha ferito con le forbici li educa al rispetto e all’obiettività. Elemento, quest’ultimo, fondamentale per la chiusura dell’intera vicenda.

La scelta di girare il film in bianco e nero è funzionale, soprattutto nelle scene notturne: sono ottimamente rappresentati il buio, le ombre di animali ostili e di uomini cattivi al di là delle siepi, dove si covano vendette e frustrazioni, dove il razzismo diventa uno sfogo per la troppa rabbia sopportata e mai espressa. Bianco e nero, proprio come i colori delle pelli della gente del sud. Destra e sinistra, come due opposti schieramenti politici, modi di pensare, lati antitetici ed equivalenti di una stessa fisicità. Proprio quella materialità che durante il processo sarà decisiva per capire da quale parte sta l’innocenza e dove la vera colpa.

I meschini uomini di Maycomb, vittime della povertà e dell’ignoranza, mettono a repentaglio la vita di un uomo. Il loro senso di colpa motiva il contegno di una società arroccata intorno a codici antichi e severi che sono ancora ben lungi dal poter essere superati. Con la cinica sicurezza che nessuno possa mettere in dubbio le loro parole, i loro intenti. I preconcetti sono duri a morire, è ancora troppo presto per la rigida società dell’epoca che non cerca mai di vedere le cose da un altro punto di vista. Nonostante la schiavitù non esista più formalmente, di fatto si è creata una comunità che fa dei neri degli emarginati. Chi si oppone a questa realtà deve ovviamente pagarne lo scotto.

Piuttosto che rispondere con la violenza alle prevaricazioni e alle provocazioni di una collettività che si sente troppo sicura di se’, pronta a sparare a un usignolo (“To kill a mockingbird”, come recita lucidamente il titolo originale), è meglio controbattere con lo sguardo puro di un bambino e rimuovere lo sporco con una passata di fazzoletto o con una carezza. Anche perché la violenza non può che portare, inevitabilmente, altra violenza.

La regia equilibrata ed essenziale, quasi invisibile a chi assiste alla proiezione, coinvolge lo spettatore magistralmente e lo conduce lungo un sentiero che è ben delineato, analizzando passo passo una vicenda che si fa sempre più intensa, coinvolgente, penetrante, ben scritta e foriera di riflessioni importanti.

Prendiamoci a cuore i bambini che sono al centro delle nostre vite, riconosciamo loro l’importanza che meritano, per una volta buttiamo il cuore oltre l’ostacolo e, con audacia, incrociamo i loro sguardi, sentiamo cosa vogliono dirci. Alcuni di loro saranno oltremodo scaltri e vivaci, altri troppo sinceri e indolenti non scenderanno mai a compromessi. Ma appariranno tutti splendidamente genuini nella loro innocenza. A ognuno di noi è riservata una scatola dei ricordi da aprire, prima o poi. Dentro potremmo scoprire i motivi per i quali siamo ancora in vita: un candido messaggio di speranza per un futuro migliore.


IL BUIO NELLA MENTE

Il buio nella menteUn film di Claude Chabrol.



Con Sandrine Bonnaire, Jacqueline Bisset, Isabelle Huppert, Jean-Pierre Cassel.




Titolo originale La cérémonie. Drammatico, durata 111 min. – Francia 1995.



VOTO: 9

Il miglior cinema genera inquietudine.
Il miglior cinema ci disturba , insinua il dubbio e non rassicura.

“La Ceremonie” , in Italia uscito con l’efficace titolo “Il buio nella mente”, è ispirato (e non tratto!) dal romanzo di Ruth Rendell “La morte non sa leggere” e ci riconsegna uno Chabrol in splendida forma in uno sconcertante e feroce apologo sull’invidia di classe.
Dalla sequenza introduttiva, nella quale riconosciamo come tipicamente suo il contesto della provincia francese, il prolifico regista ci immerge lentamente in una vicenda oscura.
Sophie (Sandrine Bonnaire ) viene assunta dall’agiata famiglia Lelievre come governante e lo spettatore capirà poco dopo che nel passato (ma anche nel presente ) della ragazza c’è un segreto inconfessabile. L’amicizia con con Jeanne (Isabelle Huppert), stravagante impiegata dell’ufficio postale del paese ,sarà la classica goccia che farà traboccare un vaso ricolmo di odio represso e d’insoddisfazione sociale.


Da perfetto entomologo, in questo caso non così manicheisticamente schierato come taluni hanno voluto vedere, il maestro francese ci turba con una vicenda dai contorni splendidamente ambigui.
Provate voi a capire chi sono i buoni e chi sono i cattivi…chi le vittime e chi i carnefici. Al buon Chabrol piace spiazzare pubblico e critica , tant’è che nelle interviste che accompagnarono la presentazione della pellicola al festival di Venezia disse che questo era il suo film più marxista! Sandrine Bonnaire e Isabelle Huppert
Mica vero monsieur Chabrol! Solo uno spettatore ingenuo e sprovveduto potrebbe prendere questa dichiarazione per oro colato e interpretare l’incredibile epilogo in termini di rivoluzione sociale.
Il miglior cinema è la realtà senza orpelli, nuda e cruda, con tutte le ambiguità del caso.
Il miglior cinema non pretende di spiegarci la realtà e di fornire una tesi.
Inopportuno rispondere a chi, come spesso capita quando ci si trova di fronte ad una trasposizione di un testo letterario, ha visto snaturato e semplificato il romanzo della Rendell: questione antica quanto il cinema stesso.
Il miglior cinema d’autore rielabora un testo e un linguaggio facendone qualcosa di personale.
Qui lo stile di Chabrol, nel suo genere prediletto (il noir) è come sempre elegante e preciso; fluidissima la sua macchina da presa sempre attenta a scrutare i volti e i gesti anche quelli apparentemente insignificanti.
Cast perfetto: la Bonnaire e la Huppert sono di una bravura disumana e sono state ineccepibilmente premiate come migliori attrici al festival veneziano.
Un film da vedere e da amare.