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TAMARA DREWE – Tradimenti all’inglese

USCITA CINEMA: 05/01/2011.


REGIA: Stephen Frears. ATTORI: Gemma Arterton, Dominic Cooper, Luke Evans, Tamsin Greig, Roger Allam, Bill Camp.


PAESE: Gran Bretagna 2011. GENERE: Commedia. DURATA: 111 Min.





VOTO: 7


La malizia e la noia della campagna borghese britannica vengono raccontate in questa divertentissima commedia diretta da Stephen Frears e tratta dall’omonima striscia a fumetti. Gemma Arterton interpreta Tamara, una ragazza originaria di Ewedown, un sonnolento paesino sperduto nella campagna inglese, trasferitasi a Londra per lavoro e per cambiare quell’aspetto che le aveva creato una gran quantità di noie in età adolescenziale.

Come tutti i villaggi di provincia, i pettegolezzi e i commenti salaci fanno molto in fretta a girare, e il ritorno di Tamara diventa improvvisamente l’evento più chiacchierato dagli abitanti del luogo. Il fatto sconvolge la tranquillità della fattoria gestita da Beth Hardiment, conduzione guidata più dal triste e costante declino del proprio matrimonio col viscido Nicholas (Roger Allam) che per vera passione. La tenuta appare come un tranquillo ritiro per romanzieri in crisi d’ispirazione.
Ispirazione che non manca proprio al marito della donna, che è uno dei più importanti scrittori di libri gialli d’Inghilterra; un uomo che nutre il suo enorme ego con i continui e malcelati tradimenti che la moglie è costretta a sopportare, e che viene immediatamente calamitato dal fascino della giovane vicina di casa.

Nicholas Hardiment però non è l’unico uomo del posto attratto da Tamara; il bel tuttofare Andy, che con la ragazza aveva avuto una liaison da ragazzino, cerca di riconquistarla, ma lei non farà altro che sfruttarlo per ristrutturare la vecchia fattoria di famiglia e sbarazzarsi poi di entrambi (casa e tuttofare) quanto prima.
Nel frattempo entra nella vita della ragazza anche il vagamente superficiale Ben (inquietante la somiglianza col nostrano Marco “Morgan” Castoldi), interpretato da un irriconoscibile Dominic Cooper (lo Sky di “Mamma Mia!”), un batterista dallo stile emo/punk decisamente troppo truccato (una divertente caricatura delle star androgine che affollano l’odierna scena musicale), che scatena i tempestosi ormoni delle teenager del paesino.


Bello lo scenario (una rigogliosa campagna britannica fantasiosamente e costantemente assolata, circondata da colline verdi e campi coltivati) che trasmette la pace e la tranquillità che si dovrebbero respirare in un ritiro di scrittori. Divertente e sorprendente la scena ispirata a Frears dal più famoso dei recenti classici Disney, nel quale una mandria di bovini impazziti si scaglia contro il malcapitato “Mufasa” della situazione.

“Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese” è, in conclusione, una commedia fresca che conta su una trama scorrevole e mai banale la quale, avviandosi verso un agognato (e per niente scontato) lieto fine, si dipana in un labirinto di equivoci, frecciate velenose tipicamente condite dallo humour inglese e colpi di scena, in un mondo superficiale nel quale il non convenzionale è sbagliato (tutto il mondo è paese) e dove la solita ipocrisia provinciale la fa da padrone.
Tamara è una ragazza che con la sua libertà, apparentemente sconveniente, sconvolge, ma mai pare giudicare le abitudini sonnacchiose di una realtà che non le appartiene più (e non dovrebbe appartenere più a nessuno…).

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STRAFUMATI

Un film di David Gordon Green.

Con Seth Rogen, James Franco, Danny R. McBride, Kevin Corrigan, Craig Robinson.

Titolo originale Pineapple Express. Commedia, durata 111 min. – USA 2008. – Sony Pictures. Uscita: venerdì 28 novembre 2008. VM 14






VOTO: 7,5


I mille travestimenti usati dall’attore Seth Rogen, il quale interpreta una specie di fattorino di notifiche poco gradite, sono anche le tante e variopinte sfaccettature di questa commedia. Non è facile tenere un ritmo così indiavolato e coerente per tutto il film, e “Strafumati” ci riesce alla perfezione.

