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Articoli con tag “lavoro

RISORSE UMANE

Un film di Laurent Cantet.

Con Jalil Lespert, Jean-Claude Vallod.

Titolo originale Ressources humaines. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 100 min. – Francia 1999.

VOTO: 9

Jalil Lespert è Franck Verdeau, un giovanotto dalla faccia pulita che, nell’attesa di ottenere la laurea, si presta a fare uno stage di qualche mese presso un’azienda un po’ speciale. La ditta infatti è quella che lui ha sempre “sognato”, per un motivo o per l’altro, quando da piccolo vedeva le grandi ciminiere fumanti nei cieli della Normandia. Poi il trasferimento a Parigi per poter studiare, mentre il padre prestava all’impresa la sua indispensabile attività di operaio, raggiungendo oltre 30 anni di efficiente fedeltà.

Siamo in un periodo imprecisato tra il 1998 e il 1999, e il padre (lo straordinario non professionista Jean-Claude Vallod, dalla fisionomia e dall’indole di una chiocciola) fa parte di una generazione che si (altro…)

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TEMPI MODERNI

Un film di Charles Chaplin.

Con Charles Chaplin, Paulette Goddard, Henry Bergman, Tiny Sandford, Allan Garcia.

Titolo originale Modern Times. Comico, b/n durata 89 min. – USA 1936.

VOTO: 9


L’umanità che va al lavoro è un gregge istintivo, disordinato, ma che arriva sempre in orario. Una massa indistinta che si trova in gruppo e condivide gli stessi scopi. Perché così comanda l’economia di mercato. Il tempo che passa è già un elemento basilare di questo vento occidentale, e viene misurato al secondo con orologi giganti e timbrature che paiono incubi ciclici. Prendendo il via da una congettura irrealizzabile, almeno per l’epoca in cui il film è stato girato, Chaplin ipotizza come già in voga schermi-spia parlanti in stile Grande Fratello. (altro…)


MAMMUTH

USCITA CINEMA: 29/10/2010.


REGIA e SCENEGGIATURA: Benoît Delépine e Gustave de Kervern.
ATTORI: Gérard Depardieu, Yolande Moreau, Isabelle Adjani, Miss Ming, Anna Mouglalis.


PAESE: Francia 2010. GENERE: Commedia. DURATA: 90 Min.




VOTO: 8,5


Una biografia lavorativa molto eterogenea (da buttafuori a becchino), di cui gli ultimi dieci anni prestati presso un’azienda produttrice di insaccati. E come riconoscimento, una festicciola squallida e disinteressata, con in più duemila pezzi di un puzzle, regalato da quegli amici “innaturali” e passeggeri che sono gli ex colleghi di lavoro. Il periodo da pensionato di Gérard Depardieu/Serge Pilardosse  (detto Mammuth per la sua robusta corporatura e per il fascino davvero particolare della sua moto anni ’70 di grossa cilindrata prodotta dalla tedesca Münch) inizia così. E prosegue con i problemi alla prostata, ai quali danno il cambio una monotonia intollerabile e laconici giri a vuoto intorno al tavolo da cucina.

Inadeguato ai semplici episodi della vita, il preistorico Serge non chiama surrealmente aiuto nemmeno quando trova un uomo senza vita disteso sul pavimento del supermercato, e mantenendo fede alla sua indole goffa e scorbutica, rimane incastrato tra due auto col carrello della spesa. Sostenuto da una smisurata Yolande Moreau (sua moglie nel film), vogliosa di attaccar briga sul lavoro e ingenuamente aggressiva verso una giovinetta sconosciuta o un addetto di call center, da una chimerica Isabelle Adjani e dalla zuccherata diversità di Miss Ming, Serge viene sommerso da uno stravagante road movie che sembra rimettere insieme proprio quei molteplici frammenti di un puzzle che si chiama Passato.

