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Articoli con tag “morte

MELANCHOLIA

Un film di Lars von Trier.

Con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, Alexander Skarsgård.

Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 130 min. – Danimarca, Svezia, Francia, Germania 2011. – Bim. Uscita: venerdì 21 ottobre 2011.

VOTO: 7,5

Lars von Trier sta male. Il che non è una novità. Per cui aggiungerei che è particolarmente indisposto. E indisponente. Sofferente di narcisistica depressione. Nel corso degli anni la sua è diventata una lotta, infantile e vana, contro il resto del mondo. Che lui continua a vedere come ostico, un nemico da abbattere per affermare se stesso e la propria ragione(volezza), la sua stima. Non ci si deve stupire se il nuovo lavoro preme il pedale dell’acceleratore del nichilismo, prendendo di mira le convenzioni di una società per lo più borghese. (altro…)

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ALL THAT JAZZ

Un film di Bob Fosse.

Con Roy Scheider, Jessica Lange, Leland Palmer, Ann Reinking, Cliff Gorman.

Titolo originale All that Jazz. Musicale, Drammatico. Ratings: Kids+16, durata 123 min. – USA 1979.

 

 

 

 

 

VOTO: 9


Una brutta tosse, gli occhi arrossati, un collirio, un cachet, una doccia calda con la sigaretta ancora accesa tra le labbra, uno psicostimolante a disposizione, i violini che suonano da un mangianastri e… “si va in scena”. C’è chi vive stando sulla corda, per non saper attendere. Chi preferisce un’eiaculazione precoce alla conservazione perpetua. Per fare il regista, il coreografo e il montatore scrupoloso ci vuole questo e altro: qualche bottiglia di alcool e allegre parentesi con una discreta quantità di donne. Sto parlando di un menestrello che ha regalato tutto ciò che aveva allo spettacolo e non ha riposto niente per se stesso. Autodistruttivo per il terrore di essere convenzionale. “All that jazz”, con le sue lampeggianti coreografie, il suo fervore registico e i balletti, rappresenta l’estensione cinematografica della vita di Bob Fosse. L’autore americano sceglie come suo alter-ego la cera affaticata e l’aspetto scarno di Roy Scheider, il quale interpreta sullo schermo Joe Gideon, la cui esistenza viene raccontata a ritmo di danza e di numeri musicali superbi.

La pellicola è una delle più alte e raffinate riflessioni sulla morte, e insieme un inno alla seducente dinamicità della vita. Un giocare con la falce fienaia, ma senza le prostrazioni bergmaniane, e con una messa in scena colorata, tinteggiata da personaggi brillanti. L’idea del trapasso viene burlata a più riprese, grazie a stralci ironici di enorme rilievo (il medico che, mentre visita Joe, fuma e tossisce a ripetizione, e la sequenza nella camera d’ospedale subito dopo l’infarto), ma anche rispettata tramite un racconto spesso doloroso ed emotivamente feroce. Registicamente parlando, Fosse non è mai stato così in stato di grazia; le scene del balletto di “Air-otica” e la lettura “sorda” del copione sono idee magistrali di come andrebbe fatto il cinema.

Fotografata con acume dal nostro Giuseppe Rotunno, e inframmezzata da spezzoni di un monologo comico e di un confronto immaginario con un Angelo bianco, nonché funerea “nuova moglie”, che ha l’eterea consistenza e la bellezza di Jessica Lange, la pellicola gode di un editing composto da imponenti accavallamenti. E’ interessante notare come il filmato dell’assolo umoristico venga costantemente esaminato, tagliato, allungato, rimontato, visto e rivisto, in una perenne e insoddisfacente ricerca della rappresentazione perfetta, di quel fiore immutabile e impervio che Fosse considera essere la rosa. Quello che lui consapevolmente crea è soltanto temporaneità, apparenza, e lo ammette a cuore aperto in una spietata analisi di se stesso. Passando attraverso l’Ira, il Rifiuto, il Mercato, la Depressione e l’Accettazione, l’autore ci conduce attraverso i cosiddetti cinque stadi del processo della morte. Corteggiata, amata, odiata e poi nuovamente adulata, la dipartita è resa tra parentesi che spaziano dal cabaret allo spettacolo di varietà, dal musical al jingle pubblicitario, in una messa in scena impareggiabile, piena di arditi riferimenti all’inconscio e al surreale.


THE FINAL DESTINATION 3D

The Final Destination 3D è un film di David R. Ellis del 2009.

Con Bobby Campo, Shantel VanSanten, Haley Webb, Nick Zano, Krista Allen, Andrew Fiscella, Jessica Ritchie.

Prodotto in USA. Durata: 80 minuti. Disponibile in formato 3D. Distribuito in Italia da Warner Bros. a partire dal 21.05.2010.