I personaggi sono costruiti con variazioni ammirevoli e risultano fortunatamente refrattari al facile sghignazzamento: Seth Rogen (Dale Denton nel film) è una rivelazione in toto, la sua mimica è perfettamente funzionale alla vicenda, mentre James Franco (Saul Silver) si è prestato in modo sorprendente a ricoprire un ruolo, quello dello spacciatore ultrafornito, morbidissimo e disincantato col rischio di non venir preso sul serio dai dotti della cinematografia cosiddetta “pura”.

Debitore di certo cinema di Tarantino (violenza burlesca, taglio scostante delle inquadrature, corruzioni demenziali di poliziotti, dialoghi con ellissi improbabili, gli asiatici riproposti in modo macchiettistico fino all’eccesso, la droga scambiata come fosse zucchero filato, amici sparati a cui proprio non va di morire), il cinema di Gordon Green lascia una sua impronta indipendente.

Quello che più salta all’occhio è il contrasto tra la spensieratezza dei due amici perpetuamente intontiti dai “joints” e la situazione estremamente pericolosa nella quale si trovano invischiati, con tanto di omicidio. C’è una specie di vocina che sussurra per tutto il film la quale ci invita a prendere la vita alla leggera e a tenerci lontano dalle frenetiche corse in auto (come dimenticare la guida con tanto di piede fuori dal parabrezza?) e dal consumismo (la liberazione dei telefonini gettati nel bosco).

Fuori dagli schemi e fuori di testa, la pellicola si dipana tra personaggi sopra le righe (che comunque non infastidiscono), battute esagerate e squisite allo stesso tempo e bislacche variazioni delle solite commedie americane che siamo abituati a vedere. Traspare una nostalgia per certo cinema di genere girato negli anni ’80 quale “Una perfetta coppia di svitati” e un’esaltazione dei vinti, i cosiddetti nerd o geek, il tutto condito da uno humour assennato che si concede una godibilissima citazione dal “Gladiatore” di Scott.

Geniale il parallelo creato tra il bianco e nero del 1937 e la parte finale del film: una specie di firma che ribadisce fieramente l’autonomia dell’intera operazione. Il regista David Gordon Green ha talento e si candida a futuro autore. Intanto iscriviamoci subito alla MAPP (Migliori Amici Per la Pelle) e, tra cannoni e fumi di tutti i generi, concediamoci una liberatoria “Pineapple Express”.


L’UOMO CHE SAPEVA TROPPO (1956)

L'uomo che sapeva troppo  (1956)Un film di Alfred Hitchcock.

Con James Stewart, Doris Day, Bernard Miles, Daniel Gélin, Brenda De Banzie.



Titolo originale The Man Who Knew Too Much. Thriller, colore, durata 120 min. – USA 1956.





VOTO: 8


Rullo di tamburi e squilli di tromba. L’orchestra di Sir. Alfred Hitchcock suona una sinfonia ridondante, lievemente interrotta da un gong a fare da sottofondo e da uno sbatter di piatti quasi discordante e foriero di allarmanti segni premonitori.

Da Casablanca a Marrakech come a Las Vegas, il paesaggio visitato dalla famiglia McKenna in vacanza sembra lo stesso; siamo in Africa o in America? Il Marocco descritto da Hitchcock è un po’ finto, edulcorato, colorato. D’altronde c’è da comprenderne i motivi: a “Hitch” non interessa evidenziare il realismo di luoghi e situazioni, lui è in cerca di mistero e suspense.

Ecco così che i coniugi McKenna sono in giro per il mondo col loro figlioletto. Il ragazzino, di nome Hank, è perspicace (si vede che è figlio di un medico e di una cantante di teatro, tanto la sua erudizione è in fase avanzata) e scambia battute sagaci sulla geografia, la storia e la medicina con il misterioso Louis Bernard, un signore incontrato per caso su un autobus.

