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THOR 3D

Un film di Kenneth Branagh.



Con Chris Hemsworth, Natalie Portman, Tom Hiddleston, Stellan Skarsgård, Colm Feore.


Azione, durata 130 min. – USA 2011. – Universal Pictures. Uscita: mercoledì 27 aprile 2011.



VOTO: 8

Scritto da M. Tiger.
PROLOGO.
Si comincia da META’.
SIGLA.
Si ricomincia dal PRIMA per poi arrivare all’ADESSO e non fermarsi più fino al FINALE.
Un classico del cinema d’avventura, ed è questa la struttura del film di Kenneth Branagh che racconta la storia del figlio di Odino, Thor, impersonato per l’occasione dallo scultoreo (è proprio il caso di dirlo) Chris Hemsworth, attore esordiente che… esordisce bene!
Eh si, perchè il nuovo “bellone” se la cava e non sfigura di certo accanto a nomi come Antony Hopkins, Rene Russo, Natalie Portman.
Il regista, già ottimo attore, conferma il suo talento anche dietro la macchina da presa, e davvero ci rincuora poter constatare che esiste ancora qualche ottimo professionista come lui (e tutto il cast e lo staff per l’occasione) in grado di girare un buon “action movie”, come si chiamano ora, erede di generi come quello di “Excalibur” e “Conan il barbaro”.
Costumi da sogno dal disegno netto e dai colori marcati sottolineano ed esaltano, aiutati da una fotografia che ne celebra luci e ombre, la derivazione fumettistica.
Il pregio maggiore però, è che Branagh non si prende troppo sul serio e firma un’opera autoironica che proprio per questo sta in piedi meglio di tanti predecessori del genere (uno su tutto il recentissimo e altrettanto pessimo “Dylan Dog”), anzi letteralmente svetta.
Non cruento, mai volgare, a volte toccante, una trama che parla di “valori”, come una moderna fiaba che attinge alle tradizioni celtiche, in una fusione tra Fantasia e Fantascienza, “Thor” è adatto davvero ad un pubblico di tutte le età, e forse in questo Branagh è un pò “gattone”, ma sicuramente il risultato è positivo.
Scenografie degne dei migliori fantasy, come dipinte, sembrano uscire direttamente dalla carta stampata e ricordano le atmosfere magiche ed irripetibili de “Il mago di Oz” del 1939.
Gli accostamenti possono sembrare azzardati, ma il film non ha certo bisogno, e si distingue come un fulmine (appunto!) a ciel sereno in un panorama di “fumettoni” generalmente triste.
Eccezion fatta per alcuni, come il “pioniere” Spiderman di Raimi ed il più recente “Iron Man” di Favreau; ed è proprio al “post-finale” (passatemi il termine) del secondo capitolo di Iron Man, che questo Thor si aggancia, aderendo alla moda in voga nelle ultime produzioni del genere, quasi a riprendere il “cross-over” tipico dei fumetti, o forse moderna versione dei “finali aperti” dei film dell’orrore, preannunciando un seguito.
Che dire?
Andatelo a vedere, e sopratutto un consiglio: attendete pazientemente in sala che siano scorsi tutti i titoli di coda, non ve ne pentirete.

IL 3D.

Dedico un paragrafo a parte al “3D”. In questa pellicola assolutamente non necessario, risulta comunque piatto, posticcio. Evidente scelta di marketing di postproduzione per raccimolare qualche (e non pochi!!!) euro in più, è evidente che la pellicola non è stata progettata e filmata nativamente per gli effetti stereoscopici. L’effetto 3D è infatti parziale; i soggetti, posti su vari piani percettivi, sono di per se piatti, ed il risultato è quello di una scatola che contiene tante figurine 2D messe a distanze diverse.
Non è certo questo il modo di girare un 3D, che in questo caso non aggiunge nè toglie nulla alla pellicola, il cui lato spettacolare si regge sull’insieme di sceneggiatura, regia e interpretazione.
Siamo distanti anni luce dal coinvolgimento emotivo instillato da “Avatar”.
Risparmiate quindi gli euro di differenza (ben 4, tra maggiorazione e occhialini) da “dirottare” su gelato e bibita.

