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I VITELLONI

Un film di Federico Fellini.

Con Leopoldo Trieste, Alberto Sordi, Franco Interlenghi, Franco Fabrizi, Leonora Ruffo.

Commedia, Ratings: Kids+16, b/n durata 104 min. – Italia 1953.

VOTO: 7,5


Leone d’Argento alla 14-esima Mostra Internazionale di Venezia, il terzo lungometraggio di Federico Fellini si apre sull’elezione di un’arrabattata Miss Sirena 1953. Sulla riviera illuminata dalle luci della festa e popolata da tanti stranieri, bella gente e attori, viene eletta Sandra, una giovane ragazza che sviene poco dopo aver ottenuto il consenso della giuria. E’ la sorella di Moraldo (Franco Interlenghi), un giovane crucciato ed emotivo, e l’amante di Fausto (Franco Fabrizi), attraente mascalzone immaturo. I due fanno parte di un gruppo di amici che comprende anche Alberto (un Alberto Sordi molto disinvolto e pienamente a suo agio), buontempone cullato ancora dalla mamma, Riccardo (Riccardo Fellini), un ragazzone che canta in chiesa e vive con i genitori e Leopoldo (Leopoldo Trieste), l’utopista intellettuale che scrive commedie dalla dubbia stima letteraria… Sono i cosiddetti vitelloni, vagabondi che conducono un’esistenza all’apparenza felice ma in fondo grigia e monotona.

Il soggetto e la sceneggiatura sono di Federico Fellini ed Ennio Flaiano con la collaborazione di Tullio Pinelli. Una scrittura che, a volte, sembra essere un po’ uno svago platonico, l’esercizio fine a se’ stesso di una prova d’orchestra appena imbastita. La voce off non è proprio un espediente narrativo dei più riusciti: appesantisce il seguire delle vicende ed espone troppo i protagonisti a un’aura di solennità.

Spesso investito da un abbozzo di verismo post-neorealista che mal si sposa con un pre-finale onirico tipicamente felliniano, il racconto privilegia, segue e approfondisce le vicissitudini di Fausto: forse un maggior coinvolgimento delle vicende degli altri vitelloni avrebbe portato a una coralità più gradita. Il lavoro finale non risulta così solido perché incede per sequenze ordite in maniera un po’ confusa, biunivoche nella loro aspirante inalterabilità, in precario equilibrio come quando si cerca di camminare sulle rotaie di un treno.

Il cosiddetto “vitellone” è un termine ideato (al pari del “paparazzo” de “La dolce vita”) e ammesso da Fellini per indicare un giovane ozioso, di poco oltre le soglie della maturità dei trentenni, che sfrutta la generosità di altri che lo mantengono. Pur ottenendo soldi prestati sulla fiducia, li usa per scommettere sui cavalli e bighellonare sulla spiaggia anche durante i periodi invernali, senza meta, senza desideri ne’ aspirazioni, seduto ai tavoli di un caffè dondolandosi sulle sedie, giocando a biliardo e fumando spensieratamente. Trascorre le giornate in dissertazioni e pesci d’aprile infantili, con l’aspettativa della stagione estiva, quella che lo vedrebbe protagonista come inappuntabile latin lover ma che Fellini, brillantemente, non ci mostra mai. Ripiega, invece, più propriamente sulle camminate lungo le spiagge romagnole, d’inverno, in un paesaggio desolato che somiglia tanto alla consistenza spirituale dei protagonisti.

Indolenti e refrattari al lavoro (la famosissima scena dello sberleffo lanciato dalla macchina ai lavoratori ai margini della strada è una delle più divertenti dell’intera cinematografia felliniana), scapoli impenitenti che sognano di partire per il Brasile, la Cina, l’Africa e anche per città a maggiore portata di mano come Roma o Milano, si capisce subito che diventano in realtà mete impossibili; tutto questo “nulla” li fa sentire paghi e compiaciuti.

Le modeste occupazioni e i lavoretti manuali che la cittadina di provincia potrebbe mettere a disposizione per riparare alla loro mediocre conoscenza, vengono respinte. Non hanno propensioni per nessuna cosa in particolare. La vita va avanti e loro stanno ancora a rincorrere la maturità, bambinetti senza giudizio a cui far assaggiare persino il sapore della cinghia, maschere antesignane di quelle portate sullo schermo da Monicelli, burattini con un cuore pieno di buoni auspici e di illusioni.

Compatiti da chi gli sta intorno, i genitori, le amanti, le fidanzate, le sorelle e le zie non si fanno premura di concedergli il vil denaro per qualche vizio o svago come le sigarette e il cinematografo. Nessuno di loro sa bene che cosa vorrebbe fare. Si rendono protagonisti di storie per le quali sorridere anche se al termine delle reminiscenze poste in scena da Fellini subentra una certa tristezza.