Capello lungo e trascurato, ripreso spesso di spalle, come il Randy “The Ram” di Mickey Rourke ma più maldestro e teatrante, il suo ring personale è più grande di quello del combattente di wrestling e i suoi scontri sono più sociali che fisici, eppure altrettanto aspri. Il suo personale dissidio diventa il confronto tra un uomo istituzionalmente handicappato e una collettività progredita e insensibile, pronta a rifiutarlo con tutte le sue ipocrite forze. Dato che Serge non può essere sempre accontentato, l’amministrazione pubblica sta lì a ricordargli che le buste paga sono incomplete, e la pensione in pericolo. La moglie lo invita così ad andare in cerca delle tessere perdute, per recuperare le cedole delle occupazioni svolte qualche decina di anni prima. Scopre ben presto una situazione economica e lavorativa agli sgoccioli, tra datori di lavoro in vacanza, piccoli esercenti invisibili al fisco, azienducole chiuse e abbandonate. I dipendenti di oggi vengono remunerati in nero e, in una crescente idrofobia per coloro che hanno già raggiunto il traguardo previdenziale, intrattengono colloqui immaginari con i manichini. E’ il massimo condensato della figura del precariato che, astioso e sull’orlo di una crisi di nervi, è oppresso da una serie di problematiche che paiono invalicabili

Benoît Delépine e Gustave Kervern, dopo il glorioso “Louise Michel” dello scorso anno, ritornano irrisori e bizzarri, confermando la loro attrazione per i racconti rigorosi e per “la macchia che non se ne va”; persiste su uno schermo satollo di colori, e che pare sfaldato attraverso una riduzione di pixel che ne compromette la risoluzione, su di un grosso elefante lercio, scarmigliato e fetido, tanto che è meglio telefonare alla mamma per avere istruzioni nel caso di incontro ravvicinato, e su un impudico e buffo “compromesso masturbatorio” con cugini in vena di riesumazioni erotiche adolescenziali.

Elogio della lentezza, il peregrinare di Serge è una specie di moderno recupero crediti, un modo per imparare l’arte del riciclo e riscoprire cose e sentimenti semplici come ha saputo fare, malgrado tutto, sua nipote. La visione del film diventa così un sistema per cercare quegli oggetti di valore che sono soliti scomparire sotto la sabbia dopo il passaggio dei bagnanti. Ci vuole metodo per questo, ed è quello proprio dell’incantevole Depardieu il quale, fenomenale e pieno di una spiritualità quasi inoperosa, incide sul film attraverso dialoghi e contesti fantasiosi. Per questo il personaggio dell’Amore fantasma, finché non viene riconosciuto come tale, non permette a quello reale di esprimersi.

Apparentemente docile e leggero, “Mammuth” è sorprendentemente attuale e corrosivo, rivelando il lavoro come un procedimento silenzioso e subdolo di spersonalizzazione, votato al materialismo ed estremamente autoreferenziale, che fa perdere di vista la nozione di fratellanza e la possibilità di attingere a risorse poetiche fatte di semplici rime baciate.


LOUISE MICHEL

Louise MichelRegia e sceneggiatura: Benoit Delépine, Gustave de Kervern.

Attori: Yolande Moreau, Bouli Lanners, Robert Dehoux, Albert Dupontel, Mathieu Kassovitz, Catherine Hosmalin.

Produzione: Mathieu Kassovitz & Benoît Jaubert MNP Entreprise, No Money Productions (coproduzione), arte France Cinéma (coproduzione).

Distribuzione: Fandango Distribuzione. Paese: Francia 2008. Uscita Cinema: 03/04/2009. Genere: Commedia. Durata: 94 Min.




VOTO: 8


Il cinema pullula di film che si fregiano di accattivanti marchi come “politicamente scorretto”, “commedia più feroce dell’anno”, ecc. ma a conti fatti tutti vanno a braccetto con pesanti compromessi che addolciscono la pillola o, dall’altra parte, finiscono per sprofondare nel gusto del disgusto. Forse per volere delle produzioni, forse per il poco coraggio degli autori si cerca sempre di essere cattivi ma senza esagerare, perché in fondo il buono piace e ciò che piace si guarda e si vende di più. Non qui. I due protagonisti, Louise, ritrovatasi disoccupata per l’improvvisa chiusura della fabbrica dov’era impiegata, e Michel, improbabile killer assoldato da Louise e dalle ex colleghe di lavoro per uccidere il capo, sono due emarginati goffi e incompresi, cinici e dalla sessualità confusa che suscitano simpatia e repulsione. Attenti a quei due

In poco meno di novanta minuti non si risparmia davvero nessuno e le immagini sono belle, pallide, senza pietà ed esilaranti come la logica che muove tutti gli ingranaggi del film, intelligenti.

