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Articoli con tag “odio

THE ROAD

Un film di John Hillcoat.

Con Viggo Mortensen, Kodi Smit-McPhee, Charlize Theron, Robert Duvall, Guy Pearce.

Drammatico, durata 111 min. – USA 2009. – Videa – CDE. Uscita: venerdì 28 maggio 2010. VM 14






VOTO: 8


La scomparsa delle certezze è una delle paure più grandi che contraddistingue la natura umana. Abituati a essere circondati dai fiori, dai cavalli, da una rigenerante vasca da bagno, da una casa sicura, che ne sarebbe di noi se all’improvviso fossimo costretti a vivere sotto un cielo plumbeo, circondati da terreni aridi, senza più animali ne’ vegetazione, alla mercé di temperature fredde, con la neve (o la cenere) depositatasi quasi ovunque?

Gli eventi climatici così mutati, provocano grandi incendi che ardono i percorsi sui quali, a furia di camminare, le scarpe si riducono a brandelli e fanno emergere piedi nudi e malconci. Padre e figlio vagano disperati e senza meta con un carrello della spesa a fare da improvvisata dispensa. Ma non c’è più niente da comperare, non esistono cibi o carburanti. Ci si muove solo grazie allo sforzo istintivo delle proprie gambe, robot in un fantascientifico paesaggio disabitato.

I protagonisti non hanno più un calendario, vagano nel deserto che la Terra è diventata, l’unico punto di riferimento è la strada, o quel che ne rimane. Prototipo del mondo moderno, il paesaggio che percorrono è desolato, corroso, consumato dall’odio e dall’indifferenza. Il domani che ci attende è a un passo dalla quotidianità. I sopravvissuti (a una guerra nucleare? a un disastro ecologico? a un maligno virus alieno?) somigliano a mostri: amputati negli arti, sempre sporchi, scoprono che l’unico alimento che li può tenere in vita è altra carne umana, e la ragione che li muove non prevede alcuna pietà. Osceni e inconsapevoli zombie privi di identità, seguono la regola del cane mangia cane e hanno messo da parte qualsiasi idea di solidarietà o di umanità.

“Saremo sempre noi i buoni? E lo saremo sempre, qualsiasi cosa ci capiti?”, domanda il figlio al padre. L’innocenza si è perduta insieme alla morte (?) della madre. Quando non si è mai conosciuto l’amore, non possiamo neppure godere delle dolci melodie di un pianoforte. Alla ricerca di segni di una vita precedente difficile da rievocare, e che forse non è mai esistita.

Sono rimasti solo rimbombi lontani, tuoni, terremoti, e odori marci e insalubri. I bambini privati della loro infanzia, costretti a crescere troppo in fretta perché il mondo gli ha imposto una realtà che non avrebbero mai voluto vedere, sono privi di immaginazione. I loro disegni sono pastrocchi disordinati, caotici e senza senso. Film ben fatto e crudele che conta su un’abbondanza di fascinazioni letterarie. Dalla fotografia che esautora qualsiasi barlume colorato e resta allo stesso tempo immaginifica e terribilmente reale, al poco spazio concesso alla scienza e alle domande. All’uomo non rimane che affrontare il proprio ineluttabile (e auspicato?) destino.

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GILDA

GildaUn film di Charles Vidor.

Con Rita Hayworth, Glenn Ford, George MacReady, Joseph Calleia, Steven Geray.


Drammatico, Ratings:
Kids+16, b/n, durata 110 min. – USA 1945.







VOTO: 9


Una chioma di folti capelli che spunta dal nulla. Una donna quasi violata nella sua intimità domestica. Ma sul volto di lei compare un sorriso magico e incantatore; un’euforia contagiosa e una bellezza infinita che possono far sognare, così come possono esser capaci di dannare per sempre l’anima che osasse avvicinarsi. Quest’ultima non sarebbe più in grado di pensare ad altro, prigioniera di un sortilegio.

La bellissima donna, dallo sguardo letale e affilato come una lama, si chiama Gilda e si è appena sposata con tale Ballin Mundson, possessore di una sfarzosa casa da gioco in quel di Buenos Aires. Il caso vuole che Johnny Farrell, astuto giocatore, truffatore incallito ed ex amante di Gilda, fosse stato assunto poco tempo prima proprio da Ballin come suo braccio destro… La prima apparizione

Nata il 17 ottobre 1918 a Brooklyn col nome di Margarita Carmen Cansino, Rita Hayworth (che dopo questa interpretazione rimarrà “Gilda” per sempre) iniziò a ballare da professionista all’età di 12 anni. La Hayworth veniva da esperienze cinematografiche con alcuni registi importanti quali Hawks, Cukor, Mamoulian e lo stesso direttore di origini ungheresi Charles Vidor, regista di “Gilda”.

