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Articoli con tag “memoria

POETRY

USCITA CINEMA: 01/04/2011.


REGIA e SCENEGGIATURA: Lee Chang-dong.
ATTORI: Yun Jeong-hie, Ahn Nae-sang, Lee Da-wit.


GENERE: Drammatico. PAESE: Corea del Sud, 2010. DURATA: 139 Min.

http://www.tuckerfilm.com/film/poetry.html

VOTO: 10

Fermarsi ad ascoltare il suono del vento mentre accarezza le fronde degli alberi. Scoprire che una mela non è solo banale colore riflettente la luce, ma anche sostanza, gusto, odore. Proporsi al prossimo senza esitare, eliminando ogni inibizione e paura di scocciare, riscoprendo quel molesto approccio infantile un po’ birichino e intraprendente (altro…)

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ONE DAY

USCITA CINEMA: 11/11/2011.


REGIA: Lone Scherfig.
ATTORI: Anne Hathaway, Jim Sturgess, Patricia Clarkson, Romola Garai, Jodie Whittaker.


PAESE: Gran Bretagna, USA 2011. GENERE: Sentimentale. DURATA: 107 Min.

VOTO: 6,5

Se a St. Swithin ti piove in testa, vedrai vedrai vedrai… che qualcosa resta”.

E’ un piovoso 15 Luglio (giorno di festa in Inghilterra) del 1988. Emma e Dexter (Anne Hathaway e Jim Sturgess) si sono appena laureati, e trascorrono insieme una notte apparentemente uguale a tante altre. Invece la ciclicità di questo giorno profetico sarà fondamentale durante il corso delle loro intere vite. Ogni anno è una parentesi della memoria, è una canzone d’epoca, intervallata da qualche felice (altro…)


LIMITLESS

USCITA CINEMA: 15/04/2011.


REGIA: Neil Burger. ATTORI: Bradley Cooper, Robert De Niro, Abbie Cornish, Andrew Howard, Anna Friel.


PAESE: USA 2011. GENERE: Thriller. DURATA: 105 Min.





VOTO: 7

Edward Morra (un affascinante e variegato Bradley Cooper) è uno scrittore trasandato che sta elaborando un romanzo di fantascienza spacciato come metafora filosofica sulla condizione umana del ventunesimo secolo. La fatica nello sviluppare lo scritto occupa giorni, settimane e poi mesi, in un pietoso crogiuolo che diventa confortevole, tanto che Lindy, la sua ragazza, decide di lasciarlo. Vagando per la città di New York, Edward incontra una vecchia conoscenza, l’ex-cognato Vernon, il quale gli propone di dargli una mano grazie a una pasticca miracolosa di nuova concezione farmacologica…

Dando una lettura basilarmente figurativa, possiamo dire che “Limitless” potrebbe essere una metafora etica sulla distruzione dell’uomo per effetto di sostanze stupefacenti; quelle droghe che, assunte per migliorare le proprie prestazioni, a un primo periodo di dolce e gentile assuefazione fanno seguire terribili momenti dissociativi. E nelle cosiddette “sostanze irresistibili” vanno senz’altro aggiunte quelle mediche normalmente prescrivibili: prendiamo l’(ab)uso comune che, negli “strange days” delle società moderne, viene fatto degli psicofarmaci o degli antidolorifici. Per mantenere un alto livello di attività motoria e vocale, molte persone sono disposte a qualsiasi cosa, a rischiare il salto nel vuoto della loro condizione esistenziale; di solito votate a posti di lavoro di estrema responsabilità e cospicuo guadagno, oltre i limiti del supereroismo.

Se ci guardiamo intorno, quella descritta in “Limitless” non è una realtà molto dissimile (è forse il romanzo di fantascienza scritto dal protagonista?), nella quale, tra gli altri, anche l’ex fidanzatina Lindy ha appena ottenuto un avanzamento di carriera e quasi tutti quelli che Edward incontra sono socialmente più in alto di lui. Ecco spiegato perchè una ricerca quasi ossessiva consacrata a una condizione frizzante, intelligente, dotata di buon senso, e con la certezza di accedere a una memoria oramai sepolta da anni di assuefazione psichica, attiri pressoché tutti (con il massimo rispetto per coloro che soffrono seriamente di problematiche depressive, qui contingenti).

