www.pompieremovies.com

Articoli con tag “Parigi

MIDNIGHT IN PARIS

Un film di Woody Allen.

Con Owen Wilson, Rachel McAdams, Michael Sheen, Nina Arianda, Kurt Fuller.

Commedia, durata 94 min. – USA, Spagna 2011. – Medusa. Uscita: venerdì 2 dicembre 2011.

VOTO: 5

“Un film privo di umorismo e credibilità. Ma io e John abbiamo riso senza ritegno”. È il giudizio della madre di Inez (Rachel McAdams) a proposito di una pellicola americana, di cui non ricorda ne’ il titolo ne’ la trama, appena vista in un cinema di Parigi. Ed è un po’ quello che accade assistendo al résumé francese dell’infinito European Tour a cui si sta dedicando Woody Allen da un po’ di tempo a questa parte: lo vedi, e poi dimentichi con piacere trama e contenuto.

Lontano da New York, il regista tenta sbiaditamente di anteporre (ancora) la finezza di scrittura alle dozzinali produzioni hollywoodiane, illudendosi-ci che bastino due battute messe in croce per potersi in qualche modo schierare contro quelle produzioni di film e serie televisive esibite con (altro…)


HEREAFTER

Un film di Clint Eastwood.

Con Matt Damon, Cécile De France, Joy Mohr, Bryce Dallas Howard, George McLaren, Frankie McLaren.

Drammatico, durata 129 min. – USA 2010. – Warner Bros Italia. Uscita: mercoledì 5 gennaio 2011.






VOTO: 9


Cosa accade dopo la morte? Ci sarà un blackout totale, una via intermedia, un paradiso, un inferno… Si potranno incontrare gli altri, scambiare quattro chiacchere al bar o sarà tutto un rimestare e tormentare di coscienze giusto per farci un po’ di male, per espiare colpe, per sentirci solidali. Ma soprattutto, perché ci poniamo la questione? Spesso ha più spazio il pensiero della morte, e il tempo che dedichiamo a prevenirla, stigmatizzarla, fuggirla, della vita stessa.

A San Francisco abita il sensitivo Matt Damon che ha più contatti con l’aldilà dello Zuckerberg facebookiano. Per fortuna, qui non c’è l’anonimo lavoro registico di Fincher nel “social network” di cui sopra, bensì uno spirito collaborativo che somiglia molto a quello che c’è di solito tra padre e figlio (Eastwood e Damon). Ciò traspare nelle grigie giornate della vita da operaio medio di George Lonegan, che indossa l’elmetto come volesse tenere a riparo i propri pensieri da una collettività che lo ha aggredito troppe volte per un dono che non avrebbe mai voluto ricevere.

Costruito su un’asse geografica che unisce la città californiana a Parigi e a Londra, “Hereafter” ha probabilmente la sua parte più debole nei risvolti giornalistici ed editoriali percorsi dalla sezione francese; poco convincenti i tira e molla tra un lavoro in tv e uno da scrittrice per l’eterea e un po’ inconsistente attrice belga Cécile De France, prima disinvolta e indifferente occidentale e poi buggerata da uno spietato partner opportunista che non vede “nell’aldilà” del proprio profitto. Marcus (l’espressivo e spontaneo Frankie McLaren), il ragazzino londinese che conserva l’approccio più puro verso l’elaborazione del lutto e la sua spiritualità, viene diretto con la serena e consueta magniloquenza propria di Clint, mentre ricerca la sua anima… gemella. Alla faccia di una società che va di corsa e che cerca di riorganizzare con troppa urgenza ciò che andrebbe lasciato assimilare dal tempo.

La drammatica attualità e la cronaca irrompono nella narrazione con un tono e un contenuto che prendono le distanze dal reportage, e che spingono oltre l’orizzonte introspettivo, verso un lido di quiete e di sopravvivenza non proprio casuale (la trascuratezza di un regalo negato alla prole da una parte, e un cappellino volato provvidenzialmente via dall’altra). E così scopriamo che la Morte non è poi così distante dall’Amore, quando la prima può essere spiegata attraverso le tracce e i gesti lasciati dal secondo, in un imprinting quasi invisibile e tuttavia conscio, che fa rivivere chi non c’è più attraverso le persone che gli sono state più prossime. Commovente e solidale storia che ci corteggia a più riprese fino a che con cadiamo in ginocchio ai suoi piedi, innamorati da cotanta bellezza dello sguardo, “Hereafter” ha il pregio della lucida fondatezza e, percorso da solitarie e predestinate analogie, ci conduce a un’abbagliante genuinità.


ADELE E L’ENIGMA DEL FARAONE

USCITA CINEMA: 15/10/2010.


REGIA e SCENEGGIATURA: Luc Besson.
ATTORI: Louise Bourgoin, Mathieu Amalric, Gilles Lellouche, Jean-Paul Rouve, Philippe Nahon.


PAESE: Francia 2010. GENERE: Azione, Avventura. DURATA: 107 Min.