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IL CIGNO NERO

USCITA CINEMA: 18/02/2011.


REGIA e SCENEGGIATURA: Darren Aronofsky.
ATTORI: Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Winona Ryder, Barbara Hershey.


PAESE: USA 2010. GENERE: Drammatico. DURATA: 103 Min.




VOTO: 8,5


Nina (Natalie Portman), ballerina classica, è ad un punto cruciale della sua vita. Nata da una donna che “ha lasciato la carriera per colpa sua”, è cresciuta “stretta e costretta” dai lacci di quelle scarpette che la madre (Barbara Hershey) ha appeso al muro. Ed è maturata nella delicata creatura (come un candido cigno…) che è sul punto di spiccare finalmente il volo verso quella che crede sia l’unica luce del tunnel che la porterà alla libertà (come il cigno dell’opera, trasfigurato da un incantesimo): il ruolo di prima ballerina de “Il lago dei cigni”. E’ infatti il ballo l’unica forma d’espressione che Nina conosce, unica ragione di vita per quel corpo sacrificato da sforzi inumani e privazioni punitive; ed anche unica valvola di sfogo di quest’anima pura, che si riflette nell’ombra dell’attuale étoile ormai al tramonto (un inconsueto cameo di Winona Ryder), e della quale aspira prenderne il posto, in una sorta di proiezione esterna a se stessa, in bilico tra adorazione, brama e possessività; quando può si intrufola infatti nel suo camerino a rubarne qualche oggetto personale, come se i feticci di Beth potessero renderla diversa, “perfetta”.

Un Vincent Cassel sopra le righe è Thomas, il direttore del balletto, il quale, congedata freddamente l’ormai tramontata stella, affida proprio a Nina la parte della protagonista. Thomas ha forse intravisto nella candida donna quel lato oscuro che le sarebbe indispensabile per poter interpretare al meglio il doppio ruolo che le è stato affidato. Le estenuanti prove mirano quindi a “tirar fuori” il cigno nero dall’introversa anima della protagonista, ma l’incontro/scontro con l’ultima arrivata e altrettanto ambiziosa Lily (Mila Kunis), sua possibile rivale, porterà ad una inaspettata e malaugurata piega degli eventi che vedrà l’apice nel drammatico finale: Nina riuscirà ad interpretare i due Cigni, quello bianco e quello nero, e la sera della prima darà il meglio di se nell’esecuzione di un balletto che intreccia la fiaba con la realtà, il dramma con l’incubo, l’amore con il sangue…

Lo spietato dipinto del mondo del balletto che esce dal pennello in celluloide di Aronofsky non è il centro della vicenda, ma solo lo sfondo; è invece il delicato quanto oramai compromesso equilibrio emotivo e psicologico di Nina, figlia della frustrazione, alimentata a zuppa e sensi di colpa, a essere al centro del quadro. La storia non parte da un inizio; racconta la “fine” o meglio un epilogo che si intreccia, si avvita attorno a se stesso, si aggrappa all’incubo e ci trascina nell’oblio. Spesso il regista “appoggia” l’inquadratura alle spalle della protagonista, al punto che per la maggior parte le uniche riprese di Nina sono in realtà specchi riflessi; specchi a rappresentare la fragile superficie delle emozioni esasperate, che filtrano una realtà troppo pesante, da troppo tempo, e rischiano ad ogni passo di incrinarsi e andare in mille pezzi.

