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Articoli con tag “politica

L’UOMO DELL’ANNO

Un film di Barry Levinson.

Con Robin Williams, Christopher Walken, Laura Linney, Lewis Black, Jeff Goldblum.

Titolo originale Man of the Year. Commedia, Ratings: Kids+13, durata 115 min. – USA 2006. – Medusa. Uscita: venerdì 11 maggio 2007.

VOTO: 6,5

Una cosa tira l’altra. Una introduzione da film comedy tira una traccia di tipico stampo politico, poi un’altra sentimentale, e infine una thriller. Il pastiche così creato è incerto sulla direzione da prendere, e il significato dell’operazione ne risente. L’inizio è la cosa migliore: Tom Dobbs con due “b” (Robin Williams) è un comico televisivo istrionico e supersimpatico che si candida, un po’ per gioco un po’ per autopromozione, alla presidenza degli Stati Uniti. Ironico e graffiante, mette alla berlina con disinvoltura le istituzioni politiche, le loro indifendibili magagne economiche ed etiche. Un comico come presidente non sarebbe poi questa grande novità: basta dare un’occhiata ai Capi di Stato che si (altro…)


IL DIVO

Un film di Paolo Sorrentino.

Con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso.

Drammatico, durata 110 min. – Italia 2008. – Lucky Red. Uscita: mercoledì 28 maggio 2008.






VOTO: 9


Novello Hellraiser che si cura l’emicrania con l’agopuntura. Star seguita da un manipolo di guardie del corpo ed esposta alla luce inebriante dei flash. Personaggio quasi metafisico che si rifugia nei confessionali “espiando” (o condividendo) col prete di fiducia le proprie colpe. A proprio agio nella sua deforme postura, è un cattivo gobbo di Notre Dame che frequenta la Chiesa come se ne fosse il padrone, giusto un gradino sotto a quello di Dio (“I preti votano, Dio no”). Solo, insonne, apparentemente apatico e pervaso da uno humour quasi britannico, immerso nelle tenebre come un Colonnello Kurtz in mezzo a una giungla di cemento, fuoriclasse politico invulnerabile e Padrino che elargisce dolci (le pillole rese meno amare hanno fatto la fortuna della DC). Si parla di Giulio Andreotti, il politico italiano più misterioso e discusso dei suoi tempi (ma è opportuno ricordare che è ancora in vita).

Ce lo racconta splendidamente Paolo Sorrentino: con carrellate in avanzamento così come in improvvise rinculate, la sua macchina da presa scivola su oggetti e corpi, fa un uso appropriato di ralenti, macro, primissimi piani suggestivi e rivelatori. Il regista italiano non si ferma mai, danza sul corpo di Andreotti fischiettando, perfettamente a suo agio.

Sconfina nell’onirico e nel surreale, lo sospende e lo interrompe talvolta con un accenno di taglio documentaristico introducendo immagini sgranate, quasi volesse distaccarsi e rinfrancarsi dalla verità e la realtà politica ma sempre lucidamente presente di fronte all’oggettività storica e sociale del nostro paese. Sfiora il manierismo quando lascia eccessivo spazio ai gesti e ai toni di voce di Servillo, costretto a bisbigliare per tutto il film imballato nella gobba e ammiccante dietro la maschera del trucco. E abusa di ricercatezza con una messa in scena estremamente schierata e feroce a dispetto dell’enigmaticità del personaggio.

Poi rimedia con una colonna sonora bella, aggressiva e significativa che va dalla technopop targata anni ’80 di “Da Da Da”, al flauto di Vivaldi, da Bruno Martino alle seducenti track scritte da Teho Teardo. Si infarcisce di troppi dialoghi epici, come le frasi e aforismi senza tempo pronunciati da Andreotti e da chi gli sta dintorno: una battuta via l’altra come schema difensivo dagli attacchi dei delatori. Manca solo quella più famosa: “Il potere logora chi non ce l’ha”, presa in prestito in realtà da Talleyrand, diplomatico francese del XVIII secolo.

