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INCEPTION

USCITA CINEMA: 24/09/2010.


REGIA e SCENEGGIATURA: Christopher Nolan.
ATTORI: Leonardo Di Caprio, Marion Cotillard, Ellen Page, Cillian Murphy, Michael Caine, Ken Watanabe, Joseph Gordon-Levitt, Tom Hardy, Tom Berenger, Lukas Haas, Tohoru Masamune.


PAESE: Gran Bretagna, USA 2010. GENERE: Fantascienza, Thriller, Mystery. DURATA: 148 Min.



VOTO: 4


Gigi Marzullo: “La vita è un sogno o sono i sogni che aiutano a vivere meglio?”.

Christopher Nolan: “Dipende dall’installazione del sogno e da come interagisce col subconscio. Non dimenticando la condizione onirica per la quale un sogno all’interno di un altro sogno potrebbe generare un labirinto o, chessò, un Limbo”.

Gigi Marzullo (compassionevole): “Ah”.

Squilibrato tra gangster-movie, spy-story, action, thriller, poliziesco, fantascienza d’élite, e atmosfere che attingono (ancora una volta) a piene mani dallo sguardo pesante e laborioso di Michael Mann (tanto che lui e Nolan sembrano avere consistenze di pensiero quasi inscindibili), “Inception” sta facendo… incepta di incassi un po’ in tutto il mondo. IncaSTONATO com’è tra le atmosfere urbane gelide e astratte, che stavolta si prestano a un tour gratuito di alcune delle più belle e affascinanti città del mondo, con tanto di parentesi esotica, e per giunta architettonicamente rivestibili in un modo divertente quanto risibile, il film vaga impavido e sfrontato come Berlusconi a un comizio di Forza Italia (Perché esiste ancora… Non è che me lo sto sognando, vero?).

Non mancano nemmeno le ormai inevitabili sfilate di vestiti eleganti, con quella cravatta impiegatizia (tanto per chiarire che siamo sempre al servizio di qualcuno) fatta apposta per le multinazionali con aspirazioni da Impero, o donne con l’infelice aura della pupa sfruttata, pronte a maneggiare la pistola ma che non vedono da secoli un fornello da cucina. Così stereotipato, Nolan si sente al sicuro. Si coccola per quello che riesce a fare, e se ne compiace. Come il suo personaggio principale, Dom Cobb (Leonardo Di Caprio), da oggi ribattezzabile Dom Peridon, per la sua interpretazione sgargiante come un pavone in un cortile di tacchini.

Rivendicare la paternità di un sogno può essere intrigante quando quello che si fantastica è avvincente, piacevole, stuzzicante. Peccato che qui manchi la quadratura del cerchio: troppi sogni condivisi che esplodono al rallentatore rischiano di diventare un incubo. Anche per chi è a occhi aperti. Troppa retorica e moltitudini di assurde verbosità: come dimenticare “lo spazio onirico grezzo”?! Spudoratamente accademico e didascalico, il bel cinema non prevedrebbe la spiegazione delle azioni, bensì la loro semplice esposizione. Assetato di entrare nell’oLimbo dei più grandi autori di tutti i tempi, Nolan arrischia una partita affidandosi al bluff, barcamenato tra giochini masturbatori fini a se stessi.

Ecco perché “Inception” risulta un nuovo film vecchio, superficiale nella sua bizzarra pretesa di rappresentare una meditazione sulla memoria, l’amore, la sofferenza. Che l’autore si faccia pure innestare un’idea. Basta che sia buona e che non gli sbatta in faccia come un asfalto messo lì a mo’ di muro ramp(ic)ante. Al Livello dove si trova adesso sarà oppresso da un Totem gigantesco, tanto da farlo rimanere quasi senz’aria.

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(500) GIORNI INSIEME

Regia: Marc Webb.

Attori: Zooey Deschanel, Joseph Gordon-Levitt, Chloe Moretz, Matthew Gray Gubler.

Produzione: Fox Searchlight Pictures. Distribuzione: 20th Century Fox.

Paese: USA 2009. Uscita Cinema: 27/11/2009. Genere: Commedia. Durata: 95 Min.





VOTO: 6


Una panchina che da’ le spalle alla cinepresa, come quella di Woody Allen in “Manhattan”. Non siamo vicini al ponte di Brooklyn e il paesaggio non è altrettanto romantico: ci troviamo sull’altra sponda, quella losangelina (e quella di differente capacità di introspezione cinematografica). Anche qui i due protagonisti vanno per mostre ma non ci sono le elucubrazioni mentali tipiche di Allen, solo qualche banale e terrena considerazione su un avanguardismo artistico troppo azzardato.

