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Articoli con tag “neve

LA ZONA MORTA

Un film di David Cronenberg.

Con Christopher Walken, Brooke Adams, Martin Sheen, Herbert Lom, Tom Skerritt.

Titolo originale The Dead Zone. Drammatico/Psicologico, durata 101 min. – Canada, USA 1983.

VOTO: 6

John “Johnny” Smith è un professore di liceo innamorato di una sua collega. Giovane, in salute, e profondo conoscitore del proprio mestiere, John è vittima di un incidente automobilistico (“Dio gli lancia contro un camion a 18 ruote”) che lo costringe a vegetare in coma in un letto d’ospedale. Trascorsi alcuni anni l’insegnante si risveglia e trova che molte cose sono cambiate. La calma e l’incoscienza del sonno profondo vengono destati da spaventose visioni premonitrici. (altro…)

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LA FEBBRE DELL’ORO

Un film di Charlie Chaplin. Con Charlie Chaplin, Mack Swain, Georgia Hale, Tom Murray.

Titolo originale The Gold Rush. Comico, b/n durata 93′ min. – USA 1925.

 

 

 

 

 

 

VOTO: 9


Quali coordinate ha la fortuna? Qual è la direzione da prendere per raggiungerla, trovare pepite d’oro, diventare ricchi e dare uno schiaffo alla miseria? Basta disegnare una bussola su di un foglio di carta, girarsi alla bell’e meglio e come più ci conviene, e dirigersi a Nord, sempre a Nord, fino ad arrivare sulle piste innevate del Klondike, oltre l’Alaska. E’ questa la condotta del geniale Charlot, sconclusionato “cercatore per caso” di prosperità. In un momento storico di affrettata crescita del capitalismo, Chaplin inizia a burlarsi delle possibili (e così tremendamente prossime) conseguenze economiche, rappresentandole in una quintana che all’apparenza non riesce mai a raggiungere una piena gioia, contraddistinta al momento dall’unione di emotività e ironia.

Il grande autore edifica una pellicola più vasta di quanto sia percepibile all’apparenza e la muove su due linee narrative fondamentali: le peripezie dell’esploratore sprovveduto, e il rapporto tra questi e una sbarazzina protagonista di tabarin. La forma predominante è quella della dialettica del qui pro quo: gag a profusione si avvicendano tra loro in un susseguirsi vertiginoso (la baracca in bilico sul dirupo in primis) senza sosta, che passa dalla ingombrante e simpatica figura di Giacomone/Big Jim all’orso bruno che arriva provvidenzialmente in scena, dal ballo nel salone con la giovane Georgia alla corda legata a mo’ di cintura che coinvolge un cane scattante, dalla gallina pennuta (allucinazione dovuta alla fame) alla scarpa cucinata per alleviare gli appetiti impellenti. Traversie tragicomiche e romantiche che tengono avvinti dalla prima all’ultima scena.

La vita viene effigiata come dominata dal caso, senza discipline, metodi o prassi. In questa confusione Chaplin ritrova e svela gli usi di un celato equilibrio, comandato dai soldi, dall’inammissibilità di un amalgama tra ricchi e poveri, e da un desiderio di felicità, per alcuni agognata e per altri raggiunta fortuitamente. La realtà è dolorosa, ed esibirne l’aspetto farsesco simboleggia proprio il divulgarne la drammaticità. Ecco l’importanza del ricorso al sogno e dell’appisolarsi in beata solitudo: per tenere lontano il dolore di un Capodanno tradito dall’assenza, dal languore dovuto alla mancanza di cibo, e dal freddo climatico e dell’anima.

L’epilogo è spensierato, e deciso ancora una volta dalla fatalità: il ritrovamento del giacimento aurifero grazie a una tempesta, e l’incontro con Georgia sulla nave. Charlot è diventato miliardario, ma resta verosimile agli occhi degli altri e a se stesso quando veste ancora i panni del pezzente vagabondo, quell’omino coi baffi credulone e dolce che tiene sulle spalle il peso dei vizi altrui e dei loro dubbiosi intenti.


EDWARD MANI DI FORBICE

Un film di Tim Burton.

Con Johnny Depp, Winona Ryder, Dianne Wiest, Anthony Michael Hall, Kathy Baker.

Titolo originale Edward Scissorhands. Fantastico, Ratings: Kids+13, durata 100 min. – USA 1990.

