www.pompieremovies.com

Articoli con tag “Oscar

IL MISTERO VON BULOW

Un film di Barbet Schroeder. Con Glenn Close, Jeremy Irons, Ron Silver, Annabella Sciorra, Jack Gilpin.

Titolo originale Reversal of Fortune. Drammatico/Giallo, durata 111 min. – USA 1990.

VOTO: 8

Tappi nelle orecchie, mascherine sugli occhi per proteggersi dalla luce, e fisico pieno di un mix composto da sigarette, alcolici e farmaci. I ricchi di Newport, Rhode Island (a due passi da Boston), si annoiano così, abitando ville grandissime e lussuose, anonimi tra la sfilza di tenute che si affacciano sul mare. Ispirate a una storia vera, le vicende della pellicola vengono introdotte da una voce off, quella di Sunny von Bulow (Glenn Close), che giace in coma irreversibile in un letto di ospedale dal Natale del 1980 (l’ereditiera è morta nel dicembre del 2008, nda). (altro…)

Annunci

PRECIOUS

USCITA CINEMA: 26/11/2010.


REGIA: Lee Daniels. ATTORI: Gabourey ‘Gabby’ Sidibe, Mo’Nique Imes, Paula Patton, Mariah Carey, Lenny Kravitz.


PAESE: USA 2009. GENERE: Drammatico. DURATA: 109 Min.





VOTO: 9


Il mondo visto dalla culla non è sempre meraviglioso, nonostante i cuscini rosa con sopra ricamato il nostro nome. Soprattutto quando il di noi padre inizia a molestarci dall’età di tre anni, e a diciassette sta ancora perpetrando questo crimine grazie a un sottile e attraente inganno. Claireece “Precious” Jones, adesso adolescente di colore, evade da questi gravi problemi familiari facendo ricorso alla fantasia e all’immaginazione. E vola. Vola sui tetti di una casa nella quale vive col marito/professore di matematica, calpesta i red carpet di una prima cinematografica dove lei è l’improbabile star, balla sensuale sotto le luci della ribalta e della notorietà, oppure si improvvisa cantante gospel mentre tiene il suo nascituro tra le braccia. E’ qui che il film alimenta una necessaria parentesi poetica e sognatrice; giusto il tempo che ci vuole per smorzare i violentissimi dolori che lacerano l’anima e i cibi del McDonald’s che abbruttiscono l’aspetto fisico.

Gabourey Sibide, magnifica nel suo corpo ingombrante, offre una prestazione intensa, complessa e perfino briosa. Singolari le interpretazioni dei famosissimi Mariah Carey, nella parte dell’assistente sociale, e Lenny Kravitz in quelli di aiuto infermiere, per una volta personaggi veri al servizio di una storia priva di falsità, conformismi o schemi ruffiani come troppo spesso ci capita di vedere; narrata con uno stile decisamente autentico, riuscendo nella non facile impresa di associarsi al mondo “prezioso” senza fare appello a un più che istigante buonismo.

Quando infatti la mente di Claireece torna sulla terra, trova una realtà ben diversa e molto più dura: ha una figlia affetta da un’anomalia genomica ed è di nuovo incinta di suo padre. Viene vessata, maltrattata e umiliata dalla madre (una Mo’Nique perfida oltre i limiti della tolleranza), espulsa dalla scuola per essere indirizzata verso un istituto per ritardati mentali, analfabeti e disadattati sociali, mischiata con una moltitudine di coscienze piagate dalla vita dei sobborghi newyorkesi che esprimono in modo sbagliato l’idea di riscatto e affrancamento, senza nemmeno essere in grado di capirne il senso.

Foglie secche su di un albero inaridito, che vogliono sparire alla vista sedendo in fondo all’aula, e  anime nere come lo schermo che occulta spesso la nostra vista dandoci il tempo di una riflessione maggiormente ponderata, le figure disgraziate del film sono bombe a orologeria pronte a esplodere. Precious Jones ha dalla sua il potere dell’immaginifico, diventando una moderna Rosetta ciociara, in un’improbabile rivisitazione fotoromanzata e ironica del film di De Sica. La pellicola di Lee Daniels è incline a una coralità tutta femminile, spostata indietro nel tempo al quartiere povero di Harlem nel 1987, e in cerca di un riscatto dall’oscurantismo, è fatta da un linguaggio aggressivo e pacificatorio insieme: tutto quello che di anticommerciale c’è in questo periodo di livellamento degli idiomi. L’ulteriore merito della sceneggiatura, adattata dal romanzo “Push” di Sapphire, sta nello screditamento delle istituzioni che si pensano fondanti l’unità familiare e il senso civico: a partire da un istituto scolastico non all’altezza e facilmente autoindulgente, per arrivare a un arrangiato organismo “differenziato” (come fosse lì a raccogliere rifiuti) arbitrariamente condotto da una sola persona (“Each One, Teach One”?). Una spirale senza fine tormenta queste anime ignoranti che “non sanno la vita”: la subiscono e basta. Anime a cui non resta che affidarsi al vigore della giovinezza e a una dolce sincerità.

