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Articoli con tag “ossessioni

SHAME

Un film di Steve McQueen. Con Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware.


Drammatico, durata 99 min. – Gran Bretagna 2011. – Bim. Uscita: venerdì 13 gennaio 2012. – VM 14

VOTO: 6

I giovani rampanti di oggi, quelli sulla trentina o giù di lì, vestono bene, abitano lindi e scarni appartamenti, partecipano a estenuanti riunioni lavorative con la stessa aderenza degli istanti in cui si siedono sul water, e ovviamente fanno sesso. Tanto sesso. Meglio se in quel di New York: lì ti puoi confondere tra milioni di anime, cambiare partner più facilmente, trasgredire accoppiandoti vicino a zone di transito pubblico, chiuderti in bagno col fai-da-te.

Brandon (Michael Fassbender) è uno di questi. Onanistico ben oltre il significato comune del termine e ai limiti della patologia, vede di rado Sissy (Carey Mulligan, più brava di Fassbender anche se meno in (altro…)

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L’IMPERO DEI SENSI

L'impero dei sensiUn film di Nagisa Oshima.

Con Tatsuya Fuji, Eiko Matsuda, Taiji Tonoyama, Aoi Nakajima, Meika Seri.


Titolo originale Ai no Corrida – L’Empire des sens. Erotico, durata 120 (104) min. – Giappone, Francia 1976. –
VM 18






VOTO: 6


Il film si è ispirato a un fatto di cronaca verificatosi a Tokyo nel 1936.

Abe Sada (ex meretrice) lavora, nuova, ingenua e spensierata cameriera, nella casa al servizio del suo attuale padrone Kitzi, un bel moro con penetranti occhi scuri e due baffetti sensuali, il quale non tarda a invaghirsi delle sue forme. La passione prende molto presto il sopravvento, tra l’ossessione sessuale di lui e l’abbandonarsi ai servigi di lei.

Il loro amore, se così si può chiamare vista la precipitazione, si concretizza subito in cerimonia nuziale. I due si mantengono con i soldi guadagnati dal mestiere di accompagnatrice che lei continua a intraprendere, facendo visita a presidi e consiglieri comunali. Sada sviluppa sempre più il suo aspetto ninfomane, al quale aggiunge anche un pizzico di mania omicida. Il suo amore è un’annientatrice smania di congiungimento e, insieme, una folle paura di isolamento. Il tormento o l'estasi?

La coppia va alla ricerca del piacere più intenso, fino a che non lo trova in una pratica estrema e definitiva.

Oshima non ha timore nel mostrare elementi filmici al limite (e a volte all’interno) della pornografia: il fallo a forma di passerotto, il liquido seminale, il membro in erezione e nell’atto della penetrazione vengono mostrati senza alcuna censura (il film fu presentato, inizialmente, in una versione ridotta di circa 15’). Così come l’uovo sodo che fuoriesce dalla vagina oppure i peli pubici tagliati e messi in bocca in modo così disinvolto.

Tutto ciò non esclude, purtroppo, il tedio di lunghe sequenze con poche varianti di ripresa. I particolari sono sempre i medesimi; le gioiosità e le trascuratezze del sesso mostrato all’inizio fan posto a un amplesso (e a un allestimento registico) triste, meccanico, abbozzato. Il legame iniziato con un corteggiamento quasi romantico raggiunge l’apice in una fine che è vincolo senza tempo e per di più irrimediabile.

Gli eccessi e le ossessioni dei protagonisti si rivolgono contro loro stessi: rimanere svegli tutta la notte per baciare il sesso del proprio marito, in beata adorazione, è una strada che può condurre alla follia e alla brama di possesso. La natura avida di lei, la sua predisposizione anomala all’eccitazione, va di pari passo con l’assillo di lui.

Gli accoppiamenti esibiti sfrontatamente a parenti, amici, dipendenti, nonni, geishe con la massima naturalezza e noncuranza, e senza la paura di turbamenti o imbarazzi, sono uno slancio amoroso che tiene all’oscuro qualsiasi legame sociale. La dipendenza sessuale porta all’ubriacatura e all’inebrio.

Kitzi perde di vista il legame con la moglie, il significato di matrimonio viene meno. Ma anche le altre abitudini delle comuni attività (i protagonisti non mangiano più, dediti come sono all’accoppiamento) vengono cancellate. Troppa è la disciplina con la quale Oshima dirige la sua opera; la severità diventa una mera contemplazione, senza sovrapposizione di elementi fantastici od onirici. Anche l’eleganza figurativa degli interni è un ripiego un po’ negligente.