VOTO: 9


Un anziano inventore (Vincent Price) da’ vita a un ragazzo chiamato Edward (Johnny Depp) ma muore prima di finirlo, lasciandogli delle forbici al posto delle mani. Rimasto incompiuto, il giovane riceverà la visita di Peg (Dianne Wiest), una rappresentante Avon, che si recherà al maniero dove vive e deciderà di invitarlo a casa sua, situata nel sobborgo confinante, per salvarlo dalla solitudine. Ben presto le vicine curiose cercheranno di conoscere meglio il “Frankenstein” di turno che intanto si invaghirà, a suo modo, di Kim (Winona Ryder), la figlia di Peg.

I titoli di testa si presentano ai nostri occhi mostrando un incipit colorato e vertiginoso alla maniera di alcuni temi cari al Saul Bass hitchcockiano. La scenografia definisce da subito, in modo molto concreto, l’impalcatura narrativa attraverso meditati componenti architettonici: il castello gotico riflette l’indole intricata, disordinata e asociale di Edward, mentre le case del ridente villaggio, colorate in varie tonalità pastello coi loro giardini perfettamente spianati e innaffiati, provano l’uniformazione sociale dei loro abitanti e la loro simulata indipendenza.

Quelli di “Edward” sono giardini messi in rilievo da motivi e valenze già conosciute in “Velluto blu” di Lynch: all’apparenza ideali per essere sfruttati dai bambini come parco giochi o perfetti come luogo tranquillo di rigenerazione, anche il verde burtoniano è simbolo di un’America (preferibilmente provinciale) ingannevole che nasconde in profondità realtà spaventose, tormentate e violente. La denuncia è rivolta all’assillo tutto stelle e strisce votato alla ricerca dello stile di vita perfetto, vagamente condizionato da modelli televisivi. Un’ideologia che tende a mantenere fuori dai giochi anche gli storici “nemici” di colore (l’unico cittadino di pelle nera è un poliziotto che simpatizza subito con Edward, comprendendo la sua condizione) e della quale si percepisce l’indubbia decadenza, se non l’immutabile distanza.

La periferia è adatta per descrivere uno spazio mancante di ogni senso della storia, d’istruzione, di educazione amorosa, e Burton ci si butta a capofitto nel riuscito tentativo di rappresentarla nella sua cattiveria e apatia. La collina, invece, sorge in modo innaturale ai bordi della cittadina, introdotta da una serie di rovine e di sterpaglie aggrovigliate ma anche da uno stupendo parco con cespugli a forma di drago, mani (!) giganti, renne natalizie, anticipanti l’animo dell’isolato inquilino. Il castello è distante e opprimente allo stesso tempo; perfetto “refoulement” della spaventata e varia umanità circostante è quasi sempre circondato da foschie accentuate dal flou.

Interessantissimo è il tema del diverso per antonomasia, considerato sotto un certo punto di vista contro natura; quello che, pur volendo esprimere il suo affetto e amore, risulta impossibilitato a simboleggiarlo a causa delle taglienti forbici che si ritrova al posto delle mani. La scaltrezza e l’egoismo del “popolino” si collocano contro l’affettuosa ingenuità di un cuore puro, probabilmente fatto di biscotto, che ferisce se’ stesso piuttosto di far male agli altri. Inserito in un contesto sociale sconosciuto è il suo senso morale a sembrare distorto. Gli altri personaggi sono banali, monotoni, incapaci di vivere fuori dai loro rigorosi schemi mentali e legati indissolubilmente ai loro preconcetti. Lasciano spazio a Edward solo come fenomeno da baraccone. La circoscritta accoglienza nella vita in comune ha un aspetto personalistico e finto libertario: Edward è accettato in quanto artista che assume un ruolo estetizzante, parrucchiere ispirato per donne/cagne, equilibrista ambientale impareggiabile e abbellitore di facce umane e facciate edili.

Il rispetto per il diverso non si insegna e non esistono istruzioni nemmeno sui manuali Avon. Di certo, la deferenza è quella che ancora non ha imparato la squilibrata ipercristiana del borgo che sa solo suonare l’organo, venerare le croci, leggere salmi e profetizzare maniacalmente, immersa tra le candele, imminenti sciagure.

