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Articoli con tag “palazzi

ATTACK THE BLOCK – INVASIONE ALIENA

Un film di Joe Cornish.

Con Jodie Whittaker, John Boyega, Alex Esmail, Franz Drameh, Leeon Jones.

Titolo originale Attack the Block. Fantastico/Azione, durata 88 min. – Gran Bretagna 2011. – Filmauro. Uscita: mercoledì 30 maggio 2012.

VOTO: 4,5

Una scia luminosa si staglia in cielo, e si confonde con la giostra di colori dei fuochi artificiali. Samantha Adams, una ragazza dal profilo francese e dal naso quasi aquilino, cammina per le strade di Londra mentre è a telefono con la madre; concorda una visita imminente in famiglia e riattacca. Poi si scopre vittima di un’aggressione, minacciata con un coltello da una banda di giovani dal volto coperto che gli intimano la consegna di cellulare, soldi, borsa e anello. A salvarla (o a condannarla) arriva una specie di piccolo astro che, come fosse precipitato dal nulla, distrae il gruppo di criminali rivelando un animale aggressivo e non identificabile pronto a mordere chi ha intenzione di avvicinarsi. La combriccola non si accorge che, uccidendolo, scatena una pioggia di piccole meteoriti, ognuna delle quali contiene un visitatore più grosso, (altro…)

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LA HORDE

“The Horde” è un film di Yannick Dahan e Benjamin Rocher del 2009.

Con Eriq Ebouaney, Jo Prestia, Jean-Pierre Martins, Aurélien Recoing, Claude Perron, Alain Figlarz, Doudou Masta.

Prodotto in Francia. Durata: 96 minuti. Distribuito in Italia a partire dal 01.10.2010.






VOTO: 7


Non fatevi ingannare. Seppure uno dei registi si chiama Rocher, ciò che vi aspetta non ha niente a che fare con nocciole tostate e crema gianduia. Piuttosto assaggerete il sapore amaro della paura, quella che alberga in un vecchio palazzone abbandonato. I non morti (anche se forse è sbagliato chiamarli zombie, vista in questo caso la loro precipua natura di anime pensanti e tormentate) corrono ingordi e resistono più a lungo ai colpi delle pallottole. Fluiscono come sensi di colpa fattisi carne, desiderosi di rivincita verso coloro che hanno avuto il potere e il comando, quelli che hanno abusato di una posizione autorevole: sbirri, delinquenti papponi, militari invecchiati male.

Fosse durato una ventina di minuti in meno, “La horde” si sarebbe potuto considerare un piccolo capolavoro. Invece si sofferma troppo su una sceneggiatura introduttiva legnosa e sulla voglia di far vedere le interiora a tutti i costi. L’esordio sembra scorrere su di un’esile traccia narrativa. Poi la materia si fa più consistente, la confezione si rinforza e scuote, tra ferocie di basso livello e slanci ponderati. Si passano a fare considerazioni più o meno pindariche, ma con tanto di analisi sociologica sulla guerra d’Indocina e sui fantasmi del passato che ancora affliggono la Francia. Non mancano neppure i doverosi conti in sospeso con le banlieue e le differenze razziali.

L’uomo, si sa, è di natura bellicosa. Perennemente in guerra con i suoi simili, e quindi con se’ stesso. Rispetto alle grandi contese di ieri, che si combattevo su spazi geografici estesi e a fianco di paesi alleati, sono rimasti i conflitti interiori che esplodono verso l’alto di un cielo greve e fiammeggiante. Sono ostilità che generano mostri pronti a divorarci, in una specie di miscuglio splatter animato su di una tela sporca.

Il titolo originale è stato inopportunamente ma profeticamente cambiato (in Italia s’intitola “The horde”, nda) dandogli una connotazione da cinema americano. Niente di più fortuitamente azzeccato: la Francia e gli Stati Uniti sono i prototipi ideali per ciò che viene spiegato. Hanno in comune tante cose, tra le quali la riconoscenza del nuovo cinema d’oltralpe verso autori affermati quali Romero o Carpenter, qui “sporcati” da una moderna finezza tutta europea.

Possiamo dibatterci quanto vogliamo e tentare di estirpare il male che risiede dentro di noi. L’impressione è che sia troppo tardi: le scie di sangue sono ovunque.


IN BRUGES

Un film di Martin McDonagh.

Con Brendan Gleeson, Colin Farrell, Ralph Fiennes, Jérémie Renier, Clémence Poésy.