L’arrivo del mezzo di trasporto nel traffico umano delle stradine intasate di Marrakech è un’occasione per mostrare un particolare inconscio che ritornerà in seguito: uno degli uomini nella folla è vestito allo stesso modo (stesso colore, forma e cappuccio) col quale sarà identificato, più tardi, il cadavere di Louis Bernard. Cosa nasconde il passato di quest’uomo? Quale segreto stava portando con se’? Il bambino dei McKenna viene successivamente rapito in circostanze inesplicabili; la pista da seguire porta a Londra e a un certo Sig. Ambrose Chappell…

“L’uomo che sapeva troppo” è l’autoremake dell’omonimo film che Hitchcock aveva già girato nel 1934. Ventidue anni dopo si aggregano al progetto star hollywoodiane di prima grandezza quali James Stewart e Doris Day (nei panni dei coniugi) più il Technicolor; Hitchcock sfida se’ stesso ed è capace di modernizzare e affinare tutte le partiture dei suoi registri filmici all’interno di una traccia apparentemente inalterabile.

In un primo momento, la suspense sta nel non darci abbastanza informazioni sui movimenti e sulle intenzioni del Sig. Bernard, sugli sviluppi che potrebbe prendere una vicenda abbastanza comune per come viene costruita. Come mai la famiglia dei McKenna si trova improvvisamente al centro dell’attenzione e deve sopportare le occhiate di distinti signori in piena Africa del Nord?

Ironia e humour vanno a braccetto, indissolubilmente legate dallo spirito di una sceneggiatura a tratti spumeggiante. La sequenza più divertente, a tal proposito, è quella girata al ristorante. L’abbandonarsi del “dottor Stewart” sul sofà non è proprio dei più disinvolti, tra cuscini che cedono facilmente sotto il suo peso, pose scomposte, torcicolli e inopportune sedute sull’abito della signora.

Lo script arricchisce il film inserendo delle false piste, ed è gradevole lasciarsi prendere un po’ in giro. Il negozio di impagliatori diventa un efficace teatrino per esilaranti tafferugli, tra pesci sega pericolosamente vicini al naso del dottore e denti di leone o di tigre pronti a lasciare il segno. Hitchcock è capace di creare sempre qualcosa di inconsueto.

E qualcosa di singolare è in programma anche alla Royal Albert Hall di Londra; oltre alla sinfonia per orchestra diretta niente meno che da Bernard Herrman in persona (il famoso compositore delle musiche da film) forse c’è da assistere a un assassinio. Durante il concerto si lascia così tanto spazio all’orchestrazione che alcuni dialoghi tra i protagonisti sono muti; questa scelta produce un’ulteriore senso di trepidazione per la sorte della famiglia americana. Le riprese a campo lungo nella sala sono magnifiche ed esaltano la maniacale applicazione di Hitchcock nello studio di ogni singola scena. La pistola dietro la tenda

Nella prima versione non si notava il volto del suonatore di piatti. In questa, invece, la suspense creata dall’attesa del suono degli strumenti si comunica attraverso l’impassibilità del musicista; la sua indifferenza è importante perché trasmette allo spettatore un’angoscia che si riflette nel fatto di sapere dell’inconsapevole dispositivo letale nelle mani del suonatore. Il regista è riuscito a passare da un’ “impressione” di Cinema (quella che dava nella versione del ’34) a un’altra fatta di “genesi e creazione”.

Ci si domanda perché i coniugi McKenna, a un certo punto, si interessino più all’ “intrigo internazionale” e alle conseguenze politiche piuttosto che alle sorti del loro amato figlioletto. Cercano di salvare la vita al Primo Ministro in modo così risoluto che la vita del bambino sembra passare in secondo piano. Un prezzo da pagare alla causa della suspense? Il film del periodo inglese, in questo, rimane più diretto, drammatico e concreto.

Da brividi il canto di Doris Day presso la sede del Consolato: la sua voce risuona tra le stanze e i corridoi fino ad arrivare ai piani più alti (splendidi gli stacchi della macchina da presa che rendono alla perfezione l’idea della disperazione e della partecipazione emotiva della madre, capace di arrivare ovunque quando il suo cuore lo desidera).

