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Articoli con tag “Londra

MATCH POINT

Un film di Woody Allen.

Con Jonathan Rhys-Meyers, Scarlett Johansson, Brian Cox, Emily Mortimer, Matthew Goode.

Drammatico, durata 124 min. – USA, Gran Bretagna 2005. Uscita: venerdì 13 gennaio 2006.

VOTO: 8,5

La pallina che gira imprevedibilmente sopra il nastro della rete da tennis contiene una simbologia fin troppo chiara, tuttavia vera: l’imprevisto e la buona sorte sono riprodotti in un fermo immagine evidente e insopportabile allo stesso tempo, spartiacque pirandelliano tra felicità e perfida fatalità.

Per una volta ideatore di sciagure, Allen prende ispirazione dai drammi di Tennesse Williams, passa da Dostoevskij e approda ai moderni intrecci teatral-filosofici (la (altro…)


HEREAFTER

Un film di Clint Eastwood.

Con Matt Damon, Cécile De France, Joy Mohr, Bryce Dallas Howard, George McLaren, Frankie McLaren.

Drammatico, durata 129 min. – USA 2010. – Warner Bros Italia. Uscita: mercoledì 5 gennaio 2011.






VOTO: 9


Cosa accade dopo la morte? Ci sarà un blackout totale, una via intermedia, un paradiso, un inferno… Si potranno incontrare gli altri, scambiare quattro chiacchere al bar o sarà tutto un rimestare e tormentare di coscienze giusto per farci un po’ di male, per espiare colpe, per sentirci solidali. Ma soprattutto, perché ci poniamo la questione? Spesso ha più spazio il pensiero della morte, e il tempo che dedichiamo a prevenirla, stigmatizzarla, fuggirla, della vita stessa.

A San Francisco abita il sensitivo Matt Damon che ha più contatti con l’aldilà dello Zuckerberg facebookiano. Per fortuna, qui non c’è l’anonimo lavoro registico di Fincher nel “social network” di cui sopra, bensì uno spirito collaborativo che somiglia molto a quello che c’è di solito tra padre e figlio (Eastwood e Damon). Ciò traspare nelle grigie giornate della vita da operaio medio di George Lonegan, che indossa l’elmetto come volesse tenere a riparo i propri pensieri da una collettività che lo ha aggredito troppe volte per un dono che non avrebbe mai voluto ricevere.

Costruito su un’asse geografica che unisce la città californiana a Parigi e a Londra, “Hereafter” ha probabilmente la sua parte più debole nei risvolti giornalistici ed editoriali percorsi dalla sezione francese; poco convincenti i tira e molla tra un lavoro in tv e uno da scrittrice per l’eterea e un po’ inconsistente attrice belga Cécile De France, prima disinvolta e indifferente occidentale e poi buggerata da uno spietato partner opportunista che non vede “nell’aldilà” del proprio profitto. Marcus (l’espressivo e spontaneo Frankie McLaren), il ragazzino londinese che conserva l’approccio più puro verso l’elaborazione del lutto e la sua spiritualità, viene diretto con la serena e consueta magniloquenza propria di Clint, mentre ricerca la sua anima… gemella. Alla faccia di una società che va di corsa e che cerca di riorganizzare con troppa urgenza ciò che andrebbe lasciato assimilare dal tempo.

La drammatica attualità e la cronaca irrompono nella narrazione con un tono e un contenuto che prendono le distanze dal reportage, e che spingono oltre l’orizzonte introspettivo, verso un lido di quiete e di sopravvivenza non proprio casuale (la trascuratezza di un regalo negato alla prole da una parte, e un cappellino volato provvidenzialmente via dall’altra). E così scopriamo che la Morte non è poi così distante dall’Amore, quando la prima può essere spiegata attraverso le tracce e i gesti lasciati dal secondo, in un imprinting quasi invisibile e tuttavia conscio, che fa rivivere chi non c’è più attraverso le persone che gli sono state più prossime. Commovente e solidale storia che ci corteggia a più riprese fino a che con cadiamo in ginocchio ai suoi piedi, innamorati da cotanta bellezza dello sguardo, “Hereafter” ha il pregio della lucida fondatezza e, percorso da solitarie e predestinate analogie, ci conduce a un’abbagliante genuinità.


