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THE BOX

USCITA CINEMA: 21/07/2010.


REGIA e SCENEGGIATURA: Richard Kelly.
ATTORI: Cameron Diaz, James Marsden, Frank Langella, James Rebhorn, Gillian Jacobs.


PAESE: USA 2009. GENERE: Fantascienza, Thriller. DURATA: 115 Min.




VOTO: 7,5


Con Richard Kelly si vola. Aerei, sonde, viaggi ai confini della realtà, portali del tempo, misteri, fantasie… C’è sempre qualcosa che cade dal cielo: dopo il motore di un aereo è la volta di un fulmine. Il regista dell’adoratissimo “Donnie Darko” pare aver ridotto la sua vena creativa: se è vero che il suo primo lungometraggio ha colpito per il suo estremo equilibrio tra autorialità e contenuto, la prova successiva si è rivelata col fiato corto e priva di idee. Adesso, dopo 8 anni dal suo lavoro più conosciuto, Kelly ha il coraggio di ripresentarsi con una pellicola per niente facile, nella quale dirada la messa in mostra della sua arte oratoria e la bramosia di “apparire” senza “essere”. Corre il rischio di andare fuori dal tempo, tallonando un periodo e un genere fuori moda, malgrado ciò rimanendo coerente a se’ stesso.

Ed ecco, dopo Donnie, ancora un giardino, ancora un vialetto, ancora scene di vita familiare con tanto di saluti imbarazzanti (l’amore genitoriale è così fastidioso?) al figlio che va a scuola, occhiate affettuose al marito, merende preparate, giornate impostate secondo i crismi di una buona ortodossia da parte dei coniugi Lewis. Cambia il paesaggio, il riferimento temporale, il tenore di vita, il clima, ma il wormhole è rimasto lì, pronto a inglobare altri “poveri” cristi smarriti e interdetti.

La location è quella di Langley, in Virginia, sede centrale della C.I.A. La malferma insegnante Norma (un’intensa ed espressiva Cameron Diaz) mancante di quattro dita a un piede e il suo marito Arthur che lavora alla NASA, vivono felici e contenti. Almeno fino all’anno del Signore 1976, quando Babbo Natale arriva sotto le mentite spoglie di Arlington Steward (Frank Langella): al posto della folta barba bianca ha una voragine alla guancia sinistra, sgraziatamente consumata dal fuoco delle fiamme. E invece di passare dal camino, col suo sguardo lontano chiede di entrare in casa come fosse un vampiro che ha bisogno di essere invitato. Mette sul tavolo un congegno con un pulsante il quale, se premuto, farà morire uno sconosciuto e regalerà all’esecutore un milione di dollari. Il Santa Claus tentatore (o, se preferite, l’alieno resuscitato) pare venuto per creare il caos, instillare dubbi, insicurezze, insidie. Il periodo è quello giusto: l’America sta vivendo una recessione economica parallelamente (s)bilanciata dalle conquiste spaziali sul pianeta Marte (Morte?).

L’emorragia finanziaria viene effigiata da una serie di epistassi inarrestabili che colpiscono il preside della scuola, un invitato al ricevimento di prova per il matrimonio della sorella di Norma, la balia dei coniugi Lewis, lo studente che si prende malignamente gioco del difetto fisico dell’insegnante. Tutti personaggi alle “dipendenze” di Steward. Il nuovo film di Richard Kelly attacca gli apparati fisici e sensoriali, ha tutta la beffarda doppiezza etica della storia di Matheson da cui è tratto, e alcune atmosfere narrative, musicali e di apprensione tipicamente hitchcockiane che nascondono McGuffin fin dal titolo (la scatola non è il vero elemento a cui prestare attenzione). Si avvale di una scena inquietante che si snoda tra i labirinti di una biblioteca, dove alcuni “dipendenti” (mentali e magari anche salariati) seguono come zombie in catalessi l’odore delle pagine di file segretati e le epidermidi di una coppia di sposi ormai prossima alla sconfitta.

Il ragazzo di Newport News, citata fieramente su una cartina della Virginia, ci sa fare con la macchina da presa: primi piani e carrelli in avvicinamento che a volte appaiono come soggettive mascherate, panoramiche, improvvisi dettagli rivelatori, si diletta a giocare con le fiamme del fuoco, sempre e comunque distruttive. Perché anche gli alberi di Natale potrebbero incendiare. Preso dal fuoco della passione e un po’ fulminato, sbaglia grossolanamente quando, in preda a un raptus esplicativo e cercando di sbrogliare la situazione, inverte i tempi di un rapimento.

Per fortuna l’autore non cade nella trappola della facile schematicità delle situazioni. Tanto per parlare fuori dai denti, la ripetuta evidenziazione del difetto fisico di Norma non è solo un vuoto di sceneggiatura da riempire per catturare l’attenzione dello spettatore più sprovveduto o un “modus scrivendi” messo lì per colmare il tempo che passa. No, l’ideatore ha voluto marcare deliberatamente questo aspetto per creare un parallelo viscerale tra il vissuto di Norma e quello di Arlington, e per rivelare come ambedue si rapportino al dolore, al senso di moralità e responsabilità.

Poco a che vedere ha il riferimento a una possibile misoginia di fondo: alla stazione di polizia si sente chiaramente pronunciare da un’agente di “un altro delitto familiare, stavolta toccato alla moglie”. D’altronde non credo che il regista abbia mai pensato di sfiorare questo tipo di concetto. Anzi, all’interno delle sue pellicole si respira un’aria di particolare devozione degli uomini nei confronti delle donne. Basti pensare al sacrificio di Donnie o al regalo di Natale pensato per la moglie in quest’ultimo film.