“Que sera, sera. Whatever will be, will be. The future’s not ours to see. Que sera, sera”.

Pura emozione.


LA FINESTRA SUL CORTILE

La finestra sul cortileUn film di Alfred Hitchcock.



Con Raymond Burr, Thelma Ritter, Wendell Corey, James Stewart, Grace Kelly.



Titolo originale Rear Window. Giallo sentimentale, durata 112 min. – USA 1954.



VOTO: 10


Si aprono lentamente le tendine su di un cortile newyorkese, composto da un piccolo grande Universo: una ballerina continua i suoi esercizi anche mentre prepara la colazione e cura la sua solitudine amorosa a colpi di spazzola, un compositore di pianoforte cerca l’ispirazione, un rappresentante di gioielli con la moglie malata conduce una vita ritirata, una coppia di freschi sposini è in perenne accoppiamento, Miss Cuore Solitario attende il Principe Azzurro, una scultrice di opere astratte lavora superficialmente.

Il fotoreporter Jefferies, per lo più votato all’avventura, è bloccato su di una sedia a rotelle perché si è rotto una gamba: il suo ultimo servizio su una corsa automobilistica è stato troppo ravvicinato e da 6 settimane ne sta pagando le conseguenze. La noia lo sta assalendo e ha, come unica scappatoia, quella di curiosare sulle attività dei vicini. Manca solo una settimana alla tanto sospirata libertà motoria e Hitchcock sembra volerlo aiutare quando lo vediamo sistemare l’orologio in una delle sue tipiche apparizioni; ma il tempo, per Jefferies, scorrerà più in fretta di quanto non possa immaginare…

“La finestra sul cortile” (nominato all’Oscar per la Miglior Regia, la Sceneggiatura, la Fotografia e il Sonoro) è il più felice esempio del cinema di Hitchcock, il suo film più rappresentativo. Si notano subito la genialità tecnica, la capacità di raccontare una storia in modo unicamente accattivante, lo humour e, dal punto di vista tematico, sono presenti il voyeurismo mescolato alle relazioni sentimentali e alla sessualità. James Stewart spia l'avvenente dirimpettaia

In particolare l’uso del punto di vista soggettivo è al centro della storia: il personaggio di James Stewart (Jefferies, appunto) vede e noi vediamo ciò che lui vede. Questo è il fulcro del modo di Hitchcock di fare cinema e lo conduce con molta destrezza; a lui il potere ti tagliare e mostrare le immagini che vuole, di metterle insieme o di sovrapporle grazie a un’intelligenza metodica senza pari. E a lui l’abilità nell’allontanarsi da questo vincolo “soggettivo” quando decide, unica volta durante il film, di farci assistere a un particolare rilevante mentre Jeff dorme: una ricetta perfetta per aumentare la suspense e per renderci complici della vicenda.

All’esterno del microcosmo raccontato nel cortile di “casa Stewart” c’è un mondo frenetico e noi ne vediamo solo una parte, quel pezzo di strada che compare fra le mura delle case. Ma, per tutto il film, Hitchcock non ci fa mai uscire dal cortile.

La regia continua il lavoro di ricerca sullo spazio chiuso già tentato nei film precedenti; lo scarto sta nella disinvoltura con cui il pubblico “si fa’ carico” dello stimolo tecnico e stilistico proposto. Hitchcock svolge il suo tema su piani sovrapposti: approfitta dell’infermità di Jeff (la prigione del corpo), dell’estensione del suo appartamento (la superficie ristretta del rifugio), della recinzione dell’immobile (la rete urbana di un cortile interno), dell’aspettativa di un’unione matrimoniale (il vincolo sentimentale).

I suoni usati nella descrizione della vicenda sono pochi ma molto precisi: si impiega la musica per creare dei toni caratteristici e un’atmosfera singolare, animando così il mondo in cui si svolge la storia. “Rear window” apre con una musica jazz che dovrebbe raccontare le strade di Greenwich Village degli anni ’50. In realtà non esiste una colonna sonora ben precisa, e a quell’epoca era una cosa davvero insolita e alquanto azzardata; tutto questo, però, contribuisce a darci un’idea di verosimiglianza, come se non ci fosse nessuna intrusione e tutto fosse reale. L’unica musica presente è quella che proviene da uno degli appartamenti mentre qualcuno ascolta un disco o suona un piano.

