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DARK SHADOWS

USCITA CINEMA: 11/05/2012.


REGIA: Tim Burton.
ATTORI: Johnny Depp, Eva Green, Jackie Earle Haley, Michelle Pfeiffer, Helena Bonham Carter, Christopher Lee, Alice Cooper. MUSICHE: Danny Elfman.


PAESE: USA 2012. GENERE: Horror, Fantasy. DURATA: 113 Min.

VOTO: 4

Scritto da M.Tiger


Già alla fine del primo tempo la mia opinione su questo ultimo lavoro (escludendo Frankenweenie, nelle sale ad ottobre 2012) di Tim Burton era già delineata: film PERDIBILE.
Poi, come sempre, sono stato paziente e ho concesso il beneficio del dubbio, confidando in un finale di recupero, per quello che invece si è dimostrato inesorabilmente uno dei peggiori film della stagione, forse di sempre, sicuramente uno dei peggiori “sfornati” dal regista. (altro…)

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ALICE IN WONDERLAND – Recensione

Un film di Tim Burton.

Con Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Crispin Glover, Anne Hathaway.

Fantastico, Ratings: Kids, durata 108 min. – USA 2010. – Walt Disney. Uscita: mercoledì 3 marzo 2010.






VOTO: 4,5


Lewis Carroll, che con Alice ha creato un mondo di fantasia onirica punteggiato da brillante humour britannico, ormai classico, incontra Tim Burton, uno dei registi di oggi che, tra alti e bassi, ha sempre inserito spunti personali nei suoi films, mostrando proprio una particolare sensibilità per la favola nella cupa e divertita rivisitazione di “Sleepy Hollow”, nel kitsch godereccio de “La Fabbrica di Cioccolato” e nella dolce malinconia del suo capolavoro “Edward Mani di Forbice.” Un incontro da cui ci si poteva aspettare un risultato esplosivo… e che invece, a sorpresa, tradisce tanto i tratti caratteristici di Carroll quanto quelli di Burton.

Il gusto del nonsense e il lato umoristico dei due romanzi di Alice sono totalmente dimenticati dal regista, che cerca di esprimere la propria immaginazione gotica e grottesca creando scenari d’effetto per nulla sorprendenti. I personaggi, privati totalmente dei ricchissimi dialoghi originali carichi di giochi linguistici, non sono più iconici e nemmeno spiritosi, e il film si tramuta in un fantasy banale e annacquato. La trama non inventa nulla, anzi tradisce gli spunti originali (ad esempio, perchè la piccola Alice dovrebbe essere spaventata dai suoi sogni, se nel romanzo il suo è appunto un “mondo di meraviglie” che ricorderà con gioia per sempre?), mentre il ritmo inciampa più volte e il risultato è noioso, per nulla divertente e nemmeno divertito.

Pare che Burton abbia svolto un compito senza parteciparvi realmente: qui e là inserisce casualmente elementi dark piuttosto superflui, aggiunge personaggi nuovi creati al puro fine di rendere più emozionante la storia (qualche mostro senza alcun tratto inedito) ma non riesce ad aumentare la tensione e dirige un cast di attori costretti a parti così poco definite da sembrare tutti fuori posto. Johnny Depp non trova una chiave di lettura per il suo Cappellaio Matto e risulta perfino fastidioso, la Regina Rossa di Helena Bonham Carter è forse la più convincente del gruppo, anche se la regia sorvola beatamente sul motivo per cui il personaggio dovrebbe essere tanto odiato (perfino la Regina del cartoon Disney incuteva più timore, col suo “Tagliategli la testa! Tagliategli la testa!”), mentre la povera Mia Wasikowska interpreta un’Alice tristemente spaventata e del tutto priva di temperamento.

I romanzi hanno il loro punto di forza proprio nel contrasto tra la calma saggezza di una curiosa Alice e le situazioni sempre più assurde in cui viene a trovarsi. Con tutta la stima per Burton, dopo avere espresso l’intenzione di rendere l’opera in tutto e per tutto conforme e rispettosa all’opera di Carroll, qui ha proprio sbagliato tutto. E, a prescindere dal distacco nei confronti del romanzo, non ha girato nemmeno un film gradevole. Peccato, avrebbe potuto essere un bell’incontro. Ma forse, come già si poteva dedurre da quanto ha fatto Spielberg con “Hook”, per certe favole sarebbe meglio evitare riletture. Rimangono i libri e i cartoons classici. Godiamoci quelli.