VOTO: 4,5


Il 4 novembre 1911 mio nonno era nato da appena tre giorni. Purtroppo non venne alla luce a Parigi, e per questo si è perso lo spettacolo di un anziano signore un po’ bevuto il quale, muovendo dall’obelisco di Place de la Concorde, e camminando veloce per le strade della capitale, rimane abbagliato da una luce intensa che sembra provenire dalla statua di Giovanna d’Arco. E’ solo il primo degli strani fatti che velocemente si susseguono, come la schiusa di un uovo di pterodattilo e un vecchio scienziato in trance che rievoca poteri occulti.

Sfuggendo alla rigidità del clima parigino, la semi-archeologa e finta scrittrice Adèle Blanc-Sec (resa dalla “bella e basta” Louise Bourgoin) parte per una spedizione in Egitto, con l’intento di riportare alla luce una mummia-medico in grado di far tornare in vita la sorella, vittima di uno stranissimo incidente tennistico. I risultati di tanta sarabanda in salsa pop-fumettistica dovrebbero essere esilaranti per lo spettatore così come per alcune mummie, che si ritroveranno a camminare per i boulevard della capitale francese non prima di aver fatto visita al Louvre, il guaio è che tutto appare stiracchiato e retrivo. Nonostante le vicende siano state ricavate da due fumetti (e forse è proprio questa combinazione casuale e forzata a non aver trovato terreno fertile) di Jacques Tardi, il film manca di carattere.

Il regista, si sa, è un paladino della femmina intraprendente e tutta azione, basti ricordare “Nikita”, “Léon”, fino a “Giovanna d’Arco”, autocitata egregiamente con piccoli e sagaci scorci. Forse è per questo che gli uomini sono tutti un po’ scemi, e uno dei cattivi è vestito di nero come il nazista del primo “Indiana Jones”: l’individuo deforme e quasi nauseante è interpretato nientemeno che da Mathieu Amalric, il quale nascosto sotto un trucco quasi irriconoscibile, resta in scena per troppo poco tempo. Le avventure a cui partecipa Adèle sono molto simili, in quanto ad azzardo e a esagerazione, a quelle dell’archeologo cinematografico più famoso del mondo. Non sempre mitigate da un giusto nonché originale umorismo, le peripezie sono ibridi impraticabili che oscillano tra l’eroe di Spielberg e “la Mummia”, “Il fantastico mondo di Amélie” ai tempi della Belle Epoque e “Una notte al museo”.

La protagonista di Besson non mangia, non beve e non sembra essere interessata agli uomini. Bisbetica com’è, si dedica quasi esclusivamente al lavoro e alla ricerca, non disdegnando di mostrarsi nuda a una mummia sottovetro. E’ disponibile a concedersi allo scienziato sfigatello solo quando capisce che può ricavarne qualcosa per i suoi (seppur nobili) scopi. Un’ottica scontata e prevedibile, mai sorprendente, antica e postmoderna insieme, in un miscuglio poco accattivante. Impavida pulzella d’Orléans, la Blanc-Sec si spinge al limite, verso avventure ricche di immaginazione, anche se un po’ ridicole e piene solo di effetti speciali. L’ispettore di polizia Caponi è l’unico personaggio a risultare riuscito e simpatico: tra Clouseau e un Poirot dei poveri sempre affamato e assonnato, è grazioso nei suoi incontri/scontri con lo pterodattilo.

La pellicola è permeata dall’ossessione di far tornare in vita le cose e le persone inanimate, come se fosse seguita da moderni e avanzati scienziati pronti a inventare l’ultima e la più definitiva fra le cure. Un chiodo fisso che sembra aver persuaso l’autore, scialacquato nel tentativo di rinvigorire quel suo cinema fatto di azione intelligente e perspicace che oggi non esiste più, adagiato com’è su una macchinosa artificiosità pronta a vendersi a esigenze commerciali. Nella disperata e disorientante confusione mentale nel trovare qualcosa di originale, il giullare Besson affonda, stretto tra le bende e gli enigmi (ma quali?) dei faraoni, e attanagliato dal destino del Titanic.


G.I. JOE – La nascita dei Cobra

G.I. Joe - La nascita dei CobraUn film di Stephen Sommers.

Con Adewale Akinnuoye-Agbaje, Christopher Eccleston, Joseph Gordon-Levitt, Byung-hun Lee.


Titolo originale G.I. Joe: The Rise of Cobra. Azione, durata 107 min. – USA 2009. – Universal Pictures. Uscita: venerdì 11 settembre 2009.





VOTO: 4


Uscito l’11 settembre, “G.I. Joe, ecc. ecc.” non simboleggia certo il modo più ortodosso possibile per ricordare L’America, indaffarato com’è a rappresentare biechi trafficanti di armi, combattimenti senza tregua, sbriciolamenti vari di opere architettoniche e… di scatole.

