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PULP FICTION

Un film di Quentin Tarantino.

Con John Travolta, Samuel L. Jackson, Tim Roth, Amanda Plummer, Eric Stoltz, Bruce Willis, Ving Rhames, Uma Thurman, Rosanna Arquette, Harvey Keitel, Maria de Medeiros, Christopher Walken, Steve Buscemi, Quentin Tarantino.

Hard boiled, durata 154 min. – USA 1994.

VOTO: 8

La faccenda non è la bambina in pericolo. La faccenda è una rapina in banca fatta con un cazzo di telefono!”.

Mentre la funzione del cinema classico era quella di utilizzare le “contraffazioni” narrative per generare interesse nello spettatore, “Pulp Fiction” fa vedere come le illusioni e i McGuffin prestino servizio a un disordine nei ruoli, a uno scombussolamento d’animo solo per il gusto di togliere gli equilibri e le certezze in chi vede. Non si sa più per chi parteggiare (ammesso che ciò sia indispensabile). Non si sa cosa c’è dentro la celeberrima valigetta, però siamo contenti di osservare i personaggi mentre la rincorrono, la possiedono, guardano cosa c’è dentro, divisi tra stati d’animo opposti. La valigetta non è nient’altro che quell’elemento-icona un po’ misconosciuto che ritroviamo sui nostri desktop, e che non siamo in grado di sapere bene a cosa serve finché non ci clicchiamo. Ammesso che il sistema operativo permetta questa funzione.

E’ un’incertezza che non tocca minimamente l’idea registica che Tarantino ha avuto per svolgere questo film. Pochi movimenti, macchina da presa quasi fissa, qualche stacco, nessuna iperbole visiva e la rinuncia a un montaggio rapido. La preferenza è ancora una volta verso i tempi lunghi, ingranditi così tanto da risultare quasi insostenibili. Tra quelli che restano maggiormente indelebili c’è il pigro piano sequenza in steadicam che riprende Vincent e Jules prima dell’incursione nell’appartamentino degli spacciatori e, con le stesse caratteristiche ma leggermente più corto, il trepidante rientro a casa di Bruce Willis nel tentativo di recuperare “The gold watch”.

Delizioso è il pedinamento che, fatto alle spalle di John Travolta, ci introduce all’esplorazione del “Jack Rabbit Slim’s”, locale dalle morfologiche sembianze risalenti a un’altra epoca. Le panoramiche ondeggianti in semisoggettiva, ci permettono di distinguere i camerieri-controfigura di Zorro, Marylin Monroe, James Dean, Mamie Van Doren. A questa sequenza segue la gara di twist, diretta con un’invidiabile attenzione verso il tempo reale, con tanto di ricognizione sulla levata di scarpe di Travolta e Thurman a dare un senso naturale di consequenzialità. Una delle scene più belle è in aggiunta il “buco” di Vincent Vega: montaggio in parallelo tra la preparazione della dose nella casa dello spacciatore, con inquadrature tutte provenienti dal basso, e il viaggio in auto, i capelli al vento e, all’orizzonte, un fondale smaccatamente “dipinto” da immagini girate in precedenza, un po’ come si faceva nei vecchi film d’epoca. Quasi tutti gli spostamenti in auto sono così: è l’esaltazione della simulazione e lo svelamento di personaggi sempre più somiglianti a eroi dei disegni animati (lo “sconfinamento” di “Kill Bill” sarà, al riguardo, illuminante e accolto da chi scrive con enorme liberazione).

Non tutto il lavoro prodotto ha i suoi buoni risultati. A volte il ritmo ne risente: la pellicola si carica di staticità per via di una sceneggiatura che si dipana lentamente. La parola è sovrana, domina l’intera scena e ci coinvolge nella sua arte affabulatoria, offrendoci una mistura vigorosa di elementi di genere acquietati da un cerimoniale lessicale nel quale i dialoghi alternano mediocrità a intelligenza, non spingono mai verso un’azione certa (e il non sapere il futuro mette ansia in chi guarda/ascolta), avvicendando stili beffardi ad altri stolti e fingendo di rappresentare una filosofia che non c’è.

