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IL DELITTO PERFETTO

Un film di Alfred Hitchcock.



Con Ray Milland, Grace Kelly, Robert Cummings, Anthony Dawson, John Williams [II].


Titolo originale Dial M for Murder. Giallo, Ratings: Kids+16, durata 105 min. – USA 1954.

VOTO: 8

Un bacio senza amore a colazione. E un altro, un po’ più vero (guai a sfuggire ai codici etici), scambiato quando è sera. Il primo è quello che Margot (Grace Kelly) concede al marito Tony (Ray Milland); il secondo è quello dato all’amante Mark, appena sbarcato in Inghilterra con la Queen Mary. Come fare per tenere segreta la relazione? In realtà Tony sa più di quello che sembra, visto che ingaggia un sicario per tentare di uccidere la moglie. D’altronde nei film di Hitchcock, è notorio, quando un uomo si avvicina a una bionda è per baciarla o… per assassinarla.

Tratto dal lavoro teatrale di Frederick Knott, e sceneggiato dallo stesso commediografo, “Il delitto perfetto” non è un compitino svolto con leggerezza. Ciò che sorprende, nell’adattamento cinematografico, è la secchezza dello scritto, che va dritto al sodo (l’intrigo mistery) non curandosi troppo degli aspetti (e ce ne sarebbero stati da approfondire) sentimentalisti. Quello che invece si mantiene sono gli ambienti chiusi della rappresentazione. Nessuno che arei gli ambienti prima di soggiornarvi; piuttosto, i malintenzionati, tendono a chiudere porte e finestre per ricavare vantaggio dal silenzio e dalle ombre. La suspense incrementa e avanza veloce alla volta dell’imboscata tesa all’ignara Margot.

Il livello dell’ironia è invece un po’ basso, e forse questa assenza pregiudica, a mio modo di vedere, il valore artistico del film. Una satira “vista da lontano”, messa in scena soprattutto per mandare volontariamente all’aria il piano delittuoso, si ha al momento dello scambio delle chiavi (perché tutte le chiavi si assomigliano, sembrano uguali) e al pettinarsi dei baffi dell’ispettore, soddisfatto e sorridente. Manca il classico humour à la James Stewart, l’attore feticcio del regista il quale vedeva riflettersi in lui tutta l’imbranataggine e l’inadeguatezza dei suoi complessi. Ray Milland è una specie di sostituto temporaneo, scelto forse per i toni estremamente freddi, disperati e tristi che traspaiono dal suo volto. Mentre Grace Kelly ha un’espressione che vorrebbe essere afflitta e tormentata, ma risulta più che altro inebetita.

I colori usati durante il riconoscimento della sua colpevolezza, così enfatizzati da lampade rosse intermittenti a macchiarne il viso, richiamano certi acuti astrattismi de “La donna che visse due volte”. E c’è anche qui un primo piano a centro scena che racconta un itinerario giudiziario in poco meno di un minuto, facendo ricorso a una voce off che non lascia spazi a contraddittori sull’esame oggettivo delle prove. Sappiamo che il regista non crede molto nella giustizia. Ciò che premeva di più era forse passare sopra anche alla giurisdizione per fargli perdere importanza. E’ per questo che inquadra i poliziotti mentre vagabondano sui marciapiedi di Londra, “puntando” il crimine, in attesa di un misfatto che i loro occhi non sono in grado di percepire.

Hitchcock, nel girare “Dial M for murder”, volle azzardare (e forse di questo se ne pentì) la nuova frontiera del 3D: un giochino che non portò molta fortuna ne’ agli incassi ne’ al coinvolgimento, visto che di per se i dialoghi erano più che sufficienti per creare la tensione necessaria. Inquietudine accentuata da un insieme di inquadrature che dal basso puntano verso l’alto (e viceversa), in un rimpallo di prospettive atto a richiamare l’attenzione dello spettatore e a generare in lui una minuta sensazione di vertigine. La tridimensionalità contribuì a monopolizzare l’interesse verso telefono, forbici, calze e chiavi: arnesi emblematici che divennero un poco più sinistri e imponenti.

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NOTORIUS – L’amante perduta

Un film di Alfred Hitchcock.

Con Cary Grant, Claude Rains, Louis Calhern, Ingrid Bergman, Reinhold Schünzel.

Titolo originale Notorious. Thriller, durata 101 min. – USA 1946.