La passività della messa in scena si riflette alla perfezione, però, nell’atteggiamento di Kitzi, il quale annulla del tutto la propria volontà e trascura il suo aspetto fisico, pronto a diventare uno scheletro nelle mani ingorde di Sada. Gli amanti sono pronti per essere abbattuti per sempre da una passione assoluta e autodistruttiva.


LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE

La donna che visse due volteUn film di Alfred Hitchcock.

Con Kim Novak, James Stewart, Tom Helmore, Henry Jones, Barbara Bel Geddes.


Titolo originale Vertigo. Giallo, Ratings:
Kids+16, durata 128 min. – USA 1958.







VOTO: 8,5


I tetti di San Francisco sono infidi, scivolosi e… lontani da terra. Se ne rende ben presto conto il poliziotto John “Scottie” Ferguson (James Stewart) che rimane appeso a un cornicione durante un inseguimento. Lo shock dovuto alla vertigine sarà così grande da fargli prendere la decisione di abbandonare il servizio e di andare in pensione, forte del suo agio economico da scapolo inveterato.

Gavin, un vecchio amico, gli chiede una cortesia: seguire sua moglie Madeleine (Kim Novak) perché teme che qualcuno possa farle del male. Dice che la donna è molto debole, gira chissà dove, forse in preda a uno stato di profonda depressione.

John, dunque, sorveglia la bionda Madeleine, la quale fa visita alla tomba di una certa Carlotta Valdes, nata il 3 Dicembre del 1831 e morta 26 anni dopo. Successivamente la ritrova al “California Palace of the Legion of Honor”, mentre fissa un quadro di una donna di metà Ottocento che tiene in mano un mazzo di fiori uguale a quello che ella stessa, poco prima, ha acquistato. Anche la pettinatura delle due donne è la medesima. John scopre, così, che Madeleine è vittima incosciente di un transfert di identità. Sembra, infatti, essere posseduta dallo spirito di un’antenata (Carlotta Valdes, appunto), costretta a separarsi dalla figlia e per questo suicida a 26 anni. La stessa età della bella Madeleine… La scala del campanile

La musica di Bernard Herrman contribuì in modo decisivo all’impatto emotivo della pellicola. Basti pensare alla splendido componimento a spirale e, allo stesso tempo, intensamente romantico (la colonna sonora, una delle più struggenti e suggestive mai ascoltate, spiega in gran parte il fascino che “Vertigo” ha ancora oggi).

C’è un invidiabile incontro nei titoli di testa tra le musiche di Herrman e i disegni di Saul Bass, il quale, durante gli anni ’50, rivoluzionò la grafica degli “attacchi” nei film. Bass fu capace di sintetizzare l’intera pellicola, usando una sola immagine in pochi minuti di “vortici” colorati e sovrapposti i quali conducono immediatamente al senso di perdita dell’equilibrio.

Il fotografo Robert Burks rispettò lo schema di colori rossi e verdi (l’abito da sera verde, indossato dalla Novak durante la serata al ristorante e in contrasto con il rosso della parete, è tanto bello da togliere il fiato) richiesto dal regista, e si servì di filtri che rimandavano alla sensazione di nebbia per creare un’atmosfera onirica. Un profilo magnifico

Un contesto mitigato dai duetti con la pittrice e disegnatrice di moda Midge, l’amica di John, i quali sono molto divertenti e spontanei; rappresentano quel lato ironico irrinunciabile nelle opere di Hitchcock. Perché, se da una parte il Maestro apre una voragine verso la morte, il subconscio e l’inganno, dall’altra ha bisogno di rafforzare la sua personalità, stemperando la tensione dell’intreccio con battute sottili e ingegnose. Delizioso  :-)

John non si accorge nemmeno della presenza dell’amica. Dopo la tragica esperienza alla quale si è trovato a partecipare (Madeleine si suiciderà nonostante la sua salvaguardia), è catatonico, immobile e sospeso tra i suoi sensi di colpa e il rammarico di aver osato amare una donna già sposata. Nemmeno la musica di Mozart sembra in grado di poter alleviare il dolore che prova.

