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Articoli con tag “noir

OCCHI SENZA VOLTO

Un film di Georges Franju.

Con Alida Valli, Pierre Brasseur, Edith Scob, François Guerin, Alexandre Rignault, Claude Brasseur.

Titolo originale Les yeux sans visage. Giallo/Fantascienza/Noir/Thriller, b/n durata 87′ min. – Francia, Italia 1960.

VOTO: 7

Una serie di alberi spettrali e spogli assediano il percorso di un’auto che incede nella notte. Alla guida una donna tormentata pulisce il vetro, un po’ per cercare di vederci meglio data la foschia invernale, un po’ per dare sfogo alle sue preoccupazioni. Sul sedile di dietro una figura indistinta è scossa dalle irregolarità dell’asfalto. La strada percorsa è secondaria, sembra deserta. Invece un’altra macchina si avvicina, punta i fari sulla scia della vettura che la precede, poi sorpassa facendo tirare un sospiro di sollievo all’autista. Ci si aspetta un contrappunto musicale alla “Psyco” e invece affiora la musica febbricitante e oscura di Maurice Jarre. Anche qui dopo tutto c’è una donna al volante che sembra in fuga da qualcosa o qualcuno, e il suo (altro…)


GILDA

GildaUn film di Charles Vidor.

Con Rita Hayworth, Glenn Ford, George MacReady, Joseph Calleia, Steven Geray.


Drammatico, Ratings:
Kids+16, b/n, durata 110 min. – USA 1945.







VOTO: 9


Una chioma di folti capelli che spunta dal nulla. Una donna quasi violata nella sua intimità domestica. Ma sul volto di lei compare un sorriso magico e incantatore; un’euforia contagiosa e una bellezza infinita che possono far sognare, così come possono esser capaci di dannare per sempre l’anima che osasse avvicinarsi. Quest’ultima non sarebbe più in grado di pensare ad altro, prigioniera di un sortilegio.

La bellissima donna, dallo sguardo letale e affilato come una lama, si chiama Gilda e si è appena sposata con tale Ballin Mundson, possessore di una sfarzosa casa da gioco in quel di Buenos Aires. Il caso vuole che Johnny Farrell, astuto giocatore, truffatore incallito ed ex amante di Gilda, fosse stato assunto poco tempo prima proprio da Ballin come suo braccio destro… La prima apparizione

Nata il 17 ottobre 1918 a Brooklyn col nome di Margarita Carmen Cansino, Rita Hayworth (che dopo questa interpretazione rimarrà “Gilda” per sempre) iniziò a ballare da professionista all’età di 12 anni. La Hayworth veniva da esperienze cinematografiche con alcuni registi importanti quali Hawks, Cukor, Mamoulian e lo stesso direttore di origini ungheresi Charles Vidor, regista di “Gilda”.

A sua volta Glenn Ford (Johnny Farrell) aveva già lavorato con la Hayworth e Vidor in “Seduzione” (1940). Entrambi gli attori avevano partecipato a opere discrete, ma solo con questa entrarono nell’olimpo delle star hollywoodiane per eccellenza.

Classico intramontabile della Columbia, “Gilda” è stato restaurato grazie all’intervento della UCLA Film and Television Archive. Tipico film noir con la peculiare ambientazione “esportata” in paesi esotici o lontani (in questo caso l’Argentina), con atmosfere ambigue e arbitrariamente provocanti, dove il modello dell’uomo venuto da una società avanzata naufraga nello smarrimento e nella tentazione della perdita di sé, resta a tutt’oggi un capolavoro del genere. Fondamentale nella creazione di queste atmosfere un po’ “malate” è la bella fotografia di Rudolph Mate’, un bianco e nero tanto radioso e straordinario da rendere il melodramma pomposo senza risultare eccessivo e seducente al punto giusto.

Anche il ridoppiaggio, avvenuto nel 1978 per poter consentire alla televisione la messa in onda della pellicola che soffriva di una traccia sonora originaria molto consunta, mantiene intatto il suo fascino. Le voci di Pino Colizzi (Johnny) e Vittoria Febbi (Gilda) sono autorevoli ed efficacemente rispondenti alle cadenze primigenie.

Col progredire della storia, Johnnyrivela un’indole complessa, piena zeppa di componenti misogine (e questo è spiegabile dal fatto che ha avuto una forte delusione amorosa) e sadomasochistiche (molto interessante, al riguardo, è la festa di carnevale con tanto di frusta come parte integrante del costume e minacciosa risorsa nelle mani di Gilda) che si risolvono nell’odio profondo che egli riserva alla sua ex amante e ai modi costrittivi coi quali intende punirsi/punirla. In molti, soprattutto la critica europea dell’epoca, vollero affermare che il personaggio di Johnny fosse preda di pulsioni omosessuali.

