www.pompieremovies.com

Articoli con tag “Philippe Noiret

NUOVO CINEMA PARADISO

Nuovo Cinema ParadisoUn film di Giuseppe Tornatore.

Con Philippe Noiret, Salvatore Cascio, Marco Leonardi, Jacques Perrin, Agnese Nano, Pupella Maggio, Leo Gullotta, Leopoldo Trieste.

Commedia/Drammatico, durata 157 (132) min. – Italia 1988.

VOTO: 9


Salvatore Di Vita è un vivace ragazzino siciliano che risiede in un paese chiamato Giancaldo. Si addormenta, spassosa canaglietta, durante le funzioni religiose, mentre risulta assai più interessato all’unico cinematografo esistente, quello a gestione parrocchiale. Si diverte a spiare, nascosto dietro a una tenda, i film che vengono mostrati in anteprima al sacerdote.

Il piccolo Totò è affascinato dal lavoro del proiezionista Alfredo, il censore esecutivo delle fobie morali del prete, che diventerà ben presto una figura paterna insostituibile per il ragazzo. Salvatore cresce insieme ai film proiettati al “Cinema Paradiso”, recita a memoria le battute guardando controluce singoli frame rubati di nascosto, andando verso una nuova vita, più grande della Sicilia stessa, incoraggiato in questo proprio da Alfredo.

Salvatore Cascio, di soli 9 anni, interpreta Totò nel suo periodo infantile. Cascio fu, all’epoca del lancio del film, un bimbo prodigio. Così giovane eppure a suo agio, immerso subito nel magico mondo della celluloide, protagonista sui red carpet di mezzo mondo per la promozione della pellicola. Il suo è un recitare naturale e piacevole, sostenuto in questo da due occhi penetranti. Ben diretto da Tornatore, conquistò pure il British Academy of Film and Television Arts nella categoria attore non protagonista. Come scroccare un passaggio

Dopo la prima uscita nelle sale, il regista, d’accordo col produttore Franco Cristaldi, tolse circa 30’ di girato per rendere il film più snello e lasciare in secondo piano la storia d’amore. “Cinema Paradiso” (questo fu il titolo scelto per la sua distribuzione internazionale) è un’abbagliante storia dolceamara che fu ignorata, alla sua prima uscita verso la fine del 1988 e che, in seguito, fu sommersa da intempestivi e condizionati gradimenti da parte della critica, solo dopo che ebbe ricevuto i prestigiosi riconoscimenti mondiali che tutti conosciamo.

Il film fu presentato nel maggio del 1989 al 42-esimo Festival di Cannes, dove vinse il Gran Premio della Giuria. Poi ricevette il David di Donatello per le musiche, il Golden Globe nel gennaio del 1990 e, infine, il prestigioso premio Oscar come Miglior Film Straniero.

Non si può negare, nonostante tutta questa girandola di premi, che il film ogni tanto si appesantisca a causa di una regia leziosa. Tuttavia risulta decisamente coinvolgente e si presenta come un’opera rivisitata con la prospettiva astuta di un cineasta di indubbio talento che racconta una storia ampiamente autobiografica. Giuseppe Tornatore produce un cinema sovraccarico ma anche forte e generoso, un “girato” di cui la spossata realizzazione italiana degli anni ’80 aveva necessità.

Dove la pellicola (solitamente lieve e favolistica) cade con una certa ingenuità è quando mette in scena situazioni drammatiche che risultano un po’ inverosimili: Alfredo salvato da Totò che è l’unico a correre in suo soccorso durante l’incendio, mentre tutti i “grandi” scappano ognuno per i fatti suoi, e una certa predisposizione allo schematismo e alla programmaticità che gli fanno assumere un tono un po’ finto ed edulcorato pur mantenendo il pregio del gusto per l’affabulazione. Soffre anche l’aspetto sentimentale del film: rivelatone il sapore glamour, illuminato da una fotografia troppo pulita e da una semplificazione che va al di là di ogni ragionevole aspettativa è condito, ciononostante, da impulsi calorosi e puri.