Ha problemi di peso”.

Cosa deve fare, poveraccio, è samoano!”.

Per fortuna arriva in soccorso l’ironia. Tarantino e Avary, autori dello script, hanno inserito alcune mirabili perle di sarcasmo, turpi e sconvenienti. Come quando veniamo informati di un tizio che ha tenuto nascosto un orologio nel sedere per 5 anni, per poi morire di dissenteria. Oppure quando Bruce Willis si trova costretto a scegliere tra una mazza da baseball, una motosega e una bella katana… Ci sarebbe da soffermarsi anche sulla “fine” tragicomica che si svolge nel RETRO del negozio di elettronica per sollevare un dubbio sulla presunta omofobia dell’autore, ma non ci sono elementi sufficienti per formulare un eventuale “rimprovero”. Il dialogo sul massaggio ai piedi all’interno del ristorante invece, è frivolo e drammatico allo stesso tempo: da una parte sappiamo trattarsi di un atto che non dovrebbe giustificare moti di gelosia, dall’altra conosciamo il destino del “predecessore” di Vincent Vega, il quale ha fatto davvero una brutta fine. Ridere della morte, forse per scacciarla, è una risorsa che lo spettatore conserva per poi rituffarsi nell’intrigo feticista, dato che Tarantino, di lì a poco, sarà ancora una volta alle prese con i piedi…

A sostenere l’ossatura di “Pulp Fiction” provvedono anche i luoghi frequentati dai personaggi. Non poteva mancare il fast food che, oltre ad aprire e chiudere il film, quasi a volerlo contenere e proteggere da un’identità prettamente “americana”, esalta la popolarità della pellicola, indirizzandola verso quella collettività trasversale che si riconosce in un territorio così comune e accessibile. Così come abbordabile risulta l’automobile, oggetto prezioso tanto da essere accudito e pulito; luogo deputato alle confessioni (su “cosa fare ad Amsterdam quando sei vivo”, sui cibi più prelibati per palati americani ordinari), ai nascondigli di droga, armi e cadaveri, e finanche utilizzato come tavolo nel locale alla moda frequentato da Mia e Vincent. Il rettangolo con linea tratteggiata è invece l’isola che non c’è: non dimentichiamoci che siamo in un fumetto, e a volte le parole non servono. Basta un mezzo grugnito e tutto si spiega da se’.

La sensazione è che, col passare del tempo e dopo ripetute visioni, “Pulp Fiction” non mantenga tutta quella forza che lascia dopo il primo impatto. Probabilmente i tempi dilatati appesantiscono alcune scene rendendole prevedibili. Tarantino rimane un esponente di un nuovo modo di parlare allo spettatore; il rischio è quello di annoiarlo o di prenderlo per sfinimento, tante sono le elucubrazioni a volte così personali e soggettive che minano alla base il suo intento. Forse il metodo non è così indispensabile al cinema, però ben si adatta al nostro presente così “fluido”, pronto ad assorbire velocemente qualsiasi sottotesto, trangugiandolo senza pretendere che ci si fermi a pensare al gusto. Tutto sommato, alla fine, sentiamo che la pellicola non ci ha trasmesso un messaggio particolare e non ha assunto un punto di vista sociologico ben preciso. Nella sua intenzionale esteriorità si possono cogliere quelle affamate scie post-moderne che tanto si sono vantate di esistere grazie all’accumulo di informazioni, senza che si siano dannate troppo a decifrarle criticamente. Bastava servirsi del piacere dato dal libro/testo e rompere con il piacere dato dalla sostanza. Probabilmente le vere innovazioni si sono come esaurite. Sono rimaste le mute apatie.