EDWARD MANI DI FORBICE

Un film di Tim Burton.

Con Johnny Depp, Winona Ryder, Dianne Wiest, Anthony Michael Hall, Kathy Baker.

Titolo originale Edward Scissorhands. Fantastico, Ratings: Kids+13, durata 100 min. – USA 1990.

VOTO: 9


Un anziano inventore (Vincent Price) da’ vita a un ragazzo chiamato Edward (Johnny Depp) ma muore prima di finirlo, lasciandogli delle forbici al posto delle mani. Rimasto incompiuto, il giovane riceverà la visita di Peg (Dianne Wiest), una rappresentante Avon, che si recherà al maniero dove vive e deciderà di invitarlo a casa sua, situata nel sobborgo confinante, per salvarlo dalla solitudine. Ben presto le vicine curiose cercheranno di conoscere meglio il “Frankenstein” di turno che intanto si invaghirà, a suo modo, di Kim (Winona Ryder), la figlia di Peg.

I titoli di testa si presentano ai nostri occhi mostrando un incipit colorato e vertiginoso alla maniera di alcuni temi cari al Saul Bass hitchcockiano. La scenografia definisce da subito, in modo molto concreto, l’impalcatura narrativa attraverso meditati componenti architettonici: il castello gotico riflette l’indole intricata, disordinata e asociale di Edward, mentre le case del ridente villaggio, colorate in varie tonalità pastello coi loro giardini perfettamente spianati e innaffiati, provano l’uniformazione sociale dei loro abitanti e la loro simulata indipendenza.

Quelli di “Edward” sono giardini messi in rilievo da motivi e valenze già conosciute in “Velluto blu” di Lynch: all’apparenza ideali per essere sfruttati dai bambini come parco giochi o perfetti come luogo tranquillo di rigenerazione, anche il verde burtoniano è simbolo di un’America (preferibilmente provinciale) ingannevole che nasconde in profondità realtà spaventose, tormentate e violente. La denuncia è rivolta all’assillo tutto stelle e strisce votato alla ricerca dello stile di vita perfetto, vagamente condizionato da modelli televisivi. Un’ideologia che tende a mantenere fuori dai giochi anche gli storici “nemici” di colore (l’unico cittadino di pelle nera è un poliziotto che simpatizza subito con Edward, comprendendo la sua condizione) e della quale si percepisce l’indubbia decadenza, se non l’immutabile distanza.

La periferia è adatta per descrivere uno spazio mancante di ogni senso della storia, d’istruzione, di educazione amorosa, e Burton ci si butta a capofitto nel riuscito tentativo di rappresentarla nella sua cattiveria e apatia. La collina, invece, sorge in modo innaturale ai bordi della cittadina, introdotta da una serie di rovine e di sterpaglie aggrovigliate ma anche da uno stupendo parco con cespugli a forma di drago, mani (!) giganti, renne natalizie, anticipanti l’animo dell’isolato inquilino. Il castello è distante e opprimente allo stesso tempo; perfetto “refoulement” della spaventata e varia umanità circostante è quasi sempre circondato da foschie accentuate dal flou.

Interessantissimo è il tema del diverso per antonomasia, considerato sotto un certo punto di vista contro natura; quello che, pur volendo esprimere il suo affetto e amore, risulta impossibilitato a simboleggiarlo a causa delle taglienti forbici che si ritrova al posto delle mani. La scaltrezza e l’egoismo del “popolino” si collocano contro l’affettuosa ingenuità di un cuore puro, probabilmente fatto di biscotto, che ferisce se’ stesso piuttosto di far male agli altri. Inserito in un contesto sociale sconosciuto è il suo senso morale a sembrare distorto. Gli altri personaggi sono banali, monotoni, incapaci di vivere fuori dai loro rigorosi schemi mentali e legati indissolubilmente ai loro preconcetti. Lasciano spazio a Edward solo come fenomeno da baraccone. La circoscritta accoglienza nella vita in comune ha un aspetto personalistico e finto libertario: Edward è accettato in quanto artista che assume un ruolo estetizzante, parrucchiere ispirato per donne/cagne, equilibrista ambientale impareggiabile e abbellitore di facce umane e facciate edili.