Ogni pretesto è valido“Nuovo Cinema Paradiso” va apprezzato per l’abilità con la quale ridipinge il melodramma popolare siciliano, quello dal gusto antico, avvalendosi della ricostruzione dell’immaginario paesotto di Giancaldo, ubicato ai confini di una ridente campagna. Ecco che, immancabili figure, arrivano il matto del paese che pretende di diventare proprietario esclusivo della piazza principale allo scoccare della mezzanotte, il napoletano fortunello che fa 12 al Totocalcio, gli emigranti che vanno a cercar miglior fortuna in Germania. Riecheggiano quelle espressioni e pose tipicamente felliniane e del suo “Amarcord”, un registro contenutistico caro a Tornatore il quale si serve di esso per avvalorare le origini popolari e il carisma della settima arte.

Lo sguardo del regista palermitano non si ferma solo alle genti; non mancano significative panoramiche ed escursioni visive e sonore sul canto dei grilli nei campi estivi assolati, verso il profumo dei limoni o i carrettini tipici siciliani che scorazzano in mezzo agli uliveti.

Nel cinema parrocchiale “Paradiso” succede di tutto e il film acquista una dimensione di facile fruizione e di empatica delicatezza: il pubblico interagisce attivamente con il film, il locale rappresenta il fulcro della società. Così come fanno il verso degli indiani in “Ombre rosse”, gli astanti sono liberi di dormire, mangiare, fumare, schiamazzare in assoluta scioltezza, applaudire a scena aperta, sputare verso quelle classi sociali che si considerano inferiori, ubriacarsi, innamorarsi e sognare.

Non esiste più una differenza tra la piazza, luogo adibito alle normali forme di socializzazione, e la sala. Gli abitanti del paese diventano un tutt’uno con i grandi divi di Hollywood,  storpiano i nomi degli attori facendoli propri e si impossessano delle loro figure per farle diventare più vicine, poterle toccare e interpretare a loro volta. Una celebrazione della settima arte a tutto tondo, quella messa in scena da Tornatore. Attraverso i grandi film, i kolossal americani, ma anche quelli più intimi e nazional-popolari che facevano sperare una comunità in un periodo di povertà e riedificazione dopo la fine della seconda guerra mondiale, il regista festeggia la leggenda del Cinema con un’attenta riproduzione delle liturgie.

Una considerazione speciale la meritano alcuni grandi attori che hanno prestato il loro volto e la loro mimica a questa grande pellicola: Philippe Noiret, un bell’uomo maturo dallo sguardo furbo e sornione, imponente interprete di un operatore cinematografico dotato di grande perspicacia e di amore professionale, Leo Gullotta, abilissimo nelle sue mille facce buffe e folkloristiche, Pupella Maggio, interprete sofferente della madre del Salvatore adulto, Leopoldo Trieste che ben dipinge il parroco, quello che suona la campanella per celebrare la funzione in chiesa allo stesso modo con la quale la scuote per censurare i baci dei film, mentre Jacques Perrin sarà anche un attore esperto ma appare un po’ inespressivo.

Film del cuore, dal grande fascino emotivo che ci sorprende a piangere, appena dopo che abbiamo abbozzato un sorriso, “Cinema Paradiso” vive di questo graditissimo slancio viscerale grazie anche al patrimonio della composizione musicale di Ennio Morricone, una volta di più eccelso autore. Il linguaggio del cinema e quello della musica raramente sono stati così vicini. Un tema musicale indimenticabile, grazie anche al fugace ma provvidenziale apporto del figlio Andrea che per questo film scrisse “Tema d’amore”. Il padre Ennio si concede un’impetuosità musicale classicheggiante e fittamente dettagliata che ripercorre ogni traccia del film in modo periodico, come le stagioni della vita. Finezza e passionalità si snodano in un suono quasi celestiale e trascinante grazie all’utilizzo di pianoforte, flauti, sax e violini. Tutti strumenti che riproducono abilmente la voce interiore del protagonista, l’idea di un luogo remoto e di un tempo passato.

