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Articoli con tag “Kurt Raab

ATTENZIONE ALLA PUTTANA SANTA

Attenzione alla puttana santaUn film di Rainer Werner Fassbinder.

Con Eddie Constantine, Hanna Schygulla, Lou Castel, Ingrid Caven.

Titolo originale Warnung von einer heiligen Nutte. Drammatico, durata 103 min. – Germania 1971. VM 14







VOTO: 6,5


Nel 1971 Fassbinder si mise alla prova con un film corale, caratterizzato da una moltitudine di attori emblematici del suo entourage dell’Antiteater di Monaco: a parte Lou Castel ed Eddie Constantine (la stella del film nel film che impersona se’ stesso), ammiriamo Hanna Schygulla, lo stesso Rainer Werner Fassbinder, Margarete von Trotta, Kurt Raab e Ingrid Caven. Gestendo gli artisti con carrellate mozzafiato, orizzontali e circolari, il regista sembra per una volta dare voce alla forma e alla scoperta di qualcosa che è stato dimenticato, il tempo filmico. La direzione è dinamica: tutti gli attori girano intorno a un bancone del bar nell’atrio di una villa, ordinando Cuba Libre a raffica e rompendo istericamente bicchieri di vetro contro pareti e pavimenti. Discorsi a vanvera guardando a vanvera

Assemblato con un metodo e un linguaggio da esperti, “Attenzione alla puttana santa” è un arguto trattato che mette in risalto il tipico ingegno di Fassbinder nell’organizzare le sequenze. Non si può fare a meno di notare con quanta accuratezza siano state costruite riprese con molteplici profondità di campo, per evidenziare atteggiamenti, vizi e virtù dei personaggi. Le coppie nascono e si abbandonano con la massima indifferenza, per virtuoso appagamento individualistico.

Quella descritta nel film è una banda, una specie di comune che vive tutta insieme, risoluta a esercitare il proprio lavoro come farebbe un vero team. I personaggi si trovano a dover affrontare innumerevoli difficoltà, cercando di metter su un progetto cinematografico: manca il materiale per girare la pellicola, il regista non è ancora arrivato e deve decidere il casting, i contratti principali sono stati già pagati dalla produzione.

La location scelta per il film è Ischia, all’interno di una villa di un Ministro (anche se nel film si dice che ci troviamo in territorio spagnolo). Il proposito, più volte interrotto e rinviato, è quello di dare inizio alle riprese di un inafferrabile e inconcludente film intitolato “Patria o muerte”, con un soggetto concernente la barbarie dello Stato.

Non appena il regista (di nome Jeff) arriva, scopriamo che è venerato da tutti, in un vortice di uomini e donne che bramano la sua empatia. Chiunque dipende da lui e la soggezione li porta ad aver paura. Jeff promette amore, matrimoni e figli a quasi tutti, agisce da autentico boss. Sa lusingare, infatuarsi, oltraggiare e dominare a seconda dei casi. Fassbinder vagabonda nel ruolo di Sascha, ammansito tirapiedi di Jeff, e per osmosi si mostra dispotico con tutti, impegnato a fumare e a girellare a testa bassa

“Warnung von einer heiligen Nutte” si può ritenere come un’iniziale straordinaria rottura nella filmografia del regista tedesco. Con la creazione dell’Antiteater, Fassbinder immaginava di poter dar vita a un movimento e un gruppo autonomi e liberi da qualsiasi schema imposto dalle “regole” del cinema e produrre un’arte in modo democratico. Poi si accorse di aver creato 9 pellicole in 5 anni che avevano disatteso, in qualche maniera, questa volontà. La sua era stata solo una chimera, un ideale destinato a scontrarsi con la realtà. Non gli rimase altro che fare i conti con se’ stesso, girando questo “Otto e mezzo” sbiadito, non sempre lucido, sofferto e un po’ autoreferenziale.

Il nocciolo del film, la sua equivocità e il suo carisma stanno in questa antinomia: riscontrare che un insieme di esseri umani gretti, sfrenati, irritabili e prepotenti è nella condizione, grazie all’apporto e al comando di un solo regista, di generare qualcosa di completamente difforme e contrario al proprio modo di essere. Il fallimento esistenziale dei singoli può essere conglobato e rinnovato nel loro inverso grazie al cinema, “puttana santa” per eccellenza.

Omaggiato dalle musiche di Peer Raben, Gaetano Donizetti, Elvis Presley, Ray Charles e Leonhard Cohen, Fassbinder tesse una specie di “Morte a Ischia” indolente e decadente. Anche se una didascalia dal “Tonio Kroger” di Thomas Mann rivelerà un desiderio di cambiamento: “E io ti dico che sono stufo di ritrarre la natura umana senza parteciparvi”.

Il messaggio del regista teutonico arriva in questo modo a considerare perfino “la gente che non pensa”, quella che va nelle fabbriche a lavorare, destinata a perdere tutte le opportunità. C’è in Fassbinder una flebile esortazione a uscire da questa condizione per ritrovare la propria dimensione. La società può trasformarci in morti che non sono più in grado di reagire. Una consapevolezza che, da Fassbinder, si espande fino a un’adesione collettiva dell’intero tessuto sociale. I primi melodrammi stanno per arrivare e “Il mercante delle 4 stagioni” sta già facendo sentire la sua ragguardevole voce.