A sua volta Glenn Ford (Johnny Farrell) aveva già lavorato con la Hayworth e Vidor in “Seduzione” (1940). Entrambi gli attori avevano partecipato a opere discrete, ma solo con questa entrarono nell’olimpo delle star hollywoodiane per eccellenza.

Classico intramontabile della Columbia, “Gilda” è stato restaurato grazie all’intervento della UCLA Film and Television Archive. Tipico film noir con la peculiare ambientazione “esportata” in paesi esotici o lontani (in questo caso l’Argentina), con atmosfere ambigue e arbitrariamente provocanti, dove il modello dell’uomo venuto da una società avanzata naufraga nello smarrimento e nella tentazione della perdita di sé, resta a tutt’oggi un capolavoro del genere. Fondamentale nella creazione di queste atmosfere un po’ “malate” è la bella fotografia di Rudolph Mate’, un bianco e nero tanto radioso e straordinario da rendere il melodramma pomposo senza risultare eccessivo e seducente al punto giusto.

Anche il ridoppiaggio, avvenuto nel 1978 per poter consentire alla televisione la messa in onda della pellicola che soffriva di una traccia sonora originaria molto consunta, mantiene intatto il suo fascino. Le voci di Pino Colizzi (Johnny) e Vittoria Febbi (Gilda) sono autorevoli ed efficacemente rispondenti alle cadenze primigenie.

Col progredire della storia, Johnnyrivela un’indole complessa, piena zeppa di componenti misogine (e questo è spiegabile dal fatto che ha avuto una forte delusione amorosa) e sadomasochistiche (molto interessante, al riguardo, è la festa di carnevale con tanto di frusta come parte integrante del costume e minacciosa risorsa nelle mani di Gilda) che si risolvono nell’odio profondo che egli riserva alla sua ex amante e ai modi costrittivi coi quali intende punirsi/punirla. In molti, soprattutto la critica europea dell’epoca, vollero affermare che il personaggio di Johnny fosse preda di pulsioni omosessuali.

A parte che anche gli stessi protagonisti maschili ebbero dei dubbi sulla sottotraccia più o meno esplicita della scrittura, dobbiamo dire però che il comportamento di Johnny sembra giustificato dalla delusione devastante avuta dal primo incontro con Gilda, “femme fatale” e mangia uomini per eccellenza, tanto da esserne rimasto comprensibilmente scottato, ancora innamorato e assai geloso.

Le schermaglie tra la Hayworth e Ford sono memorabili. I dialoghi che le accompagnano sono così pregni di significato e così profondi che il film risulta avvincente in ogni singola scena.

Rita Hayworth era riuscita a fare di quella donna dall’etica ambigua e dai sentimenti instabili una straordinaria presenza sessuale, attorno alla quale ruotavano il film e la stessa attenzione del pubblico. Nonostante gli ambiti esotici e gli “intrighi internazionali” evocati da una sceneggiatura più stramba del solito viste le continue urgenze di fare di ogni dialogo una massima (ma anche ricca di spunti notevoli grazie ad alcune forme seducenti di scrittura), la vera attenzione di “Gilda” continua ad essere proprio la sua protagonista. Se è vero, dunque, che ogni singola sequenza è a rischio di pacchianeria è altrettanto certo che i significati che emergono da cotanta spudoratezza sono così densi da sfiorare l’eccellenza.

E’ evidente che dobbiamo fare i conti con alcune forzature (ma preferiremmo chiamarle ornamenti) quali il contesto storico del termine della seconda Guerra Mondiale dentro il quale la vicenda viene disegnata e un non meglio precisato scontro per il controllo di un improbabile monopolio del tungsteno (anche se, in questo caso, gli autori hanno probabilmente inteso disegnare un’altra figura con deliri di onnipotenza che “sostituisse” quella appena caduta in Germania). Se la storia può apparirvi illogica, potete tranquillamente fingere di non capire, concentrandovi sulla protagonista. Tanta voglia di ballare

Nonostante le incoerenze del personaggio, che con altre attrici sarebbe probabilmente risultato grottesco, la Hayworth riuscì a fare della figura di Gilda, una creatura sensuale, tumultuosa, immorale, vendicativa e bellissima.