C’è bisogno del rassicurante e accomodante refrain di Renato Zero (simbolo perfetto di travestitismo/trasformismo e voltagabbana per eccellenza) nei “migliori anni” per non farsi sopraffare dai dubbi sulla vera identità di chi abbiamo sposato e che ha vissuto sempre al nostro fianco. E questo lo sa bene la moglie Livia, ben interpretata da Anna Bonaiuto.

Lo show deve andare avanti: basta una doppia aspirina e si va in scena come il coreografo di “All that jazz”, a recitare nel teatrino politico italiano approfittando della mancanza di limpidità delle maggiori istituzioni, e le cronache delittuose stanno lì a dimostrarlo. Nella sua abbagliante imperfezione ma sempre con l’urgenza di dire, di esternare le cose che veramente si pensano, rendiamo grazie a questo autore che, caparbio oltre ogni limite, ha saputo ancorare senza indugi e cedimenti, un pezzo d’Italia malandato e corrotto.

“Il Divo” è un frammento barocco, come la scenografia che a volte circonda le vicende con un’incisività visiva senza pari che entra, alla maniera di un vorticoso refrain antropologico, nella nostra memoria e lì si fissa. Coesa con l’incedere del soggetto, a fianco di uno stato emotivo ora misticheggiante ora filosofico, la direzione artistica è una riproduzione amplificata dell’arcano e del contraddittorio.

Ma è il momento di finirla di puntare il dito verso/contro Andreotti: oggi abbiamo a che fare con un nuovo, inarrivabile Divo, talentuoso e tristemente famoso per le battute, pronto anch’egli a calcare vanitosamente la scena politica come quella delle aule giudiziarie.


IMPROVVISAMENTE L’INVERNO SCORSO

Improvvisamente l'inverno scorso“Improvvisamente l’inverno scorso” è un film di Gustav Hofer e Luca Ragazzi.



Uscito a Maggio del 2008, con la voce narrante di Veronica Pivetti.



Prodotto in Italia. Durata: 80 minuti.



VOTO: 8


C’è un’Italia sotterranea.

Un’Italia silenziosa, nascosta, che pensa ma non (re)agisce. Almeno finché non si sente in pericolo…

No, non c’è niente di buono in questo preambolo. Non si sta parlando di qualcuno che è indifeso, che viene lasciato solo o che non ha la volontà di esprimere le proprie idee civili e politiche. Piuttosto di coloro i quali rappresentano perfette marionette in mano ai soliti burattinai che muovono i fili in nome della Religione e della Politica (scritte in maiuscolo perché tanta importanza hanno, tanto quanta levatura gli viene concessa).

Ma forse stiamo correndo troppo, si rischia di non capire e generare confusione, fastidio; meglio fare uno, anzi due, passi indietro e accomodarci nel clima politico italiano del 2007. Quando si parla del passato di solito si ha l’intenzione di rievocare bei ricordi, ma non è questo il caso.

E’ il caso, invece, di disseppellire (visto che è bell’e che morta) la salma della legge sulle unioni di fatto presentata in Italia, in perfetta corrispondenza con la direttiva dell’Unione Europea, nel febbraio del 2007. Una normativa pacifica che aveva il proposito di riconoscere alcuni diritti a chi non ne aveva e che, invece, trovò una risposta carica di odio e repressione da parte della maggioranza delle istituzioni nazionali e di quasi tutte quelle ecclesiali.

Gli italioti silenziosi di cui sopra insorsero e levarono gli scudi a superflua protezione del matrimonio e della famiglia. Marce di protesta furono organizzate, più o meno scientemente, e presero spazio in tutti i Tg del giorno e della notte, i quali non mancarono di allarmare il paese dall’arrivo del meteorite DICO in caduta libera sulle nostre teste.

Ecco, pertanto, il significato delle marionette senza fili: molte persone si sentirono chiamate in causa e avvertirono il dovere civile di esprimere quello che credevano essere il loro pensiero ma che in realtà altro non era che un’urgenza artificiale indotta. Quello che si credeva essere un sostegno e un indice di solidarietà nascondeva, oggettivamente, un’ideologia “di fatto” legata al giogo dell’oppressione e dell’integralismo.