Dopo aver portato distruzione ed esplosioni a casa loro (New York, Washington, San Francisco), evidentemente gli americani hanno avvertito un po’ di nostalgia per il vecchio continente. E, visto che probabilmente non hanno niente di meglio da fare, qualcuno gli avrà detto che a Parigi (che si trova in Francia, sempre meglio specificare con opportune sovraimpressioni per il volgo ignorante, non si sa mai che credano si trovi in Australia) esiste una cosa di ferro alta oltre 300 metri e che sarebbe stata una bella occasione per vederla cadere ridotta in mille pezzi. La popolazione mondiale ringrazia commossa. Sienna Miller "sgrilletta"

Una bella scorazzata tra i boulevard parigini non ce la toglie nessuno, con Arco di Trionfo, Notre Dame e la Senna a fare da sfondo. E pure il traffico della capitale non viene risparmiato, messo a soqquadro con almeno un centinaio di auto esplose e/o fracassate, e con palazzi e negozi ridotti in poltiglia (e meno male che a questo contribuiscono anche i supposti eroi dello squadrone G.I. Joe). Pensate un po’ alle “boulangeries” e ai “restaurants”… Ci si aspetta da un momento all’altro di vedere un fornaio rincorrere le macchine ultratecnologiche per prenderle a colpi di baguette! E la gendarmerie che arresta i nostri valorosi stendendoli con un pugno? Roba da chiodi. Allora chiamate l’Ispettore Clouseau che almeno acquistate in credibilità.

Questi disgraziati autori, abili resettatori di memorie, ci vogliono portar via pure i ricordi delle scene romantiche sui tetti di Parigi. Con queste sequenze ipervelocizzate e ultrafracassone di tenero ci resta ben poco, in effetti. E pensare che qualche ragazzino, non avvezzo a sviluppare senso critico di ciò che vede, le avrà trovate pure “ganze” e divertenti…

Visto come va a finire, temo che il gioco continuerà. Le testate (nucleari) del cazzo non finiranno qui… Qualcuno dovrebbe intervenire sulla corteccia cerebrale di questi esaltati.

Mi è venuta un’idea…  Alpha, Bravo, Charlie, Delta: in formazione d’attacco!


ADDIO TERRAFERMA

Addio terrafermaUn film di Otar Iosseliani.

Con Nico Tarielashvili, Lily Lavina, Philippe Bas, Amiran Amiranachvili.



Titolo originale Adieu, plancher des vaches. Commedia, durata 117 min. – Francia, Italia, Svizzera 1999.





VOTO: 9


Nicolas, ventenne appartenente ad una ricca famiglia alto-borghese della periferia parigina, trascorre le sue giornate nella capitale praticando umili mestieri e frequentando poveracci e furfantelli, mentre la madre è impegnata nei suoi affari di alto livello e il padre si dedica all’ozio, al vino, ai trenini elettrici e s’intrattiene con una cameriera e altri piccoli personaggi sfiorano, con le loro piccole storie, le vicende di questo strano nucleo.

Otar Iosseliani (classe 1934), tra i più lucidi autori del cinema contemporaneo, scrive e dirige magistralmente un’incantevole commedia umana con personaggi bizzarri, le cui storie si sfiorano, divertono, suscitano riflessioni profonde sull’utilizzo della propria esistenza.

Percorso dalla grazia di chi ne ha viste tante ma non intende affatto essere saccente, “Adieu, plancher des vaches” contrappone l’immobilità borghese (con il suo “fascino discreto”) alle esistenze irregolari di cittadini ai margini della società. Una deliziosa “ronde” attraversata da una leggerezza e da un’ironia davvero invidiabile.

Lo sguardo del regista georgiano (anche interprete del padre ubriacone) sembra essere quello di un antropologo che osserva le “regole del gioco” di una società a tratti impazzita.

Cinema filosofico, in un’epoca in cui nessuno fa più filosofia (soprattutto al cinema) e dunque cinema prezioso, che ha molte cose da dire e lo fa senza appesantire una trama arzigogolata, nè troppo pessimista, nè troppo ottimista e quindi narrativamente imprevedibile. Una scena tratta dal film del regista georgiano

Esemplare il modo in cui sono incastrate le varie storie e il punto di vista di Iosseliani rimane sempre disincantato, da cittadino apolide in un mondo in pieno caos, rendendo credibile qualsiasi situazione assurda. Nelle gioie e nei piccoli o grandi drammi che la vita ci riseva si trovano comunque il piacere di osservare il mondo da angolazioni diverse, di sperimentare esistenze alternative, il desiderio di poter decidere quando e come abbandonare il caos e ricominciare altrove, senza escludere l’eventualità di un ripensamento.

Si fa esplicito riferimento al cinema di Bunuel, Renoir e Ophuls, ma il suo è un film comunque personalissimo e coerente con l’intera filmografia di questo grande cineasta.

I giovani autori contemporanei avrebbero molto da imparare studiando i suoi film!

Gli uccelli ci guardano e hanno il privilegio di lasciare la terra(ferma) ogni qualvolta lo desiderano, con totale indifferenza e invidiabile spirito libero.

Per noi, la fuga da questo mondo è una possibilità concreta, che non coincide necessariamente con la rinuncia a vivere.