L’effetto ha il fascino di quel raggio di luce che esce dalla bocca del leone posta a delimitare la stanzetta del proiettore, un luogo dispensato dalla confusione del branco di gente in platea. E’ il sogno cinematografico che nutre ancora oggi la nostra fantasia. Il Cinema è un Paradiso, e lo sarà per sempre.

Porteremo eternamente, nella nostra memoria cinefila più emozionale, la sfilza di baci “rubati”, così carica di struggente poeticità, di forte malinconia e di spirito evocativo. Il montaggio conclusivo riesce, anche verso coloro che sono abitualmente riottosi e imperturbabili, a sprigionare tutta la bellezza che c’è nell’abbandonarsi alle lacrime. E’ lo splendore di un’arte immortale, semplicemente bella e passionale che inneggia all’amore per il cinema e al cinema dell’amore.

Annunci

LA FAMIGLIA

La famigliaCast: Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli, Fanny Ardant, Carlo Dapporto, Ottavia Piccolo, Jo Champa, Massimo Dapporto, Athina Cenci, Alessandra Panelli, Monica Scattini.

Regia: Ettore Scola.


Sceneggiatura: Furio Scarpelli, Ettore Scola, Ruggero Maccari, Graziano Diana.


Data di uscita: 1986.

Genere: Drammatico.


VOTO: 8,5

Foto di gruppo per una famiglia romana in un interno; è il 1906 e lo scatto della macchina fotografica suggella la nascita di Carlo, protagonista e narratore di 80 anni di storia del suo nucleo borghese. Scorrono così i ricordi di Carlo e della sua famiglia dimorante nel quartiere Prati, attraverso vicissitudini ora drammatiche, ora farsesche e lievi.

Il film trovò alla sua uscita il pieno gradimento del pubblico e della critica anche internazionale, vista l’accoglienza tributatagli al Festival di Cannes del 1987 dove fu presentato e dove fu battuto, nella corsa alla Palma d’Oro, dal controverso “Sotto il sole di Satana” di Pialat.

Le lente carrellate in avanzamento della macchina da presa attraverso il corridoio della casa scandiscono il passare del tempo e anche il passaggio di straordinari e memorabili personaggi che resteranno per sempre scolpiti nel nostro immaginario cinematografico.

Carlo a 10 anni è già un ragazzo esemplare, più sincero del fratello minore Giulio con il quale avrà, durante il corso della sua esistenza, una serie di scontri e diverbi. Particolarmente rilevante è l’episodio nel quale Aristide, il padre dei due ragazzi interpretato da un ottimo Memè Perlini, punisce i figli per aver sottratto mezza lira dal soprabito del dottore di famiglia. All’epoca, il castigo più esemplare che poteva esserci, era quello di negare l’abituale uscita della domenica per la bevuta di un po’ di gazzosa…

Nel 1926 troviamo Carlo già laureato in Lettere e critico nei confronti del fascismo. Per sbarcare il lunario offre ripetizioni a Beatrice, che si innamora di lui, ma il suo interesse è rivolto alla sorella di lei, Adriana (interpretata, in questo periodo, da una briosa Jo Champa), un’esuberante e disinvolta concertista che partirà per Milano alla ricerca di prospettive consone alle sue attitudini musicali.

Altra carrellata in avanzamento e altro salto temporale di 10 anni; siamo nel 1936 e di Adriana si hanno buone notizie, la donna si sta affermando all’estero come un’ottima suonatrice di pianoforte. Carlo decide così di sposare Beatrice la quale gli darà due figli. Molto trascinante la sequenza nella quale i familiari, riuniti intorno alla radio, ascoltano il concerto parigino di Adriana: le note del piano risuonano all’interno della casa in modo così forte e coinvolgente da generare malinconia (nelle tre zie destinate a restare nubili per tutta la vita), estasi (nell’animo della sorella Beatrice) e rimpianto (riscontrabile nello sguardo nostalgico di Carlo).