Gustav Hofer e Luca Ragazzi hanno avvertito il bisogno di fermare la giostra dei giochi di Palazzo insieme all’ubriacamento mediatico condotto senza freni e, opportunamente, hanno tradotto in immagini quello che è accaduto in quei mesi, dalla nascita alla dipartita di quello che era un disegno di legge che avrebbe potuto avvicinare il nostro paese a una, seppur sempre lontana, modernità. Improvvisamente, un tuffo in piscina

La naturalezza con la quale i due hanno costruito il loro documentario è invidiabile, bravi nel mantenere l’equilibrio tra l’impellenza di dire e testimoniare l’accaduto e il non cadere nella trappola della facile schematizzazione delle correnti di pensiero. Si lascia spazio al contraddittorio e questo è un segno di intelligenza e rispetto anche verso coloro che non la pensano come questi “Ragazzi”.

Il coraggio con il quale Gustav e Luca si lanciano a filmare e intervistare i manifestanti dei cortei della destra più estrema è ai limiti dell’incoscienza e mette davvero i brividi. L’effetto che si ottiene è così forte da risultare disturbante (altro che le indagini artefatte condotte dal ben più noto Michael Moore!).

Se sorvoliamo su alcune scelte stilistiche e tecniche (come, per esempio, una fotografia a tratti troppo fredda “presa in prestito” dalla maggior parte dei documentari moderni e a certe comprensibili ingenuità espressive) ”Suddenly Last Winter” si propone come un pregiato documento storico, che parte quasi come uno sberleffo, avvalendosi di una buona dose di autoironia, e finisce per avere l’effetto di uno schiaffo.


STATE OF PLAY

State of playUn film di Kevin Macdonald.


Con Russell Crowe, Ben Affleck, Rachel McAdams, Helen Mirren, Wendy Makkena, Viola Davis, Jeff Daniels, Jason Bateman, Robin Wright Penn.


Azione, durata 125 min. – USA 2009. – Universal Pictures.


data uscita 30/04/2009.



VOTO: 7,5

E’ proprietario di una Saab vecchia, sporca e piena di cartacce, ascolta abitualmente la radio a tutto volume, parcheggia in sosta vietata. La scrivania del suo ufficio è sommersa da un mucchio di fogli sparsi. Quando parla della “ristrutturazione” di casa sua si riferisce allo spostamento di mezzo metro fatto fare al divano. Lavora al “Washington Globe” da 15 anni e ha un PC vecchio di 16.

Ma ha dalla sua un ordine e una lucidità mentale invidiabili. E’ un giornalista che segue ancora le piste del “quinto potere” come fosse un segugio o uno scafato detective che mira al sodo, e il suo sarcasmo è pungente e circostanziato.

Il suo nome è Cal McAffrey, esperto corrispondente di uno dei più prestigiosi giornali della capitale statunitense, interpretato da un ottimo Russell Crowe. L’attore australiano sfodera una recitazione ruvida, senz’altro adatta al suo ruolo di paffuto bisbetico.

Il bel Russell viene presto coinvolto in una serie di morti ammazzati e scoprirà che avranno a che fare con un personaggio politico di rilievo, l’Onorevole Collins, suo amico dai tempi del liceo. Peccato che a incarnare  la giovane figura istituzionale sia Ben Affleck, prodigo di espressioni un po’ impagliate. Immagino quanta differenza ci sarebbe stata se la produzione non si fosse fatta scappare l’opzione che aveva con Edward Norton; il suo Stephen Collins sarebbe stato sicuramente più enigmatico e controllato.

Il film è un thriller dalle considerevoli potenzialità: non esamina solo i rapporti tra carta stampata e forze politiche o imprenditoriali ma scava anche nei rapporti tra vecchi e nuovi modi di comunicazione. L’utilizzo di internet come mezzo per arrivare in modo più diretto e specifico alle masse, contrapposto alla necessità di mantenere un certo distacco e un’aurea di orgoglio utilizzando solo una penna a sfera piuttosto che la tastiera di un computer, è una fase di indubbio interesse nel film (peccato che la si sia sviluppata in modo un po’ sbrigativo).