L’opera di Tarantino resta un fenomeno di costume e un cult ormai indiscusso. Ostenta legioni di fedelissimi, pronti a citare a memoria alcune battute del film e a esaltarne la cultura pop. Lo stesso regista, come per giustificarsi e dare un tono autorevole a ciò che sta per esporre, all’inizio del suo film ci informa che l’American Heritage Dictionary definisce “pulp” una massa di materia informe e molle (viscere, carne martoriata e cervelli sbriciolati?), oppure un libro che tratta di argomenti sinistri, normalmente stampato su carta di qualità inferiore. Per l’appunto.

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THIS IS IT – Recensione

USCITA CINEMA: 28/10/2009.


REGIA: Kenny Ortega. ATTORI: Michael Jackson.


PAESE: USA 2009.
GENERE: Documentario, Musicale. DURATA: 111 Min.




 


VOTO: 6,5


Maschera ormai grottesca, che traspare specialmente quando intona liriche d’amore e nenie cullanti, Michael Jackson sembrava avere ancora dalla sua la forza d’animo di uno che intende fare le cose al meglio. Perfezionista con strumentisti, ballerini, scenografi, fonici, e con l’intento di essere civile e rispettoso anche di se stesso. Dedito a una ricerca maniacale nella creazione del sound (uno studio perenne tra l’uso acustico, quello funky e un altro quasi rock), il mondo in costruzione del palco sul quale avrebbe dovuto esibirsi per ben 50 volte è circondato da un misterioso e affascinante effetto lunare, quasi mistico.

Incantevole durante lo sviluppo sulla direzione delle voci, i tempi e le modulazioni dei toni vocali, in assolo e/o in coro, Michael dimostra di avere una riserva polmonare abbastanza invidiabile e la solita bravura da performer di razza. La leggerezza e l’ironia di certi scambi di vedute con Ortega, durante le infinite prove dello show, danno una sensazione quasi irreale di forte presenza dell’artista, come se la sua dipartita fosse una storia inventata, e lui esistesse ancora oggi, usuale dispensatore di amore e pacificazione.

Con il volto scavato e scheletrico, risultato dello scempio rivolto contro il proprio aspetto ormai costituito da guance e orbite incavate, Michael si copre con un paio di grandi occhiali da sole e con un’abbondante capigliatura corvina. La grande contraddizione tra la sua esteriorità e il suo animo buono, aveva partorito l’idea di una scaletta anticonformista, con un imprevedibile e colorato omaggio ai Jackson Five. Spesso Jacko, in questo caso impegnato a rinverdire i fasti e i “passi” delle sue prime apparizioni nel mondo dello spettacolo, è stato accusato di essersi voluto affrancare dalle proprie origini, tagliare i ponti col passato, in un moto egoistico estremo e quasi folle. Non si intravede nulla di tutto questo dallo spettacolo ideato a tempo di record da Ortega, e sinceramente non mi sembra questa la sede per giudicare e indagare oltre sulla vita privata di MJ, lasciando per una volta il giudizio alle immagini del documentario/backstage in questione.

Il regista Ortega, anche produttore, si affida a qualche dimenticabile split e a poche altre invenzioni, soprattutto di montaggio. Probabilmente neutralizzato dalla mancanza di materiale visivo sufficiente a lavorare con consistenti filmati in post-produzione (di solito si pone il problema contrario), le inquadrature dietro le quinte risultano statiche e ripetitive, non supportate da idee originali e sufficientemente vigorose. Geniale il lavoro di ricostruzione e di sovrapposizione delle immagini con un paio di noir del 1946 (“Gilda” e “Il grande sonno”), durante le quali MJ interagisce ironicamente con Rita Hayworth e Humphrey Bogart, per poi lanciare un balletto straripante sulle note di “Smooth criminal”. Peccato l’uso delle tracce musicali primigenie usate in occasione di “Thriller”, “Earth song”, “Billie Jean” e “Man in the mirror”: nel complesso fanno perdere un po’ di magia, e dissipano il grande lavoro fatto con il trucco nel ricreare gli zombi più famosi mai apparsi in un videoclip.

