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Articoli con tag “Mark Wahlberg

TED

Un film di Seth MacFarlane.

Con Mark Wahlberg, Mila Kunis, Seth MacFarlane, Joel McHale, Giovanni Ribisi.

Titolo originale Ted. Commedia, durata 106 min. – USA 2012. – Universal Pictures. Uscita: giovedì 4 ottobre 2012. VM 14

VOTO: 5

Questa è la storia di John Bennett, un bambino di otto anni che ha difficoltà a stringere rapporti coi suoi coetanei. John approfitta della notte di Natale per esprimere un magico desiderio: vuole che Ted, il suo orsetto di peluche, diventi un amico vero. Il mattino dopo il bimbo si sveglia e scopre che il giocattolo cammina e parla come per incanto. Come immaginare i due dopo 27 anni? Il film riparte raccontando la storia di John “adulto” (Mark Wahlberg), impiegato di un autonoleggio e fidanzato con Lori (Mila Kunis), alle prese col suo “teddy” un po’ troppo irrequieto: l’amico non più immaginario fuma canne, si ubriaca, usa parole volgari, scoreggia e fa sesso promiscuo. (altro…)


AMABILI RESTI – Recensione

Un film di Peter Jackson.

Con Mark Wahlberg, Rachel Weisz, Susan Sarandon, Stanley Tucci, James Michael Imperioli, Saoirse Ronan.

Titolo originale The Lovely Bones. Drammatico/Fantastico, Ratings: Kids+13, durata 135 min. – USA, Gran Bretagna, Nuova Zelanda 2009. – Universal Pictures. Uscita: venerdì 12 febbraio 2010. VM 14

 




VOTO: 4,5


Peter Jackson, si sa, preferisce la Terra di Mezzo. Con “The lovely bones” prende le distanze da quella interessante di tolkeniana memoria e la dipinge di tutti i colori possibili, trasfigurando un limbo in una specie di Paradiso fastidiosamente digitale, dal quale è possibile insegnare al mondo dei vivi emozioni, intuizioni, riconciliazioni. E’ ciò che accade alla giovane 14-enne Susie (Saoirse Ronan), vittima di un serial killer e passata subito nella “buca del suggeritore”, fatta di campi di granturco giallissimi e poi anneriti, e di un gazebo solido e poi sfaldato, palesando una voce piatta e melensa a favorire una frequenza cardiaca sotto la media.

Saliti su questa giostra mitologica, edulcorata e forzatamente new age, che ricorda troppo il paesaggio tinteggiato di “Al di là dei sogni”, non si avvertono abbastanza il dolore e la serietà del lutto, le tenebre dell’inquietudine e neanche quelle voragini di spavento e collera nei confronti di una vita piena di promesse che ha opposto un rifiuto proprio sul più bello. Il regista neozelandese risolve quasi tutte le questioni emozionali sfumando l’immagine in lampi di luce che riempiono lo schermo le quali, più che essere evocative, fanno venire la voglia di mettersi gli occhiali da sole. Si da troppa rilevanza al “look del pianeta” piuttosto che all’intimo e al recondito. Svilita da un pigro ritmo narrativo, la pellicola riesce a farsi respingere perfino durante la scena della “visita” alla casa del vicino da parte della sorella della vittima: una sequenza costruita con una serie di immagini che fanno affidamento su particolari stimolanti la suspense, per poi smentirsi subito dopo, risolvendosi in una corsetta di 10 metri attraverso il giardino e perdendo quell’urgenza che era stata così abilmente edificata. Lo stesso accade quando (finalmente!) la Susie decide che è l’ora del trapasso e, fermandosi sulla soglia, torna indietro per sbrigare una faccenda che non poteva mancare nel tentativo di raccattare quei pochi “amabili resti” di pazienza a disposizione dello spettatore. La propensione di Jackson verso un cinema dilatato e riempito da un eccesso di piste narrative è sempre più forte.