 

 

 

 

 

VOTO: 8


Evidentemente influenzata da schemi di lettura giallo-rosa, la struttura da thriller di “Notorius” si tinge di propositi sentimentali e, combinata alla spy story, sintetizza splendidamente tali generi sfuggendo a qualsiasi classificazione. In quella, si sottrae pure a una guerra che giunge molto lontana, assente ed edulcorata in un contesto scenografico sfarzoso. Più che a chiavi di porte o cantine, l’abilità di Hitchcock ci ammalia grazie a chiavi che potremmo definire del cuore, costruendo una storia pervasa da un rosa amoroso, continentale e calcolato; nel quale i personaggi si amano (il triangolo sì), si baciano e si ingelosiscono. Partendo da una festa a Miami, per finire a Rio de Janeiro, e transitando da una scena che all’epoca passò alla storia come il bacio più lungo mai scambiato sugli schermi cinematografici.

Bisogna considerare che il trasferimento dall’Inghilterra agli Stati Uniti generò nel regista un senso di malessere e disagio, il quale viene recepito quando ci fa notare quella che sembra essere la condotta abituale degli americani (alcool e festini, con tanto di guida in stato di ebbrezza), sempre sull’orlo di una depravazione morale che obnubila la mente e la vista (in più di un’occasione il personaggio di Ingrid Bergman è avvolto da una foschia appannante causata dal bere prima, e dal veleno e dai calmanti poi).

Il gruppo segreto di nazisti nostalgici è SPIEtato in modo intermittente tanto che, cercando di andare diritto allo scopo e senza riservare nessuna carità per chi sgarra, non potrebbe permettersi divagazioni facendosi incastrare dai toni del melodramma. Ed è proprio così che Hitchcock si inserisce all’interno di un racconto “serio”, dando la priorità a una (non banale) storia d’amore che contende il palcoscenico al senso del dovere e facendo diventare l’intero complotto una semplice scusa. I criminali non appaiono mai come vere personificazioni ostili, e accompagnano la storia con tratti altruistici e tolleranti (Sebastian accoglie Elena senza riserve proponendogli addirittura un matrimonio lampo). Indugiando su questi aspetti si può capire come l’opera sia interamente assoggettata a una simulazione della realtà, grazie alla quale il geniale “Hitch”, in maniera stabile e predeterminata, imbastisce coscientemente una storia parallela a quella “vera”.

Perfettamente ideato per creare diversi momenti di tensione, “Notorius” non lesina suspense. Costruita in modo preciso a partire dalla chiave sottratta mentre un’ombra sinistra si agita nella stanza attigua, l’apprensione cresce in occasione di una semplice stretta di mano amorosa, per sublimarsi nel dolly all’interno del salone della villa sul mare; quello che ci informa su chi possieda la chiave e dove la tenga nascosta, in un’idea registica non molto dissimile dalla carrellata in avvicinamento a svelare il volto del colpevole nel finale di “Giovane e innocente”.  Così come il corteggiamento rivolto a una tazzina da caffè evoca il paragone con il dubbio contenuto del bicchiere ne “Il sospetto”. Un buon ricevimento non può esser definito tale senza servire lo champagne. E quando la cassa si esaurisce in fretta aumentano le palpitazioni e le possibilità di un cambiamento di postura sulla poltrona.

L’ombra di Claude Rains ci viene mostrata in tutte le forme. Ora allungata, poi deformata, infine sola immagine allo specchio, Sebastian è un fantasma diabolico ma sfocato. Come la scoperta dell’uranio: elemento che avrebbe potuto aprire infinite parentesi sul conflitto nucleare e che invece si risolve tutto in una ramazzata nel tentativo di farlo sparire. Il regista lo fa rimanere sullo sfondo, come minuzia generata tipicamente da un Mac Guffin, tanto che con l’avvicendarsi dei rapporti tra i tre protagonisti resta privo di significato e importanza.


INTRIGO INTERNAZIONALE

Intrigo internazionaleUn film di Alfred Hitchcock.

Con James Mason, Martin Landau, Cary Grant, Eva Marie Saint, Jessie Royce Landis.


Titolo originale North by Northwest. Spionaggio, durata 136 min. – USA 1959.






VOTO: 9,5


Nel mondo della pubblicità non esistono bugie, solo parecchia esagerazione. Ecco quindi che un brillante pubblicitario, Roger Thornhill (Cary Grant), dallo sguardo così sornione e seducente, grazie a un equivoco, è oggetto di uno scambio di persona. I suoi rapitori, prendendo un granchio, credono che egli sia un certo Sig. Kaplan e lo conducono presso la maestosa abitazione di Lester Townsend, nello stato di New York. Da lì, una serie di avvenimenti frenetici e irreversibili daranno da fare al nostro Roger il quale, sballottato da una situazione incomprensibile all’altra e in costante pericolo di vita, sarà costretto a cavarsela in quale modo.

