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IL DIRITTO DEL PIU’ FORTE

Il diritto del più forteUn film di Rainer Werner Fassbinder.



Con Karlheinz Böhm, Rainer Werner Fassbinder, Peter Chatel.



Titolo originale Faustrecht der Freiheit. Drammatico, durata 123 min. – Germania Ovest 1974. – VM 18



VOTO: 9

Ultimato entro la fine del ’74 e proiettato in anteprima alla Quinzaine di Cannes il 30 Maggio del 1975, “Il diritto del più forte” narra le vicende di Franz Biberkopf (Fox, per gli amici), un omosessuale che lavora in un Luna Park come “testa parlante”, rappresentante un’attrazione bizzarra nella quale la testa, staccatasi dal resto del corpo, dovrebbe rivelare agli interlocutori arcani segreti e presagi.

Rimasto presto senza soldi e senza un posto dove vivere, Franz abborda ai cessi pubblici un antiquario di nome Max che lo introduce nel suo giro di amicizie di estrazione borghese. Franz/Fox vince inaspettatamente 500.000 marchi alla lotteria, conosce Eugen, figlio di un imprenditore mezzo fallito, e ne diviene ben presto l’amante…

Criticato e rifiutato dalla maggior parte della comunità gay mondiale perché ritenuto, a torto, un film ritraente una parte di vita squallida e controversa di personaggi omosessuali, il film è invece portatore di un messaggio più ampio e universale che esce dai confini e dalle ghettizzazioni che gli si sono volute forzatamente attribuire.

“Faustrecht der Freiheit” (questo il titolo originale), benchè sia recitato da personaggi gay e nonostante rappresenti gran parte delle loro vite e un certo modus vivendi, non è un film sull’omosessualità. Fassbinder non poteva far altro che descrivere il mondo che conosceva meglio e, per raccontare una storia dove il denaro e il capitalismo sono fermamente al centro dell’attenzione, si è servito di protagonisti quotidianamente vicini a lui, essendo anch’egli omosessuale. Questa è la semplice sostanza di una pellicola bollata troppe volte e a sproposito come controversa.

Ci sono, oltretutto, elementi così apertamente gay-friendly che sbarazzano il campo da qualsiasi dubbio: i familiari, i colleghi di lavoro e, più in generale, qualsiasi membro della società che entra in contatto con i soggetti principali del film non fa una piega di fronte alla loro “condizione” e, anzi, ci sorprendiamo a vedere come la Germania descritta in quel periodo sia decisamente più avanti rispetto alle “moderne” collettività di oggi.

La condizione sociale chiamata in causa da Fassbinder è, pertanto, più estesa. Il problema, semmai, è che esiste sempre un ceto che intende istruirne un altro; questo rapporto di formazione, questo meccanismo di servo-padrone rasenta i propositi del totalitarismo. E’ per questo che vediamo Eugen tentare di educare il proletario, nonché suo compagno, Franz. E lo fa esortandolo a conoscere l’opera, il teatro, le lingue, la musica; Franz perde progressivamente la sua individualità e identità, la sua natura di uomo semplice

“Fox”, interpretato con esito positivo dallo stesso Fassbinder, non è proprio una volpe, ma nemmeno un proletario senza cervello che “pensa solo a bere, ingozzarsi e chiedere denaro”, come lo dipinge Eugen. E’ fisicamente molto presente, da’ l’idea di essere potente ed esplosivo, se non fosse per il carattere remissivo e fondamentalmente dolce. Crede con fermezza in un amore senza calcoli e non riesce ad adattarsi a un modo di vita fatto solo di esteriorità.

Eugen lo ritiene, invece, incapace di veri sentimenti. Quello del “figlio di papà” non è mai un amore sincero, esplicitato, ma si ingarbuglia intorno alla sua stessa figura, lusinghiera quanto spinosa e decadente, nella quale prevale una sottile voglia di rivalsa nei confronti del “barbaro” Fox.

Un’appendice collegata indissolubilmente al capitalismo è il denaro: il regista tedesco lo addita con una perseveranza che non lascia dubbi (tanto da far dire a un banchiere presso il quale si rivolge Franz, insistendo per un cospicuo prelievo di liquidi: “Contanti, contanti, contanti. Se ripeti una parola troppo spesso non sai più cosa significa”). E Franz, infatti, non ha la minima idea di come usare e investire i suoi soldi, non ne avverte il bisogno. E’ una persona semplice che si accontenterebbe di poco. Al bar con gli amici

Eugen, al contrario, fa progetti sulla casa nuova, sull’arredamento ricercato e particolarmente dispendioso, sul rinnovamento del guardaroba presso una boutique costosa per rinverdire il vestiario di Franz. Cerca, insomma, di sfruttare la situazione e imporre il suo status di ricco istruito al “povero” e ignorante Fox, il quale esce regolarmente umiliato da questa situazione. La natura di Eugen è predatoria, come impone la sua classe sociale: ha l’esigenza costante di accumulare soldi per sentirsi vivo e perché così gli impone la sua etica.