Si avvicina la seconda guerra mondiale e Giulio, da sempre individuato come il fratello più debole, si fa corrompere dai propositi bellici, partecipa al combattimento e viene fatto prigioniero per due anni. Ritorna distrutto dall’esperienza, è depresso (“Appena mi sento meglio… mi sento peggio”) ed esce sconfitto anche dal confronto col fratello del quale invidia la posizione sociale e il ruolo patriarcale raggiunto all’interno della famiglia. Carlo con lui ha sempre litigato oppure l’ha compatito sottraendogli la possibilità di diventare uno scrittore affermato.

Nel luglio del ’56, in occasione delle ferie estive, l’appartamento viene lasciato vuoto e sarà il momento per Carlo e Adriana (ora cresciuta e impersonata da una splendida Fanny Ardant) di un nuovo incontro durante il quale si tenterà di riscrivere la loro storia amorosa. Ma l’unica Storia che entra nella casa è quella che passa attraverso la televisione con la notizia dell’affondamento del transatlantico Andrea Doria e del matrimonio tra Marilyn Monroe e Arthur Miller. Il confronto sentimentale tra i protagonisti si risolve ancora una volta con un addio durante un violento temporale. Si prende consapevolezza che il coraggio è venuto troppo tardi e la passione tra di loro resterà per sempre sopita.

Successivo a queste sequenze è l’arrivo dell’inverno e della famosa nevicata del ’56. A tal proposito c’è da sottolineare una piccola inesattezza negli avvenimenti: è risaputo infatti che il maltempo colpì la capitale durante i primi giorni del mese di febbraio.

Niente da rimproverare agli autori ne’ tantomeno al regista perché, in ogni caso, il film è volutamente impermeabile agli avvenimenti storici e intende lasciare pienamente spazio alle vicende che concernono la sfera dei sentimenti, delle emozioni e degli stati d’animo di ciascun personaggio. Un ulteriore esempio di questo proposito è l’adorabile duetto a tavola tra Carlo/Gassman e Jean-Luc/Noiret, il fidanzato di Adriana; si discute di politica e di aspetti sociologici solo per dissimulare malintesi privati e segrete tensioni.

Pur essendo principale, il personaggio di Carlo è partecipe di una coralità a più voci. Ciascuna figura ha la sua distinta fisionomia e non prende parte solo in veste di comprimario: come dimenticare, a tal proposito, le zie che nessuno si sposa (Athina Cenci, Monica Scattini e Alessandra Panelli), la cameriera fedele (Ottavia Piccolo) o il beota fascistoide dello zio Nicola (Renzo Palmer)?

Nonostante il gran numero di attori e di personaggi, la narrazione procede spedita senza nessun ingombro e questo merito va riconosciuto a una sceneggiatura che opera per sottrazione, nel rispetto della linearità e con elementi e situazioni basilari. Pronti per la foto di rito

Gli oggetti dell’appartamento nel quale si svolge l’intero film rimangono nel tempo pressoché immutati e indicano l’idea di continuità familiare oltre le vicende esistenziali, eludendo pure gli accadimenti luttuosi, lasciati compostamente ai margini ed evocati soltanto attraverso simbolismi (vedi il quadro dipinto a nascondere il volto del nonno deceduto, all’inizio della vicenda).

La regia di Scola è una lezione di equilibrio, di raffinatezza e di stile; non calca mai la mano, pur avendone avuto la possibilità. Questo metodo di lavoro da’ la possibilità al montaggio di emergere in pochi ma significativi attacchi, uno su tutti il succedersi delle suonate di campanello con le relative entrate in casa delle decine di familiari (ormai “allargati”) venuti a festeggiare l’ottantesimo compleanno di Carlo.

Dobbiamo quindi ringraziare questo caposaldo del cinema italiano degli anni ’80 perchè ci ha fatto comprendere l’eccezionalità della vita quotidiana, raccontandoci di aspetti minimi senza “ingerenze” fantastiche ed esaltando fino alla commozione l’aspetto umano rispetto a quello storico.

Rivisto oggi “La famiglia” ha l’effetto di una carezza benevola.