“Edward scissorhands” è un’ottima allegoria del popolo statunitense e della società dei consumi da esso creata: costituita da persone irreprensibili, condizionata dallo spreco e da aspettative allineate e obbligate, la collettività pop e medio borghese creata dal regista esprime tristemente la spaventosa involuzione generale di quegli anni. Niente di nuovo sotto il sole di un anarchico nichilismo: gli smalti sulle unghie, le camerette da Barbie, le pettinature soffici e le messe in piega impeccabili ripresentano in bozzetti sofisticati le malignità disgustose, veicolate soprattutto tramite il telefono, delle casalinghe insoddisfatte di certo cinema di John Waters.

Capita, quindi, che Burton recuperi la questione sessuale. Non apertamente esibito ed evidente come nelle “liturgie” watersiane, l’atto d’amore vive in contesti altrettanto bizzarri. Sotto il lavorio delle forbici intente ad accorciargli i capelli, l’esuberante Joyce Monroe, la vicina di casa più appassionata di Peg, sperimenta uno splendido momento orgasmico. Il regista riproduce sarcasticamente l’ebbrezza viziosa della ninfomane di turno e delle sue amiche, tramite primi piani sui volti estasiati, lambiti dalle lame di un Edward sempre integro e morigerato, solo involontariamente complice delle beatitudini altrui e assoggettato alle veemenze sessuali di massaie desiderose di fare un salto nel proibito, nella perversione. Non importa se rischiano la parodia, esse muovono mostruose e corrotte come se il loro fosse un atto di mero consumismo.

Appesantito dal trucco su di un viso pallidissimo ed emaciato, da capelli spettinati nerissimi in tinta con la sua tuta aderente dal sapore sadomaso, tappezzata di cinghie e fibbie e con il cucito grossolanamente in vista, Johnny Depp recita soprattutto attraverso il movimento di occhi impauriti, tremanti e gentili, viso di gesso e un corpo che si muove a scatti, rigido perché non abituato al contatto fisico. Ripreso spesso da primi piani indicativi, l’attore fornisce ottimamente l’idea spirituale dell’individuo con le forbici.

Dal vecchio, grande e buio castello rincantucciato sulla collina con vista privilegiata, al basso (in tutti i sensi) borgo cinguettante abitato da gente più aliena(ta) di lui, il protagonista osserva i cosiddetti “normali”. Edward sembra un persuasivo zombie scomponibile; sprovvisto di qualsivoglia naturalità è in perfetta armonia con i sintetici replicanti androidi e meccanici, artificiale negli arti e forse anche oltre, generato com’è da strutture e apparati tanto arzigogolati e improbabili. E’ un eroe attualissimo e tuttavia primitivo, asessuato come nella migliore tradizione burtoniana, appare truccato come un pagliaccio triste e possiede il dono degli spiriti celesti tanto risulta conciliante e generoso.

Ma è in grado di uccidere. E, visto che abbiamo già detto delle camerette linde ed edulcorate in stile Barbie, chi potrebbe sopprimere se non un Big Jim? Il biondo Jim, appunto, formato, prepotente e fanatico fidanzatino di Kim, rende Edward un emblema dell’insurrezione fanciullesca che per crescere ha bisogno di sperimentare, di distinguere il Bene dal Male. Per una volta è “l’uomo con le lame” il buono della vicenda; colui che, devastato dalla disperazione e da un penoso isolamento, si libera attraverso un atto feroce e incontrollato.

Tutta la favola è contrassegnata dalla figura delle lame, che torneranno a essere protagoniste di un altro personaggio borderline quale la Catwoman di “Batman – Il ritorno”: gli strumenti taglienti sembrano essere l’unico segno distintivo di questi inetti all’amore. Il freddo della lama è quello conosciuto anche da Freddy Kruger che, nel decennio antecedente, aveva messo paura a un gruppo di adolescenti che avevano come unica colpa quella di essere figli di padri punitivi. Genitori che, in “Edward”, sembrano perfette marionette nei loro strani rituali: il ritorno a casa contemporaneo dei mariti per l’ora di cena e le uscite concomitanti al mattino, la neve riprodotta fintamente e stesa a strati sui tetti delle abitazioni.

Vincent Price, uno dei più validi e sensibili attori di sempre, nel camice scuro dell’inventore avvezzo all’utilizzo di strani marchingegni richiamanti, per la loro forma, alcuni oggetti misteriosi di certa fantascienza anni ’50, prova a istruire la sua creatura recitando fiabe e mostrandogli come abbozzare un sorriso. La sua figura si allaccia alla memoria dello spettatore attraverso flashback nostalgici e determinanti (leggi la spiegazione su come, tragicamente, Edward sia rimasto “imperfetto”).