E qui, Hitchcock, attraverso una semplice panoramica sullo splendido paesaggio assolato ed edificante offerto dalla città di San Francisco, fa un salto in avanti narrativo di straordinaria sintesi e ci proietta verso quella che sarà l’ulteriore discesa verso il vortice paranoico che attende il nostro John.

Egli, infatti, riconosce l’auto della “sua” Madeleine. E poi di nuovo lei che gli compare, mentre cammina per la città. Non è più bionda, “stavolta” ha i capelli castani. Ma sarà davvero la sua amata o solo il frutto di un’alienazione mentale? Potrà bastare un tailleur grigio a poterla ricreare in qualche modo?

Il film è caratterizzato da un turbinio di ossessioni intime e quasi inquietanti. Alfred Hitchcock era un sostenitore del cosiddetto “cinema puro”, caratterizzato da immagini senza parole. “La donna che visse due volte” è la storia di un uomo che, per la prima volta, s’innamora profondamente di una figura femminile con la quale non ha quasi mai parlato e, ciononostante, si abbandona alla più intensa delle sue angosce e fobie amorose. Il formidabile effetto “vertigine” (ottenuto tramite un intelligente accostamento tra una carrellata indietro e una zoomata in avanti), accentua alla perfezione l’acrofobia di cui soffre il protagonista.

Kim Novak conferì una straordinaria intensità emotiva e fu abilissima nel tratteggiare il carattere di due donne così uguali e profondamente diverse: raffinata e distaccata la prima, con quel suo parlare con ritmo quasi assente, vera e appassionata la seconda. Fredda, misteriosa, triste e splendida, Madeleine è da capogiro.


REIGN OVER ME

Reign Over MeUn film di Mike Binder.

Con Adam Sandler, Don Cheadle, Liv Tyler, Saffron Burrows, Donald Sutherland.


Drammatico, durata 125 min. – USA 2007. – Sony Pictures.


Uscita: venerdì 31 agosto 2007.





VOTO: 7/8


Tra le tante, troppe produzioni americane che giungono in Italia, è triste constatare che opere di autori sensibili e originali come Mike Binder finiscano per passare pressoché inosservate, o perlomeno non trovino lo spazio che meriterebbero. Nemmeno quando toccano, come in questo caso, tematiche universali utilizzando un linguaggio accessibile anche se mai banale.

In seguito alla perdita della moglie e delle due figlie, passeggere di uno degli aerei kamikaze dell’11 settembre 2001, Charlie Fineman si richiude in una dimensione personale, un mondo fatto di dischi in vinile, videogame, concerti in locali notturni ma, soprattutto, impermeabile al suo passato e ai suoi ricordi dolorosi. Vive di piccole stranezze e grandi ossessioni, gesti in apparenza insensati, rifiutando di incontrare i suoceri, che vorrebbero aiutarlo a ricordare e far parte della sua vita, e vagando per le strade di New York -le stesse in cui, più di trent’anni fa, girava spaesato il Travis Bickle di Taxy driver– con un buffo monopattino a motore, perennemente con le cuffie alle orecchie. Disordine da Stress Post-Traumatico o, più semplicemente, un caso di cuore infranto. Una scena tratta dal film

Alan Johnson è un dentista di successo, una bella casa con una bella famiglia. Tuttavia, nella sua vita manca qualcosa; tra i soprusi dei colleghi, che profittano della sua accondiscendenza, e i problemi di incomunicabilità con la moglie, sente di non disporre pienamente della propria esistenza. Quando rivede Charlie, a distanza di quindici anni dal periodo in cui erano compagni di stanza all’università, decide di aiutarlo a uscire dal suo isolamento. Rimane così felicemente intrappolato nel suo mondo notturno scoprendosi, tra una “dose di Mel” e una splendida improvvisazione sulle note di Out in the street, in perfetta sintonia con l’amico. Trascura la famiglia ma, forse, ritroverà inaspettatamente la forza per trovare la svolta che attendeva da tempo. E, con l’aiuto di una giovane analista, riuscirà ad aiutare Charlie ad avviarsi verso il lento e delicato processo di guarigione.