VOTO: 5


Anche questo “FD 3D” (un remake mascherato da sequel) si inserisce senza troppi entusiasmi nel filone horror giovanilistico che più spensierato non si può. Non è altro che l’ennesimo film della serie ricalcante alla perfezione i suoi predecessori e non mette in rilievo nessun elemento di originalità. La sceneggiatura, in più occasioni, è approssimativa tanto da risultare fastidiosa.

Pur non avendo niente per farlo risultare memorabile, mantiene la sottile fascinazione riscontrabile nella ritualità della morte. Tutti sanno chi colpirà. Non rimane che aspettare per vedere come.  Ci si bea nella rappresentazione di trapassi  esageratamente splatter, a volte ai limiti dello spasso: è più comprensibile ghignare che impaurirsi. Questo episodio aggiunge solo un frettoloso e à la mode effetto speciale in 3 dimensioni che dovrebbe attrarre chissà quali orde di ragazzini, molto sensibili al richiamo degli occhiali stereoscopici e da questi un po’ storditi.

Ecco che possiamo accomodarci sulle poltrone per vedere furgoncini che si mettono in moto da soli, ganci e coltelli che catturano e infilzano con una precisione chirurgica, ventilatori che perseguitano le loro vittime manco fossero la nuvoletta di Fantozzi. Nella preparazione e nei cerimoniali pre-morte si sfiorano spesso elementi che hanno a che vedere con il paranormale: barattoli che appaiono calamitati verso destini ineluttabili, strumenti quotidiani di lavoro deboli nei confronti delle leggi gravitazionali, che sembrano muoversi come fossero animabili (in questo episodio si è dato particolare rilevo alle attrezzature dei mestieranti e all’acqua).

Fanno la differenza anche una cacca di piccione e alcune monetine (cosa scegliereste fra testa o croce?). Ai protagonisti non resta che tentare di spezzare la catena delle morti e andarsene a fare un giro. Cosa preferire fra una corsa di automobili, un cinema in 3D o la bevuta di un caffè? Sono calorosamente sconsigliate le trasferte nei pressi di autolavaggi e piscine.


LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE

La donna che visse due volteUn film di Alfred Hitchcock.

Con Kim Novak, James Stewart, Tom Helmore, Henry Jones, Barbara Bel Geddes.


Titolo originale Vertigo. Giallo, Ratings:
Kids+16, durata 128 min. – USA 1958.







VOTO: 8,5


I tetti di San Francisco sono infidi, scivolosi e… lontani da terra. Se ne rende ben presto conto il poliziotto John “Scottie” Ferguson (James Stewart) che rimane appeso a un cornicione durante un inseguimento. Lo shock dovuto alla vertigine sarà così grande da fargli prendere la decisione di abbandonare il servizio e di andare in pensione, forte del suo agio economico da scapolo inveterato.

Gavin, un vecchio amico, gli chiede una cortesia: seguire sua moglie Madeleine (Kim Novak) perché teme che qualcuno possa farle del male. Dice che la donna è molto debole, gira chissà dove, forse in preda a uno stato di profonda depressione.

John, dunque, sorveglia la bionda Madeleine, la quale fa visita alla tomba di una certa Carlotta Valdes, nata il 3 Dicembre del 1831 e morta 26 anni dopo. Successivamente la ritrova al “California Palace of the Legion of Honor”, mentre fissa un quadro di una donna di metà Ottocento che tiene in mano un mazzo di fiori uguale a quello che ella stessa, poco prima, ha acquistato. Anche la pettinatura delle due donne è la medesima. John scopre, così, che Madeleine è vittima incosciente di un transfert di identità. Sembra, infatti, essere posseduta dallo spirito di un’antenata (Carlotta Valdes, appunto), costretta a separarsi dalla figlia e per questo suicida a 26 anni. La stessa età della bella Madeleine… La scala del campanile

La musica di Bernard Herrman contribuì in modo decisivo all’impatto emotivo della pellicola. Basti pensare alla splendido componimento a spirale e, allo stesso tempo, intensamente romantico (la colonna sonora, una delle più struggenti e suggestive mai ascoltate, spiega in gran parte il fascino che “Vertigo” ha ancora oggi).

C’è un invidiabile incontro nei titoli di testa tra le musiche di Herrman e i disegni di Saul Bass, il quale, durante gli anni ’50, rivoluzionò la grafica degli “attacchi” nei film. Bass fu capace di sintetizzare l’intera pellicola, usando una sola immagine in pochi minuti di “vortici” colorati e sovrapposti i quali conducono immediatamente al senso di perdita dell’equilibrio.

