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Articoli con tag “Mila Kunis

TED

Un film di Seth MacFarlane.

Con Mark Wahlberg, Mila Kunis, Seth MacFarlane, Joel McHale, Giovanni Ribisi.

Titolo originale Ted. Commedia, durata 106 min. – USA 2012. – Universal Pictures. Uscita: giovedì 4 ottobre 2012. VM 14

VOTO: 5

Questa è la storia di John Bennett, un bambino di otto anni che ha difficoltà a stringere rapporti coi suoi coetanei. John approfitta della notte di Natale per esprimere un magico desiderio: vuole che Ted, il suo orsetto di peluche, diventi un amico vero. Il mattino dopo il bimbo si sveglia e scopre che il giocattolo cammina e parla come per incanto. Come immaginare i due dopo 27 anni? Il film riparte raccontando la storia di John “adulto” (Mark Wahlberg), impiegato di un autonoleggio e fidanzato con Lori (Mila Kunis), alle prese col suo “teddy” un po’ troppo irrequieto: l’amico non più immaginario fuma canne, si ubriaca, usa parole volgari, scoreggia e fa sesso promiscuo. (altro…)

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IL CIGNO NERO

USCITA CINEMA: 18/02/2011.


REGIA e SCENEGGIATURA: Darren Aronofsky.
ATTORI: Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Winona Ryder, Barbara Hershey.


PAESE: USA 2010. GENERE: Drammatico. DURATA: 103 Min.




VOTO: 8,5


Nina (Natalie Portman), ballerina classica, è ad un punto cruciale della sua vita. Nata da una donna che “ha lasciato la carriera per colpa sua”, è cresciuta “stretta e costretta” dai lacci di quelle scarpette che la madre (Barbara Hershey) ha appeso al muro. Ed è maturata nella delicata creatura (come un candido cigno…) che è sul punto di spiccare finalmente il volo verso quella che crede sia l’unica luce del tunnel che la porterà alla libertà (come il cigno dell’opera, trasfigurato da un incantesimo): il ruolo di prima ballerina de “Il lago dei cigni”. E’ infatti il ballo l’unica forma d’espressione che Nina conosce, unica ragione di vita per quel corpo sacrificato da sforzi inumani e privazioni punitive; ed anche unica valvola di sfogo di quest’anima pura, che si riflette nell’ombra dell’attuale étoile ormai al tramonto (un inconsueto cameo di Winona Ryder), e della quale aspira prenderne il posto, in una sorta di proiezione esterna a se stessa, in bilico tra adorazione, brama e possessività; quando può si intrufola infatti nel suo camerino a rubarne qualche oggetto personale, come se i feticci di Beth potessero renderla diversa, “perfetta”.

Un Vincent Cassel sopra le righe è Thomas, il direttore del balletto, il quale, congedata freddamente l’ormai tramontata stella, affida proprio a Nina la parte della protagonista. Thomas ha forse intravisto nella candida donna quel lato oscuro che le sarebbe indispensabile per poter interpretare al meglio il doppio ruolo che le è stato affidato. Le estenuanti prove mirano quindi a “tirar fuori” il cigno nero dall’introversa anima della protagonista, ma l’incontro/scontro con l’ultima arrivata e altrettanto ambiziosa Lily (Mila Kunis), sua possibile rivale, porterà ad una inaspettata e malaugurata piega degli eventi che vedrà l’apice nel drammatico finale: Nina riuscirà ad interpretare i due Cigni, quello bianco e quello nero, e la sera della prima darà il meglio di se nell’esecuzione di un balletto che intreccia la fiaba con la realtà, il dramma con l’incubo, l’amore con il sangue…