Le figure di contorno, come Beth, Thomas, o la madre di Nina, tutti volutamente sopra le righe e stereotipati, sono allegorie degli elementi che segnano la vita di ogni persona. Non ci sono due figure genitoriali, bensì solo quella della madre, e anche il lato oscuro, viziato, corrotto, prepotente di ogni individuo, che comunque è anche del genitore in quanto essere umano. Beth, la “principessina”, è l’aspirazione, l’essere da cui prendere esempio assoluto e da imitare, in cui immedesimarsi; è per imitazione che i bambini imparano. E Nina, ormai cresciuta ma sempre costretta nella sua camera popolata di bambole, nella sua alterata percezione della realtà, una volta vicina ad assurgere al ruolo a cui si è ispirata per tutta la vita, trasforma la sua adorazione in possessività prima e in odio poi. Thomas è forse un personaggio che assomiglia a un padre, ma in quanto uomo, maschio, è anche possibile amante, o forse confronto con l’amore e con il sesso: emozioni e sensazioni queste così estranee alla protagonista, cresciuta nell’egoismo dell’iperprotezione materna, allo stesso tempo causa e necessità. Tutti ruoli duali, bifronti, chiaro-scuri del bene e del male, che fanno da binario o da labirinto, nel costrutto complesso che il regista edifica in un insieme di sceneggiatura, personaggi, attori, riprese e scenografie stupende, che riportano anch’esse bianchi e neri a tinte forti, sottolineate da luci e ombre che accentuano il tono onirico che pervade la pellicola. Infine Lily, l’antagonista; la parte oscura, colei che può e forse vuole (?) sottrarre la tanto agognata parte alla candida Nina, vittima del suo vile tentativo di tradimento o del tarlo della paura. La ragazza è giovane, bella, spregiudicata, desiderabile; due nere ali di diavolo tatuate sulle spalle sensuali. Questo personaggio è un riferimento, nemmeno tanto celato, al mito di Lilith, prima moglie di Adamo, ripudiata e cacciata; demone femminile ritenuto portatore di disgrazia, malattia e morte. Nell’immaginario popolare ebraico è un demone notturno che porta danno ai bambini maschi e simbolo di adulterio, stregoneria e lussuria (fonte Wikipedia).

Il film, che parte da un soggetto all’apparenza poco originale, cammina sempre sul filo del rasoio, rischiando continuamente di cadere nelle didascalie delle allegorie che il regista mette in scena per rappresentare questo dramma, che è si interiore, ma nel quale finiamo per immedesimarci. Tutto il percorso che facciamo dietro la scia di Nina, è finalizzato ad un inconscio coinvolgimento che conduce nei meandri del pensiero contorto della protagonista, fino ad assorbirne convinzioni ed emozioni, in una escalation di drammatica realtà o sofferto incubo. Può sembrare difficile definire il genere di questo film, e non ce ne sarebbe bisogno. A mio avviso è doveroso, nei confronti della pellicola che così male è stata pubblicizzata, fino ad attirare curiosi in cerca di un thriller o di un horror, ribadire che non si tratta altro che di una sofferta storia, alla fine della quale scopriremo la libertà e l’amore del cigno bianco, di Nina. E versare qualche lacrima sarà solo naturale.


BROTHERS – Visto da Pompiere

Un film di Jim Sheridan.

Con Natalie Portman, Tobey Maguire, Jake Gyllenhaal, Bailee Madison, Taylor Geare.

Drammatico, durata 108 min. – USA 2009. – 01 Distribution. Uscita: mercoledì 23 dicembre 2009.






VOTO: 7


L’irlandese Jim Sheridan mette in scena il remake del film danese del 2004  ‘Non desiderare la donna d’altri’ di Susanne Bier e dimostra ancora una volta di essere particolarmente legato alle rappresentazioni (non tanto poetiche) di complicati vincoli familiari. Le produzioni americane, ideatrici del progetto, non si sono trattenute dal desiderio di rifare il bel film della regista premiata dal pubblico del Sundance e, per questo, si sono affidati a un mestierante solido e ad attori giovani e molto promettenti.