Lui è Tom Hanson del New Jersey: precocemente esposto al pop inglese malinconico e “vittima” di un’astrusa lettura del film “Il laureato”, aspetta da sempre la donna dei suoi sogni, crede nell’Amore con la “A” maiuscola.

Lei si chiama Sole ed è del Michigan. Dopo l’esplosiva separazione dei suoi genitori, ama solo due cose: i suoi lunghi capelli castani e la facilità con cui riesce a tagliarseli non provando rimorso. E’ una donna che, nonostante il semplice nastrino azzurro a legargli la folta chioma, ha le idee chiare e preferisce rimanere libera e indipendente, lo si capisce da subito, senza troppe altre sottigliezze (che comunque, nel film, non ci sono).

Preferisce l’amicizia, quella con la “a” minuscola, per evitare ogni malinteso, non vuole complicazioni sentimentali, preferisce non sentire il fiato sul collo di un legame “definitivo”. In compenso non esclude il sesso e neppure un certo attaccamento verso i fidanzati. Il suo è un mondo fatto di distanza, riserbo e disinvoltura autoreferenziale. Però sogna di staccarsi da terra e volare anche se a un tratto si rende conto di essere completamente sola.

Summer (questo il nome nella versione originale) si trasferisce a Los Angeles per lavoro e negli stessi uffici trova proprio Tom, impegnato nella realizzazione di biglietti d’auguri non scevri da sciocchi stereotipi. Fino a che, tra una fotocopia e l’altra, non gli si avvicina e lo bacia. Lui allora sorride al mondo e il mondo sorride a lui, tra Harrison Ford che gli fa l’occhiolino, balletti sui vialetti dei giardini e uccellini animati che, cinguettanti, si posano sulla sua spalla.

Ma basta poco per cambiare il clima di festa. Tom ci narra delle storie di quotidiana vicinanza con Sole: tra alti e bassi, sorrisi e pianti, malintesi e gioie. Tutte le volte che ritorna alla realtà comincia con dichiarazioni vittimiste tipo “E’ finita” o “Sono perdutamente innamorato di lei”; lo racconta guardando in macchina, agli amici, alla sorella, riflettendo(si) allo specchio, alle nuove possibili fidanzate. Tutto gira intorno a… Sole. Mentre Tom è un tipico baccalà, o pesce lesso che dir si voglia, imbabbocciato di fronte al primo sorriso di lei.

I propositi di inattendibilità di un vero rapporto amoroso tra Tom e Sole sono ben espressi attraverso le scene di finta vita familiare riprodotte dai due protagonisti mentre visitano gli arredamenti IKEA. La scelta di richiamare, grazie a inserti di filmati in bianco e nero, i pensieri in libertà sull’amore e altre “tegole” da parte degli amici e del capo della ditta dove lavorano i piccioncini, così come di introdurre la voce off che ogni tanto narra, puntualizza e anticipa gli eventi, non è un meccanismo narrativo sempre coinvolgente e nuovo. Così come l’idea di splittare lo schermo in due citando alcune frizzanti scene di “When Harry met Sally” buttandoci dentro le paranoie e le facilonerie alla “Sliding doors”.

Durante i suoi frequenti periodi di crisi, Tom si affoga in un cinema sognandosi protagonista di film del periodo della Nouvelle Vague o cavaliere alle crociate che sfida a scacchi un angelo, ribaltando i canoni del “Settimo sigillo” bergmaniano. I tentativi di virare sul poetico e il sognante avrebbero potuto salvare il film da un facile schematismo.

Invece, nell’andirivieni di numeri che scorrono sullo schermo come le cifre di una slot machine a indicare il grado di avanzamento della storia negli annunciati 500 giorni, uno si chiede cosa mai sarà potuto succedere affinchè i bei propositi della bella amicizia con sesso instauratasi tra i due possa essere finita male. In realtà non succede un bel niente. L’instabilità e l’incertezza tanto sventagliate da Sole, non sono altro che esigenze proprie dell’Amore stesso. La protagonista lo scoprirà troppo tardi, quando il gioco dei giovani, carini e (meglio se) disoccupati sarà stato tirato oltremodo per le lunghe.

Tra l’altro è la stessa commedia che annuncia fin dall’inizio una trasfigurazione sociale del concetto classico di famiglia e di approccio all’amore, quando il capo della ditta propone a Tom di disegnare un nuovo biglietto per il giorno delle coppie lesbiche. Voler procedere senza omologazioni ne’ etichettature è rischioso. Alla stessa stregua di proporre, sui titoli di testa, una volontaria dedica a una certa Jenny Beckman, definita senza mezzi termini come “Bitch”. Pare che lo sceneggiatore Weber abbia conosciuto una “tipa” così. E c’era bisogno di servirsi di due attori 30-enni per metterlo in piazza? Prima dove ha vissuto? Stava ancora avvolto nelle fasce?