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NESSUNA FESTA PER LA MORTE DEL CANE DI SATANA

Nessuna festa per la morte del cane di SatanaUn film di Rainer Werner Fassbinder.

Con Ingrid Caven, Margit Carstensen.


Titolo originale Satansbraten. Grottesco, durata 112 min. – Germania 1976.




VOTO: 7


Forse il film più watersiano di Fassbinder, sicuramente quello più clownesco, sopra le righe, orrido e putrido come nella migliore tradizione trash di John Waters. I personaggi seguono i loro istinti animaleschi nel loro rapportarsi con gli altri e nel modo di accoppiarsi sessualmente, senza regole precise ne’ diritti di “precedenza”. Tra escrementi (solo evocati e non mostrati), mosche morte donate come fossero dei regali preziosi, uova sputate in faccia, rifiuti in bella vista, sesso disordinato e anticonvenzionale, urla continue e membri in erezione, trionfano le ingiurie gratuite e un po’ di cattivo gusto.

Il periodo durante il quale viene realizzato “Nessuna festa per la morte del cane di Satana” è, per molti versi, un momento di ricerca stilistica, compreso com’è tra i melodrammi e le storie di donne dell’ultima fase. Fassbinder si fa’ più insolito rispetto ai suoi standard.

Walter Kranz si crede un uomo dalle capacità fuori dal comune. Pur non avendo un soldo, visto che dovrebbe svolgere attività di scrittore e di giornalista ma è un vero fannullone perdigiorno, cerca sfacciatamente di raggranellare del denaro da consegnare alla moglie sessualmente trascurata, portinaia e serva. Nel suo peregrinare da una donna all’altra, dimostra tutta la sua depravazione morale, la sua strafottenza, l’autocompiacimento sconfinato e la povertà d’animo.

La messa in scena è curatissima come al solito, le riprese d’insieme sono efficaci e lasciano all’abilità degli interpreti il peso di ostentare la loro presenza (esagerando con la mimica) come se fossero su un palco lontano dalla visione degli spettatori. I personaggi si muovono come attori di un teatro comico, lesti a riguadagnare ognuno la propria posizione prima della successiva tranche interpretativa; il Genere e il Tempo sono realtà relative in questo teatrino. Ogni luce proietta la sua ombra e, a volte, si rischia di rimanere accecati per le troppe luci utilizzate.

Prevalgono gli elementi propri di una burla sregolata per poter raccontare meglio l’ambiente piccolo-borghese: l’arrosto di “Satansbraten” ha un gusto vagamente intellettuale. Solo a pagamento

Sarcastico e inverosimile come la scena del pediluvio mano nella mano, prono a un anarchismo di pensiero estremo e ardito, insofferente ad ogni norma (anche legale e penale) e massimo esponente individualista. E’ difficile seguire una logica, individuare uno spazio contenutistico, il progetto di Fassbinder è sfuggente, ai limiti della sopportazione. Il film è da considerarsi a un livello molto più astruso del solito, dove trionfano elementi da grandguignol e febbrili urgenze autoriali che il regista tedesco, si sa, sforna continuamente dal suo cassetto prodigo di idee e perennemente fertile.

Qualcosa che non funziona c’è in questo scorrere di immagini dove l’attore che interpreta Walter Kranz (Kurt Raab) è sempre in scena: un’opprimente sottotraccia politica e una rappresentazione grossolana del sadomasochismo, altrove più sapientemente dosato.

Il processo dissociativo che  conduce Walter a identificarsi con un’altra persona, Stefan George, un celebre poeta omosessuale decadente, del quale prova a prendere inopinatamente il posto nella sua rappresentazione della vita, è finto come la morte, il sesso, il dolore, il piacere. L’intellettuale degli anni ’70 (successivo a George di quasi 50 anni) è avido perché solo in questo modo può accattivarsi i gusti della borghesia e negare i suoi precedenti sinistrorsi.

Un esempio della perspicacia di Fassbinder si ha quando ci lascia volutamente nel dubbio riguardo alla copiatura dei testi da parte di Kranz; lo scrittore è talmente inetto da non essere consapevole di riportare scritti esistiti mezzo secolo prima?


PERCHE’ IL PROFESSOR R. E’ DIVENTATO MATTO?

Rappresentazione di una fetta di vita del Sig. R. (un qualsiasi Sig. Raab), di professione progettista tecnico, il quale sembra condurre una vita ordinaria.

Ma, sotto l’apparente immagine di quotidianità, risaltano già (siamo agli inizi degli anni ’70) i problemi e i conflitti che attanagliano le società contemporanee: la difficoltà a mantenere un posto di lavoro decente, l’ossessione per i soldi, il profitto, la perfezione, l’illusione che l’attaccamento alle cose materiali [casa, mobili, la prospettiva degli sci nuovi… (quest’ultima sarà la goccia che farà traboccare irrimediabilmente la pazienza del Nostro)] siano la panacea di tutti i mali (vedi le difficoltà educative che ha la famiglia nei confronti del loro figlio Amadeus).

Non basta più un onesto impegno, nasce già l’idea della Competizione e del Profitto a tutti i costi.

I dialoghi, benchè probabilmente improvvisati, funzionano, così come gli espliciti richiami alle modalità rappresentative del DOGMA di oggi: le riprese sono fatte con la macchina a spalla, senza stacchi, e contribuiscono a dare quel tono di verità, quasi documentaristico a una vicenda davvero poco consolatoria.