Susan Sarandon, con le sue insostituibili bottiglie di scotch, e forte di una pettinatura che parla da sola, è la nonna che tutti avremmo voluto avere: schietta, sincera, disponibile, e unico personaggio veramente spirituale nella sua eccentricità. Peccato che non si sia deciso di fare del libro della Sebold una commedia incentrata su di lei. Mark Wahlberg e Rachel Weisz, espressivi come degli stoccafissi, riescono a prenderti per sfinimento mentre dialogano zuccherosamente sulla riconciliazione come se stessero pensando al giorno in cui cadrà il prossimo ponte festivo. Stanley Tucci, poco a suo agio nei panni del cattivo, costretto a nascondersi dietro un paio di lenti e a qualche tic che dovrebbe esser sufficiente a rivelare la sua infame natura, non è ne’ bianco ne’ nero, fasciato senza spessore in abiti e capelli beige. Gli fanno fare una fine ridicola, nella quale non poteva mancare l’intervento del ritocco (così smaccatamente visibile) dell’effetto speciale digitale. Spielberg alita tecnologia anche quando lavora nell’ombra della produzione esecutiva.


E VENNE IL GIORNO

E venne il giornoUn film di M. Night Shyamalan.

Con Mark Wahlberg, Zooey Deschanel, John Leguizamo, Betty Buckley, Frank Collison.

Titolo originale The Happening. Fantascienza, durata 91 min. – USA, India 2008. – 20th Century Fox. Uscita: giovedì 12 giugno 2008.






VOTO: 4


Una mattina l’affollato Central Park di New York si trasforma nel palco di un teatro d’orrori a causa di una tossina che spinge le persone a catatonici suicidi. Un attacco terroristico? La notizia arriva a breve nella scuola dove lavora il professore di scienze Elliot Moore (Mark Wahlberg), sostenitore dell’inspiegabilità di certi meccanismi naturali. I presunti attacchi sembrano diffondersi rapidamente in tutta la costa est degli stati uniti così Elliot si lancia in fuga verso l’interno del paese con la moglie in crisi sentimentale, Alma (Zooey Deschanel), il fratello e la nipotina. Assieme ad altri cittadini scopriranno che la causa dell’ecatombe viene da molto più vicino di quanto si pensasse.

Shyamalan per il suo ottavo film viaggia a ritroso nel tempo, stilisticamente parlando, tuffandosi a capofitto nella sci-fi degli anni 50. Più che un film moderno con riferimenti al passato è un film del passato contaminato dal moderno: innesta negli elementi tipici dell’epoca (la minaccia invisibile, la paranoia e gli scarni effetti speciali) il terrorismo post undici settembre (vedi gli operai che piovono dalle impalcature) e la distruzione ecologica perpetuata dalla civiltà. Tutto sommato niente di nuovo, Shyamalan si Perplessità naturalimantiene il linea con quello che già hanno fatto molti altri suoi colleghi e il binomio inquinamento-suicidio trova la sua originalità solo nella semplicità dell’idea. L’esperienza del regista traspare nelle immagini e riesce a creare un sorprendente effetto di “claustrofobia all’aria aperta” nelle sequenze in cui i fuggiaschi si ritrovano nei prati fuori dalla città, ma questo non basta a salvare il film.

La storia zoppica, soprattutto nei dialoghi, e il personaggio dell’ex cattivo ragazzo Mark Wahlberg (leggete la sua biografia, è interessante) arriva ad essere addirittura insopportabile con la sua necessità di parlare, parlare, parlare, in particolare quando non servirebbe. La logica è ogni tanto lasciata a se’ stessa, non si capisce ad esempio come una tossina portata dall’aria se investe un piccolo numero di persone non sia più attiva. Dopo tutto la forza angosciante di una storia sta proprio nella credibilità della sua logica irreale, coinvolgere lo spettatore facendogli pensare che se esistessero quelle premesse, di per se’ impossibili, si troverebbe proprio in quella terribile situazione. Shyamalan dovrebbe saperlo dato che ha deciso di fare della suspense il proprio mestiere.

Alcuni hanno intravisto nel film, sopravvalutandolo, lo spirito di Hitchcock e del suo “Gli Uccelli” ma l’ago della bilancia pende decisamente più verso certi b-movies del decennio precedente, e nemmeno sarebbe stato tra i migliori. Consigliato (con riserva) solo a chi abbia voglia di alleviare la nostalgia di quei tempi, però a colori.

Philipp Klausjurgen Von Rohr

 

E venne il giorno

Di: M. Night Shyamalan

Con: Mark Wahlberg, Zooey Deschanel, John Leguizamo, Betty Buckley, Frank Collison

Titolo originale: The happening

Fantascienza, durata 91 min. – USA, India 2008

Una mattina l’affollato Central Park di New York si trasforma nel palco di un teatro d’orrori a causa di una tossina che spinge le persone a catatonici suicidi. Un attacco terroristico? La notizia arriva a breve nella scuola dove lavora il professore di scienze Elliot Moore (Mark Wahlberg), sostenitore dell’inspiegabilità di certi meccanismi naturali. I presunti attacchi sembrano diffondersi rapidamente in tutta la costa est degli stati uniti così Elliot si lancia in fuga verso l’interno del paese con la moglie in crisi sentimentale, Alma (Zooey Deschanel), il fratello e la nipotina. Assieme ad altri cittadini scopriranno che la causa dell’ecatombe viene da molto più vicino di quanto si pensasse.