Nonostante abbia fatto incetta di premi un po’ in tutto il mondo e abbia partecipato a numerosi festival (Sundance, Toronto, Cannes, San Sebastian, Golden Globe e Oscar), “Precious” viene distribuito in Italia a freddo, con oltre un anno di ritardo sulla tabella di marcia di altri paesi. Andiamo al cinema a vederlo, e facciamo capire ai tardoni dell’erogazione che è tempo di risveglio. Per loro e per noi.


IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI

Un film di Juan José Campanella.

Con Ricardo Darín, Soledad Villamil, Guillermo Francella, José Luis Gioia, Pablo Rago.

Titolo originale El Secreto de Sus Ojos. Drammatico, durata 129 min. – Argentina, Spagna 2009. – Lucky Red. Uscita: venerdì 4 giugno 2010.






VOTO: 5


“Il segreto dei suoi occhi” è un dramma giallo-poliziesco di facile e accattivante canovaccio. Un intreccio sentimentale di un amore mai confessato, soffocato dalla politica. Incartocciato da flashback lunghi e fiacchi, rievocanti eventi di 25 anni prima, il racconto cerca perennemente una sua identità e un significato.

Tanto è bastato ai membri dell’Academy per attribuirgli l’Oscar come Miglior Film Straniero di quest’anno, evitando la potenza devastatrice e lucida de “Il nastro bianco” di Haneke. Una volta di più l’importanza di questo premio scricchiola sotto i colpi dell’età di coloro i quali compongono la ghenga. Il gusto dei giurati, sia che abbia a che fare con avvenimenti storici (privi di qualsiasi denuncia, per carità!) o immaginari, non ha nemmeno un barlume di criterio. Ci auguriamo che per qualcuno suoni la… Campanella.

E’ pur vero che, qua e là, il film indovina idee brillanti, grazie alle battute sagaci affidate esclusivamente al personaggio di Sandoval, interpretato da un ottimo Guillermo Francella. Alleggerisce una trama a più strati commissionando apparizioni occasionali agli assistenti dei legali che, un po’ tonti, si fanno trattar male dai superiori. Ma sono strizzate d’occhio estemporanee che vanno in senso contrario a una pellicola troppo seriosa, e tesa a una rappresentazione epica di un passato sfuggito a due poveri amanti.

La scena dell’inseguimento allo stadio, durante la partita di calcio, è girata benissimo, con senso della prospettiva e una frenetica ripresa a mano. Ricardo Darìn, già apprezzato protagonista in “Nove regine”, ha un volto affascinante ed espressivo e il regista è uno che conosce il proprio mestiere. Peccato che si adagi sui cuscini di una sceneggiatura d’intesa e non si smolli di dosso il peso di un’angoscia perpetua che affossa la credibilità di tutti i personaggi.


NUOVO CINEMA PARADISO

Nuovo Cinema ParadisoUn film di Giuseppe Tornatore.

Con Philippe Noiret, Salvatore Cascio, Marco Leonardi, Jacques Perrin, Agnese Nano, Pupella Maggio, Leo Gullotta, Leopoldo Trieste.

Commedia/Drammatico, durata 157 (132) min. – Italia 1988.

VOTO: 9


Salvatore Di Vita è un vivace ragazzino siciliano che risiede in un paese chiamato Giancaldo. Si addormenta, spassosa canaglietta, durante le funzioni religiose, mentre risulta assai più interessato all’unico cinematografo esistente, quello a gestione parrocchiale. Si diverte a spiare, nascosto dietro a una tenda, i film che vengono mostrati in anteprima al sacerdote.

