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CLERKS

Un film di Kevin Smith.

Con Brian O’Halloran, Jeff Anderson, Marilyn Ghigliotti, Lisa Spoonauer, Kevin Smith.

Titolo originale Clerks. Commedia, durata 90 min. – USA 1994.

VOTO: 8,5


Grunge fin dal modo in cui è ridotto l’appartamento di Dante (con le magliette affastellate sul pavimento, le ciotole di caffè non lavate, il cane che beve direttamente dalla tazza del cesso) e dalla qualità delle immagini, tutte sgranate e in un impataccato bianco e nero, l’esordio di Kevin Smith è fiammeggiante.

Girato col gusto della naturalezza, “Clerks” è stato prodotto con una manciata di dollari ed è un vero esempio di cinema Indipendente, quello con la “I” maiuscola, visto che ultimamente vengono presentate pellicole aventi l’appoggio di enti e/o produttori non proprio invisibili, le quali virano astutamente i loro contenuti verso un armistizio ideologico furbo e ruffiano. Il film di Smith invece si abbuffa di un linguaggio ribelle e disturbante, e resta lucido nella sua esposizione. Ciò che colpisce di più è che va in crescendo, arrivando a un finale coerente dopo una giostra di riferimenti a dir poco strampalati.

Racconta una giornata di lavoro di due commessi, Dante e Randal, il primo addetto al banco di un emporio, il secondo noleggia videocassette all’entrata accanto. Ognuno diverso a suo modo, filosofeggia senza gloria con la vita e i suoi piccoli grandi eventi, mettendo a nudo le proprie verità, debolezze, empietà e dolcezze. Finanche un barlume di folle impegno sociale pensando ai subappaltatori dei costruttori dell’astronave Morte Nera ne “Il ritorno dello Jedi” (!).

Circondati da un manipolo di gente che non sa quello che vuole, vengono invasi nel loro privato da rappresentanti di gomme da masticare che si spacciano per tutori della salute, vecchietti arzilli che si chiudono in bagno per masturbarsi, amanti delle storie sugli ufo e sugli alieni desiderosi di condividere con qualcuno il loro interesse. Bizzarro oltre ogni limite (da non dimenticare lo “strillo”, sbattuto a caratteri cubitali, che annuncia il matrimonio tra l’uomo più grasso e la donna più magra del mondo), rivela la sciagura della mediocrità e dileggia l’ormai troppo ortodossa America.

In mezzo ci stanno anche un paio di morti “da ridere”, una riflessione neanche tanto banale sul senso che ha l’Amore e su cosa possiamo fare per imporre la nostra personalità, abbandonando il destino come scusa per non sentirsi realizzati nella vita, evoluti servi imprigionati ai nostri banconi da commesso e alle nostre scrivanie come pii impiegati. Un’esistenza fatta di monotonie, delusioni, chiacchere frivole, demenze e manie: la penna del neo-autore scivola leggera e disinvolta tra le maglie della commedia, esaltando il lato ironico senza dimenticare gli adeguati avvilimenti.

Silent Bob è lo scetticismo fattosi uomo. Interpretato da Kevin Smith, è un barbuto spacciatore con tanto di cappello da baseball degli Yankees che sta zitto per tutto il film. Fumando roba più o meno legale, se ne sta appoggiato al muro che si trova a metà strada fra le tue entrate dei negozi e ci regala una piccola perla di saggezza, parlando quasi sul finale.

Con la prospettiva di una vita cadenzata da paragrafetti dalle telegrafiche intestazioni, forse è meglio battersela riproducendo il cosiddetto “passo del teppista”.

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MILANO CALIBRO 9

Un film di Fernando Di Leo.

Con Mario Adorf, Philippe Leroy, Barbara Bouchet, Frank Wolff.

Poliziesco, durata 101 min. – Italia 1972.

 

 

 

 

 

 

VOTO: 8


Ugo Piazza, alias Gastone Moschin, esce dopo 3 anni dalla prigione di San Vittore grazie a un’amnistia e l’accoglienza che riceve non è quella delle più simpatiche. Alcuni scagnozzi inviati da un tipo chiamato l’Americano lo seguono, lo sequestrano e lo picchiano, cercando di farlo parlare in merito alla sparizione di 300.000 dollari americani avvenuta poco prima del suo arresto. Nella colluttazione gli vengono sottratti anche la carta d’identità e il permesso rilasciato dal carcere. A Piazza non rimane altro che rivolgersi al commissario di polizia che lo conosce benissimo per i suoi trascorsi, il quale gli chiede una collaborazione per capire come si svolge il passaggio tra corrieri nello smistamento di soldi riciclati dall’organizzazione dell’Americano…

Buonissimo film di genere, il cosiddetto “poliziottesco”, ma con evidenti venature noir, “Milano calibro 9” è diretto Fernando Di Leo, un artigiano nel senso più stretto del termine. Si vede che l’approccio verso lo strumento cinema è spesso arrangiato e un po’ approssimativo, tuttavia il film si presenta come un valido prodotto indipendente girato con un budget risicato.