Titolo originale In Bruges. Noir, Azione. Durata 101 min. – Gran Bretagna, Belgio 2008. – Mikado. Uscita: venerdì 16 maggio 2008.






VOTO: 5


A Bruges la vita scorre lenta e anonima. Un posto perfetto per nascondersi e fare i conti con la propria coscienza. La città fiamminga sa “solo” produrre cioccolatini, regalare qualche scorcio medievale, mostrare cani alla finestra che guardano i vecchi seduti sulle panchine e invitare sui suoi canali navigabili che la fanno vagamente somigliare alla nostra Venezia. Sembra una città qualsiasi (“noiosa” secondo i parametri di Ray, il personaggio interpretato da Colin Farrell) ma ben presto il suo panorama urbano genuino e affascinante si confonde con la vita di due sicari londinesi “parcheggiati” lì dopo un evento sanguinoso.

C’è la sensazione che il film voglia andar giù pesante su argomenti quali il senso di colpa, il peccato e la discesa agli inferi di anime tormentate: e la città scelta sarebbe anche giusta per risvegliare, con i suoi palazzi, i dipinti inquietanti sul Giorno del Giudizio e le ampolle contenenti il sangue di Cristo, la moralità. Gli scenari sono splendidi: si passa dalle sale del Museo Groeninge con i dipinti di Magritte e Bosch alla Torre del Campanile dalla cui cima si può godere di una vista impareggiabile. Quest’ultimo sarà anche un luogo fondamentale per lo svolgersi delle vicende: i suoi quasi 400 scalini vedranno morire d’infarto un turista americano e scorrere un bel po’ di sangue.

Purtroppo la svolta “acida” a metà strada fra Tarantino e i fratelli Coen (senza la rilevanza dei dialoghi diluiti del primo e l’arguzia dei secondi) non è molto appropriata: forse si voleva premere l’acceleratore sul sogno e il surreale ma, tra coca, prostitute, nani e pistole caricate a salve… si perde di vista un po’ quella che è la coscienza del titolo tradotto in italiano. Si abbandonano le atmosfere thriller e noir; ed è un vero peccato perché gli attori a disposizione erano di una certa rilevanza.

Il Caso e il Fato entrano troppo in gioco e perfino la musica che accompagna le vicende diventa da intrigante a inutile. Una caricatura forzatamente a incastro di tutti i personaggi esistenti riflette un esercizio di stile un po’ vanitoso e antipatico, e mostra assassini e mandanti maldestri che ripetono “cazzo” all’infinito, giusto per dare spessore alle loro nevrosi.

E’ per questo motivo che non posso ritenere all’altezza la sceneggiatura scritta dal volenteroso regista Martin McDonagh: coinvolgente e incrollabile nel suo incipit quanto imperfetta, sofferente e trascurata in seguito. Le scene d’azione sono prevedibili e non interessano, soprattutto quando si decide (sorpresa delle sorprese) di mettere in scena un inseguimento sotto una neve posticcia (sigh!) fioccante sulla città addobbata per le feste di Natale.


MILANO CALIBRO 9

Un film di Fernando Di Leo.

Con Mario Adorf, Philippe Leroy, Barbara Bouchet, Frank Wolff.

Poliziesco, durata 101 min. – Italia 1972.

 

 

 

 

 

 

VOTO: 8


Ugo Piazza, alias Gastone Moschin, esce dopo 3 anni dalla prigione di San Vittore grazie a un’amnistia e l’accoglienza che riceve non è quella delle più simpatiche. Alcuni scagnozzi inviati da un tipo chiamato l’Americano lo seguono, lo sequestrano e lo picchiano, cercando di farlo parlare in merito alla sparizione di 300.000 dollari americani avvenuta poco prima del suo arresto. Nella colluttazione gli vengono sottratti anche la carta d’identità e il permesso rilasciato dal carcere. A Piazza non rimane altro che rivolgersi al commissario di polizia che lo conosce benissimo per i suoi trascorsi, il quale gli chiede una collaborazione per capire come si svolge il passaggio tra corrieri nello smistamento di soldi riciclati dall’organizzazione dell’Americano…

Buonissimo film di genere, il cosiddetto “poliziottesco”, ma con evidenti venature noir, “Milano calibro 9” è diretto Fernando Di Leo, un artigiano nel senso più stretto del termine. Si vede che l’approccio verso lo strumento cinema è spesso arrangiato e un po’ approssimativo, tuttavia il film si presenta come un valido prodotto indipendente girato con un budget risicato.