Shyamalan per il suo ottavo film viaggia a ritroso nel tempo, stilisticamente parlando, tuffandosi a capofitto nella sci-fi delgli anni 50. Più che un film moderno con riferimenti al passato è un film del passato contaminato dal moderno: innesta negli elementi tipici dell’epoca (la minaccia invisibile, la paranoia e gli scarni effetti speciali) il terrorismo post undici settembre (vedi gli operai che piovono dalle impalcature) e la distruzione ecologica perpetuata dalla civiltà. Tutto sommato niente di nuovo, Shyamalan si mantiene il linea con quello che già hanno fatto molti altri suoi colleghi e il binomio inquinamento-suicidio trova la sua originalità solo nella semplicità dell’idea. L’esperienza del regista traspare nelle immagini e riesce a creare un sorprendente effetto di “claustrofobia all’aria aperta” nelle sequenze in cui i fuggiaschi si ritrovano nei prati fuori dalla città ma questo non basta a salvare il film. La storia zoppica, soprattutto nei dialoghi, e il personaggio dell’ex cattivo ragazzo Mark Wahlberg (leggete la sua biografia, è interessante) arriva ad essere addirittura insopportabile con la sua necessità di parlare, parlare, parlare, in particolare quando non servirebbe. La logica è ogni tanto lasciata a se stessa, non si capisce ad esempio come una tossina portata dall’aria se investe un piccolo numero di persone non sia più attiva. Dopo tutto la forza angosciante di una storia sta proprio nella credibilità della sua logica irreale, coinvolgere lo spettatore facendogli pensare che se esistessero quelle premesse, di per se impossibili, si troverebbe proprio in quella terribile situazione. Shyamalan dovrebbe saperlo dato che ha deciso di fare della souspance il proprio mestiere.

Alcuni hanno intravvisto nel film, sopravvalutandolo, lo spirito di Hitchcock e del suo Gli Uccelli ma l’ago della bilancia pende decisamente più verso certi b-movies del decennio precedente, e nemmeno sarebbe stato tra i migliori. Consigliato (con riserva) solo a chi abbia voglia di alleviare la nostalgia di quei tempi, però a colori.

Philipp Klausjurgen Von Rohr


IL PIANETA DELLE SCIMMIE (2001)

Il pianeta delle scimmieUn film di Tim Burton.


Con Mark Wahlberg, Tim Roth, Michael Clarke Duncan, Helena Bonham Carter, Paul Giamatti.



Titolo originale Planet of Apes. Fantascienza, durata 120 min. – USA 2001.



VOTO: 5

Se ci si poteva aspettare che il “nuovo”, attesissimo, Pianeta delle Scimmie non sarebbe stato una mera copiatura di quello girato nel ’68 da Franklin J. Schaffner, di certo non avremmo pensato di trovarci di fronte a un prodotto con poca anima e rilevanza, lontano da qualsiasi forma di passatempo e, soprattutto, senza il benchè minimo senso dell’avventura.

Il Tim Burton che l’ha girato, infatti, risulta essere completamente anonimo, privo di qualsiasi fantasia e la scrittura è decisamente molle, insulsa e ai limiti del paradossale (vi si ritrovano solo accenni a un’eventuale parabola antirazzista).

La messa in scena è grandiosa quanto funerea, inutilmente rissosa e guerresca. Niente a che vedere, dunque, con il suo nobile predecessore (il film con Heston resta un grande spettacolo, un racconto di fantascienza sottilmente angosciante, una metafora sui rischi della guerra fredda, una satira che ha saputo capovolgere i principi di Darwin). Helena mascherata

Mark Walhberg, poi, dimostra che sa recitare meglio di uno scimpanzè ed è il solito piacentone da passerella plastificato, potendo suscitare, al più, la stessa pietà della scimmia con la gamba spezzata.
La mancanza di veri attori conduce la pellicola verso una deriva lontana, ahinoi, da quella visivamente provocante e filosoficamente sfuggente che accolse, una volta, la semisommersa Statua della Libertà.