Il rispetto per il diverso non si insegna e non esistono istruzioni nemmeno sui manuali Avon. Di certo, la deferenza è quella che ancora non ha imparato la squilibrata ipercristiana del borgo che sa solo suonare l’organo, venerare le croci, leggere salmi e profetizzare maniacalmente, immersa tra le candele, imminenti sciagure.

“Edward scissorhands” è un’ottima allegoria del popolo statunitense e della società dei consumi da esso creata: costituita da persone irreprensibili, condizionata dallo spreco e da aspettative allineate e obbligate, la collettività pop e medio borghese creata dal regista esprime tristemente la spaventosa involuzione generale di quegli anni. Niente di nuovo sotto il sole di un anarchico nichilismo: gli smalti sulle unghie, le camerette da Barbie, le pettinature soffici e le messe in piega impeccabili ripresentano in bozzetti sofisticati le malignità disgustose, veicolate soprattutto tramite il telefono, delle casalinghe insoddisfatte di certo cinema di John Waters.

Capita, quindi, che Burton recuperi la questione sessuale. Non apertamente esibito ed evidente come nelle “liturgie” watersiane, l’atto d’amore vive in contesti altrettanto bizzarri. Sotto il lavorio delle forbici intente ad accorciargli i capelli, l’esuberante Joyce Monroe, la vicina di casa più appassionata di Peg, sperimenta uno splendido momento orgasmico. Il regista riproduce sarcasticamente l’ebbrezza viziosa della ninfomane di turno e delle sue amiche, tramite primi piani sui volti estasiati, lambiti dalle lame di un Edward sempre integro e morigerato, solo involontariamente complice delle beatitudini altrui e assoggettato alle veemenze sessuali di massaie desiderose di fare un salto nel proibito, nella perversione. Non importa se rischiano la parodia, esse muovono mostruose e corrotte come se il loro fosse un atto di mero consumismo.

Appesantito dal trucco su di un viso pallidissimo ed emaciato, da capelli spettinati nerissimi in tinta con la sua tuta aderente dal sapore sadomaso, tappezzata di cinghie e fibbie e con il cucito grossolanamente in vista, Johnny Depp recita soprattutto attraverso il movimento di occhi impauriti, tremanti e gentili, viso di gesso e un corpo che si muove a scatti, rigido perché non abituato al contatto fisico. Ripreso spesso da primi piani indicativi, l’attore fornisce ottimamente l’idea spirituale dell’individuo con le forbici.

Dal vecchio, grande e buio castello rincantucciato sulla collina con vista privilegiata, al basso (in tutti i sensi) borgo cinguettante abitato da gente più aliena(ta) di lui, il protagonista osserva i cosiddetti “normali”. Edward sembra un persuasivo zombie scomponibile; sprovvisto di qualsivoglia naturalità è in perfetta armonia con i sintetici replicanti androidi e meccanici, artificiale negli arti e forse anche oltre, generato com’è da strutture e apparati tanto arzigogolati e improbabili. E’ un eroe attualissimo e tuttavia primitivo, asessuato come nella migliore tradizione burtoniana, appare truccato come un pagliaccio triste e possiede il dono degli spiriti celesti tanto risulta conciliante e generoso.

Ma è in grado di uccidere. E, visto che abbiamo già detto delle camerette linde ed edulcorate in stile Barbie, chi potrebbe sopprimere se non un Big Jim? Il biondo Jim, appunto, formato, prepotente e fanatico fidanzatino di Kim, rende Edward un emblema dell’insurrezione fanciullesca che per crescere ha bisogno di sperimentare, di distinguere il Bene dal Male. Per una volta è “l’uomo con le lame” il buono della vicenda; colui che, devastato dalla disperazione e da un penoso isolamento, si libera attraverso un atto feroce e incontrollato.

