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I LOVE SHOPPING

USCITA CINEMA: 27/02/2009.


REGIA: P.J. Hogan.
ATTORI: Isla Fisher, Krysten Ritter, Stephen Guarino, Hugh Dancy, Joan Cusack, John Goodman.


PAESE: USA 2008. GENERE: Commedia, Romantico. DURATA: 104 Min.





VOTO: 6,5


Isla Fisher, nei panni vistosi e brillanti di Rebecca “Becky” Bloomwood, fa la scema bevuta e grida senza sosta come una cretina: la sua interpretazione pare influenzata dal compagno Sacha Baron Coen e risulta inefficace per lunghi tratti. John Goodman e Joan Cusack, nel ruolo dei genitori della protagonista, sono quasi simpatici rispettivamente come padre buonista e madre chioccia di buon cuore. Ci sono anche John Lithgow e Kristin Scott Thomas: alcuni di questi validi attori sono dissipati come le carte di credito di Rebecca, altri poco più interessanti perché almeno ci mettono il mestiere.

Ci si chiede quanto del film abbia veramente valore, soprattutto alla luce di un confronto col romanzo dal quale è tratto. A questo proposito risultano tagliati tutta la parte di Londra (dove la protagonista “nasce” e vive secondo certi usi e costumi) e gli approfondimenti psicologici familiari, lavorativi, amicali. Si preferisce saltare direttamente a New York (con parentesi a Miami) e soffermarsi con fastidiosi ralenti sui sorrisi un po’ svaniti della protagonista.

Il delizioso personaggio creato da Sophie Kinsella si riduce a una macchietta piuttosto superficiale, si perdono tutte le sfumature dedicate abilmente alle auto giustificazioni che la protagonista del libro si riconosce ogniqualvolta si lascia andare alle lussuose compere e non si avverte il cuore dell’interprete battere per davvero di fronte a cartelli che riportano la scritta “ridotto del 50%”. “I love shopping” è una pellicola che racchiude due libri al costo di uno, e questo è l’unico risparmio che si offre allo spettatore che ne ignora la provenienza letteraria.

L’amica Suze è un ghiribizzo insignificante appoggiato al film come una cornice portafoto su una mensola: oltretutto somiglia fisicamente ad Anne Hathaway, così come le atmosfere, gli ambienti, gli accenti e tanti risvolti risultano debitori de “Il diavolo veste Prada”. I due film hanno in comune perfino la costumista, la temeraria Patricia Field. “I love shopping” mantiene una sua vena frizzante, vivace, stimolante senza tuttavia avere tagli originali e adagiandosi su scontatezze romantiche, trionfalismi della più bieca mediocrità e sull’ignoranza e l’avventatezza della scrittura.

La “shopaholic” dalla sciarpa verde, unico elemento reso emozionale, mantiene il film mediamente divertente mentre il regista P.J. Hogan (quello de “Le nozze di Muriel”) dirige con una certa verve e cerca di rimettere in pista una sceneggiatura un po’ annebbiata con alcune soluzioni apprezzabili (come la pensata onirica di far muovere e parlare i manichini che allettano l’infaticabile Becky). Lady Gaga e Pussycat Dolls si infilano in una colonna sonora all’avanguardia incorporata al film come le uova coi dolci e rimangono soltanto dei brani non identificabili, rintronanti e del tutto inappropriati.

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BASTA CHE FUNZIONI

Basta che funzioniUn film di Woody Allen.

Con Ed Begley jr, Patricia Clarkson, Larry David, Conleth Hill, Michael McKean.

Titolo originale Whatever Works. Commedia, durata 92 min. – USA, Francia 2009. – Medusa. Uscita: venerdì 18 settembre 2009.







VOTO: 8


Caustico e feroce come non mai, l’attacco dell’ultimo film di Woody Allen ambientato di nuovo a New York, sembra un urlo di dolore al pari di quello di Edward Norton in “La 25.a ora”. Il regista sembra avercela con tutti: con le notizie stupide dei giornali, con la religione, i sentimenti amorosi transitori, i propositi salutisti, le finte onorificenze. Ce l’ha con la vita stessa. Moderno colonnello Kurtz che esalta a modo suo l’orrore e le brutture del mondo.

Boris Yellnikoff, il personaggio intorno al quale ruotano le vicende della pellicola, non è nient’altro che una rappresentazione del Woody Allen pensiero. Larry David che lo interpreta è davvero ottimo nella sua mirabile gestualità e nello spirito ossessivo e rissoso che lo contraddistingue. Boris si sposerà, come dice lui, per acquisire l’illusione di un significato e acquietare la paura dei suoi ricorrenti attacchi di panico notturni.

Così, di fronte all’allegria di una donna che egli ritiene senza pretese, è in disarmo totale. La poco più che adolescente Melody (Evan Rachel Wood) è felice con i cani e con i figli degli altri, è generosa, splendente, comprensiva, semplice. Incarna un po’ la spensierata giovinezza di Mariel Hemingway in “Manhattan”.

