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TRIAGE – Festival di Roma

Triage

Un altro film di guerra, dopo lo strepitoso trionfo di “No man’s land”, Oscar come Miglior Film Straniero nel 2001, non era quello che ci si attendeva da Danis Tanovic. E invece, “Triage”, che si muove all’interno della guerra nel Kurdistan, ha aperto ieri la quarta edizione del Festival di Roma.

La pellicola non parla solo del conflitto ma pone interrogativi anche su quello che succede dopo, quando si smette di sparare. Bisogna fare i conti con tante conseguenze, non si può sempre accettare e avallare a priori un’ostilità quando non si conoscono bene gli effetti. Colin Farrell e Paz vega

E qui il regista ha gettato un sasso nel quieto lago che concerne l’obiettività dell’ONU e la sua neutralità di fronte a certe guerre. Tanovic ha le idee chiare: secondo lui le Nazioni Unite svaniranno alla stessa stregua della Società delle Nazioni in prossimità del secondo conflitto mondiale. Il regista si è infervorato durante una discussione sul ruolo dei media rispetto alle guerre, richiamando l’attenzione sull’importanza dell’oggettività del giornalismo (argomento molto attuale, particolarmente nel nostro paese, nda), quello che non ha intenzione di avvantaggiarsi grazie alla notizia sensazionalistica.

Il film è recitato da Colin Farrell, che interpreta un giornalista ferito, Paz Vega, bellissima protagonista di “Lucia y el sexo” e di “Parla con lei”, e Christopher Lee, un mito 87-enne, nel ruolo di Joaquin, un delegato alla “disinfestazione” dei criminali di guerra ai tempi del conflitto civile spagnolo.

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CHE – L’argentino

CHE - L'argentinoRegia: Steven Soderbergh

Sceneggiatura: Peter Buchman, Steven Soderbergh, Ben Van Der Veen

Attori: Benicio Del Toro, Demian Bichir, Santiago Cabrera, Elvira Mínguez.


Fotografia: Steven Soderbergh. Montaggio: Pablo Zumárraga. Musiche: Alberto Iglesias. Produzione: Section Eight, Wild Bunch, Telecinco, Morena Films, Laura Bickford Productions, Estudios Picasso. Distribuzione: BIM distribuzione

Paese: USA 2008. Uscita Cinema: 10/04/2009

Genere: Biografico

Durata: 131 Min.

VOTO: 6,5

Tra crisi di asma, reclutamenti, fucili dispensati con disinvoltura ai giovani (“Abbine cura come fosse la tua fidanzata” richiamando, si spera involontariamente, alcune tipiche espressioni yankee durante la guerra del Vietnam), esaltazione dello spirito di gruppo, formazione di colonne di combattimento, il “Che” di Soderbergh inizia così, senza variazioni, senza sussulti per almeno tre quarti d’ora di pellicola. Viene subito il dubbio su una “resistenza” alla lunga distanza…

Non so se la scelta di far scrivere la sceneggiatura a Peter Buchman, di solito impegnato in progetti meno gravosi quali “Jurassic Park 3” ed “Eragon”, sia stata così felice: il livello di introspezione, infatti, è quasi ai minimi.

Era necessario farci assistere a ogni singola azione di guerriglia cittadina? Alle sparatorie, ai confronti con la polizia? Questi elementi sono forse troppo dettagliati, sofferti emotivamente (la dura realtà che si para innanzi ai progetti fino ad allora teorici della ribellione) ma meno cinematograficamente.

E’ un film su un rivoluzionario che di rivoluzionario ha ben poco. Se l’intenzione di Soderbergh, il quale si conferma un ottimo direttore della fotografia, era quella di fare un film non di cassetta avrebbe potuto richiamare i toni ben più ispirati di una pellicola come “Bubble”, per esempio. Forse hanno inciso anche i rigorosi 40 giorni di riprese durante i quali il film è stato realizzato.

Il regista sembra essersi fatto prendere dal capriccio di intiepidire il contenuto lasciando troppo spazio a un raziocinio che mal si sposa con il carattere attivista del personaggio principale. Nella giungla

Un punto a suo favore, comunque, è rappresentato dal continuo rincorrersi e sovrapporsi di piani temporali differenti con i quali il film decide di raccontare la vita del Che: si passa dall’incontro con Fidel Castro all’avanzata nella giungla cubana, dal ’55 al ’58, fino ad approdare al periodo newyorkese (girato in bianco e nero), alla fine del 1964, quando Guevara tenne un discorso all’assemblea generale delle Nazioni Unite. L’uso del montaggio è decisamente accattivante e riuscito, soprattutto durante le interviste rilasciate ai giornalisti americani e il discorso all’Onu: in questa fase si sovrappongono le parole alle immagini della guerriglia, come a voler comprovare il legame tra il “Guevara-pensiero” e il “Guevara-pratico”.

Benicio Del Toro si è affidato troppo al trucco-parrucco; capelli lunghi, sporchi e disordinati, un basco sulla testa e l’immancabile sigaro cubano (alla faccia dell’asma!) conficcato tra i denti, non riesce a farci percepire la benchè minima espressività. L’imitazione ancora una volta, però, è bastata a elargire riconoscimenti e a ottenere approvazioni. Non aiuta ad esaltare la figura di Del Toro la mdp troppo lontana dal suo volto: il Che è spesso ripreso di spalle o di sghembo.

Questa prima parte termina con un taglio troppo improvviso, come se avessero scelto di dividere la pellicola in due facendo uso di un’accetta. A questo punto devo confessare che non avverto tutta quella trepidazione sufficiente a far crescere l’attesa per la prossima uscita, a maggio, del seguito intitolato “Che – Guerriglia”. Staremo a vedere, in quel periodo esce pure il film su “Wolverine”…