Tutta la favola è contrassegnata dalla figura delle lame, che torneranno a essere protagoniste di un altro personaggio borderline quale la Catwoman di “Batman – Il ritorno”: gli strumenti taglienti sembrano essere l’unico segno distintivo di questi inetti all’amore. Il freddo della lama è quello conosciuto anche da Freddy Kruger che, nel decennio antecedente, aveva messo paura a un gruppo di adolescenti che avevano come unica colpa quella di essere figli di padri punitivi. Genitori che, in “Edward”, sembrano perfette marionette nei loro strani rituali: il ritorno a casa contemporaneo dei mariti per l’ora di cena e le uscite concomitanti al mattino, la neve riprodotta fintamente e stesa a strati sui tetti delle abitazioni.

Vincent Price, uno dei più validi e sensibili attori di sempre, nel camice scuro dell’inventore avvezzo all’utilizzo di strani marchingegni richiamanti, per la loro forma, alcuni oggetti misteriosi di certa fantascienza anni ’50, prova a istruire la sua creatura recitando fiabe e mostrandogli come abbozzare un sorriso. La sua figura si allaccia alla memoria dello spettatore attraverso flashback nostalgici e determinanti (leggi la spiegazione su come, tragicamente, Edward sia rimasto “imperfetto”).

La musica è del devoto amico di sempre Danny Elfman, abile nel recuperare le modulazioni delle grandi orchestrazioni e le composizioni musicali con carillon tintinnanti che deliziano i nostri sensi riscoprendo passati sapori infantili accompagnati da un coro bianco evocante atmosfere lugubri o festose. L’interazione tra l’intelaiatura del suono e la dimensione prettamente visiva dell’opera è fondante della stessa rappresentazione cinematografica dell’azione e risulta essenziale all’evoluzione narrativa della vicenda e all’attribuzione ad essa di senso.

“Edward” resta il film di Tim Burton più rilevante, quello più compiuto, affascinante e amato. Ripresenta un microcosmo che vive sotto o dietro a (come indica bene la capocciata che Edward da’ al finestrino) un vetro: una specie di luogo magico che ci fa percorrere gli ingressi di case che sembrano finte, sfiorare statue dalle forme impossibili ricavate dalle siepi, ammirare ingegnose forbici multiuso, stupire di fronte a congegni arcani e bramare mani di cera.

La gamma di riprese che privilegiano punti di vista dal basso verso l’alto e viceversa, alimentano il senso della differente prospettiva verso la quale Burton ci spinge. Sembra invitarci così a contattare meglio la mediocrità di certi atteggiamenti anche attraverso la scelta della messa in scena di obbligati hot barbecue per farci comprendere quanto sia forte il bisogno di affrancarsi da ogni conformismo borghese. E’ abile nel condurre lo spettatore in uno stato di consapevole dormiveglia; ora ridestato e poi ammaliato, l’astante è un fanciullo innocentemente appagato.

Fortunati coloro i quali sono rimasti un po’ bambini e dentro se’ hanno ancora spazio per accogliere fiabe di questa levità. Si beeranno di una neve candida e leggera: a volte uscita dalle pagine di un libro di novelle, a volte caduta dal cielo. E’ una storia lunga ma saremo sempre pronti ad ascoltarla, e a farci prendere una volta di più, estasiati dall’immensa e bellissima forza di immaginazione, tra le braccia di una creatura chiamata Edward. La neve resta, ancora oggi, l’unico segno tangibile del suo amore senza tempo.


NEMICO PUBBLICO (2009)

Nemico pubblico (2009)Un film di Michael Mann.

Con Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard, Billy Crudup, Stephen Dorff.

Titolo originale Public Enemies. Drammatico, durata 143 min. – USA 2009. – Universal Pictures. Uscita: venerdì 6 novembre 2009.






VOTO: 5


Depp incarna lo spirito di John Dillinger in modo monolitico: sguardo torvo o sornione, a seconda che si trovi in pericolo o si goda la bella vita. Dopo aver passato 10 lunghi anni in prigione ha voglia di un immediato riscatto, e probabilmente le corde usate da Depp non sono quelle giuste per farci capire appieno alcune sfumature emotive.