A parte che anche gli stessi protagonisti maschili ebbero dei dubbi sulla sottotraccia più o meno esplicita della scrittura, dobbiamo dire però che il comportamento di Johnny sembra giustificato dalla delusione devastante avuta dal primo incontro con Gilda, “femme fatale” e mangia uomini per eccellenza, tanto da esserne rimasto comprensibilmente scottato, ancora innamorato e assai geloso.

Le schermaglie tra la Hayworth e Ford sono memorabili. I dialoghi che le accompagnano sono così pregni di significato e così profondi che il film risulta avvincente in ogni singola scena.

Rita Hayworth era riuscita a fare di quella donna dall’etica ambigua e dai sentimenti instabili una straordinaria presenza sessuale, attorno alla quale ruotavano il film e la stessa attenzione del pubblico. Nonostante gli ambiti esotici e gli “intrighi internazionali” evocati da una sceneggiatura più stramba del solito viste le continue urgenze di fare di ogni dialogo una massima (ma anche ricca di spunti notevoli grazie ad alcune forme seducenti di scrittura), la vera attenzione di “Gilda” continua ad essere proprio la sua protagonista. Se è vero, dunque, che ogni singola sequenza è a rischio di pacchianeria è altrettanto certo che i significati che emergono da cotanta spudoratezza sono così densi da sfiorare l’eccellenza.

E’ evidente che dobbiamo fare i conti con alcune forzature (ma preferiremmo chiamarle ornamenti) quali il contesto storico del termine della seconda Guerra Mondiale dentro il quale la vicenda viene disegnata e un non meglio precisato scontro per il controllo di un improbabile monopolio del tungsteno (anche se, in questo caso, gli autori hanno probabilmente inteso disegnare un’altra figura con deliri di onnipotenza che “sostituisse” quella appena caduta in Germania). Se la storia può apparirvi illogica, potete tranquillamente fingere di non capire, concentrandovi sulla protagonista. Tanta voglia di ballare

Nonostante le incoerenze del personaggio, che con altre attrici sarebbe probabilmente risultato grottesco, la Hayworth riuscì a fare della figura di Gilda, una creatura sensuale, tumultuosa, immorale, vendicativa e bellissima.

Un paio di caratteristi in gran forma accompagnano questo “duetto con terzo incomodo”. Un inserviente, conosciuto da tutti i frequentatori del locale come Zio Pio, che risulta essere un filosofo impagabile: sempre al centro delle vicende dei protagonisti, li conosce meglio di loro stessi, e la sua infinita saggezza ed esperienza spesso funge da monito ai tre prim’attori travolti dalla passione e accecati dalla gelosia.

Egli, insieme al poliziotto che presidia costantemente la bisca alla ricerca di indizi che possano condurlo ai nomi dei grandi criminali coi quali sta trafficando Ballin, sono i due artefici, i custodi e i risolutori in primis dei destini dei due amanti.

Le pene d’amore sono costanti nell’esistenza di Gilda. A volte sembra non rimanergli altro che cantare, strimpellando una chitarra in beata solitudo (richiamando le note di “Amado mio”) o ballare coreografata da Jack Cole, il quale si ispirò alle vere performances di una spogliarellista.

Il guanto nero sfilato lentamente ed eroticamente dal braccio, sventolato in aria in modo provocante sulle note di “Put the Blame on Mame” è una sequenza entrata di diritto nell’immaginario erotico. Gilda è una donna che non si può tenere in gabbia, è una ribelle per natura. Nei suoi attillati abiti da sera, che riescono appena a contenerla, la Hayworth si muove aggraziata e folgorante. Istintiva com’è, ci appare come una flessuosa sirena incantatrice e l’emozione è tanta da far annebbiare il cervello. Un fascino carnale senza precedenti, un’ambrosia degna in tutto e per tutto di una Dea.


CACCIATORE DI TESTE

Cacciatore di testeUn film di Constantin Costa Gavras.



Con José Garcia, Karin Viard, Geordy Monfils, Christa Theret, Ulrich Tukur, Olivier Gourmet.



Titolo originale Le Couperet. Drammatico, durata 122 min. – Belgio, Francia, Spagna 2005. data uscita 10/02/2006.



VOTO: 8

Quando meno te l’aspetti ecco che il veterano Costa Gavras colpisce con un film durissimo che ha spiazzato chi lo conosce da anni.