Il piccolo Totò è affascinato dal lavoro del proiezionista Alfredo, il censore esecutivo delle fobie morali del prete, che diventerà ben presto una figura paterna insostituibile per il ragazzo. Salvatore cresce insieme ai film proiettati al “Cinema Paradiso”, recita a memoria le battute guardando controluce singoli frame rubati di nascosto, andando verso una nuova vita, più grande della Sicilia stessa, incoraggiato in questo proprio da Alfredo.

Salvatore Cascio, di soli 9 anni, interpreta Totò nel suo periodo infantile. Cascio fu, all’epoca del lancio del film, un bimbo prodigio. Così giovane eppure a suo agio, immerso subito nel magico mondo della celluloide, protagonista sui red carpet di mezzo mondo per la promozione della pellicola. Il suo è un recitare naturale e piacevole, sostenuto in questo da due occhi penetranti. Ben diretto da Tornatore, conquistò pure il British Academy of Film and Television Arts nella categoria attore non protagonista. Come scroccare un passaggio

Dopo la prima uscita nelle sale, il regista, d’accordo col produttore Franco Cristaldi, tolse circa 30’ di girato per rendere il film più snello e lasciare in secondo piano la storia d’amore. “Cinema Paradiso” (questo fu il titolo scelto per la sua distribuzione internazionale) è un’abbagliante storia dolceamara che fu ignorata, alla sua prima uscita verso la fine del 1988 e che, in seguito, fu sommersa da intempestivi e condizionati gradimenti da parte della critica, solo dopo che ebbe ricevuto i prestigiosi riconoscimenti mondiali che tutti conosciamo.

Il film fu presentato nel maggio del 1989 al 42-esimo Festival di Cannes, dove vinse il Gran Premio della Giuria. Poi ricevette il David di Donatello per le musiche, il Golden Globe nel gennaio del 1990 e, infine, il prestigioso premio Oscar come Miglior Film Straniero.

Non si può negare, nonostante tutta questa girandola di premi, che il film ogni tanto si appesantisca a causa di una regia leziosa. Tuttavia risulta decisamente coinvolgente e si presenta come un’opera rivisitata con la prospettiva astuta di un cineasta di indubbio talento che racconta una storia ampiamente autobiografica. Giuseppe Tornatore produce un cinema sovraccarico ma anche forte e generoso, un “girato” di cui la spossata realizzazione italiana degli anni ’80 aveva necessità.

Dove la pellicola (solitamente lieve e favolistica) cade con una certa ingenuità è quando mette in scena situazioni drammatiche che risultano un po’ inverosimili: Alfredo salvato da Totò che è l’unico a correre in suo soccorso durante l’incendio, mentre tutti i “grandi” scappano ognuno per i fatti suoi, e una certa predisposizione allo schematismo e alla programmaticità che gli fanno assumere un tono un po’ finto ed edulcorato pur mantenendo il pregio del gusto per l’affabulazione. Soffre anche l’aspetto sentimentale del film: rivelatone il sapore glamour, illuminato da una fotografia troppo pulita e da una semplificazione che va al di là di ogni ragionevole aspettativa è condito, ciononostante, da impulsi calorosi e puri.

Ogni pretesto è valido“Nuovo Cinema Paradiso” va apprezzato per l’abilità con la quale ridipinge il melodramma popolare siciliano, quello dal gusto antico, avvalendosi della ricostruzione dell’immaginario paesotto di Giancaldo, ubicato ai confini di una ridente campagna. Ecco che, immancabili figure, arrivano il matto del paese che pretende di diventare proprietario esclusivo della piazza principale allo scoccare della mezzanotte, il napoletano fortunello che fa 12 al Totocalcio, gli emigranti che vanno a cercar miglior fortuna in Germania. Riecheggiano quelle espressioni e pose tipicamente felliniane e del suo “Amarcord”, un registro contenutistico caro a Tornatore il quale si serve di esso per avvalorare le origini popolari e il carisma della settima arte.

Lo sguardo del regista palermitano non si ferma solo alle genti; non mancano significative panoramiche ed escursioni visive e sonore sul canto dei grilli nei campi estivi assolati, verso il profumo dei limoni o i carrettini tipici siciliani che scorazzano in mezzo agli uliveti.