“This is it” resta un quadro incompiuto che sfortunatamente non si riempirà mai. Una preparazione, interrotta dopo appena due mesi di lavorazione da un evento dolorosamente tragico, che avrebbe potuto essere un tassello memorabile in quel fantastico mosaico pop messo insieme in decenni di straordinaria carriera da parte di uno dei più grandi artisti musicali che il mondo abbia mai conosciuto.

“Your lonely days are gone”, Michael.


BASTARDI SENZA GLORIA

Bastardi senza gloriaUn film di Quentin Tarantino.

Con Brad Pitt, Eli Roth, Michael Fassbender, Christoph Waltz, Diane Kruger.


Titolo originale Inglourious Basterds. Azione, Ratings: Kids+16, durata 160 min. – USA, Germania 2009. – Universal Pictures. Uscita: venerdì 2 ottobre 2009.






VOTO: 8


“Inglourious basterds”, ovvero quando il contesto storico diventa un pretesto per alimentare la voglia e l’interesse esclusivo per il pulp, il pop, i “rimasticamenti”. Quentin Tarantino non è incuriosito dai fatti così come sono avvenuti per davvero, anche se mette riferimenti temporali e di luogo, piuttosto a giocare con il cinema e le sue enormi potenzialità. Se potevamo aspettarci i rimandi ad autori come Ford e Clouzot, e ad attori quali Marlene Dietrich e Danielle Darrieux, inattesi ci giungono i riferimenti alle inquadrature e ai colori tipici di certo cinema di Fassbinder.

Contaminati dai film di guerra, dalle commedie, dai gangster-movie e dallo spionaggio, i “basterds” sembrano muoversi come un perfetto gruppo di guasconi che appare e scompare alla maniera di un film di intelligence e servizi segreti. Professionisti fai-da-te, come una sporca dozzina improvvisata e decisamente più cattiva, sono sadici e spietati.

Suddivisa in capitoli, la sceneggiatura è, come consuetudine, tesa ad allungare i tempi narrativi e gioca ad anticipare quello che sta per accadere. Tarantino, così facendo, crea suspense e ci mette al corrente delle carte che ha in mano prima ancora di calarle in tavola. Un vezzo accattivante che è diventata quasi una firma della sua autorialità. Lo sbriciolìo dei capitoli, già visto nell’ultimo “Kill Bill”, nuoce un po’ al film perché lo rende parziale ed eccessivamente ponderato. E’ come se, nel tentativo di allungare i singoli episodi, si approdasse a una prevaricazione narrativa. Incisioni d'autore

Se consideriamo che l’autore ha sofferto dieci anni nella preparazione del soggetto e nella scrittura, non mi spiego come il contenuto delle “storielle” (intese come novelle inferiori alla Storia vera) non sia poi così interessante; fiumi di parole che danno spesso l’idea di un avanzo di idea, ogni tanto sporcati da un’espressività oltremodo teatrale. Come Tarantino stesso c’insegna, non ci si può togliere l’uniforme una volta indossata. Rimane incancellabile, come un marchio scolpito sulla fronte. Mi domando quand’è che gli verrà l’ambizione di oltrepassare la sua stessa arte.

Ricordati di meLa regia e il punto di vista della macchina da presa sono splendidi, sia nell’uso delle panoramiche che nella profondità di campo (che cosa non fa lo scostamento di un lenzuolo messo ad asciugare). La messa in scena è invidiabile, mai banale e pregna di significati, riesce a raccontarci sempre qualcosa.