“(500) giorni insieme” è un po’ come il karaoke: fa piacere riconoscere la base ma la traccia originale è tutta un’altra cosa.


MYSTERIOUS SKIN

Mysterious skinUn film di Gregg Araki.



Con Joseph Gordon-Levitt, Brady Corbet, Michelle Trachtenberg, Elisabeth Shue.



Drammatico, durata 99 min. – USA 2004.




VOTO: 8

Brian e Neil sono due ragazzi dal carattere molto diverso ma entrambi hanno visto la loro vita segnata da un atroce trauma: sono stati tutti e due sedotti e abusati dal loro allenatore di baseball pedofilo. A distanza di anni Brian e Neil, persisi di vista, ingloberanno l’accaduto in maniera differente.

Mysterious skin segna il ritorno di Gregg Araki ad un cinema di qualità dopo il fragile e irrisolto “Splendi amori” del 1999. Una storia di infanzia violata rappresentata visivamente dall’immagine del bambino con il naso sanguinante.

Brian, il più fragile, rimuove completamente l’episodio infantile e si rifugia in un mondo fantastico fatto di alieni che rapiscono umani, si convincerà che quel ricordo sbiadito-forse un sogno- sia dovuto appunto ad un rapimento da parte di queste creature.

Neil invece opta per una vita da marchetta ,con spavalderia apparentemente, sottolineata dal suo sguardo diventato cinico e perverso.

“ Tutto ciò che facciamo dipende dall’essere stati rapiti:” dice la ragazza che Brian incontrera’ e che forse anche lei ha avuto uno scontro con gli alieni. Ecco quindi che il regista decide di concentrarsi esclusivante sui ragazzi che hanno subito l’atto di pedofilia ; l’allenatore di baseball sparisce e non sapremo mai che fine avrà fatto.

Gli sguardi in macchina insistiti e le soggettive non fanno altro che facci penetrare nell’interiorità dei due ragazzi mostrandoci poi nello sviluppo della storia in che modo l’evento traumatico verrà esorcizzato da entrambi. La scoperta precoce della sessualità coincide con il turbamento di una pelle misteriosa (la loro pelle) che con estrema difficoltà si disvela al mondo degli adulti e comincia a toccare il lato più oscuro e complesso dell’animo umano suscitando paura ma anche desiderio.

Lo stile del regista diventa per l’occasione meno adrenalitico ma ciò è dovuto sicuramente alla materia del romanzo di Scott Heim.

La scelta di vita di Neil lo porterà a scontrarsi inevitabilmente col demone dell’AIDS: il suo incontro con il sieropositivo col corpo deturpato, che desidera solamente essere accarezzato,avrà un ruolo determinante per la presa di coscienza del ragazzo e soprattutto ci regala una sequenza di grande intensità in cui è difficile trattenere i brividi lungo la schiena.

Purtroppo Araki inserisce alcune immagini troppo forzatamente poetiche quasi a voler stemperare la crudezza che ci ha introdotto nella storia.

Ovviamente vista la fama di autore “maudit” di Araki questo film ha deluso alcuni sui sostenitori, soprattutto il finale considerato consolatorio, patetico e improbabile.

Niente di tutto ciò, semplicemente è un finale estremaente umano che porta a galla una insospettabile sensibilita’ dell’autore. E comunque non si capisce perché da lui dovremmo aspettarci solo cinismo. La sfrontatezza di Neil

Per quanto concerne il plot due elementi ci colpiscono senza dubbio:

La scelta di presentarci il piccolo Neil come già omosessuale prima della violenza ( per molti di noi è una cosa ovvia ma non per tutti purtroppo visto che è nata la leggenda del “gay perché abusato da piccolo”); e poi il disagio che suscita sullo spettatore la reazione del ragazzo anche a distanza di anni : un ricordo tenero che gli fa pensare all’amore. La storia di Brian è quasi messa in secondo piano e poteva essere approfondita meglio ma anch’essa è potente e coinvolgente. Il ricongiungimento tra i due avverra’ si in maniera prevedibile ma quel finale che ha fatto storcere il naso ad alcuni snob forse non è un vero finale perché non possiamo non chiederci cosa sarà delle loro vite. Attori tutti bravissimi ma una menzione speciale va a Chas Ellison (Neil da bambino) prima tenero e ingenuo e poi inquietante nel suo sguardo.

Nell’ultima inquadratura del film abbiamo il tempo di commuoverci prima che l’immagine svanisca con la macchina da presa che indietreggia e scompaia in una sublime dissolvenza ma fa si che resti impressa nella mente dello spettatore la lancinante tenerezza di quel loro abbraccio.

Un film magnifico e maturo. Da vedere.