Analizzatore spietato e lucidissimo dei nostri tempi, Woody/Boris ha un’esatta visione d’insieme. Rifila agli amici (e a noi spettatori) una serie interminabile di ramanzine sui guai e i tormenti del mondo. Sproloqui adolescenziali, filosofia spicciola? Da questo punto di vista forse non luccica niente di nuovo sotto il sole alleniano, ma gli interpreti lasciano un’impronta di incommensurabile estro (la madre sudista di Patricia Clarkson è deliziosa). L'invasione degli ultrareligiosi

La concezione del mondo visto attraverso gli occhiali di Allen è come una piccola Kodak: nessuno la usa più, però che bell’impronta da prendere in considerazione… Anche se i topoi e i clichè sembrano essere ormai un po’ abusati: Boris rifugge lo stress cercando perennemente il suo equilibrio e la metodicità, per eliminare i germi lavandosi le mani si prende il tempo necessario che serve a cantare 2 volte “Tanti auguri a teee”, detesta quando viene scambiato per un ex giocatore di baseball o per un possibile premiato agli Oscar.

In Allen non si è ancora esaurita la vena bergmaniana secondo la quale l’uomo sarebbe ossessionato da un gran numero di tristi speranze e sogni. Il Sig. Yellnikoff ha un brutto carattere, è un incallito misantropo, si nega i piaceri della vita vera, quella che ti fa mettere i sentimenti in gioco, che ti coinvolge tuo malgrado all’interno di spazi che non conosci bene come quelli di casa tua. Scopre che i principi della meccanica quantistica non sono applicabili alle leggi della natura umana.

Dio sarà stato anche un armonioso arredatore, ma in certi casi si è divertito a mettere qualche suppellettile fuori posto. Per questo (e poco altro) rendiamo grazie a Dio.


REIGN OVER ME

Reign Over MeUn film di Mike Binder.

Con Adam Sandler, Don Cheadle, Liv Tyler, Saffron Burrows, Donald Sutherland.


Drammatico, durata 125 min. – USA 2007. – Sony Pictures.


Uscita: venerdì 31 agosto 2007.





VOTO: 7/8


Tra le tante, troppe produzioni americane che giungono in Italia, è triste constatare che opere di autori sensibili e originali come Mike Binder finiscano per passare pressoché inosservate, o perlomeno non trovino lo spazio che meriterebbero. Nemmeno quando toccano, come in questo caso, tematiche universali utilizzando un linguaggio accessibile anche se mai banale.

In seguito alla perdita della moglie e delle due figlie, passeggere di uno degli aerei kamikaze dell’11 settembre 2001, Charlie Fineman si richiude in una dimensione personale, un mondo fatto di dischi in vinile, videogame, concerti in locali notturni ma, soprattutto, impermeabile al suo passato e ai suoi ricordi dolorosi. Vive di piccole stranezze e grandi ossessioni, gesti in apparenza insensati, rifiutando di incontrare i suoceri, che vorrebbero aiutarlo a ricordare e far parte della sua vita, e vagando per le strade di New York -le stesse in cui, più di trent’anni fa, girava spaesato il Travis Bickle di Taxy driver– con un buffo monopattino a motore, perennemente con le cuffie alle orecchie. Disordine da Stress Post-Traumatico o, più semplicemente, un caso di cuore infranto. Una scena tratta dal film

Alan Johnson è un dentista di successo, una bella casa con una bella famiglia. Tuttavia, nella sua vita manca qualcosa; tra i soprusi dei colleghi, che profittano della sua accondiscendenza, e i problemi di incomunicabilità con la moglie, sente di non disporre pienamente della propria esistenza. Quando rivede Charlie, a distanza di quindici anni dal periodo in cui erano compagni di stanza all’università, decide di aiutarlo a uscire dal suo isolamento. Rimane così felicemente intrappolato nel suo mondo notturno scoprendosi, tra una “dose di Mel” e una splendida improvvisazione sulle note di Out in the street, in perfetta sintonia con l’amico. Trascura la famiglia ma, forse, ritroverà inaspettatamente la forza per trovare la svolta che attendeva da tempo. E, con l’aiuto di una giovane analista, riuscirà ad aiutare Charlie ad avviarsi verso il lento e delicato processo di guarigione.

Una pellicola coraggiosa e insolita, che tocca tematiche delicate con tono leggero e ritmi da commedia, senza mai essere superficiale ed evitando di toccare i tasti della retorica. Mike Binder scrive e dirige un’opera intimista sul dramma personale di un uomo, piccolo tassello del puzzle di una tragedia collettiva. Ma si spinge ben oltre la descrizione della condizione delle tante vittime indirette dell’attentato al World Trade Center, realizzando un film sulla difficoltà e la necessità di affrontare il dolore di una così grave perdita. Magari senza forzature esterne, senza imposizioni, trovando da sé la propria strada. Ancora una volta, Adam Sandler, affiancato da un ottimo Don Cheadle, si dimostra un interprete prezioso, quando diretto da registi di valore. In sintonia anche il cast di contorno, in cui spiccano Liv Tyler nel ruolo della psicologa e, soprattutto, Donald Sutherland, in un cameo che non può non lasciare un segno.