Tutte le piste che proviamo a seguire, alla ricerca di tracce e indizi che possano permetterci di comprendere qualcosa sui perché della storia, sembrano chiudercisi in faccia, come le porte dell’autobus sul volto di Hitchcock all’inizio del film. Il regista si diverte a farci smarrire in questo labirinto e, tutto quello che è in grado di concedere, sono particolari futili e ingegnosamente ironici (ci fa sapere, per esempio, che Kaplan ha la forfora ed è di qualche taglia inferiore a Thornhill).

L’ironia la fa da padrona; poche volte come in questo film Hitchcock se ne è servito per sciorinare battute a raffica. Tutta la prima parte con tanto di madre al seguito (una raggiante e salottiera Jessie Royce Landis) che riprende causticamente le situazioni nelle quali si è cacciato il figlio Roger è fresca, invitante e briosa. Una signora viziata dalle partite di bridge con le amiche, che si concede di accettare i soldi del figlio per ottenere la chiave di una camera d’albergo, è un modo non convenzionale di narrazione. Si vede che il nuovo “complice” nella sceneggiatura, Ernest Lehman, ha intenzione di riportare quell’allegria sepolta dalle vicende de “La donna che visse due volte”. Il lavoro del prosatore ridà luce ai personaggi, trionfando con i suoi dialoghi brillanti e astuti. Galeotto fu il treno

Benchè molti sostengano che “Intrigo internazionale” sia un film dalla trama troppo complessa, si può smentire facilmente questa ipotesi ribattendo che è, invece, una pellicola scritta in stato di grazia, piena di spirito, sofisticata e affascinante.

E’ una spy story prettamente hitchcockiana che a tratti somiglia, viste le parentesi rosa che prendono momentaneamente il sopravvento, ad alcuni scritti della conterranea Agatha Christie. Come lei, il regista rimane apolitico e lontano dalla vera Storia; i rischi che corre il Sig. Thornhill vengono da organizzazioni criminali instabili e provvisorie. Il cinema, d’altronde, stava per accogliere le avventure di 007.

E ci si può permettere pure di far incontrare l’ironia con la suspense, visto che i rapitori sono pronti a mostrar le pistole senza tanti cerimoniali. In tal senso, la scena dell’ascensore, con Thornhill che cerca di sfuggire a un possibile attentato alla sua vita, si risolve in una fragorosa risata che rilassa solo i presenti dell’angusto spazio in movimento ma non lo spettatore che ha tutte le informazioni per capire che c’è ben poco da stare allegri. Come dice un signore a capo dell’ufficio dei servizi segreti: “è una cosa triste ma a me viene da ridere”.

Poco dopo, Hitchcock fa incocciare la suspense con la paura vera e propria, mettendo in scena un assassinio con tanto di prova “inconfutabile” ancora  a carico di Thornhill; più che un inseguimento a opera di sconosciuti, quello perpetrato ai danni di Cary Grant sembra un  pedinamento orchestrato dal suo regista che lo fa passare per ladro, alcolizzato e assassino vendicativo. Hitchcock ci mostra che noi stessi saremmo potuti diventare, con una certa facilità e pur conducendo vite ordinarie, vittime ignare di segreti, tradimenti e perfino di trame governative. Una scena memorabile

Una fuga vissuta pericolosamente quella di Roger. Indimenticabile a tal proposito, ed entrato di diritto nella storia del cinema, il tentativo di uccisione tramite il mitra piazzato sul biplano. Una concessione all’action dai risultati strabilianti. Un campo di mais battuto dal sole cocente, una strada pressoché desolata e 7 minuti di girato quasi senza dialoghi, durante i quali accadono un sacco di cose. Suspense cristallina ancora oggi insuperata, e supportata solo dal brontolio del motore dell’aereo che tallona Thornhill e che viola il silenzio del deserto.

Ambientazioni e scenografie a tratti futuristiche accompagnano questo viaggio non previsto; a parte i “soliti” titoli di testa meravigliosamente gestiti da Saul Bass e “proiettati” geometricamente sui vetri del Palazzo delle Nazioni Unite, alcune architetture sono costruite con tecniche avanguardiste e le riprese dall’alto non fanno che esaltare la loro regolarità. Anche la villa di Philip Van Damm (James Mason) nel South Dakota risulta costruita con forme ardite; edificata in pietra e provvista di grosse vetrate con vista mare è caratterizzata da una struttura rigorosa.

E’ il nuovo che si sposa con la Storia del monte Rushmore, lì a due passi. Lode al grande talento di quello scenografo che fu Robert Boyle. Nemmeno lo stile, però, può farla franca e non sfugge ai contenuti esilaranti dello script: la presa in giro si estende fino a una galleria d’asta spassosa, dove Grant offre pochi dollari per opere d’arte considerate di pregio assoluto.