Quello che c’è da evidenziare, e che entra piuttosto impetuoso a far parte delle vicende della famiglia Cahill, è il conflitto bellico che gli Stati Uniti stanno portando avanti da anni con il Medio Oriente, in particolare con l’Afghanistan. Tommy (Jake Gyllenhaal) è un beone tiratardi appena uscito di prigione, poco incline a una vita ortodossa e irreprensibile, la sua natura ribelle e anticonformista la si individua pure nella barba che si fa crescere per potersi distinguere e acquistare un’identità più marcata.

Il fratello Sam (Tobey Maguire), capitano dei Marine, inizia la sua quarta missione all’estero e parte per l’Afghanistan lasciando a casa la famiglia composta dalla moglie Grace (Natalie Portman) e dalle due figlie di 10 e 6 anni. Dato per morto dopo che il suo elicottero viene abbattuto sulle montagne del Pamir nel corso di una missione di ricognizione, il vuoto di Sam viene colmato da Tommy, il quale assiste i congiunti e vi si affeziona, a poco a poco riporta l’equilibrio negli altri migliorando pure se’ stesso come persona. In realtà Sam è ancora vivo, prigioniero dei talebani con un suo commilitone e per poter tornare in America dovrà, tra le altre cose, pagare un prezzo altissimo.

Interessante il rapporto tra il padre (un capofamiglia reduce del Vietnam, soggiogante quanto addolorato, ben interpretato da quel marpione di Sam Shepard) e il figlio Tommy: il primo accusa il secondo di essere un vagabondo poco di buono, l’altro vede nel padre la causa della morte (spirituale e fisica?) di Sam, il quale si sarebbe fatto convincere a seguire una vita secondo i rigidi principi morali inculcati dall’orgoglio militaresco. Ed è proprio il peccato dell’orgoglio che ha accecato questo padre, crocevia di rimpianti e livori.

Il personaggio di Maguire, carico di forza di volontà e coraggio, si ritrova improvvisamente a fare i conti con le regole spietate della guerra, con i sensi di colpa e le turbe mentali che questa gli lascerà addosso per sempre. Chi fa ritorno dal fronte ha sovente tormenti che causano un’enorme fatica nel riadeguarsi a una vita ordinaria. Non conta più essere stati buoni giocatori di football, generosi agli occhi dei padri e bravi ragazzi solo per aver servito la patria. A un certo punto entrano in campo quelle difficoltà che non sono superabili pur essendo un buon marine e sembra non esserci altra soluzione se non autopunirsi nel tentativo di ritornare alla vita. Anche e soprattutto la famiglia è divorata dal cancro della guerra alla quale è improbabile sottrarsi con il silenzio o l’oblio. Il conflitto ritorna sempre, è lì dietro l’angolo che aspetta, paziente.

Jake Gyllenhaal, sguardo fermo e gestualità intensa, esprime sentimenti profondi e nobili, il suo Tommy ha il giusto contorno dei personaggi un po’ sbandati, appesantiti dai contrasti e dai tormenti interiori tipicamente americani. E’ struggente assistere a come Tommy si avvicini alla famiglia del fratello scomparso, quando questa rimane con un vuoto affettivo da colmare: a volte basta un accorato aiuto domestico oppure una semplice canzone (non perdete, sui titoli di coda, la bella “Winter” degli U2) per avvicinare due persone piuttosto che solo l’intenzione di amare. La vita va vissuta senza troppe regole, la cosa migliore è seguire il cuore, senza costringersi su sentieri già decisi da speranze altrui.

Tobey Maguire, mai completamente attendibile seppure per una volta ragazzo non cartoonizzato e trasformato fisicamente per aver perso 10 kg., recita in modo un po’ rigido. Il suo marine, quasi costantemente sintonizzato sull’ “aspetto musone”, lascia il segno solo per le azioni che mette in pratica e non per le emozioni che suscita. La Portman, bella quanto prodiga di lacrime, era stata più brava in un film corale come “Closer”.