Ormai Kelly sembra volerci dire che non esiste via di scampo per nessuno (leggi il “no exit” scritto sul parabrezza, sulla lavagna e sulla porta della rappresentazione teatrale), ognuno costretto nella sua scatola, sia essa una casa, un’automobile, la tv o, ineluttabilmente, la propria tomba. Perché tutti muoiono. E questa volta non sono soli.

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DONNIE DARKO

Donnie DarkoUn film di Richard Kelly.

Con Jake Gyllenhaal, Jena Malone, Noah Wyle, Mary McDonnell, Drew Barrymore, Maggie Gyllenhaal, Patrick Swayze.



Drammatico, durata 108 min. – USA 2001. Uscita: venerdì 26 novembre 2004.





VOTO: 9


Accompagnato da una colonna sonora che è parte integrante del film, “Donnie Darko” si avvale di pezzi cupi e profetici come un coro greco (su tutti la splendida “Mad World”, riproposta in questa occasione da Gary Jules e da un pianoforte accogliente, struggente e lirico, e l’ipnotico valzer “in the 4th dimension”) e di alcune tra le migliori pop-songs degli anni ’80 (INXS, Tears For Fears, Duran Duran, Joy Division).

Il riferimento alla musica è una premessa necessaria a comprendere gli intenti del regista Richard Kelly: egli non ha voluto rappresentare solo il classico “nerd”, lo sfigato per antonomasia del liceo [pochi amici, cattivi rapporti coi professori, scarso seguito nella scuola (“Went to school and I was very nervous, No one knew me, No one knew me”)]. Donnie ha, infatti, una doppia personalità, è sonnambulo (“And I find it kind of funny, I find it kind of sad, The dreams in which I’m dying Are the best I’ve ever had”), sociofobico, schizzato, si muove catatonico (“No expression, No expression”), dipendente dai suoi medicinali, goffo, inadeguato, con i capelli “sparati” quasi come Jack Nance in “Eraserhead” e tormentato dalla pubertà (che vivi a fare se non hai il pisello?).

Ecco, dunque, che la musica ci aiuta a capire che le realtà con cui entra a contatto Donnie sono numerosissime e da queste ne viene plasmato, come fossero un viaggio alla scoperta della propria identità (le tematiche liriche sono come quelle narrative: a tratti volutamente ridicole, fantastiche, assurde). Maleintenzionato

Non possiamo non paragonare certi contenuti a quelli di Lynch e, in particolare, al film “Velluto blu”: ambedue iniziano in un giardino con utilizzo massiccio di scene al ralenty; il verde che si estende davanti alle case di provincia (“All around me are familiar faces, Worn out places, Worn out faces”) nasconde l’orrore degli scarafaggi oppure è presagio di imminenti sventure (la madre di Donnie legge “IT” di Stephen King, il trauma nascosto dietro l’apparente felicità).
Tutt’e due le pellicole hanno nel personaggio di Frank (Dennis Hopper nella “versione” dell’86, un coniglio in quella del 2001) la raffigurazione del male, quella che (s)muove, invita, esorta Jeffrey Beaumont/Donnie Darko ad avvicinarsi alla vita, a rinascere, ad aprire gli occhi (o le orecchie), a crescere.

Di tempo ne rimane poco: 28 gg, 6h, 42′, 12″, giusto 4 settimane.
Un arco temporale sufficiente per introdurre il pensiero sovversivo del film: la distruzione come moto primo che porta al cambiamento, alla RI-costruzione (l’elemento ACQUA per allagare la scuola, l’elemento FUOCO per bruciare la casa dell'”Anticristo/Pedofilo” prestato da Patrick Swayze). Donnie agisce per conto di Frank (in realtà suo perfetto alter ego) con un sorriso un po’ ebete ma decisamente consapevole che le sue vendette siano, in qualche modo, giustificate; un invito esplicito, insomma, a rivedere l’intero sistema educativo americano.

I cosiddetti “grandi”, le persone mature, quelle che dovrebbero rappresentare la guida per i giovani, trascinano invece questi ultimi nell’apatia e nella follia precostituita nel nome del senso di responsabilità, della moralità e del richiamo ai valori familiari (chissà dove potremmo posizionarli sulla Linea della Vita? FEAR <———————–> LOVE). Oscuri presagi

Siamo nel 1988, alla vigilia delle elezioni presidenziali (lo scontro politico è tra Dukakis e Bush senior), e il film è sarcastico sulla fine dell’era reaganiana, anticipando pure un aereo che porta distruzione (“It’s a very very Mad world, Mad world”. Nel 2001 la sua prima uscita registrò incassi modestissimi).

Ricordo la bella regia di Kelly: i movimenti sinuosi della sua mdp, il sapiente uso del ralenty soprattutto nelle scene ambientate nella scuola (i piani sequenza che riescono a caratterizzare i personaggi senza farli parlare, con i Tears For Fears in sottofondo), la sua ricerca d’intimità nel momento in cui Donnie decide di “cedere” al tempo che sta per scadere (“Hide my head I want to drown my sorrow, No tomorrow, No tomorrow”), perché “Ogni creatura sulla terra quando muore è sola”.

Questo film rimane un’esperienza individuale, un insieme di emozioni liberate dall’immaginazione; il suo bello è che nessuno può arrivare a una conclusione e a un’interpretazione obiettiva e univoca (“Going nowhere, Going nowhere”).

Where is Donnie?