Un paio di caratteristi in gran forma accompagnano questo “duetto con terzo incomodo”. Un inserviente, conosciuto da tutti i frequentatori del locale come Zio Pio, che risulta essere un filosofo impagabile: sempre al centro delle vicende dei protagonisti, li conosce meglio di loro stessi, e la sua infinita saggezza ed esperienza spesso funge da monito ai tre prim’attori travolti dalla passione e accecati dalla gelosia.

Egli, insieme al poliziotto che presidia costantemente la bisca alla ricerca di indizi che possano condurlo ai nomi dei grandi criminali coi quali sta trafficando Ballin, sono i due artefici, i custodi e i risolutori in primis dei destini dei due amanti.

Le pene d’amore sono costanti nell’esistenza di Gilda. A volte sembra non rimanergli altro che cantare, strimpellando una chitarra in beata solitudo (richiamando le note di “Amado mio”) o ballare coreografata da Jack Cole, il quale si ispirò alle vere performances di una spogliarellista.

Il guanto nero sfilato lentamente ed eroticamente dal braccio, sventolato in aria in modo provocante sulle note di “Put the Blame on Mame” è una sequenza entrata di diritto nell’immaginario erotico. Gilda è una donna che non si può tenere in gabbia, è una ribelle per natura. Nei suoi attillati abiti da sera, che riescono appena a contenerla, la Hayworth si muove aggraziata e folgorante. Istintiva com’è, ci appare come una flessuosa sirena incantatrice e l’emozione è tanta da far annebbiare il cervello. Un fascino carnale senza precedenti, un’ambrosia degna in tutto e per tutto di una Dea.


IMPROVVISAMENTE L’INVERNO SCORSO

Improvvisamente l'inverno scorso“Improvvisamente l’inverno scorso” è un film di Gustav Hofer e Luca Ragazzi.



Uscito a Maggio del 2008, con la voce narrante di Veronica Pivetti.



Prodotto in Italia. Durata: 80 minuti.



VOTO: 8


C’è un’Italia sotterranea.

Un’Italia silenziosa, nascosta, che pensa ma non (re)agisce. Almeno finché non si sente in pericolo…

No, non c’è niente di buono in questo preambolo. Non si sta parlando di qualcuno che è indifeso, che viene lasciato solo o che non ha la volontà di esprimere le proprie idee civili e politiche. Piuttosto di coloro i quali rappresentano perfette marionette in mano ai soliti burattinai che muovono i fili in nome della Religione e della Politica (scritte in maiuscolo perché tanta importanza hanno, tanto quanta levatura gli viene concessa).

Ma forse stiamo correndo troppo, si rischia di non capire e generare confusione, fastidio; meglio fare uno, anzi due, passi indietro e accomodarci nel clima politico italiano del 2007. Quando si parla del passato di solito si ha l’intenzione di rievocare bei ricordi, ma non è questo il caso.

E’ il caso, invece, di disseppellire (visto che è bell’e che morta) la salma della legge sulle unioni di fatto presentata in Italia, in perfetta corrispondenza con la direttiva dell’Unione Europea, nel febbraio del 2007. Una normativa pacifica che aveva il proposito di riconoscere alcuni diritti a chi non ne aveva e che, invece, trovò una risposta carica di odio e repressione da parte della maggioranza delle istituzioni nazionali e di quasi tutte quelle ecclesiali.

Gli italioti silenziosi di cui sopra insorsero e levarono gli scudi a superflua protezione del matrimonio e della famiglia. Marce di protesta furono organizzate, più o meno scientemente, e presero spazio in tutti i Tg del giorno e della notte, i quali non mancarono di allarmare il paese dall’arrivo del meteorite DICO in caduta libera sulle nostre teste.

Ecco, pertanto, il significato delle marionette senza fili: molte persone si sentirono chiamate in causa e avvertirono il dovere civile di esprimere quello che credevano essere il loro pensiero ma che in realtà altro non era che un’urgenza artificiale indotta. Quello che si credeva essere un sostegno e un indice di solidarietà nascondeva, oggettivamente, un’ideologia “di fatto” legata al giogo dell’oppressione e dell’integralismo.