Le vicende sono spesso rappresentative della necessità di restare aggrappati al mercato dell’editoria, offrendo ai lettori anche notizie speculative su scandali e gossip, cercando di mantenere al contempo un rigore giornalistico che privilegi invece l’approfondimento politico. “Non è un articolo, è un caso!”, si sente urlare dalla determinata caporedattrice Helen Mirren. Questa fase della pellicola si intromette apertamente nella cronaca e nell’attualità: da qualche giorno, infatti, si è venuti a sapere della crisi che sta colpendo il “Boston Globe”. Dopo ben 137 anni di vita, il giornale rischia di cessare le proprie attività e si spera in un accordo coi sindacati. Russell Crowe e Ben Affleck

La parte riservata agli agenti di polizia è troppo marginale in confronto al resto della storia: i piedipiatti fanno spesso la figura dei fessacchiotti o dei principianti e si fanno scavalcare smodatamente dalle iniziative (più da detective story che da giornalisti) degli altri interpreti. E qui si dovrebbe richiamare l’attenzione su una sceneggiatura che di coerente ha mostrato ben poco.

Ottimi caratteristi sono Robin Wright Penn, abile nel rappresentare il dolore della moglie tradita, Viola Davis, incline a un divertente siparietto con Cal mentre svolge il suo lavoro di medico legale e Jeff Daniels, imbolsito e misterioso uomo del Congresso, doppiato splendidamente da Paolo Scalondro il quale restituisce all’attore il senso smisurato del Potere che rappresenta.

Un consenso indubbio lo riscuote la regia di Kevin Macdonald, con uno stile scosceso, conciso, lontano dagli stilemi televisivi. La scena nella quale Russell Crowe è nascosto tra le auto del parcheggio sotterraneo è di una tensione quasi insostenibile. Ulteriori elogi vanno destinati anche alla montatrice Justine Wright (già distintasi ne “L’ultimo  re di Scozia” e, soprattutto, ne “La morte  sospesa“).


MILK

Milk


Un film di Gus Van Sant.


Con Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna, James Franco.


Biografico, durata 128 min. – USA 2008. – Bim data uscita 23/01/2009.


VOTO: 8


La paura è un’emozione subdola, spesso grave e incontrollabile, a volte derivante dall’ignoranza di ciò che non conosciamo oppure indotta artificiosamente per piegare le masse ai propri voleri.

Ed è curioso (ma soprattutto arrendevole) distinguere ancora oggi le paure che oltre 30 anni fa furono al centro delle prime lotte dei diritti civili degli omosessuali.

Già allora si dibatteva sulle crociate pro e contro l’istituzione familiare (come se il riconoscimento di ulteriori diritti civili potesse limitare diritti già acquisiti), sui presunti attacchi alle fondamenta della società e alle “leggi di Dio”, si equiparavano (e se leggiamo le dichiarazioni sui quotidiani di oggi, è frustrante vedere come niente sia cambiato) i gay alle prostitute, ai ladri, ai pedofili.

Grazie ai meriti artistici di Gus Van Sant e al suo tempestivo impegno produttivo, vengono nuovamente (perchè c’è sempre bisogno di riaffermare!) rispolverate le campagne civili e politiche che infiammarono gli Stadi Uniti d’America negli anni ’70.

Van Sant, abbandonando per un po’ le sue ultime narrative “sciolte”, destrutturate e meditative, opta per una regia di taglio quasi documentaristico (eccezionale è il lavoro svolto per ricostruire il quartiere Castro a San Francisco) alternata a riprese di impianto tradizionale. La vittoria di Milk

Si concede solo qualche ardimento (l’immagine che si riflette sul fischietto gettato a terra, la morte di Milk con “la Tosca negli occhi”) per poi ritornare introspettivo, lento e profondo allo stesso tempo (la parte centrale è un po’ spenta, il film si ripiega su se’ stesso e diventa macchinoso e paradossalmente politico nei contenuti, nei termini usati e nella rappresentazione) e ancora chiudere in modo sollecito e urgente (la risposta migliore alla “Proposition 6”, il referendum per bandire i professori omosessuali dalle scuole della California, viene esternata così da Harvey Milk: “se fosse vero che i bambini imitano gli insegnanti, avremmo in giro un numero incredibile di suore”).

Sean Penn è di una delicatezza interpretativa disarmante, sciolto e radioso come i suoi sorrisi; ricorderemo per sempre anche il movimento delle mani e il formarsi delle rughe sul suo volto.