INCONTRERAI L’UOMO DEI TUOI SOGNI

Un film di Woody Allen.

Con Antonio Banderas, Josh Brolin, Anthony Hopkins, Gemma Jones, Freida Pinto.

Titolo originale You Will Meet a Tall Dark Stranger. Sentimentale, durata 98 min. – USA, Spagna 2010. – Medusa. Uscita: venerdì 3 dicembre 2010.






VOTO: 5


Da New York a una Londra che sembra New York. I luoghi dell’immaginario alleniano non cambiano. E nemmeno i personaggi, le storie, i temi. Abbondano le prostitute sceme, “adottate” come fossero dee da venerare, gli scrittori (toh, un ruolo vergine) in crisi creativa e i galleristi (un altro vergine!) arrangiati, le frustrazioni senili, i veggenti che richiamano scialbamente opere dedite alla magia e altresì più compiute quali “Ombre e nebbia” o “Alice”.

In un ritmo da misera soap opera, nel quale si trova coinvolto, suo malgrado, un cast super-lusso che comprende uno spento Hopkins, l’ingrassato e quasi convincente Brolin, la sprecata Naomi Watts e l’inutile Banderas, ci si impegna in una disperata e fastidiosa indagine su traballanti stati sentimentali e amorosi che ha veramente poco di charmante e troppo degli “squilli” di Charmaine.

L’ultimo film del grande Woody Allen è accogliente come un nido di vespe: arruffato nella sceneggiatura (accompagnata da una dottrinale voce off e priva di accenti frizzanti), disarmonico nella scelta degli attori (quasi tutti fuori parte e a disagio), piatto e vaporoso nella regia (non un movimento interessante o un’inquadratura rivelatrice). Il regista di “Manhattan” sembra proprio a corto di idee, e con il respiro affannoso di chi non ha molto altro da aggiungere a una carriera invidiabile. Avrebbe forse bisogno di un turno di riposo: speriamo che un’indovina glielo suggerisca, o che peschi la carta della prigione a Monopoli. Oggi come non mai gli è necessario un lifting artistico, parce qu’il n’entend plus la guitare.

Parola di Cristal.


SHERLOCK HOLMES – Recensione

USCITA CINEMA: 25/12/2009.


REGIA: Guy Ritchie.
SCENEGGIATURA: Mike Johnson, Anthony Peckham, Guy Ritchie.
ATTORI: Robert Downey Jr., Jude Law, Rachel McAdams, Mark Strong, Eddie Marsan, Kelly Reilly, James Fox.


PAESE: Gran Bretagna, USA 2009. GENERE: Giallo. DURATA: 134 Min.




VOTO: 7,5


Un personaggio classico del romanzo investigativo da rivisitare ed attualizzare per i gusti del pubblico di oggi, prendendosi libertà di spostarsi dai romanzi originali riscrivendo trame e intrecci: questo genere di operazioni una volta portate sullo schermo spesso non funzionano tanto brillantemente quanto potrebbe sembrare dal progetto iniziale, e l’idea è in genere più rischiosa che rassicurante.

Ma qualche volta tutto scorre perfettamente, ed è il caso di questo scintillante film di Guy Ritchie che rispolvera le ambientazioni noir dei romanzi di sir Arthur Conan Doyle inventando una nuova storia e aggiungendo sequenze action in tutta libertà e sempre col grande pregio di mantenere un giusto rispetto per il personaggio classico e per lo spirito dei romanzi che lo hanno reso iconico. Romanzi che, vorremmo ricordare, erano per l’epoca letteratura d’evasione, proprio ciò che è oggi un film di questo tipo.