Gustav Hofer e Luca Ragazzi hanno avvertito il bisogno di fermare la giostra dei giochi di Palazzo insieme all’ubriacamento mediatico condotto senza freni e, opportunamente, hanno tradotto in immagini quello che è accaduto in quei mesi, dalla nascita alla dipartita di quello che era un disegno di legge che avrebbe potuto avvicinare il nostro paese a una, seppur sempre lontana, modernità. Improvvisamente, un tuffo in piscina

La naturalezza con la quale i due hanno costruito il loro documentario è invidiabile, bravi nel mantenere l’equilibrio tra l’impellenza di dire e testimoniare l’accaduto e il non cadere nella trappola della facile schematizzazione delle correnti di pensiero. Si lascia spazio al contraddittorio e questo è un segno di intelligenza e rispetto anche verso coloro che non la pensano come questi “Ragazzi”.

Il coraggio con il quale Gustav e Luca si lanciano a filmare e intervistare i manifestanti dei cortei della destra più estrema è ai limiti dell’incoscienza e mette davvero i brividi. L’effetto che si ottiene è così forte da risultare disturbante (altro che le indagini artefatte condotte dal ben più noto Michael Moore!).

Se sorvoliamo su alcune scelte stilistiche e tecniche (come, per esempio, una fotografia a tratti troppo fredda “presa in prestito” dalla maggior parte dei documentari moderni e a certe comprensibili ingenuità espressive) ”Suddenly Last Winter” si propone come un pregiato documento storico, che parte quasi come uno sberleffo, avvalendosi di una buona dose di autoironia, e finisce per avere l’effetto di uno schiaffo.


IL BUIO NELLA MENTE

Il buio nella menteUn film di Claude Chabrol.



Con Sandrine Bonnaire, Jacqueline Bisset, Isabelle Huppert, Jean-Pierre Cassel.




Titolo originale La cérémonie. Drammatico, durata 111 min. – Francia 1995.



VOTO: 9

Il miglior cinema genera inquietudine.
Il miglior cinema ci disturba , insinua il dubbio e non rassicura.

“La Ceremonie” , in Italia uscito con l’efficace titolo “Il buio nella mente”, è ispirato (e non tratto!) dal romanzo di Ruth Rendell “La morte non sa leggere” e ci riconsegna uno Chabrol in splendida forma in uno sconcertante e feroce apologo sull’invidia di classe.
Dalla sequenza introduttiva, nella quale riconosciamo come tipicamente suo il contesto della provincia francese, il prolifico regista ci immerge lentamente in una vicenda oscura.
Sophie (Sandrine Bonnaire ) viene assunta dall’agiata famiglia Lelievre come governante e lo spettatore capirà poco dopo che nel passato (ma anche nel presente ) della ragazza c’è un segreto inconfessabile. L’amicizia con con Jeanne (Isabelle Huppert), stravagante impiegata dell’ufficio postale del paese ,sarà la classica goccia che farà traboccare un vaso ricolmo di odio represso e d’insoddisfazione sociale.


Da perfetto entomologo, in questo caso non così manicheisticamente schierato come taluni hanno voluto vedere, il maestro francese ci turba con una vicenda dai contorni splendidamente ambigui.
Provate voi a capire chi sono i buoni e chi sono i cattivi…chi le vittime e chi i carnefici. Al buon Chabrol piace spiazzare pubblico e critica , tant’è che nelle interviste che accompagnarono la presentazione della pellicola al festival di Venezia disse che questo era il suo film più marxista! Sandrine Bonnaire e Isabelle Huppert
Mica vero monsieur Chabrol! Solo uno spettatore ingenuo e sprovveduto potrebbe prendere questa dichiarazione per oro colato e interpretare l’incredibile epilogo in termini di rivoluzione sociale.
Il miglior cinema è la realtà senza orpelli, nuda e cruda, con tutte le ambiguità del caso.
Il miglior cinema non pretende di spiegarci la realtà e di fornire una tesi.
Inopportuno rispondere a chi, come spesso capita quando ci si trova di fronte ad una trasposizione di un testo letterario, ha visto snaturato e semplificato il romanzo della Rendell: questione antica quanto il cinema stesso.
Il miglior cinema d’autore rielabora un testo e un linguaggio facendone qualcosa di personale.
Qui lo stile di Chabrol, nel suo genere prediletto (il noir) è come sempre elegante e preciso; fluidissima la sua macchina da presa sempre attenta a scrutare i volti e i gesti anche quelli apparentemente insignificanti.
Cast perfetto: la Bonnaire e la Huppert sono di una bravura disumana e sono state ineccepibilmente premiate come migliori attrici al festival veneziano.
Un film da vedere e da amare.