Ispirato al romanzo postumo di Giorgio Scerbanenco “Stazione Centrale, ammazzare subito”, si avvale di una scrittura spesso ingenua e di bassa lega ma di sicuro impatto emotivo e a suo modo carismatica e ruffiana la quale, nonostante dimostri un po’ i suoi anni, centra perfettamente il bersaglio che intende colpire. I caratteri rissosi, sbruffoni e suscettibili del commissario di polizia e di Rocco, il capo esecutivo del gruppo dei malavitosi, rischiano la caricatura, non ci si appella a sottigliezze psicologiche. Nonostante ciò i personaggi restano, nella loro brutale definizione, verosimili e consistenti.

Il lavoro di Di Leo sull’utilizzo della cinepresa è ammirevole: passiamo da soggettive cariche di tensione a riprese dal basso che puntano sui volti, sulle oscillazioni istintive dei corpi, catalogandone le incomunicabilità, segnalandoli come preminenti rispetto a una cerchia comune e paradossale di personaggi perimetrali. La macchina da presa scorre anche attraverso sequenze filmate a bordo di un’automobile fino alle panoramiche notturne, a mitizzare lo “skyline” della città meneghina.

C’è, tra le maglie della sceneggiatura e nella messa in scena, un’evoluzione di analisi e di accusa sociale: scopriamo che nel giro di soldi riciclati ci sono banchieri, industriali e ricchi possidenti che mandano i loro capitali all’estero. L’essere ammanicati con commissari, finanzieri e magistrati sembra essere la premessa per la riuscita di queste operazioni. Diventa così interessante vedere come il regista approfondisca il tema della trasformazione della Mafia, da “semplice” cancro di periferia a spirale metropolitana riscontrabile in una banda di criminali italo-americani e approdante a un disfattismo che non lascia spazio alle suppliche o ai revisionismi, dove tutti sono destinati a rimetterci.

Le scene degli scontri verbali tra il commissario capo conservatore e il suo vice riformista sono un po’ banali e troppo tese a sottolineare l’inclinazione politica del regista. E’ vero che quelli erano gli anni di Lotta Continua, di manifestazioni e dissapori sociali, ma una mano più leggera sarebbe stata gradita e avrebbe reso meno sbilanciato il messaggio del film.

Da invidiare la bella schiera di attori di questo balletto criminale: Moschin, di solito inappuntabile commediante, si presenta con un volto granitico e provato. Troppe volte inquadrato con la sigaretta in bocca, è impossibile cancellare l’aspetto di infida canaglia innocente che riesce ad assumere. Mario Adorf è incantevole nei panni di Rocco, il tirapiedi dal temperamento rude e mordace. Philippe Leroy è Chino, uno dei personaggi più sofferti e apparentemente ai margini della vicenda; l’attore francese lo porta sullo schermo con tutta la generosità di cui è capace.

Ricca oltre ogni modo è l’orchestrazione che accompagna le immagini della pellicola. Attraverso l’uso di archi e violini conferisce al film un senso continuo di dinamicità e di imminente instabilità dei fatti mostrati; si ha la sensazione che stia per accadere qualcosa di improvviso, pericoloso, violento e definitivo. Riproponendo slanci psichedelici e romantici, ora a sottolineare gli atti feroci ora quelli apparentemente mansueti, la colonna sonora di Bacalov sostenuto dal gruppo napoletano rock-progressive degli Osanna rende la pellicola malinconica, sferzante e amara.

Le tante scene girate in esterni ci fanno riscoprire una Milano triste e nichilista: l’ambiente affascinante e un po’ decadente dei navigli, quello degli alberghi di terza categoria, quello lussuoso e moderno del Pirellone e dei grandi palazzi grigi del potere. La metropolitana e la stazione centrale, con il loro background opprimente, bisunto, sono quasi un manto di ineluttabilità e sofferenza che schiaccia tutto e tutti.

Barbara Bouchet, la signora dalla casa arredata in bianco e nero, entra in scena dopo oltre mezz’ora di film e ciononostante è affascinante e sensuale come non mai. Il suo appartamento, così come l’habitat circostante, è lo specchio perfetto di quello che accade nel film: si ha la sensazione di due opposte fazioni che si scontrano (il bianco e nero, per l’appunto) le quali non si accorgono del rosso “rivoluzionario” pronto a destabilizzarle entrambe. E’ il rosso imprevedibile del tradimento e della conseguente ferocia delle ultime, sanguinolente e censuratissime scene.