La musica è del devoto amico di sempre Danny Elfman, abile nel recuperare le modulazioni delle grandi orchestrazioni e le composizioni musicali con carillon tintinnanti che deliziano i nostri sensi riscoprendo passati sapori infantili accompagnati da un coro bianco evocante atmosfere lugubri o festose. L’interazione tra l’intelaiatura del suono e la dimensione prettamente visiva dell’opera è fondante della stessa rappresentazione cinematografica dell’azione e risulta essenziale all’evoluzione narrativa della vicenda e all’attribuzione ad essa di senso.

“Edward” resta il film di Tim Burton più rilevante, quello più compiuto, affascinante e amato. Ripresenta un microcosmo che vive sotto o dietro a (come indica bene la capocciata che Edward da’ al finestrino) un vetro: una specie di luogo magico che ci fa percorrere gli ingressi di case che sembrano finte, sfiorare statue dalle forme impossibili ricavate dalle siepi, ammirare ingegnose forbici multiuso, stupire di fronte a congegni arcani e bramare mani di cera.

La gamma di riprese che privilegiano punti di vista dal basso verso l’alto e viceversa, alimentano il senso della differente prospettiva verso la quale Burton ci spinge. Sembra invitarci così a contattare meglio la mediocrità di certi atteggiamenti anche attraverso la scelta della messa in scena di obbligati hot barbecue per farci comprendere quanto sia forte il bisogno di affrancarsi da ogni conformismo borghese. E’ abile nel condurre lo spettatore in uno stato di consapevole dormiveglia; ora ridestato e poi ammaliato, l’astante è un fanciullo innocentemente appagato.

Fortunati coloro i quali sono rimasti un po’ bambini e dentro se’ hanno ancora spazio per accogliere fiabe di questa levità. Si beeranno di una neve candida e leggera: a volte uscita dalle pagine di un libro di novelle, a volte caduta dal cielo. E’ una storia lunga ma saremo sempre pronti ad ascoltarla, e a farci prendere una volta di più, estasiati dall’immensa e bellissima forza di immaginazione, tra le braccia di una creatura chiamata Edward. La neve resta, ancora oggi, l’unico segno tangibile del suo amore senza tempo.


VACANZE DI NATALE

Vacanze di NataleNazione: Italia. Anno: 1983. Genere: Commedia. Durata: 90′.

Regia: Carlo Vanzina.

Sito ufficiale: http://www.vacanzedinatale.it.


Cast: Jerry Calà, Christian De Sica, Karina Huff, Stefania Sandrelli, Antonella Interlenghi, Claudio Amendola.

Produzione: Aurelio De Laurentiis, Luigi De Laurentiis. Distribuzione: Filmauro.



VOTO: 6,5


Questa pellicola e’ stata, per lungo tempo, mia compagna nei pomeriggi durante i quali facevo i compiti. Ogni tanto, tra una pausa e l’altra, guardavamo qualche spezzone del film. Noi cresciuti con il taglia e cuci del videoregistratore lo potevamo fare. Poi lo stoppavamo e riprendevamo a fare i compiti. Poi un’altra pausa e un altro bocconcino di film. Anche perche’ Vacanze di Natale e’ un film composto da sketch, non aveva una trama ben definita ma solo tante scenette una dietro l’altra. Non era stato contaminato da un linguaggio televisivo e da barzelletta da bar dello sport. La copertina del "Grazzini" nel 1983

E’ un cinepanettone che ha un linguaggio cinematografico ancora suo e personale e, con gli anni, non e’ invecchiato per niente. Ha addirittura un suo sito personale e un sacco di ammiratori in giro per l’Italia. La pellicola, come ho detto, inaugura la moda del film di natale che ormai da 25 anni ci portiamo dietro, viene scritto in maniera veloce, girato in tre settimane e il 23 dicembre esce ottenendo un piccolo trionfo. Insieme a “Sapore di sale” resta uno dei maggiori successi del team Vanzina e uno tra i loro titoli piu’ freschi e genuini.

Il film ruota tutto intorno ai personaggi della famiglia dell’avvocato Corelli e di quella dei Marchetti. Essi rappresentano le due facce dell’Italia socialista di allora, quella di Craxi. I ricchi ed i poveri. I brutti e i belli. Ma tutti mirano ad un benessere economico ritrovato dopo anni di crisi ed allora si va tutti a Cortina d’inverno e d’estate in sardegna. Come uno status simbol.