Molto meglio la recitazione sofferta, profonda e concisa di Christian Bale che vince il confronto alla grande. Così come Dante Spinotti che rende affascinanti tutti i personaggi, anche quelli sfacciatamente più similari a quelli veri, grazie alla sua balenante fotografia.

Saturo di dialoghi strafottenti (la corte alla bambola/pupa di turno Billie da parte di Dillinger è quasi parodistica) e pieno di imprecazioni a vuoto, il “Nemico pubblico” del 2009 si trascina stancamente per l’intera sua durata, come accade di solito nel cinema di Mann. Un regista disinvolto e fin troppo pignolo nella messa in scena che non esce mai da una rappresentazioneNemico pubblico, processo pubblico forte e virile, alla lunga stancante e barbosa. Che descriva figure moderne o storiche la differenza non si vede, basta che i protagonisti vestano abiti firmati.

La figura del gangster dipinta anche come gentiluomo, altruista, il Robin Hood affascinante che ruba, ma solo un po’, non è nuova in Mann (ma da un regista così abile nel muovere la macchina da presa mi aspetterei anche un cambiamento dei soggetti rappresentati, finiranno prima o poi questi “bravi ragazzi”). Gli anni successivi alla Grande Depressione sono dalla sua parte.

“Dilly” rapina per il gusto di farlo, senza aver piani o progetti per il futuro. E’ un “Re del mondo” che crede di poter andare dove gli pare, immortale passeggero di un Titanic che affonda. E’ così romantico da permettersi frasi languide persino durante i lenti (miele, miele, miele). Sfugge agli arresti e alle carceri svicolando meglio di Berlusconi e dei suoi avvocati.

Ogni epoca ha il coglione che si merita.


NIGHTMARE – Dal profondo della notte

Nightmare - Dal profondo della notteNightmare – Dal profondo della notte è un film di Wes Craven del 1984.

Con John Saxon, Heather Langenkamp, Amanda Wyss, Jsu Garcia, Johnny Depp, Robert Englund, Ronee Blakley, Charles Fleischer, Joseph Whipp.

Prodotto in USA. Durata: 91 minuti.







VOTO: 10


“Nightmare – Dal profondo della notte” segna l’esordio di un giovanissimo Johnny Depp al cinema.

Il regista Wes Craven deve ringraziare la New Line Cinema se riesce a portare a termine il progetto e a realizzare il film che costa poco e incassa molto, dando vita ad una delle piu’ fortunate saghe degli anni ’80. Un'alternativa alla spugna... ihihih!

Wes Craven realizza un piccolo capolavoro partendo da un’idea geniale: un mostro che uccide chi lo sogna. In fin dei conti negli anni ’80 gli americani potevano dormire sogni tranquilli: avevano Reagan, l’economia andava a gonfie vele e tutto splendeva a lucido. Ma sotto la patina dorata c’era poco da stare tranquilli e il disastro sociale sarebbe stato alle porte. Il regista ribalta il sogno americano degli adolescenti di allora e lo trasforma in un incubo terribile che invade il quotidiano in ogni momento e in ogni sua attivita’. I giovani liceali non sono tranquilli neanche nelle loro camere, simbolo della loro generazione; l’incubo si annida anche se sono in prigione e nei corridoi delle loro scuole che si trasformano in dolci sinfonie di morte come nenie infantili. Il mostro dei sogni parla loro al telefono, status simbol di un’epoca, e spunta da un’innocua vasca da bagno.

Gli incubi che facciamo da piccoli ci inseguono anche da adolescenti e ci angosciano da adulti. Non basta neanche la luce del giorno a scacciare i demoni interiori perche’ l’uomo nero si annida anche li’ ed e’ piu’ vicino alla realta’ di quanto pensiamo.

Perche’ l’uomo nero non e’ morto, ha gli artigli come un corvo, fa paura la sua voce, prendi subito la croce, apri gli occhi resta sveglio, non dormire questa notte.