Da sottolineare l’interessante direzione della fotografia di Fred Elmes, già collaboratore di Lynch per “Velluto blu” e “Cuore selvaggio”, che gioca sulla location statunitense puntando le sue luci su di un gruppo familiare disorientato e su quella afgana avvampando il deserto dei malvagi guerriglieri in azione.

“Brothers” si conferma come una storia ben resa, lineare e molto solida, a tratti spiacevole per alcune scene strazianti e molto spesso toccante. Celebra le qualità della solidarietà, le deformanti conseguenze della guerra, i sensi di colpa e l’attitudine all’indulgenza e alla commiserazione. La pellicola percorre senza sbavature i corridoi domestici della classica famiglia americana delle classi sociali più basse e li inzuppa col sangue del conflitto. Niente di nuovo sotto la bandiera a stelle e strisce: ci si domanda se era il caso di rifare un film così, ricalcando le piste del predecessore e per giunta a breve distanza dalla sua uscita. Un compito diligente, da presentare giusto in tempo alla maestra e far contenti i genitori.


V PER VENDETTA

V per VendettaUn film di James McTeigue.



Con Natalie Portman, Hugo Weaving, Stephen Fry, Stephen Rea, John Hurt.



Titolo originale V for Vendetta. Fantastico, durata 120 min. – USA, Germania 2005. data uscita 17/03/2006.



VOTO: 8,5

V come Vendetta, V come Verità, V come V noVembre 1605.

Non sapeVo che il film fosse stato tratto da un fumetto; il mio approccio, pertanto, è stato quello di colui che ignoraVa l’ispirazione che deVe aVer mosso gli intenti di tale James McTeigue (o dei fratelli Wachowski, questa Volta in Veste di autori).

ObiettiVi del tutto rispettabili e coraggiosi: toni politici molto marcati e impegnati (la riVolta contro un goVerno nazistoide e un regime totalitario), uno spirito anarchico lucido e dissacrante (finalmente qualcuno che rischia l’alienazione da parte di un certo tipo di pubblico allegramente pigro), getta una luce inquietante sulla credibilità di alcuni regimi politici dei giorni nostri.

La narrazione risulta adeguata, seppure gli argomenti in esame siano molteplici; anzi, il montaggio serrato (straordinarie alcune sequenze, abilmente combinate) è appassionante e decisamente indoVinato. L'uomo in maschera

Benchè non si Veda mai in Volto, si può dire che l’interpretazione di Hugo WeaVing risulti comunque efficace, così come l’apporto di Stephen Rea e John Hurt [quest’ultimo, nella parte del Cancelliere è, come sempre, memorabile nel tratteggiare un personaggio antipatico; diVertente, inVece, l’apparizione a ritmo di comica nel programma TV condotto da Stephen Fry (ancora una Volta nei panni di un omosessuale perseguitato, dopo la sua interpretazione di Oscar Wilde una decina d’anni fa)].

Da sottolineare anche gli aspetti dotti e romantici: il protagonista è un cultore di musica raffinata (The girl of Ipanema), parla francese, legge di tutto (e cita a memoria Macbeth e Faust), riproduce alla perfezione le scene tratte da “Il Conte di Montecristo”; uno schiaffo all’ottusità dei tiranni (“L’Inghilterra domina!”), Volgari e Vanesi (la richiesta di un direttore della fotografia che illumini meglio il Volto del predicatore è esilarante).

Il personaggio di V come un Vendicatore Mascherato, un Fantasma dell’Opera costretto a nascondersi, ustionato simil Freddie Krueger, costretto a rinunciare a qualsiasi tipo di passione e di contatto amoroso; gli rimane soltanto di apporre, come una firma alla Zorro, le rose Scarlett Carson sul petto delle sue vittime e di accontentarsi, forzatamente esangue, di un bacio sulla maschera.