Nel cinema parrocchiale “Paradiso” succede di tutto e il film acquista una dimensione di facile fruizione e di empatica delicatezza: il pubblico interagisce attivamente con il film, il locale rappresenta il fulcro della società. Così come fanno il verso degli indiani in “Ombre rosse”, gli astanti sono liberi di dormire, mangiare, fumare, schiamazzare in assoluta scioltezza, applaudire a scena aperta, sputare verso quelle classi sociali che si considerano inferiori, ubriacarsi, innamorarsi e sognare.

Non esiste più una differenza tra la piazza, luogo adibito alle normali forme di socializzazione, e la sala. Gli abitanti del paese diventano un tutt’uno con i grandi divi di Hollywood,  storpiano i nomi degli attori facendoli propri e si impossessano delle loro figure per farle diventare più vicine, poterle toccare e interpretare a loro volta. Una celebrazione della settima arte a tutto tondo, quella messa in scena da Tornatore. Attraverso i grandi film, i kolossal americani, ma anche quelli più intimi e nazional-popolari che facevano sperare una comunità in un periodo di povertà e riedificazione dopo la fine della seconda guerra mondiale, il regista festeggia la leggenda del Cinema con un’attenta riproduzione delle liturgie.

Una considerazione speciale la meritano alcuni grandi attori che hanno prestato il loro volto e la loro mimica a questa grande pellicola: Philippe Noiret, un bell’uomo maturo dallo sguardo furbo e sornione, imponente interprete di un operatore cinematografico dotato di grande perspicacia e di amore professionale, Leo Gullotta, abilissimo nelle sue mille facce buffe e folkloristiche, Pupella Maggio, interprete sofferente della madre del Salvatore adulto, Leopoldo Trieste che ben dipinge il parroco, quello che suona la campanella per celebrare la funzione in chiesa allo stesso modo con la quale la scuote per censurare i baci dei film, mentre Jacques Perrin sarà anche un attore esperto ma appare un po’ inespressivo.

Film del cuore, dal grande fascino emotivo che ci sorprende a piangere, appena dopo che abbiamo abbozzato un sorriso, “Cinema Paradiso” vive di questo graditissimo slancio viscerale grazie anche al patrimonio della composizione musicale di Ennio Morricone, una volta di più eccelso autore. Il linguaggio del cinema e quello della musica raramente sono stati così vicini. Un tema musicale indimenticabile, grazie anche al fugace ma provvidenziale apporto del figlio Andrea che per questo film scrisse “Tema d’amore”. Il padre Ennio si concede un’impetuosità musicale classicheggiante e fittamente dettagliata che ripercorre ogni traccia del film in modo periodico, come le stagioni della vita. Finezza e passionalità si snodano in un suono quasi celestiale e trascinante grazie all’utilizzo di pianoforte, flauti, sax e violini. Tutti strumenti che riproducono abilmente la voce interiore del protagonista, l’idea di un luogo remoto e di un tempo passato.

L’effetto ha il fascino di quel raggio di luce che esce dalla bocca del leone posta a delimitare la stanzetta del proiettore, un luogo dispensato dalla confusione del branco di gente in platea. E’ il sogno cinematografico che nutre ancora oggi la nostra fantasia. Il Cinema è un Paradiso, e lo sarà per sempre.

Porteremo eternamente, nella nostra memoria cinefila più emozionale, la sfilza di baci “rubati”, così carica di struggente poeticità, di forte malinconia e di spirito evocativo. Il montaggio conclusivo riesce, anche verso coloro che sono abitualmente riottosi e imperturbabili, a sprigionare tutta la bellezza che c’è nell’abbandonarsi alle lacrime. E’ lo splendore di un’arte immortale, semplicemente bella e passionale che inneggia all’amore per il cinema e al cinema dell’amore.


MOULIN ROUGE – Visto da Pompiere

Moulin RougeUn film di Baz Luhrmann.

Con Nicole Kidman, Ewan McGregor, John Leguizamo, Jim Broadbent, Richard Roxburgh.



Musical, durata 130 min. – Australia 2001.





VOTO: 4


Dopo l’uscita di “Moulin Rouge”, nel 2001, e dato il suo successo commerciale e artistico (visto che fu accolto positivamente dalla critica e dalle cerimonie degli Oscar), l’industria cinematografica cominciò a puntare nuovamente sul genere musical.