E Sherlock Holmes, con la sua pipa in mano, può qui essere più “alternativo” di quanto non fosse nei racconti originali, capace di combattimenti acrobatici e di improbabili salti nel Tamigi dalle finestre della House of Parliament, ma è sempre quell’investigatore tanto chiuso nei suoi esercizi di cerebralità da essere comunque un “disadatto” alla vita, proprio come delineato dal suo creatore. E quando, alla fine del film, trova un senso logico e una spiegazione ad una serie di eventi che parevano trasportare il film in territorio magico e oscuro, non possiamo che dire: “questo è il vero Sherlock Holmes!”.

Scommessa riuscita, quindi, anche grazie ad uno strepitoso Robert Downey jr. che si diverte e ci diverte al suo secondo ruolo in un blockbuster in pochissimo tempo – l’altro è stato il Tony Stark di Iron Man – e pronto ad essere di nuovo protagonista nei sequel di entrambi i film, perchè “Iron Man 2” è imminente, mentre “Sherlock Holmes 2” è annunciato dal finale aperto di questo film che introduce in sordina lo storico nemico di Sherlock, il professor Moriarty.

Ottimo anche Jude Law nei panni del dottor Watson e Rachel McAdams nel ruolo, ampliato e trasformato, di Irene Adler, l’unica donna che Sherlock Holmes, uomo assai misogino, abbia mai stimato per la sua furbizia (e dal cui fascino, almeno nel film, è quasi soggiogato, con risvolti romantici).

Lasciamoci trasportare dalla suggestione della Londra di fine ‘800, cupa e fascinosa, ricostruita con gusto e maestria… i colori leggermente desaturati della fotografia richiamano il fascino retrò di tanti celebri “gialli” cinematografici, la regia è sempre scattante, a volte volutamente confusa, geniale nelle ricostruzioni dei processi mentali del protagonista.

Il risultato è un action movie trascinante che forse non brilla per originalità ma coinvolge e diverte.


L’UOMO CHE SAPEVA TROPPO (1956)

L'uomo che sapeva troppo  (1956)Un film di Alfred Hitchcock.

Con James Stewart, Doris Day, Bernard Miles, Daniel Gélin, Brenda De Banzie.



Titolo originale The Man Who Knew Too Much. Thriller, colore, durata 120 min. – USA 1956.





VOTO: 8


Rullo di tamburi e squilli di tromba. L’orchestra di Sir. Alfred Hitchcock suona una sinfonia ridondante, lievemente interrotta da un gong a fare da sottofondo e da uno sbatter di piatti quasi discordante e foriero di allarmanti segni premonitori.

Da Casablanca a Marrakech come a Las Vegas, il paesaggio visitato dalla famiglia McKenna in vacanza sembra lo stesso; siamo in Africa o in America? Il Marocco descritto da Hitchcock è un po’ finto, edulcorato, colorato. D’altronde c’è da comprenderne i motivi: a “Hitch” non interessa evidenziare il realismo di luoghi e situazioni, lui è in cerca di mistero e suspense.

Ecco così che i coniugi McKenna sono in giro per il mondo col loro figlioletto. Il ragazzino, di nome Hank, è perspicace (si vede che è figlio di un medico e di una cantante di teatro, tanto la sua erudizione è in fase avanzata) e scambia battute sagaci sulla geografia, la storia e la medicina con il misterioso Louis Bernard, un signore incontrato per caso su un autobus.