Le piccole pastiglie trasparenti, che Edward continua ad assumere in dosi sempre più massicce, gli aprono una porta che conduce in una zona già conosciuta e ambita: quella dell’accumulo di denaro. All’inizio rigetta, fisiologicamente pulito, quel mondo, e precipita in un incubo a occhi aperti, nel quale non capisce più chi è, cosa fa, da chi è circondato e cosa vogliono gli altri, quelli interessati al suo stato di aliena esaltazione. Tutto ciò a cui si presta la grande attività cerebrale e la frenesia intellettiva di Eddie è riconducibile ad algoritmi finanziari, a una lettura delle cognizioni popolari come variabili impenetrabili per la comprensione delle quotazioni in borsa delle maggiori società. Il sogno di un posto come Amministratore delegato o Presidente è tutto ciò che riesce a immaginare la sua “ricetta per la grandezza”; quella banalissima poltrona all’interno di un ingranaggio che paradossalmente non riesce a decifrare, quello più facile, immediato ma anche sconosciuto, pericoloso e probabilmente, accanto al sistema politico, quello più marcio dell’intero pianeta.

La breve impronta futuristica che Neil Burger da dello stato di avanzamento della ricerca medica non empirica è da prendere in considerazione: lo studio approfondito che mira a elaborare panacee sempre migliori e meno invasive, pillole della felicità (sintomatico in tal senso il simbolo “Celestial” all’inizio del film), stimoli che agiscano sulla corteccia celebrale e migliorino la nostra capacità di concentrazione, potrebbe essere una condizione non lontana dalla realtà attuale.

Valorosamente oscillante tra il thriller, l’action e un pizzico di fantascienza, la pellicola del regista americano conserva, grazie a uno scritto accattivante, un’inconsueta stabilità. Anche se, nella scena girata in Central Park e in quella dell’intrusione nell’appartamento blindato, lo scenario si tinge di sequenze di azione improbabili che comunque non sviano da qualsiasi altro proposito che non sia quello di un mero intrattenimento a orologeria. L’intero film, se a volte può ritenersi attendibilmente debole, è girato con uno stile discretamente inventivo, schizzato in avanti a farci perdere l’equilibrio, montato spesso in modo squisitamente veloce e adeguato, fotografato senza guizzi ma con notevole senso cromatico. Se Burger e gli sceneggiatori avessero usato più del 20% del loro cervello, senza ricorrere all’NZT, osando oltre alcuni prevedibili giochini di scatole cinesi e facendo ricorso a una sana rappresentazione di stampo carpenteriano (meno capitale visivo e maggiore ingegno), adesso potremmo parlare di un lavoro più che buono.


INCEPTION

USCITA CINEMA: 24/09/2010.


REGIA e SCENEGGIATURA: Christopher Nolan.
ATTORI: Leonardo Di Caprio, Marion Cotillard, Ellen Page, Cillian Murphy, Michael Caine, Ken Watanabe, Joseph Gordon-Levitt, Tom Hardy, Tom Berenger, Lukas Haas, Tohoru Masamune.


PAESE: Gran Bretagna, USA 2010. GENERE: Fantascienza, Thriller, Mystery. DURATA: 148 Min.



VOTO: 4


Gigi Marzullo: “La vita è un sogno o sono i sogni che aiutano a vivere meglio?”.

Christopher Nolan: “Dipende dall’installazione del sogno e da come interagisce col subconscio. Non dimenticando la condizione onirica per la quale un sogno all’interno di un altro sogno potrebbe generare un labirinto o, chessò, un Limbo”.

Gigi Marzullo (compassionevole): “Ah”.

Squilibrato tra gangster-movie, spy-story, action, thriller, poliziesco, fantascienza d’élite, e atmosfere che attingono (ancora una volta) a piene mani dallo sguardo pesante e laborioso di Michael Mann (tanto che lui e Nolan sembrano avere consistenze di pensiero quasi inscindibili), “Inception” sta facendo… incepta di incassi un po’ in tutto il mondo. IncaSTONATO com’è tra le atmosfere urbane gelide e astratte, che stavolta si prestano a un tour gratuito di alcune delle più belle e affascinanti città del mondo, con tanto di parentesi esotica, e per giunta architettonicamente rivestibili in un modo divertente quanto risibile, il film vaga impavido e sfrontato come Berlusconi a un comizio di Forza Italia (Perché esiste ancora… Non è che me lo sto sognando, vero?).

Non mancano nemmeno le ormai inevitabili sfilate di vestiti eleganti, con quella cravatta impiegatizia (tanto per chiarire che siamo sempre al servizio di qualcuno) fatta apposta per le multinazionali con aspirazioni da Impero, o donne con l’infelice aura della pupa sfruttata, pronte a maneggiare la pistola ma che non vedono da secoli un fornello da cucina. Così stereotipato, Nolan si sente al sicuro. Si coccola per quello che riesce a fare, e se ne compiace. Come il suo personaggio principale, Dom Cobb (Leonardo Di Caprio), da oggi ribattezzabile Dom Peridon, per la sua interpretazione sgargiante come un pavone in un cortile di tacchini.