CACCIATORE DI TESTE ( in originale “ Le Couperet” ) è tratto dal romanzo di Donald Westlake “ The Ax” e racconta di un ingegnere cartaio, che rimasto disoccupato dopo anni di onorata carriera, precipita nel baratro della follia : trovata una ghiottissima opportunità di lavoro s’improvvisa maldestramente serial killer per eliminare tutti gli aspiranti al suo stesso posto. Gavras ci ha da sempre abituati ad un cinema di grande impegno civile, dal magnifico “ Z – L’orgia del potere “ al sottovalutato “ Music box” , mai pero’ come in questa pellicola aveva optato per un cinema di puro genere duro e crudo e qui lo fa con ammirevole freschezza. Il suo è un paradossale film politico a tesi che si tinge di noir( citazione vistosa dal classico “ La fiamma del peccato “ di Wilder per l’incipit con l’espediente della confessione registrata ) ; un grottesco (verosimile!) che sfiora l’horror e pesca a piene mani nel “serial killer movie” venato di humour nerissimo. Il "cacciatore" medita

L’inquietudine s’insinua nello spettatore non tanto perché comprendiamo la genesi di una psicopatologia ma per la struttuta del racconto che ci porta inevitabilmente a simpatizzare col protagonista ovvero un disperato, pazzo, imbranato addirittura commovente quando lo vediamo lottare con i denti per tenere unito il nucleo familiare.

Maiuscola la performance di Josè Garcia capace di passare da un’ estrema goffaggine alla risoluta freddezza, dal patetico all’allucinato fino alla palpabile paura di affondare. La tesi di fondo può non essere originale ( la ricerca del lavoro diventa un’animalesca spietata lotta per la sopravvivenza in cui “ Homo homini lupus”) ma attuale più che mai.

Un film che non lascia indifferenti e sa sorprendere anche con un finale aperto azzeccassimo. Feroce.

Un consiglio : se possibile evitate la versione italiana con doppiaggio indecente!


IL BUIO NELLA MENTE

Il buio nella menteUn film di Claude Chabrol.



Con Sandrine Bonnaire, Jacqueline Bisset, Isabelle Huppert, Jean-Pierre Cassel.




Titolo originale La cérémonie. Drammatico, durata 111 min. – Francia 1995.



VOTO: 9

Il miglior cinema genera inquietudine.
Il miglior cinema ci disturba , insinua il dubbio e non rassicura.

“La Ceremonie” , in Italia uscito con l’efficace titolo “Il buio nella mente”, è ispirato (e non tratto!) dal romanzo di Ruth Rendell “La morte non sa leggere” e ci riconsegna uno Chabrol in splendida forma in uno sconcertante e feroce apologo sull’invidia di classe.
Dalla sequenza introduttiva, nella quale riconosciamo come tipicamente suo il contesto della provincia francese, il prolifico regista ci immerge lentamente in una vicenda oscura.
Sophie (Sandrine Bonnaire ) viene assunta dall’agiata famiglia Lelievre come governante e lo spettatore capirà poco dopo che nel passato (ma anche nel presente ) della ragazza c’è un segreto inconfessabile. L’amicizia con con Jeanne (Isabelle Huppert), stravagante impiegata dell’ufficio postale del paese ,sarà la classica goccia che farà traboccare un vaso ricolmo di odio represso e d’insoddisfazione sociale.


Da perfetto entomologo, in questo caso non così manicheisticamente schierato come taluni hanno voluto vedere, il maestro francese ci turba con una vicenda dai contorni splendidamente ambigui.
Provate voi a capire chi sono i buoni e chi sono i cattivi…chi le vittime e chi i carnefici. Al buon Chabrol piace spiazzare pubblico e critica , tant’è che nelle interviste che accompagnarono la presentazione della pellicola al festival di Venezia disse che questo era il suo film più marxista! Sandrine Bonnaire e Isabelle Huppert
Mica vero monsieur Chabrol! Solo uno spettatore ingenuo e sprovveduto potrebbe prendere questa dichiarazione per oro colato e interpretare l’incredibile epilogo in termini di rivoluzione sociale.
Il miglior cinema è la realtà senza orpelli, nuda e cruda, con tutte le ambiguità del caso.
Il miglior cinema non pretende di spiegarci la realtà e di fornire una tesi.
Inopportuno rispondere a chi, come spesso capita quando ci si trova di fronte ad una trasposizione di un testo letterario, ha visto snaturato e semplificato il romanzo della Rendell: questione antica quanto il cinema stesso.
Il miglior cinema d’autore rielabora un testo e un linguaggio facendone qualcosa di personale.
Qui lo stile di Chabrol, nel suo genere prediletto (il noir) è come sempre elegante e preciso; fluidissima la sua macchina da presa sempre attenta a scrutare i volti e i gesti anche quelli apparentemente insignificanti.
Cast perfetto: la Bonnaire e la Huppert sono di una bravura disumana e sono state ineccepibilmente premiate come migliori attrici al festival veneziano.
Un film da vedere e da amare.