A un inizio che sorprende per il suo effetto caleidoscopico ne fa seguito un altro che cade sulla struttura narrativa: uno dei problemi più grossi del film è, infatti, la sua apertura rivelatrice del finale. Tutto quello che accade dopo, freme nell’attesa di “quel” momento e, quando arriva, manca l’identificazione e una qualsiasi partecipazione emotiva. Anche la luna in stile Georges Méliès (perché tanto con la scusa della cultura pop si sono sentiti autorizzati ad arraffare di tutto, come in un giocoso albero della cuccagna) si sarà annoiata, poverina. Oltretutto stufa di una scrittura enfatica e stucchevole, veramente brutta.

Satine non è più un diamante grezzo, e allora invece di fargli fare “X-Factor” l’hanno chiamata a interpretare la stella delle donne di malaffare al “Moulin Rouge”. Indimenticabile la sua entrata in scena: canta subito Marylin Monroe e reprimo un urto di vomito, maledicendomi per tutte le volte che non ho apprezzato l’interpretazione che ne dava Valeria Marini. Poi attacca un riprovevole mix con la Madonna di “Like a virgin”.

Gli accidenti ricevuti evidentemente sembrano funzionare: la nostra Satine respira male e suda freddo mentre è sull’altalena, oddìo… sta cadendo, vuoi vedere che… No, qualcuno la prende al volo e la salva, maledizione. E quella tosse con sbocchi di sangue non sarà mica tisi? Vuoi vedere che morirà di quello tra 1h e 40’? Ci faranno aspettare così tanto? E nel frattempo cosa fanno? Stordita

Il talento dell’attrice australiana non trova pane per i propri denti diretta dal circense “Bazza” Luhrmann e, costretta a incensare di lustrini i festanti parigini e a rigirarsi su un letto come una gatta in calore, fa quello che può.

Le musiche sono un insopportabile e chiassoso eccesso che soffoca gli intenti dei cantanti originari. Si va dal ripescaggio del musical (“Tutti insieme appassionatamente” è arrangiato male e modernizzato peggio) a quello dell’alternative-rock con un azzardato mix preso dai Nirvana (da brividi, avrei avuto bisogno di un maglione aggiuntivo anche in quel cinema di periferia affollato dove vidi il film). Cobain si sarà rigirato nella tomba, poverino (ma tanto era morto da 7 anni, e poi vuoi che escludessero il grunge dal minestrone? Come avrebbero potuto far presa su quei 3 brufolosi che muovevano il culo tra le poltrone del cinemino?).

Non ci si fanno mancare neppure i Doors, maledetti e rivoluzionari in perfetto stile bohemienne fine ‘800. I francesi lo chiamano “pastiche”, gli inglesi usano la stessa parola, quindi il discorso vale anche quando si scimmiotta Sir Elton John.

Sapete, ognuno di noi, avrebbe di che attingere dalle frasi delle più note canzoni pop-rock per poter rappresentare i momenti della propria vita. Quante volte ci è capitato? Quante altre volte ci succederà? Ma avvalersene per coprire un’intera colonna sonora e travestire da musical un film è un’operazione adulatoria imperdonabile. Non ho più voglia di riportare esempi di ulteriori scempi compiuti a danno delle canzoni, mi limiterò solo a dire che il punto più basso (e per me estremamente avvilente) l’ho toccato quando hanno osato profanare “Pride” degli U2.

Insegna (e non impara)In nome dell’anticonformismo si va avanti esaltando in modo qualunquistico la Bellezza, la Libertà, la Verità e l’Amore; cosucce da niente. Ovunque il film trasuda della parola Amore e, in questo modo, la passione viene ridicolizzata. “Tutto quello che ci serve è Amore!”: incredibile rivelazione reiterata almeno 30 volte.

La regia è pietosa e fallisce clamorosamente: anche le ballerine del Can-Can, dopo aver vorticosamente ballato si fermano per riposarsi altrimenti accusano giramenti di testa. “Bazza” no, lui insiste volando da un capo all’altro delle scenografie e così ci fa cadere per terra. Durante i balletti le inquadrature cambiano alla velocità della luce per nascondere l’inesistenza delle coreografie: un musical senza coreografie è come una birra servita in un bicchiere di plastica, meglio non berla. Col montaggio sciagurato (funzionale a nascondere le numerose pecche della regia) il mal di testa è assicurato. Mi scappa pure una rima, preso come sono dal musical più condensato di tutti i tempi.

Un concetto però, grazie a questo film, l’ho assorbito per davvero. Perché “la cosa più grande che tu possa imparare è amare e NON lasciarti amare”, soprattutto dalle rauche sirene incantatrici del “Bazza”.