Questa genialità visiva autorizza il regista statunitense a mescolare “Per Elisa” di Beethoven con un lento incedere musicale ripreso dai film western. Più volte si è detto che Tarantino sarebbe l’unico in grado, se lo volesse, di ereditare lo stile di ripresa cinematografico di Sergio Leone; ecco, quindi, l’uso di primi piani in avvicinamento e di ralenty. E (perché no?) la citazione in un momento altamente drammatico, attraverso la ripresa di un esterno assolato da un interno buio, di “Sentieri selvaggi”. Quentin è come un bambino che gioca con i Lego: smonta il Cinema così come fa’ l’addetta parigina che toglie dal cartellone le lettere del titolo del film tedesco con Leni Riefenstahl. E per di più, si permette di dargli fuoco, usandolo come perfetto strumento di vendetta.

I tedeschi sono così cretini nella loro rappresentazione macchiettistica che non possono che soccombere, l’umorismo è così potente da stendere più delle (e come le) armi. L’unico teutonico serio sembra essere Christoph Waltz (meritatamente vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Cannes come Miglior Attore) nei panni dell’odioso colonnello nazista Landa, inesorabile predatore di ebrei ai quali “fare le scarpe”. Mentre Brad Pitt, grossa cicatrice all’altezza del collo, sembra essersi divertito molto a interpretare il ruolo di Capo Bastardo e incisore perfezionabile di svastiche sulle capoccie dei nazisti. Nessuna morale, nessun basamento politico ispiratore, solo poetica tarantiniana.

Questa è la forza che può sconfiggere anche i tiranni. Adieu, Hitler!


I LOVE RADIO ROCK

I love Radio RockRegia: Richard Curtis.

Sceneggiatura: Richard Curtis.

Attori: Philip Seymour Hoffman, Bill Nighy, Rhys Ifans, Nick Frost, Kenneth Branagh, January Jones, Gemma Arterton, Emma Thompson.

Paese: Gran Bretagna 2009.

Uscita Cinema: 12/06/2009.

Genere: Commedia.

Durata: 129 Min.


VOTO: 6


“I love Radio Rock” è una frenetica e totale immersione nel vinile, con i dischi pop e rock pronti a curare l’anima e il cuore durante quel periodo storico straordinario che furono i sixties. I 33 giri invitano a infrangere le regole, pizzicano le coscienze della nazione britannica. Ascoltare quelle tracce memorabili è come lasciarsi andare alla dolce brezza marina. Philip Seymour Hoffman su di... giri

Autorità indiscussa della moderna commedia inglese, Richard Curtis avrebbe potuto fare di meglio: a una prima parte più corrosiva, che mette alla berlina in modo esplicito la politica bacchettona e repressiva, fa seguito una seconda che graffia poco e che si dilunga su aspetti privati di poco interesse per lo spettatore. Parte a tutto volume e con indole ribelle per terminare un po’ troppo flemmatico e in sordina. Anche la musica (senza dubbio d’eccezione) introduce e accompagna alcuni momenti in modo sfrontatamente calcolatore. Nick Frost l'ha combinata grossa

Kenneth Branagh si presta amabilmente a ricoprire il ruolo del cattivo e rigoroso ministro in grigio: “Il vantaggio di essere al governo è che puoi sempre fare una legge che renda illegale una cosa che non ti piace”. E’ il nemico peggiore per quei “drogati, sodomiti e pervertiti” nullafacenti che se ne stanno su una barca al largo dei Mari del Nord. La cricca dei simpatici e bastardi dj che stanno lì a godere del tempo che passa, in stile allegra rimpatriata tra vecchi amici e a convivere spensieratamente, è invidiabile.

Philip Seymour Hoffman, ancora eccellente, si conferma uno degli attori più bravi e versatili in circolazione. Splendido e vestito in modo inappuntabile, Bill Nighy furoreggia (al contrario della “moglie” Emma Thompson, invisibile nel suo cameo contenuto) nel ruolo della guida “finanziaria” della ciurma suonante, mentre Nick Frost è uno dei personaggi più simpatici e meglio assortiti.