Ispirato al romanzo postumo di Giorgio Scerbanenco “Stazione Centrale, ammazzare subito”, si avvale di una scrittura spesso ingenua e di bassa lega ma di sicuro impatto emotivo e a suo modo carismatica e ruffiana la quale, nonostante dimostri un po’ i suoi anni, centra perfettamente il bersaglio che intende colpire. I caratteri rissosi, sbruffoni e suscettibili del commissario di polizia e di Rocco, il capo esecutivo del gruppo dei malavitosi, rischiano la caricatura, non ci si appella a sottigliezze psicologiche. Nonostante ciò i personaggi restano, nella loro brutale definizione, verosimili e consistenti.

Il lavoro di Di Leo sull’utilizzo della cinepresa è ammirevole: passiamo da soggettive cariche di tensione a riprese dal basso che puntano sui volti, sulle oscillazioni istintive dei corpi, catalogandone le incomunicabilità, segnalandoli come preminenti rispetto a una cerchia comune e paradossale di personaggi perimetrali. La macchina da presa scorre anche attraverso sequenze filmate a bordo di un’automobile fino alle panoramiche notturne, a mitizzare lo “skyline” della città meneghina.

C’è, tra le maglie della sceneggiatura e nella messa in scena, un’evoluzione di analisi e di accusa sociale: scopriamo che nel giro di soldi riciclati ci sono banchieri, industriali e ricchi possidenti che mandano i loro capitali all’estero. L’essere ammanicati con commissari, finanzieri e magistrati sembra essere la premessa per la riuscita di queste operazioni. Diventa così interessante vedere come il regista approfondisca il tema della trasformazione della Mafia, da “semplice” cancro di periferia a spirale metropolitana riscontrabile in una banda di criminali italo-americani e approdante a un disfattismo che non lascia spazio alle suppliche o ai revisionismi, dove tutti sono destinati a rimetterci.

Le scene degli scontri verbali tra il commissario capo conservatore e il suo vice riformista sono un po’ banali e troppo tese a sottolineare l’inclinazione politica del regista. E’ vero che quelli erano gli anni di Lotta Continua, di manifestazioni e dissapori sociali, ma una mano più leggera sarebbe stata gradita e avrebbe reso meno sbilanciato il messaggio del film.

Da invidiare la bella schiera di attori di questo balletto criminale: Moschin, di solito inappuntabile commediante, si presenta con un volto granitico e provato. Troppe volte inquadrato con la sigaretta in bocca, è impossibile cancellare l’aspetto di infida canaglia innocente che riesce ad assumere. Mario Adorf è incantevole nei panni di Rocco, il tirapiedi dal temperamento rude e mordace. Philippe Leroy è Chino, uno dei personaggi più sofferti e apparentemente ai margini della vicenda; l’attore francese lo porta sullo schermo con tutta la generosità di cui è capace.

Ricca oltre ogni modo è l’orchestrazione che accompagna le immagini della pellicola. Attraverso l’uso di archi e violini conferisce al film un senso continuo di dinamicità e di imminente instabilità dei fatti mostrati; si ha la sensazione che stia per accadere qualcosa di improvviso, pericoloso, violento e definitivo. Riproponendo slanci psichedelici e romantici, ora a sottolineare gli atti feroci ora quelli apparentemente mansueti, la colonna sonora di Bacalov sostenuto dal gruppo napoletano rock-progressive degli Osanna rende la pellicola malinconica, sferzante e amara.

Le tante scene girate in esterni ci fanno riscoprire una Milano triste e nichilista: l’ambiente affascinante e un po’ decadente dei navigli, quello degli alberghi di terza categoria, quello lussuoso e moderno del Pirellone e dei grandi palazzi grigi del potere. La metropolitana e la stazione centrale, con il loro background opprimente, bisunto, sono quasi un manto di ineluttabilità e sofferenza che schiaccia tutto e tutti.

Barbara Bouchet, la signora dalla casa arredata in bianco e nero, entra in scena dopo oltre mezz’ora di film e ciononostante è affascinante e sensuale come non mai. Il suo appartamento, così come l’habitat circostante, è lo specchio perfetto di quello che accade nel film: si ha la sensazione di due opposte fazioni che si scontrano (il bianco e nero, per l’appunto) le quali non si accorgono del rosso “rivoluzionario” pronto a destabilizzarle entrambe. E’ il rosso imprevedibile del tradimento e della conseguente ferocia delle ultime, sanguinolente e censuratissime scene.