IL SOLDATO AMERICANO

Il soldato americano

Un film di Rainer Werner Fassbinder.



Con Margarethe von Trotta, Karl Scheydt, Ingrid Caven.




Titolo originale Der amerikanische Soldat. Drammatico, durata 80 min. – Germania 1970.


VOTO: 6,5

Monaco di Baviera.

Tre poliziotti sono seduti intorno a un tavolo, giocano a poker in una stanza fumosa e aspettano un uomo che scopriremo presto essere Ricky, un killer ingaggiato dai tre perché uccida al posto loro malviventi e criminali di varia natura tra i quali uno zingaro, una venditrice di riviste porno col suo amante e… un soggetto che inizialmente non era previsto.

Sarà uno dei poliziotti? Sarà Franz, il vecchio amico d’infanzia di Ricky? Oppure la madre e il fratello di Ricky, testimoni di un passato che il killer intende dimenticare e cancellare?

Terzo e ultimo capitolo concernente un ciclo di film ispirati al genere “noir” francese e americano, “Der amerikanische Soldat” costituisce un esempio tipico della produzione dell’Antiteater fassbinderiana: grande immediatezza nella recitazione, l’attitudine a scegliere un soggetto capriccioso, la considerazione di fattori occasionali e istintivi nello sviluppo della messa in scena e un linguaggio impetuoso ed entusiasta, quasi irruento. Lo zingaro

Il cammino di Fassbinder in questo inizio degli anni ’70 non è privo di difficoltà. Il suo lavoro appare spesso elettrizzato e influenzato dalle cose già viste nei film di genere ma la sua intenzione non è di riprodurle fedelmente, anzi. Le distrugge per poterle rifare ex novo secondo i propri intenti e spesso i risultati sono datati, noiosi e affetti da manie di protagonismo.

L’Antiteater non è più pro-gangster o filoamericano e diventa, a suo modo, “Antigangster” e “Antiamericano” nonostante le numerose scene con bevute di whiskey, le sigarette fumate sotto illuminazioni fortemente contrastate da un ottimo bianco e nero, la lettura dei fumetti di Batman o i poster di Clark Gable alle pareti.

Con questa prospettiva di riferimento al genere, tutto procede di conseguenza.

Ricky e tutti gli altri personaggi si muovono credendo di essere (e in effetti ci sono!) in un film, i volti inerti e i vestiti quasi sempre inappuntabili, sono disincantati e impassibili a qualsiasi sentimento. Fa eccezione a questa tendenza la scena finale, decisamente la più bella di tutto il film: sulle note di “So much tenderness”, una canzone realizzata da Fassbinder, si assiste a una veemente crisi d’amore incestuoso nei confronti di un personaggio ormai cadavere, con rotolamenti di corpi ripresi al ralenty all’interno del deposito bagagli della stazione. Questa sequenza è l’unico momento del film in cui l’emotività scoppia in modo spontaneo.

Palesemente teatrale e impostata è, invece, la scena nella quale Margarethe von Trotta (che qui interpreta una cameriera spinta al facile impulso sessuale) entra nella camera di Ricky mentre questi è impegnato in un amplesso. Margarethe si interpone tra lo spettatore e la visuale del coito raccontando una storia (con un finale diverso) che sarà, 3 anni dopo, il soggetto di un altro film di Fassbinder intitolato “La paura mangia l’anima” e conosciuto anche col titolo di “Tutti lo chiamano Alì”.

“Il soldato americano” è una pellicola nella quale è presente una discussione sul passato; per questi personaggi innaturali e “affiliati” alla Germania del dopoguerra, il passato non ha più memoria, rimane un’astratta nostalgia all’interno di un presente immutabile. Anche Ricky sembra aderire a questa considerazione quando, pur avendo combattuto in Vietnam, non sa trovare differenze tra la giungla bellica e i palazzi di Monaco.

Senza storia e senza prospettive, ai gangster di Fassbinder non rimane altro che fissare carte da poker che raffigurano scene pornografiche, bearsi di quadri alle pareti simboleggianti disegni decisamente spinti e andarsene per sempre, interamente consumati dall’imbecillità cucitagli addosso dal regista tedesco.