Molto interessanti due tra le sequenze principali che si svolgono al Teatro Politeama del paese. Risaltano quella della festa di carnevale, con i costumi improvvisati, le sbornie che rivelano verità, le manovre per avances amorose e la triste chiusura con Sordi frignante che prova per un attimo a entrare coerentemente in contatto con le sue sconfitte, e quella dell’attore famoso e un po’ anziano che promette di leggere gli scritti di Leopoldo: scenario ostinato di una provincia recintata e inamovibile, da cui lo scrittore sente la necessità di allontanarsi senza avere però la forza necessaria.

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NUOVO CINEMA PARADISO

Nuovo Cinema ParadisoUn film di Giuseppe Tornatore.

Con Philippe Noiret, Salvatore Cascio, Marco Leonardi, Jacques Perrin, Agnese Nano, Pupella Maggio, Leo Gullotta, Leopoldo Trieste.

Commedia/Drammatico, durata 157 (132) min. – Italia 1988.

VOTO: 9


Salvatore Di Vita è un vivace ragazzino siciliano che risiede in un paese chiamato Giancaldo. Si addormenta, spassosa canaglietta, durante le funzioni religiose, mentre risulta assai più interessato all’unico cinematografo esistente, quello a gestione parrocchiale. Si diverte a spiare, nascosto dietro a una tenda, i film che vengono mostrati in anteprima al sacerdote.

Il piccolo Totò è affascinato dal lavoro del proiezionista Alfredo, il censore esecutivo delle fobie morali del prete, che diventerà ben presto una figura paterna insostituibile per il ragazzo. Salvatore cresce insieme ai film proiettati al “Cinema Paradiso”, recita a memoria le battute guardando controluce singoli frame rubati di nascosto, andando verso una nuova vita, più grande della Sicilia stessa, incoraggiato in questo proprio da Alfredo.

Salvatore Cascio, di soli 9 anni, interpreta Totò nel suo periodo infantile. Cascio fu, all’epoca del lancio del film, un bimbo prodigio. Così giovane eppure a suo agio, immerso subito nel magico mondo della celluloide, protagonista sui red carpet di mezzo mondo per la promozione della pellicola. Il suo è un recitare naturale e piacevole, sostenuto in questo da due occhi penetranti. Ben diretto da Tornatore, conquistò pure il British Academy of Film and Television Arts nella categoria attore non protagonista. Come scroccare un passaggio

Dopo la prima uscita nelle sale, il regista, d’accordo col produttore Franco Cristaldi, tolse circa 30’ di girato per rendere il film più snello e lasciare in secondo piano la storia d’amore. “Cinema Paradiso” (questo fu il titolo scelto per la sua distribuzione internazionale) è un’abbagliante storia dolceamara che fu ignorata, alla sua prima uscita verso la fine del 1988 e che, in seguito, fu sommersa da intempestivi e condizionati gradimenti da parte della critica, solo dopo che ebbe ricevuto i prestigiosi riconoscimenti mondiali che tutti conosciamo.

Il film fu presentato nel maggio del 1989 al 42-esimo Festival di Cannes, dove vinse il Gran Premio della Giuria. Poi ricevette il David di Donatello per le musiche, il Golden Globe nel gennaio del 1990 e, infine, il prestigioso premio Oscar come Miglior Film Straniero.

Non si può negare, nonostante tutta questa girandola di premi, che il film ogni tanto si appesantisca a causa di una regia leziosa. Tuttavia risulta decisamente coinvolgente e si presenta come un’opera rivisitata con la prospettiva astuta di un cineasta di indubbio talento che racconta una storia ampiamente autobiografica. Giuseppe Tornatore produce un cinema sovraccarico ma anche forte e generoso, un “girato” di cui la spossata realizzazione italiana degli anni ’80 aveva necessità.

Dove la pellicola (solitamente lieve e favolistica) cade con una certa ingenuità è quando mette in scena situazioni drammatiche che risultano un po’ inverosimili: Alfredo salvato da Totò che è l’unico a correre in suo soccorso durante l’incendio, mentre tutti i “grandi” scappano ognuno per i fatti suoi, e una certa predisposizione allo schematismo e alla programmaticità che gli fanno assumere un tono un po’ finto ed edulcorato pur mantenendo il pregio del gusto per l’affabulazione. Soffre anche l’aspetto sentimentale del film: rivelatone il sapore glamour, illuminato da una fotografia troppo pulita e da una semplificazione che va al di là di ogni ragionevole aspettativa è condito, ciononostante, da impulsi calorosi e puri.