Il fotografo Robert Burks rispettò lo schema di colori rossi e verdi (l’abito da sera verde, indossato dalla Novak durante la serata al ristorante e in contrasto con il rosso della parete, è tanto bello da togliere il fiato) richiesto dal regista, e si servì di filtri che rimandavano alla sensazione di nebbia per creare un’atmosfera onirica. Un profilo magnifico

Un contesto mitigato dai duetti con la pittrice e disegnatrice di moda Midge, l’amica di John, i quali sono molto divertenti e spontanei; rappresentano quel lato ironico irrinunciabile nelle opere di Hitchcock. Perché, se da una parte il Maestro apre una voragine verso la morte, il subconscio e l’inganno, dall’altra ha bisogno di rafforzare la sua personalità, stemperando la tensione dell’intreccio con battute sottili e ingegnose. Delizioso  :-)

John non si accorge nemmeno della presenza dell’amica. Dopo la tragica esperienza alla quale si è trovato a partecipare (Madeleine si suiciderà nonostante la sua salvaguardia), è catatonico, immobile e sospeso tra i suoi sensi di colpa e il rammarico di aver osato amare una donna già sposata. Nemmeno la musica di Mozart sembra in grado di poter alleviare il dolore che prova.

E qui, Hitchcock, attraverso una semplice panoramica sullo splendido paesaggio assolato ed edificante offerto dalla città di San Francisco, fa un salto in avanti narrativo di straordinaria sintesi e ci proietta verso quella che sarà l’ulteriore discesa verso il vortice paranoico che attende il nostro John.

Egli, infatti, riconosce l’auto della “sua” Madeleine. E poi di nuovo lei che gli compare, mentre cammina per la città. Non è più bionda, “stavolta” ha i capelli castani. Ma sarà davvero la sua amata o solo il frutto di un’alienazione mentale? Potrà bastare un tailleur grigio a poterla ricreare in qualche modo?

Il film è caratterizzato da un turbinio di ossessioni intime e quasi inquietanti. Alfred Hitchcock era un sostenitore del cosiddetto “cinema puro”, caratterizzato da immagini senza parole. “La donna che visse due volte” è la storia di un uomo che, per la prima volta, s’innamora profondamente di una figura femminile con la quale non ha quasi mai parlato e, ciononostante, si abbandona alla più intensa delle sue angosce e fobie amorose. Il formidabile effetto “vertigine” (ottenuto tramite un intelligente accostamento tra una carrellata indietro e una zoomata in avanti), accentua alla perfezione l’acrofobia di cui soffre il protagonista.

Kim Novak conferì una straordinaria intensità emotiva e fu abilissima nel tratteggiare il carattere di due donne così uguali e profondamente diverse: raffinata e distaccata la prima, con quel suo parlare con ritmo quasi assente, vera e appassionata la seconda. Fredda, misteriosa, triste e splendida, Madeleine è da capogiro.


QUERELLE DE BREST

Querelle de BrestTitolo originale: Querelle.

Regia: Rainer Werner Fassbinder.


Con: Franco Nero, Brad Davis, Jeanne Moreau, Laurent Malet.

Genere: Drammatico.


Produzione: Francia/Germania.

Anno: 1982. Durata: 108 min.



VOTO: 7

Tratto dal romanzo omonimo di Jean Genet, “Querelle de Brest” è stato l’ultimo film diretto dal grande Rainer Werner Fassbinder, prima della sua morte a causa di un presumibile abuso di droghe. Arrivò sugli schermi del Festival di Venezia nel 1982, pochi mesi dopo il decesso dell’autore, sull’onda di fragori sensazionalistici a causa dei contenuti e di alcune scene provocanti.

La pellicola racconta le vicende del marinaio Georges Querelle (Brad Davis), sbarcato a Brest con la nave “Vengeur” a capo della quale governa il tenente Seblon (Franco Nero), invaghito dalla bellezza di Querelle. Ma nel porto della cittadina francese il giovane uomo di mare farà la conoscenza dell’ambiguo Nono (Gunther Kaufmann), gestore, insieme alla moglie Lysiane (Jeanne Moreau), di un bordello famigerato chiamato “La Feria”, e incontrerà suo fratello Robert, amante della consorte di Nono. In un paese costiero tutto ricostruito in studio come fosse un porto di una città equatoriale, Querelle vivrà avventure amorose, intrallazzi ricettatori, corteggiamenti subdoli e meschini tradimenti.