L’arrivo del mezzo di trasporto nel traffico umano delle stradine intasate di Marrakech è un’occasione per mostrare un particolare inconscio che ritornerà in seguito: uno degli uomini nella folla è vestito allo stesso modo (stesso colore, forma e cappuccio) col quale sarà identificato, più tardi, il cadavere di Louis Bernard. Cosa nasconde il passato di quest’uomo? Quale segreto stava portando con se’? Il bambino dei McKenna viene successivamente rapito in circostanze inesplicabili; la pista da seguire porta a Londra e a un certo Sig. Ambrose Chappell…

“L’uomo che sapeva troppo” è l’autoremake dell’omonimo film che Hitchcock aveva già girato nel 1934. Ventidue anni dopo si aggregano al progetto star hollywoodiane di prima grandezza quali James Stewart e Doris Day (nei panni dei coniugi) più il Technicolor; Hitchcock sfida se’ stesso ed è capace di modernizzare e affinare tutte le partiture dei suoi registri filmici all’interno di una traccia apparentemente inalterabile.

In un primo momento, la suspense sta nel non darci abbastanza informazioni sui movimenti e sulle intenzioni del Sig. Bernard, sugli sviluppi che potrebbe prendere una vicenda abbastanza comune per come viene costruita. Come mai la famiglia dei McKenna si trova improvvisamente al centro dell’attenzione e deve sopportare le occhiate di distinti signori in piena Africa del Nord?

Ironia e humour vanno a braccetto, indissolubilmente legate dallo spirito di una sceneggiatura a tratti spumeggiante. La sequenza più divertente, a tal proposito, è quella girata al ristorante. L’abbandonarsi del “dottor Stewart” sul sofà non è proprio dei più disinvolti, tra cuscini che cedono facilmente sotto il suo peso, pose scomposte, torcicolli e inopportune sedute sull’abito della signora.

Lo script arricchisce il film inserendo delle false piste, ed è gradevole lasciarsi prendere un po’ in giro. Il negozio di impagliatori diventa un efficace teatrino per esilaranti tafferugli, tra pesci sega pericolosamente vicini al naso del dottore e denti di leone o di tigre pronti a lasciare il segno. Hitchcock è capace di creare sempre qualcosa di inconsueto.

E qualcosa di singolare è in programma anche alla Royal Albert Hall di Londra; oltre alla sinfonia per orchestra diretta niente meno che da Bernard Herrman in persona (il famoso compositore delle musiche da film) forse c’è da assistere a un assassinio. Durante il concerto si lascia così tanto spazio all’orchestrazione che alcuni dialoghi tra i protagonisti sono muti; questa scelta produce un’ulteriore senso di trepidazione per la sorte della famiglia americana. Le riprese a campo lungo nella sala sono magnifiche ed esaltano la maniacale applicazione di Hitchcock nello studio di ogni singola scena. La pistola dietro la tenda

Nella prima versione non si notava il volto del suonatore di piatti. In questa, invece, la suspense creata dall’attesa del suono degli strumenti si comunica attraverso l’impassibilità del musicista; la sua indifferenza è importante perché trasmette allo spettatore un’angoscia che si riflette nel fatto di sapere dell’inconsapevole dispositivo letale nelle mani del suonatore. Il regista è riuscito a passare da un’ “impressione” di Cinema (quella che dava nella versione del ’34) a un’altra fatta di “genesi e creazione”.

Ci si domanda perché i coniugi McKenna, a un certo punto, si interessino più all’ “intrigo internazionale” e alle conseguenze politiche piuttosto che alle sorti del loro amato figlioletto. Cercano di salvare la vita al Primo Ministro in modo così risoluto che la vita del bambino sembra passare in secondo piano. Un prezzo da pagare alla causa della suspense? Il film del periodo inglese, in questo, rimane più diretto, drammatico e concreto.

Da brividi il canto di Doris Day presso la sede del Consolato: la sua voce risuona tra le stanze e i corridoi fino ad arrivare ai piani più alti (splendidi gli stacchi della macchina da presa che rendono alla perfezione l’idea della disperazione e della partecipazione emotiva della madre, capace di arrivare ovunque quando il suo cuore lo desidera).

“Que sera, sera. Whatever will be, will be. The future’s not ours to see. Que sera, sera”.

Pura emozione.