Il complesso di inferiorità del proletariato nei confronti della borghesia è uno dei vincoli più tenaci che tiene fedele e avvinto il primo alla seconda. La figura dell’inetto Fox è incapace di elaborare sbocchi per una ribellione. Il suo dissenso è masticato a metà tra un’invocazione e una supplica mentre ascolta la canzone “Angelo negro”.

Ci si domanda se, alla fine, la morte di Fox non sia casuale; magari egli, assumendo del Valium, avrà voluto solamente calmarsi un po’, diventare più invisibile alla tracotanza degli altri.

Nonostante ciò il suo corpo viene annullato e violato da tutti, sciacalli e rapaci di un uomo che non esiste più, discriminato tra i discriminati. Fox perde anche il giubbotto di jeans con la scritta del suo nome ed è come se fosse ritornato nuovamente a essere un’oscena attrazione da Luna Park, un freak senza più testa, cuore e anima.

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IMPY SUPERSTAR – Missione Luna Park

Impy Superstar

Un film di Reinhard Klooss, Holger Tappe.


Titolo originale Urmel voll in Fahrt. Animazione, durata 84 min.


Germania 2008. – Mediafilm data uscita 27/02/2009.



VOTO: 4


Impy è un piccolissimo dinosauro che dimora su di un’isola in mezzo all’Oceano Pacifico ed essendo figlio unico sogna, un giorno, di poter avere l’affetto di una sorellina.
In occasione della festa per il compimento del suo primo anno, questo desiderio sembra avverarsi grazie a un regalo fattogli dai suoi amici più cari: un panda tutto per lui, di nome Baboo. L’animale si rivela per Impy un po’ troppo invadente e sembra non esaudire i desideri del lucertolino.

Nel contempo, su di una terra selvaggia non meglio posizionata, il Sig. Barnaby è a capo di un parco divertimenti finanziato dagli sceicchi e ha 7 giorni di tempo per trovare un dinosauro da aggiungere alle sue attrazioni, pena il mancato sostentamento economico da parte dei facoltosi arabi…

Troppi elementi fanno di “Impy” un cartone animato uguale a tanti altri e senza alcuna idea innovativa. Alcuni personaggi e tante situazioni narrative rimandano a figure e a film già visti.
A cominciare dall’aspetto del Sig. Barnaby, ispirato in tutto e per tutto al poliziotto Angel Batista della serie tv “Dexter”: cappello a larghe tese, occhiali da sole, pizzetto disegnato allo stesso modo, indossa le medesime sgargianti camicie hawaiane, il braccialetto d’oro, l’anello vistoso fino ad arrivare all’identificazione totale quando si nota la pancia prominente uscire allo scoperto. Certo, i suoi modi di fare sono meno onesti di quelli dello sbirro di Miami, ma a che pro inserirlo in un cartone animato per bambini? Omaggio? Citazione colta per strizzare l’occhio agli adulti?
Per continuare poi con lo svagato professore disegnato, pensate un po’ all’originalità della fonte, con le medesime fattezze del noto scienziato Einstein.

Una quantità enorme di pellicole animate ha invaso negli ultimi anni il nostro immaginario cinematografico raccontandoci di “trasmigrazioni” da luoghi esotici e primordiali a posti più evoluti e tecnologici, e viceversa; che bisogno c’era di aggiungere questa sconclusionata avventura a quelle di un “Madagascar”, di “Uno zoo in fuga”, di un “Jurassic Park”?
Echi nemmeno troppo lontani risuonano pure dal classico “King Kong”: la cattura della belva (si fa per dire, in questo caso) da esibire in pubblico a scopo di lucro, il modo con il quale Impy viene incatenato fra i due grossi pali di legno è il medesimo trattamento riservato al gigantesco scimmione.
Non manca poi l’occasione di rinverdire stupidamente i fasti degli spettri, con la visita al castello stregato che si trova nel luna park di Barnaby (in qualche modo dovevano pur allungare il brodo, no?). Impy rapper

La scena più riuscita rimane quella della corsa vertiginosa sull’ottovolante; è lì che la complicità tra Impy e Baboo si fa tangibile e si ride a spese dell’imbranataggine di Otto (volante anch’esso), il fin troppo ossequioso bulldog del Sig. Barnaby.

Il film, già abbastanza corto di per sé, risente oltracciò di uno svolgimento narrativo lento considerando anche il genere solitamente ben più movimentato e ricco di colpi di scena. Le idee migliori sono state riservate alla fine: durante i titoli di coda, infatti, ci sono alcuni colpi di genio che meritano un’ulteriore permanenza in sala di 3 minuti (tanto, al bar, una pizza calda la si trova sempre…).
Il momento più basso lo si raggiunge quando parla uno degli sceicchi di cui sopra: qualcuno, infatti, ha avuto la malaugurata idea di farlo doppiare dall’ormai celebre Marco Carta. La sua prestazione rispecchia il suo modo di cantare: senza alcuna verve, né enfasi.
Capisco che il lavoro del doppiatore (come quello di cantante, del resto) non sia affatto facile ma qualche lezione in più di Fioretta Mari sarebbe stata, in questa circostanza, cosa gradita.