Ogni pretesto è valido“Nuovo Cinema Paradiso” va apprezzato per l’abilità con la quale ridipinge il melodramma popolare siciliano, quello dal gusto antico, avvalendosi della ricostruzione dell’immaginario paesotto di Giancaldo, ubicato ai confini di una ridente campagna. Ecco che, immancabili figure, arrivano il matto del paese che pretende di diventare proprietario esclusivo della piazza principale allo scoccare della mezzanotte, il napoletano fortunello che fa 12 al Totocalcio, gli emigranti che vanno a cercar miglior fortuna in Germania. Riecheggiano quelle espressioni e pose tipicamente felliniane e del suo “Amarcord”, un registro contenutistico caro a Tornatore il quale si serve di esso per avvalorare le origini popolari e il carisma della settima arte.

Lo sguardo del regista palermitano non si ferma solo alle genti; non mancano significative panoramiche ed escursioni visive e sonore sul canto dei grilli nei campi estivi assolati, verso il profumo dei limoni o i carrettini tipici siciliani che scorazzano in mezzo agli uliveti.

Nel cinema parrocchiale “Paradiso” succede di tutto e il film acquista una dimensione di facile fruizione e di empatica delicatezza: il pubblico interagisce attivamente con il film, il locale rappresenta il fulcro della società. Così come fanno il verso degli indiani in “Ombre rosse”, gli astanti sono liberi di dormire, mangiare, fumare, schiamazzare in assoluta scioltezza, applaudire a scena aperta, sputare verso quelle classi sociali che si considerano inferiori, ubriacarsi, innamorarsi e sognare.

Non esiste più una differenza tra la piazza, luogo adibito alle normali forme di socializzazione, e la sala. Gli abitanti del paese diventano un tutt’uno con i grandi divi di Hollywood,  storpiano i nomi degli attori facendoli propri e si impossessano delle loro figure per farle diventare più vicine, poterle toccare e interpretare a loro volta. Una celebrazione della settima arte a tutto tondo, quella messa in scena da Tornatore. Attraverso i grandi film, i kolossal americani, ma anche quelli più intimi e nazional-popolari che facevano sperare una comunità in un periodo di povertà e riedificazione dopo la fine della seconda guerra mondiale, il regista festeggia la leggenda del Cinema con un’attenta riproduzione delle liturgie.

Una considerazione speciale la meritano alcuni grandi attori che hanno prestato il loro volto e la loro mimica a questa grande pellicola: Philippe Noiret, un bell’uomo maturo dallo sguardo furbo e sornione, imponente interprete di un operatore cinematografico dotato di grande perspicacia e di amore professionale, Leo Gullotta, abilissimo nelle sue mille facce buffe e folkloristiche, Pupella Maggio, interprete sofferente della madre del Salvatore adulto, Leopoldo Trieste che ben dipinge il parroco, quello che suona la campanella per celebrare la funzione in chiesa allo stesso modo con la quale la scuote per censurare i baci dei film, mentre Jacques Perrin sarà anche un attore esperto ma appare un po’ inespressivo.

Film del cuore, dal grande fascino emotivo che ci sorprende a piangere, appena dopo che abbiamo abbozzato un sorriso, “Cinema Paradiso” vive di questo graditissimo slancio viscerale grazie anche al patrimonio della composizione musicale di Ennio Morricone, una volta di più eccelso autore. Il linguaggio del cinema e quello della musica raramente sono stati così vicini. Un tema musicale indimenticabile, grazie anche al fugace ma provvidenziale apporto del figlio Andrea che per questo film scrisse “Tema d’amore”. Il padre Ennio si concede un’impetuosità musicale classicheggiante e fittamente dettagliata che ripercorre ogni traccia del film in modo periodico, come le stagioni della vita. Finezza e passionalità si snodano in un suono quasi celestiale e trascinante grazie all’utilizzo di pianoforte, flauti, sax e violini. Tutti strumenti che riproducono abilmente la voce interiore del protagonista, l’idea di un luogo remoto e di un tempo passato.

L’effetto ha il fascino di quel raggio di luce che esce dalla bocca del leone posta a delimitare la stanzetta del proiettore, un luogo dispensato dalla confusione del branco di gente in platea. E’ il sogno cinematografico che nutre ancora oggi la nostra fantasia. Il Cinema è un Paradiso, e lo sarà per sempre.

Porteremo eternamente, nella nostra memoria cinefila più emozionale, la sfilza di baci “rubati”, così carica di struggente poeticità, di forte malinconia e di spirito evocativo. Il montaggio conclusivo riesce, anche verso coloro che sono abitualmente riottosi e imperturbabili, a sprigionare tutta la bellezza che c’è nell’abbandonarsi alle lacrime. E’ lo splendore di un’arte immortale, semplicemente bella e passionale che inneggia all’amore per il cinema e al cinema dell’amore.