Una pellicola coraggiosa e insolita, che tocca tematiche delicate con tono leggero e ritmi da commedia, senza mai essere superficiale ed evitando di toccare i tasti della retorica. Mike Binder scrive e dirige un’opera intimista sul dramma personale di un uomo, piccolo tassello del puzzle di una tragedia collettiva. Ma si spinge ben oltre la descrizione della condizione delle tante vittime indirette dell’attentato al World Trade Center, realizzando un film sulla difficoltà e la necessità di affrontare il dolore di una così grave perdita. Magari senza forzature esterne, senza imposizioni, trovando da sé la propria strada. Ancora una volta, Adam Sandler, affiancato da un ottimo Don Cheadle, si dimostra un interprete prezioso, quando diretto da registi di valore. In sintonia anche il cast di contorno, in cui spiccano Liv Tyler nel ruolo della psicologa e, soprattutto, Donald Sutherland, in un cameo che non può non lasciare un segno.


SOFFOCARE

Soffocare“Soffocare” è un film di Clark Gregg del 2008.


Con Sam Rockwell, Anjelica Huston, Joel Grey, Brad William Henke, Kelly Macdonald, Kathryn Alexander, Teodorina Bello, Kate Blumberg, Jonah Bobo, Paz de la Huerta.



Prodotto in USA. Durata: 89 minuti. Distribuito in Italia da 20th Century Fox a partire dal 13.05.2009.



VOTO: 8

Quando si sono oltrepassati limiti dai quali sembra impossibile fare ritorno è necessario frugare nel nostro bagaglio di strazianti e perversi ricordi, finché non ne troviamo uno che ci permette di interrompere il circolo vizioso e conquistare la sobrietà. E il passato di Victor (perfettamente “traumatizzato” da un Sam Rockwell molto in parte) è nascosto nel rapporto con sua madre (un’Anjelica Huston gasata da giovane e sofferta nel ruolo senile, ricoverata in un Istituto Psichiatrico). Victor/Rockwell lavora come comparsa in un’oasi storica che ricostruisce ambienti e modi degli Stati Uniti del 1763: il capo del villaggio sembra che abbia inghiottito un dizionario dei sinonimi tanto parla forbito e arcaico (esilaranti le scene nelle quali Victor lo prende in giro).

Per Victor il superamento del limite sta in un sesso inteso come un perfetto e avvolgente “nulla”, dove il dolore è ricacciato indietro o non esiste. Ci si tuffa per sfuggire alla tristezza, alla solitudine, all’inadeguatezza. I suoi rapporti privilegiano solo donne sconosciute (e preferibilmente sono consumati nelle toilettes, durante gli incontri di gruppo per guarire dal “sesso-centrico”), in modo da tenere anestetizzati i sentimenti e la noia.

Il personaggio di Rockwell ha avuto un’infanzia marcata da una madre ultraprotettiva (che gli insegna perfino a riconoscere la tipologia degli allarmi annunciati via altoparlante nei luoghi pubblici, in modo da poter scappare e sopravvivere), la quale gli nega qualsiasi contatto con persone/bambini della sua età o con le cose più giocose/gioiose, come le giostre o i parchi di divertimento. Ma la testa di Victor gira lo stesso, il suo sguardo è malinconico e necessita di un modo per attirare l’attenzione. Il suo soffocare, nel fingere che il cibo gli è andato di traverso, è un vero morire a causa delle represse emozioni infantili. Gli atteggiamenti anticonformisti che la madre vorrebbe inculcargli, in realtà sono paranoici e ossessivi. Ormai il piccolo riesce a sorridere solo a comando. Brad William Henke e Sam Rockwell, stanchi dopo il lavoro.

La regia funziona decisamente bene per quanto riguarda i flashback (puntuali per come si sceglie di entrarvi, e da come si sceglie di uscirne), gli intermezzi sessuali (veri o immaginari), i primi piani (bellissimo il sorriso del bellissimo amico Danny, ammalato di masturbazione smodata) e qualche movimento di macchina in avvicinamento a svelare particolari rilevanti per la vicenda (la scena notturna allo zoo, alcuni “battibecchi” con le anziane del nosocomio).

Un saporito vaneggiamento religioso è al centro di una traccia narrativa, quando si pensa che Victor sia venuto al mondo grazie a un prepuzio benedetto (!): l’irriverenza è a portata di mano e si mette in mezzo una possibile esistenza di un secondo Messia. Clark Gregg, come regista esordiente, direi che è sicuramente da tenere d’occhio vista l’abilità con la quale mette in scena un testo bizzoso e irrazionale come quello di Chuck Palahniuk (lo scrittore di “Fight Club”) e lo scrupolo a cui ha dovuto attingere per una lavorazione lunga e tormentata.