Rivendicare la paternità di un sogno può essere intrigante quando quello che si fantastica è avvincente, piacevole, stuzzicante. Peccato che qui manchi la quadratura del cerchio: troppi sogni condivisi che esplodono al rallentatore rischiano di diventare un incubo. Anche per chi è a occhi aperti. Troppa retorica e moltitudini di assurde verbosità: come dimenticare “lo spazio onirico grezzo”?! Spudoratamente accademico e didascalico, il bel cinema non prevedrebbe la spiegazione delle azioni, bensì la loro semplice esposizione. Assetato di entrare nell’oLimbo dei più grandi autori di tutti i tempi, Nolan arrischia una partita affidandosi al bluff, barcamenato tra giochini masturbatori fini a se stessi.

Ecco perché “Inception” risulta un nuovo film vecchio, superficiale nella sua bizzarra pretesa di rappresentare una meditazione sulla memoria, l’amore, la sofferenza. Che l’autore si faccia pure innestare un’idea. Basta che sia buona e che non gli sbatta in faccia come un asfalto messo lì a mo’ di muro ramp(ic)ante. Al Livello dove si trova adesso sarà oppresso da un Totem gigantesco, tanto da farlo rimanere quasi senz’aria.


OGNI COSA E’ ILLUMINATA

Un film di Liev Schreiber.

Con Elijah Wood, Boris Leskin, Eugene Hutz, Laryssa Lauret, Jonathan Safran Foer.

Titolo originale Everything Is Illuminated. Commedia/Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 106 min. – USA 2005. Uscita: venerdì 11 novembre 2005.






VOTO: 6,5


Un viaggio all’insegna della memoria: passando dalla scalinata di Odessa e dai McDonald’s sorti lì vicino, assistendo a un incidente automobilistico dopo il quale i due uomini coinvolti si mettono a fraternizzare spensieratamente in mezzo alla campagna, curiosando su sposi ancora vestiti con abiti da cerimonia che fanno visita a un cimitero.

Presentato a Venezia 2005 nella sezione Orizzonti, “Everything is illuminated” è esilarante e colmo di uno spirito un po’ irreale: abbiamo a che fare con una cagnolina “degenerata”, come viene definita, chiamata “Sammy Davis Jr. Jr.” e con un nonno che guida una Trabant il quale dice di essere cieco illuminando il nipote su verità assolute che sembra conoscere solo lui. Recuperando a tratti lo spirito circense e improvviso di Kusturica, ci si perde volentieri tra la campagna e i paesaggi spettrali che richiamano alla mente Chernobyl. In mezzo, i contrasti e le divergenze etniche che segnano l’Ucraina di oggi.

Dopo la caccia agli anelli della trilogia tolkeniana, in questo film Elijah Wood è un ebreo americano che indaga sulle proprie estrazioni d’origine, che insacchetta ogni oggetto, cataloga meticolosamente tutto quello che trova, colleziona oggetti di famiglia in modo da ricordare ogni esperienza vissuta del passato.

Sorretto da una colonna sonora bellissima nella quale prevale una musica di stampo nomade, la soundtrack del film unisce pezzi della tradizione popolare dell’Europa dell’Est alle tracce create dal poco famoso Paul Cantelon. Si aggiunga lo stile punk e ska di “Start wearing purple” dei Gogol Bordello (quando Jonathan Foer/Elijah Wood arriva alla stazione dei treni, trova la stessa band ad accoglierlo) e si può capire come lo score sia ottimo per le situazioni del film.

Incoraggiata da un’armonia di racconto vivace e dinamica, e da una regia che ha una soluzione brillante per ogni angolo che si trova a dover svoltare, la pellicola sembra essere indirizzata esclusivamente verso toni da commedia ma vira quasi inaspettatamente verso contesti molto più seri.

In effetti Liev Schreiber, attore ebreo di origini ucraine debuttante alla regia, è molto più a suo agio con i toni farseschi che con quelli drammatici e introspettivi. Il fatto che si sia voluto (e dovuto, visto che si tratta della trasposizione cinematografica dell’omonimo libro autobiografico di Jonathan Safran Foer) rivangare un passato storico doloroso senza ulteriori propositi burleschi non conferisce al film quella linearità auspicabile all’inizio, seppure i contenuti rimangano di tutto rispetto.