UNA NOTTE AL MUSEO

Una notte al museoTitolo originale: Night at the museum.

Nazione: U.S.A. Anno: 2006. Genere: Commedia. Durata: 108′.

Regia: Shawn Levy.


Cast: Ben Stiller, Robin Williams, Carla Gugino, Owen Wilson, Kim Raver, Mickey Rooney, Dick Van Dyke, Bill Cobbs, Pierfrancesco Favino.


Produzione: Twentieth Century Fox Film Corporation, 1492 Pictures, 21 Laps Entertainment. Distribuzione: 20th Century Fox. Data di uscita: 02 Febbraio 2007.


VOTO: 4,5

Nel 2006, il buon Chris Columbus (che ricordiamo ottimo direttore di film di successo come “Mamma, ho perso l’aereo” e i primi due episodi di “Harry Potter”) ‘opzionò’ il libro illustrato per bambini del ceco Milan Trenc intitolato “Night at the Museum” e lo ridusse a soggetto per una delle pellicole più fortunate di quell’anno. A interpretare il protagonista, Larry Daley, fu chiamato Ben Stiller; il suo ruolo di padre divorziato che non riesce più a comunicare con il figlio di 10 anni era uno dei ruoli “leggeri” più ambiti.

Stiller fu diretto dall’incapace Shawn Levy (regista dell’ultima “Pantera rosa”) che ottenne anche la partecipazione di due caratteristi di lusso come Mickey Rooney e Dick Van Dyke (lo spazzacamino in “Mary Poppins”), oltre a quella di Pierfrancesco Favino, alla sua prima esperienza d’oltreoceano, nei panni di Cristoforo Colombo.

Nel film, Larry, indebitato fino al collo, ottiene un lavoro come guardiano notturno al Museo di Storia Naturale di New York, credendo di poter guadagnare soldi senza troppi sforzi, ma non sa che durante le ore notturne il museo prende vita: leoni e scimmie iniziano a gironzolare per le sale, personaggi come Attila escono dalla loro teca, il bellissimo scheletro del Tyrannosaurus Rex minaccia Larry e l’intera struttura con le sue capacità demolitrici. In soccorso di Daley arriveranno il fiducioso presidente americano Teddy Roosevelt (Robin Williams) e qualche altro personaggio storico “di passaggio”, i quali aiuteranno Larry a ritrovare quell’autostima che era andata perduta…

Il film fa parte di quel filone, ormai supersfruttato, ad alto tasso di effetti speciali che rendono movimentate e spericolate anche quelle pellicole piatte come i pavimenti dei musei. La noia regna sovrana anche di fronte alla testa parlante dell’isola di Pasqua, alla scimmia ladra e dispettosa, al gruppo dei borbottanti cavernicoli, al mammut pronto alla carica.

E non corre in aiuto nemmeno una regia distratta, raffazzonata e dal fiato corto, che non ha niente di prodigioso e che toglie qualsivoglia possibilità a un soggetto che avrebbe meritato maggiore attenzione. C’era da giocare la carta dell’anticonformismo e invece si è scelto un comodo “politically correct”, ci si poteva scatenare con riferimenti storici arguti per confrontarli con le realtà moderne ma ci siamo sciolti di fronte al buonismo, si sarebbe potuto premere il pedale sull’acceleratore delle battute sarcastiche ma gli sceneggiatori, durante “la notte”, evidentemente preferiscono dormire (e chi può dargli torto?). "Gulliver" in pericolo

Così come il Museo è abitato da singolari diorama, le cui creature sembrano pronte in ogni istante a scuotersi dalla loro ammaliante immobilità, il film è popolato da attori che, pur dannandosi l’anima per rendere credibile il pastrocchio a cui stanno partecipando, non riscuotono consenso dal lato della veridicità del racconto ne’ per qualsivoglia coinvolgimento emotivo.

Owen Wilson, nel ruolo di un litigioso cowboy delle dimensioni di un soldatino, non attacca a livello emozionale e i suoi duetti con Ben Stiller (altrove battagliero e un po’ isterico, mentre qui abilmente ammansito) si riducono a delle sterili macchiette. Robin Williams, l’imbolsito presidente “Ted”, non riesce a lasciare nessun segno tangibile della sua bravura attoriale.

In “Una notte al museo” si sprecano i riferimenti ad altri film per famiglie quali “I viaggi di Gulliver” e “Jumanji” e, oltretutto, lo si fa senza discrezione e sarcasmo. Mancando qualsiasi sorpresa, l’unico merito che gli va ascritto è quello di farci venire la voglia di andare a New York per visitare (questa volta senza “sommosse” notturne e coi nostri occhi) il Museo di Storia Naturale.