Il successo del film e’ dato anche dal cast che annovera nomi del calibro di Stefania Sandrelli, Jerry Cala’, un Claudio Amendola agli esordi, Riccardo Garrone, Rossana di lorenzo ed il grande Mario Brega. Ognuno e’ perfetto per il ruolo che interpreta e gigioneggia benissimo.

Ci sono alcune scene veramente simpatiche come quando, di ritorno dal veglione di capodanno, i coniugi Corelli trovano il figlio a letto con Leonardo Zardolin. Oppure le sparate del compianto Mario Brega. E nella colonna sonora che fa da cornice a questo film praticamente c’e’ tutto il meglio del 1983, l’anno di vita spericolata di vasco rossi, nada, gazebo, paris latino, mike olfield.

Il film costa poco e incassa quasi tre miliardi. Se avete un po’ di tempo guardatevi anche Sapore di sale sempre dei Fratelli Vanzina. Insieme a Vacanze di natale e’ il loro maggiore successo. Sono film sinceri e genuini, fatti ancora con una buona dose di cuore. Si lo so sono sempliciotti ma a distanza di anni hanno mantenuto una loro ingenuita’ e una freschezza di fondo. Buona visione a tutti.


IL MONDO DI HORTEN

Il mondo di HortenRegia e sceneggiatura: Bent Hamer.

Attori: Bård Owe, Espen Skjønberg, Ghita Nørby, Bjørn Floberg, Henny Moan, Kai Remlov, Nils Gaup, Karl Sundby, Bjarte Hjelmeland, Lars Oyno, Morten Ruda, Peder Anders Lohne Hamer, Peter Bredal.


Paese: Germania, Francia, Norvegia 2007. Uscita Cinema: 19/06/2009.

Genere: Commedia, Drammatico.

Durata: 90 Min.



VOTO: 6


Per Horten (il valido attore Bard Owe, già visto al servizio di Lars von Trier) si avvicina l’ultimo fine settimana di lavoro come macchinista ferroviario. Lui non sogna di andare in Thailandia come i suoi colleghi, c’è qualcosa che lo lega indissolubilmente a quello che fa, non ama stare sotto i riflettori ed è isolato come le sterminate pianure norvegesi che vede dal locomotore.

Un’onorificenza lo attende, per il grado di esperienza raggiunto e per la sua devozione visti i 40 anni di servizio. Il momento della pensione è arrivato: cosa poter fare di tanto tempo a disposizione al quale, probabilmente, non era avvezzo?

Sembra che quasi tutto, nella vita, arrivi troppo tardi. Per Horten è in arrivo un vagare notturno tra aeroporti, saune, piscine, incontri casuali con personaggi bizzarri e/o saggi. Ritratti, quest’ultimi, con mano leggera e rappresentanti una collettività polimorfa e insolita. Troppe figure ed episodi slegati tra loro non contribuiscono a farci percepire univocità di messaggio, ma solo un apprezzamento estemporaneo. Il film sa essere anche spiritoso, fulminante (il “ciuff ciuuff” durante la premiazione, il quiz partecipe e appassionato tra i conducenti dei locomotori, l’imprevisto durante la cena al ristorante, i tacchi a spillo riparatori) e tenero (il “sequestro” di Horten da parte di un bambino). Vagando nella notte

Sarei stato maggiormente riconoscente verso la pellicola se avesse fatto l’operazione inversa, se avesse cioè dipinto quasi per intero la vita sempre uguale e monotona di Odd Horten (quella che si svolge di giorno). Se avesse insistito nell’incedere del treno attraverso le gallerie che si alternano sull’innevato paesaggio circostante, con andamento ed effetto ipnotico. Dalla sua macchina motrice Horten guarda, e non conosce, il mondo che lo circonda.

Così com’è, visto che si avventura in una serie di situazioni notturne da “Fuori orario” scorsesiano, è pregevole a tratti. Non sappiamo niente del passato di Horten (è sempre stato scapolo o è vedovo?). Si lascia troppo spazio all’intuizione dello spettatore e, in questo caso, non è un pregio. Alla fine, il modo col quale si avvicina (o fa ritorno?) al mondo reale, sa più di bisogno di una minestra calda piuttosto che di un vero affetto.

Rimane la bellezza mozzafiato di quel salto nel vuoto, di quella sconsideratezza capace di far capire che la vita vale la pena di essere vissuta alla luce del giorno, senza divise e con slanci sentimentali.