Semmai si fa ricorso a una lirica già esistente, non composta originalmente, come “That’s Amore”. Oppure alla canzone “Lisa”, che è una parte integrante della storia; il pezzo viene ideato davanti ai nostri occhi e alle nostre orecchie da un canzoniere in difficoltà alla ricerca di una melodia e di un’armonia che sviluppi qualcosa di interessante. Uno dei personaggi verrà addirittura salvato, grazie all’ispirazione che troverà in questa musica

Il personaggio di Jeff viene affiancato nelle sue avventure da Lisa Carol Freemont, una donna  appartenente a quella rarefatta atmosfera di Park Avenue che non porta lo stesso vestito due volte. Grace Kelly la interpreta con naturalezza di temperamento e di stile. Jefferies non presta molta attenzione alla bionda spigliata e avvenente, sembra anzi temerla più di quanto si possa concepire. La prima inquadratura del volto di lei, quando va a fargli visita, è una delle riprese più belle del viso di una donna.

La relazione tra i due testimonia della terribile incompatibilità delle posizioni maschili e femminili, così come sono state definite e come si sono evolute all’interno della nostra cultura. Lei va audacemente a caccia di una fede nuziale, mentre Jeff pensa solo al lavoro e alla propria libertà. Un avvicinamento lo si avrà solo dal momento in cui lei sceglierà di vivere una vita avventurosa e pericolosa come il suo amato. L’idea che ha Hitchcock dell’amore romantico è a dir poco scettica.

La sceneggiatura di John Michael Hayes, uno dei migliori che Hitchcock abbia mai avuto a disposizione, è basata sul racconto di Cornell Woolrich pubblicato nel 1942 ed è stimolante, con idee sempre così “visive” e perfettamente cinematografiche che favoriscono un’immediata compenetrazione negli accadimenti. E’ diversa dal libro perché inserisce la storia d’amore e tanti altri personaggi funzionali all’intromissione di Mr. Hitchcock in un mondo privato e intimo, qual è quello del cortile. Il soggetto, comunque, assicura un copione di impietoso rigore e di illusoria levità.

Le interpretazioni sono davvero eccezionali. Thelma Ritter, nel ruolo di Stella, la caustica infermiera che lavora per la compagnia di assicurazioni, è fantastica. Contribuisce a rivelare il carattere del personaggio di James Stewart in modo determinante, portando una ventata di humour e concedendo al pubblico alcune “pause” durante le quali poter ridere di gusto. “Quando la General Motors va al bagno 10 volte al giorno, l’intero Paese è sull’orlo della rovina”, dice Stella a proposito di quando aveva in cura un dirigente della famosa azienda statunitense, prima della crisi economica del 1929. Cosa si nasconde dietro la finestra del mistero?

Jefferies è un bellissimo esempio di eroe ambiguo e Jimmy Stewart non poteva essere attore più adatto nel rendere questa inafferrabilità. Il primo piano più curioso e significativo fatto su di lui, quello che ci rivela qualcosa di veramente schietto e spontaneo, si ha quando Lisa si interessa finalmente all’omicidio, rischiando la vita come un’avventuriera.

Hitchcock trova umanità anche nei personaggi più maligni, c’è sempre qualcosa di simpatetico verso i criminali e, in questo caso, di compassionevole. Abbiamo l’impressione che l’assassino sia in trappola ma che sia stato spinto a fare quello che ha fatto, con una giustificazione esistente a priori (anch’egli vittima di un vincolo sentimentale troppo opprimente?).

Alla fine due cuori si incontreranno grazie a una nuova melodia musicale, un appartamento sarà “purificato” dall’intervento degli imbianchini, nasceranno nuovi affetti nei confronti degli animali, un’altra gamba sarà destinata a rompersi e una grandiosa opera cinematografica sarà completata.

Le tendine si richiudono, lo spettacolo è terminato. E a noi, fieri e moderati voyeurs, rimane la voglia di riaprirle.