La macchina investigativa dei sentimenti messa in moto da Fassbinder ci conduce, come naufraghi stremati, su queste rive perigliose, a diretto contatto con uno dei personaggi più sofferti della filmografia del regista tedesco. Querelle, infatti, attraverso una serie di vicende complicate e un po’ sconclusionate “corre il pericolo” di… trovare sé stesso, di sapere in definitiva qualcosa di più sulla sua identità. E’ egli un angelo, un assassino, un martire, un ladro, un diavolo tentatore? Forse tutte queste personalità allo stesso tempo. Querelle sta per essere "avvicinato" da Nono

Brad Davis, qui al suo meglio per doti recitative e prestanza fisica, regala a Querelle una perfetta aderenza ai progetti contenuti nel romanzo di Genet e a quelli cinematografici pretesi da Fassbinder. Di statura media, rigoroso, ben proporzionato, con gli occhi sprezzanti, i lineamenti regolari, l’espressione severa del viso, i suoi modi glaciali e ombrosi, Davis riesce a sembrare naturalmente impenetrabile, come vuole il copione.

A fare da sfondo, le scenografie, dicevamo, opportunamente e volutamente finte, ricostruite in studio. L’arredamento ha rilievi barocchi e misteriosamente conturbanti (gli specchi e i vetri che disseminano il set sono “marchiati” con stampe e disegni particolarmente increspati ma anche con figure fallocentriche ed esplicite scene di sesso). Disegni osceni di membri turgidi etichettano gli angoli del porto e la zona delle latrine, dietro alla quale corrono i desideri repressi del tenente, in perenne attesa di un allarme che suoni a risvegliare la sua coscienza. D’altronde  le dinamiche che legano tra loro i personaggi hanno tutte un’origine sessuale e nascono da un unico fondamento, il desiderio.

La fotografia si presenta con una grandiosa resa cromatica, evocatrice di un’atmosfera irreale e simbolica, in grado di catturare la percezione dello spettatore e di ammaliare, così, le sue sensazioni. I colori virano dal giallo (quello dominante) al rosso (celebrativo di scene passionali), al blu (più marginale). Le immagini scorrono spesso infuocate come a invocare ardenti propositi di decadenza e morte. Anche i costumi sono realizzati in modo fastoso e stravagante, tra lustrini, paillettes, anelli e pendagli. Nonostante indossi alcuni di questi monili, il personaggio di Lysiane, interpretato da una matura Jeanne Moreau, non è per niente carismatico, attraversato com’è da un insieme di prototipi: amante, amica, veggente e madre.

Tra marinai affaccendati e sudati, senza maglietta o in canotta, alcuni raffigurati con le dovute guance dure e incavate, fa capolino il sesso: stringere un uomo contro il proprio corpo nudo e risplendente è il desiderio di molti fra i protagonisti. La scena della sodomizzazione di Querelle da parte del possente e animalesco Nono è il trionfo della carnalità; tra dolore fisico e morale, e con la saliva grondante sui corpi accaldati, entra di diritto a far parte dell’immaginario omosessuale. Ma, al contrario di Querelle, non c’è nessuna passione in Nono: lui gioca senza voler inquinare i sentimenti. Pretende (e ottiene) solo divertimento, senza alcuna complicazione; ancora una volta l’amore è più freddo della morte.

Il film è disseminato da citazioni e riferimenti letterari, tra l’etica di Plutarco e quella Genetiana. “Ogni uomo uccide ciò che ama”, canta Lysiane in una delle più significative scene del film: per l’uomo sembra possibile amare solo con la fantasia gioiosa e rapida del bambino e, dopo il “crimine” della crescita e della presa di coscienza, gli è concesso unicamente di penetrare in un mondo di sentimenti violenti.

Questa continua letterarietà che traspare per tutta la pellicola, innalza il film a totem estremamente intellettualistico e cerebrale, allettante dal punto di vista culturale ma senza anima. Con “Querelle” abbiamo a che fare con infinite strutture simmetriche, propense a un turbinio di avvenimenti e di concetti. Il risultato è dubbio; ora esplicativo, ora intuibile o epidermico. Quella che è mancata a Fassbinder è la coesione tra fatti e riflessioni: il gioco degli sdoppiamenti voluto dal regista è troppo dichiarato e, nell’ultima mezz’ora del film, compiaciuto e noioso.

Da rimarcare la pubblicazione dell’opera in DVD, rieditata circa 3 anni fa: oltre al film, un’interessante intervista a Franco Nero (che racconta di episodi curiosi sul set e fuori) e un prelibato cortometraggio con Fassbinder protagonista, intitolato “Chambre 666”, dove il regista e attore tedesco ci saluta (quasi come fosse un presagio) da un’anonima stanza-avamposto.

Per ricordare il genio e il vulcano di idee che è stato quel talento debordante di Fassbinder, è necessario rinnovare la visione delle sue opere, prodighe di discussioni e confronti. La sua febbrile e pressante figura avrebbe avuto ancora molto da dire sulla società dei nostri tempi.