Benoît Delépine e Gustave de Kervern hanno diretto un film dichiaratamente anarchico, il titolo è un omaggio a Louise Michel, educatrice ed anarchica francese, ma la loro ispirazione deriva da un fatto di cronaca realmente accaduto: in una fabbrica della Piccardia, una delle regioni della Francia che più ha risentito della crisi economica, le operaie si sono viste consegnare dei camici nuovi, simbolo di ripresa, per poi veder svanire nel nulla padrone e macchine. La storia reale si ferma qui ma i due autori, parlando con alcune delle donne vittime di questa fuga, si sono sentiti confessare il desiderio di poter rapire il responsabile della perdita del loro lavoro per poterlo torturare. De Kervern a proposito dice di capire questo atteggiamento ed il cinema è riuscito a dar vita a questo sogno rivoluzionario. I registi hanno definito la propria opera un “western sociale”, quello che effettivamente è oggi il mondo del lavoro per i cittadini comuni, tra contratti a progetto, paradisi fiscali e responsabili d’azienda talvolta inesistenti.

“Lousie Michel” gode di una genuina cattiveria che viene portata fino in fondo con coraggio, se vorrete però gustarla dovrete scendere a compromessi con il vostro buon senso e prendere a cuor leggero la crudeltà di questa commedia superba, intelligente e vagamente surreale.

Philipp Klausjurgen Von Rohr


CACCIATORE DI TESTE

Cacciatore di testeUn film di Constantin Costa Gavras.



Con José Garcia, Karin Viard, Geordy Monfils, Christa Theret, Ulrich Tukur, Olivier Gourmet.



Titolo originale Le Couperet. Drammatico, durata 122 min. – Belgio, Francia, Spagna 2005. data uscita 10/02/2006.



VOTO: 8

Quando meno te l’aspetti ecco che il veterano Costa Gavras colpisce con un film durissimo che ha spiazzato chi lo conosce da anni.

CACCIATORE DI TESTE ( in originale “ Le Couperet” ) è tratto dal romanzo di Donald Westlake “ The Ax” e racconta di un ingegnere cartaio, che rimasto disoccupato dopo anni di onorata carriera, precipita nel baratro della follia : trovata una ghiottissima opportunità di lavoro s’improvvisa maldestramente serial killer per eliminare tutti gli aspiranti al suo stesso posto. Gavras ci ha da sempre abituati ad un cinema di grande impegno civile, dal magnifico “ Z – L’orgia del potere “ al sottovalutato “ Music box” , mai pero’ come in questa pellicola aveva optato per un cinema di puro genere duro e crudo e qui lo fa con ammirevole freschezza. Il suo è un paradossale film politico a tesi che si tinge di noir( citazione vistosa dal classico “ La fiamma del peccato “ di Wilder per l’incipit con l’espediente della confessione registrata ) ; un grottesco (verosimile!) che sfiora l’horror e pesca a piene mani nel “serial killer movie” venato di humour nerissimo. Il "cacciatore" medita

L’inquietudine s’insinua nello spettatore non tanto perché comprendiamo la genesi di una psicopatologia ma per la struttuta del racconto che ci porta inevitabilmente a simpatizzare col protagonista ovvero un disperato, pazzo, imbranato addirittura commovente quando lo vediamo lottare con i denti per tenere unito il nucleo familiare.

Maiuscola la performance di Josè Garcia capace di passare da un’ estrema goffaggine alla risoluta freddezza, dal patetico all’allucinato fino alla palpabile paura di affondare. La tesi di fondo può non essere originale ( la ricerca del lavoro diventa un’animalesca spietata lotta per la sopravvivenza in cui “ Homo homini lupus”) ma attuale più che mai.

Un film che non lascia indifferenti e sa sorprendere anche con un finale aperto azzeccassimo. Feroce.

Un consiglio : se possibile evitate la versione italiana con doppiaggio indecente!