ADVENTURELAND

AdventurelandAdventureland è un film di Greg Mottola del 2009, con Jesse Eisenberg, Ryan Reynolds, Kristen Stewart, Martin Starr, Bill Hader, Kristen Wiig, Margarita Levieva, Declan Baldwin, Aaron Bernard, Mary Birdsong.

Prodotto in USA. Durata: 107 minuti.


Distribuito in Italia da Walt Disney Studios Motion Pictures Italia a partire dal 10.07.2009.





VOTO: 7,5


Jesse Eisenberg è uno a cui piace guardare al passato, benchè solo venticinquenne. Come già accadutogli in occasione de “Il calamaro e la balena” (che si svolgeva nel 1986 nel quartiere di Park Slope, a Brooklyn) anche con “Adventureland” l’orologio del tempo torna indietro al 1987. Qui James (ruolo affidato proprio al sempre più interessante e incisivo Eisenberg), durante la festa scolastica di fine semestre, viene abbandonato da una “squinzia” con la quale stava insieme da ben 11 giorni, scopre che il padre ha avuto un ridimensionamento economico e non può più permettersi di sborsare ulteriori soldini che sarebbero serviti a pagare un viaggio come premio del diploma ottenuto.

Serve denaro per le prospettive universitarie del ragazzo, così romantico e pure bravo sui banchi di scuola: si trova più a suo agio con l’arte rinascimentale che non con i lavori manuali. Suo malgrado diventerà, per una stagione, l’addetto ai giochi nel parco dei divertimenti estivi di Adventureland, a Pittsburgh. Un lavoro regalato al primo pigro e patetico baccalà che si offre volontario. Anche se, come scoprirà James, sarà decisivo per forgiare il suo carattere.

Finalmente un film che parla di crisi economica (anche se non è quella attuale) e lo fa all’interno di una commedia avvalendosi di uno spirito divertito e leggero. Sottotraccia arrivano delle battute al vetriolo sullo sfruttamento del lavoro minorile e le precarie condizioni impiegatizie anche in luoghi che dovrebbero essere all’apparenza “fighi” o quantomeno divertenti. Ironia della sorte vuole che il film non si svolga ai nostri giorni perché sarebbe stato uno spunto al quale aggrapparsi per poter allargare l’indagine narrativa.

Kristen Stewart, nei panni di Em, in libertà dalle pose compassate e dagli aneliti messi in mostra insieme al vampiro Edward in “Twilight”, ritrae una ragazza con una vita complicata da una difficile situazione familiare e, di conseguenza, affettiva. Vuoi vedere che la Kristen risulterà più “lunatica” qui che nel prossimo “New Moon”? Sicuramente, rispetto ai suoi precedenti vampireschi, ha un’espressione più posata, gradevole e articolata. James, il quale s’innamora della malinconica Em, sogna di emanciparsi (non è mica come i giovani di oggi), aspira a studiare giornalismo e a diventare un Saggista di Viaggi, legge Shakespeare, preferisce le celebrazioni della Presa della Bastiglia a quelle del 4 luglio. Tra gli addetti ai giochi c'è del tenero...

Un anticonformismo che si riflette anche sui luoghi e gli oggetti di questo passato neanche tanto lontano: si prova una certa nostalgia verso quei giochi passati di moda i quali nascondevano anche qualcosa di istruttivo e riuscivano a toccare l’anima. Ecco, dunque, le corse dei cavalli del “Derby Race”, i tornei di ping-pong e le feste private organizzate quando i genitori non ci sono, le audiocassette con una compilation di canzoni tristi, l’amore in macchina, le notti vissute fino all’alba, gli autoscontro. Tutto viene descritto e rappresentato con sentimento nobile e amabile, senza alcuna volgarità.

La colonna sonora è gentilmente offerta da personaggi del calibro di David Bowie, Lou Reed, Falco (la sua “Rock me Amadeus” è così insistente che fa venire la voglia di cacciarsi un cacciavite nelle orecchie), Cure e Big Star. Erano decisamente altri tempi e Greg Mottola, espressivo regista indipendente, sembra conoscerli molto bene mettendo al servizio della storia la sua partecipazione emotiva e facendoci cogliere minuscole grandi realtà.

A parte la soluzione riguardante il lato sentimentale, dove non si osa più di tanto e non si esce dal classico schema da teen movie, “Adventureland” è un film che fa centro come coloro i quali, al parco, gettano via i rifiuti nella bocca del clown. Se non vale un Orso d’Oro, si merita almeno un bel Panda Gigante  🙂