Lo spietato dipinto del mondo del balletto che esce dal pennello in celluloide di Aronofsky non è il centro della vicenda, ma solo lo sfondo; è invece il delicato quanto oramai compromesso equilibrio emotivo e psicologico di Nina, figlia della frustrazione, alimentata a zuppa e sensi di colpa, a essere al centro del quadro. La storia non parte da un inizio; racconta la “fine” o meglio un epilogo che si intreccia, si avvita attorno a se stesso, si aggrappa all’incubo e ci trascina nell’oblio. Spesso il regista “appoggia” l’inquadratura alle spalle della protagonista, al punto che per la maggior parte le uniche riprese di Nina sono in realtà specchi riflessi; specchi a rappresentare la fragile superficie delle emozioni esasperate, che filtrano una realtà troppo pesante, da troppo tempo, e rischiano ad ogni passo di incrinarsi e andare in mille pezzi.

Le figure di contorno, come Beth, Thomas, o la madre di Nina, tutti volutamente sopra le righe e stereotipati, sono allegorie degli elementi che segnano la vita di ogni persona. Non ci sono due figure genitoriali, bensì solo quella della madre, e anche il lato oscuro, viziato, corrotto, prepotente di ogni individuo, che comunque è anche del genitore in quanto essere umano. Beth, la “principessina”, è l’aspirazione, l’essere da cui prendere esempio assoluto e da imitare, in cui immedesimarsi; è per imitazione che i bambini imparano. E Nina, ormai cresciuta ma sempre costretta nella sua camera popolata di bambole, nella sua alterata percezione della realtà, una volta vicina ad assurgere al ruolo a cui si è ispirata per tutta la vita, trasforma la sua adorazione in possessività prima e in odio poi. Thomas è forse un personaggio che assomiglia a un padre, ma in quanto uomo, maschio, è anche possibile amante, o forse confronto con l’amore e con il sesso: emozioni e sensazioni queste così estranee alla protagonista, cresciuta nell’egoismo dell’iperprotezione materna, allo stesso tempo causa e necessità. Tutti ruoli duali, bifronti, chiaro-scuri del bene e del male, che fanno da binario o da labirinto, nel costrutto complesso che il regista edifica in un insieme di sceneggiatura, personaggi, attori, riprese e scenografie stupende, che riportano anch’esse bianchi e neri a tinte forti, sottolineate da luci e ombre che accentuano il tono onirico che pervade la pellicola. Infine Lily, l’antagonista; la parte oscura, colei che può e forse vuole (?) sottrarre la tanto agognata parte alla candida Nina, vittima del suo vile tentativo di tradimento o del tarlo della paura. La ragazza è giovane, bella, spregiudicata, desiderabile; due nere ali di diavolo tatuate sulle spalle sensuali. Questo personaggio è un riferimento, nemmeno tanto celato, al mito di Lilith, prima moglie di Adamo, ripudiata e cacciata; demone femminile ritenuto portatore di disgrazia, malattia e morte. Nell’immaginario popolare ebraico è un demone notturno che porta danno ai bambini maschi e simbolo di adulterio, stregoneria e lussuria (fonte Wikipedia).

Il film, che parte da un soggetto all’apparenza poco originale, cammina sempre sul filo del rasoio, rischiando continuamente di cadere nelle didascalie delle allegorie che il regista mette in scena per rappresentare questo dramma, che è si interiore, ma nel quale finiamo per immedesimarci. Tutto il percorso che facciamo dietro la scia di Nina, è finalizzato ad un inconscio coinvolgimento che conduce nei meandri del pensiero contorto della protagonista, fino ad assorbirne convinzioni ed emozioni, in una escalation di drammatica realtà o sofferto incubo. Può sembrare difficile definire il genere di questo film, e non ce ne sarebbe bisogno. A mio avviso è doveroso, nei confronti della pellicola che così male è stata pubblicizzata, fino ad attirare curiosi in cerca di un thriller o di un horror, ribadire che non si tratta altro che di una sofferta storia, alla fine della quale scopriremo la libertà e l’amore del cigno bianco, di Nina. E versare qualche lacrima sarà solo naturale.