Perché, non dimentichiamocelo, ogni cosa è illuminata dalla luce del passato.


SEGRETI DI FAMIGLIA

Un film di Francis Ford Coppola.

Con Vincent Gallo, Alden Ehrenreich, Maribel Verdú, Klaus Maria Brandauer, Carmen Maura.

Titolo originale Tetro. Drammatico, durata 127 min. – USA, Argentina, Spagna, Italia 2009. – Bim. Uscita: venerdì 20 novembre 2009.






VOTO: 6


Due tra le opere più interessanti degli ultimi tempi sono accomunate dal fatto di essere state presentate al 62-esimo Festival di Cannes, ma soprattutto di essere state girate in bianco e nero. Una cifra stilistica che, se da una parte viene scelta per esaltare certi modi di ritrarre i personaggi e il contenuto delle storie grazie a una fotografia vivace e/o tagliente (quella de “Il nastro bianco”, per intenderci), dall’altra ci fa sorgere qualche considerazione.

Come ha detto Francis Ford Coppola: “Il cinema di oggi sembra rendere illegale tutto ciò che non è a colori”. Ma c’è di più: sembra che per rappresentare le brutture e le fatiche relazionali del presente l’unico modo (o quantomeno quello più efficace) sia quello di un ritorno al passato, come se il cinema avesse bisogno di guardarsi bene allo specchio per ritrovare una propria identità, un segno tangibile della sua individualità.

Magari all’inizio avrà bisogno di reggersi un po’ sulle stampelle, prima di proseguire nel lancio senza paracadute o senza ritorno che sembra promettere l’ammaliante mondo delle tecnologie in 3D (viste da Coppola come estremamente limitative e ritenute un linguaggio morto prima ancora di nascere). Ciononostante non si può non fare i conti con quel cinema prettamente commerciale che, nell’ultimo week end di programmazione, ha cancellato dalle sale il film dell’autore americano trionfando senza storia.

E se il bianco e nero di “Segreti di famiglia” rappresenta il presente, il passato viene raccontato a colori e a schermo ridotto a sottolineare la lontananza e la forzata rimozione di ciò che è già avvenuto, in una serie di “Infinity lies” ben supportate dall’utilizzo di una macchina a mano quanto mai preziosa. La storia è quella del giovane Benjamin, quasi diciottenne, che va a trovare il fratello Angelo (adesso conosciuto come Tetro). Benny lavora su una nave da crociera come cameriere e nel tentativo di riavvicinare la figura di Angelo/Tetro si ritrova di fronte a una porta chiusa a chiave. Il ragazzo ha addosso la febbre del viaggio presa dal fratello fuggito ufficialmente di casa per andare a fare lo scrittore. Proprio come ha fatto lui lasciando il padre, considerato uno dei più grandi direttori d’orchestra.

L’ultimo Coppola ha la stessa precarietà delle scarpe lasciate appese a prendere aria, è un verso libero che non fa rima e non ha un numero fisso di sillabe, sottolinea l’urgenza di un ritorno al passato per vedere meglio l’oggi ma lo fa senza lasciare sufficientemente spazio alla modernità di linguaggio, soprattutto quello del copione. Diventa così inutile tagliuzzare collericamente i “modaioli” vestiti di Armani, distruggere le chitarre e scrivere al contrario per mettere in discussione l’espressività dell’Arte. Tra le altre cose che vanno in frantumi c’è il rapporto col padre padrone Klaus Maria Brandauer: dispotico, assolutista e cinico, soffoca i desideri artistici di Angelo umiliandolo nelle sue aspirazioni da romanziere.

Lo schermo si riempie di luci abbaglianti e di flash illuminanti di ambulanze e macchine della polizia tutte le volte che Tetro torna indietro con la memoria, un modo per richiamare il suo trauma vissuto alla guida di un auto con accanto la madre soprano cantante d’opera. Da qui la sua “semplicistica” rimozione verso le opere d’arte rappresentate in versi a teatro.

Tutta la parte relativa al Festival di Patagonia è acquosa e dispersiva, l’obiettivo e il nucleo del film si sciolgono ai piedi dei ghiacciai sudamericani. Subentrano un pizzico di dissonante glamour, discrepanze nello scritto fattosi improvvisamente spettacolare e meno intimista, sfacciati aspetti melodrammatici sorretti da un ribaltamento dei ruoli del quale non se ne sentiva il bisogno. Come se Coppola avesse ceduto alla tentazione di inscenare un teatrino delle più ovvie implicazioni psicanalitiche.