L’aeroporto NordOvest (il misterioso “North by Northwest” del titolo ha, allora, un significato?) dove la Polizia di Chicago conduce Grant secondo le indicazioni dei servizi segreti, è un luogo chiarificatore di molte figure che partecipano segretamente all’intrigo. Roger, il protagonista, guada l’America da costa a costa rendendo omaggio ad alcuni siti emblematici dello Stato, come il palazzo delle Nazioni Unite e il monte Rushmore, conducendo la sua “tranquilla” gitarella nello stile del road thriller nato già ai tempi de “Il club dei trentanove” e di “Giovane e innocente”.

Ecco che l’arbitrarietà di linguaggio, espresso da Hitchcock nei suoi giochi di parole e nei futili tentativi di dare un senso preciso alle sue intenzioni, non è altro che un poderoso e illogico spunto per mettere in scena una suggestione emotiva a danno della plausibilità. Il Maestro ha una totale padronanza dello spazio e del tempo, ordini del tutto malleabili da trasformare in funzione dell’autonomia creativa.

Il romanticismo (elemento che inizia e si compie su di un treno), si diceva, stempera le corse di questi uomini malamente affaccendati in vicende che, alla lunga, sarebbero state poco interessanti. Ma anche questo elemento non fa altro che renderci vittime di continui depistaggi: quella che crediamo possa essere una vera infatuazione oppure un soccorso messo in atto dai “buoni” è solo fumo negli occhi, un calcolato corteggiamento abbinato a freddo distacco, e il risultato è che veniamo sballottati come passeggeri su un accelerato per Chicago.

A volte i baci sono avvelenati ed è impossibile non confrontarsi con l’astuzia e la bruta malvagità della squadra di donne bionde a disposizione di “Hitch”. Il corteggiamento è giunto al termine

L’ultima arrivata si chiama Eva Marie Saint, ed è inevitabile un confronto con le altre ragazze dal capello dorato quali Grace Kelly, Tippi Hedren e Kim Novak. La Marie Saint appare indecisa, con meno carisma e fascino. Non ha molte variazioni di espressività e non bastano nemmeno le pettinature sofisticate di Sydney Guilaroff o gli abiti sfavillanti scelti dallo stesso regista a salvarci da un sottile imbarazzo.

Ciononostante resterà per sempre nella nostra memoria. Quantomeno perché protagonista di una delle scene più originali e subdole richiamanti un coito. Il treno che, sul finale, entra in galleria (e che viene introdotto da un magnifico stacco, attraverso il quale Hitchcock ribalta una situazione di estrema tensione in una di maliziosa intimità) la fa’ in barba al moralista Codice Hays. Ovvia l’allusione all’atto sessuale mostratoci qui con veemenza subliminale.

“North by Northwest” è un film che ha retto alla prova del tempo. L’incomparabile regia di Hitchcock, la solida sceneggiatura di Lehman e la splendida interpretazione di Cary Grant creano ancora una magia alla quale partecipiamo, da spettatori, sempre molto volentieri.

Le avventure di questo giovanotto che resta in giro per giorni e giorni, quasi sempre con lo stesso vestito macchiato di whisky, pesticidi, sangue, impolverato a più riprese, rinfrescato da un solo cambio di camicia, che passa da una stazione di polizia all’altra, da un mezzo di trasporto all’altro (treni, aerei, autobus), che si strappa i pantaloni e sgualcisce pure gli abiti delle signorine… sono impagabili.

Caro Grant, impertinente scavezzacollo che non sei altro, per una volta lascia perdere la guerra fredda e ricordati che la mamma ti aspetta per cena. D’altronde “Psyco” è alle porte e ben altre figure materne sono in sinistra attesa…


LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE

La donna che visse due volteUn film di Alfred Hitchcock.

Con Kim Novak, James Stewart, Tom Helmore, Henry Jones, Barbara Bel Geddes.


Titolo originale Vertigo. Giallo, Ratings:
Kids+16, durata 128 min. – USA 1958.







VOTO: 8,5


I tetti di San Francisco sono infidi, scivolosi e… lontani da terra. Se ne rende ben presto conto il poliziotto John “Scottie” Ferguson (James Stewart) che rimane appeso a un cornicione durante un inseguimento. Lo shock dovuto alla vertigine sarà così grande da fargli prendere la decisione di abbandonare il servizio e di andare in pensione, forte del suo agio economico da scapolo inveterato.

Gavin, un vecchio amico, gli chiede una cortesia: seguire sua moglie Madeleine (Kim Novak) perché teme che qualcuno possa farle del male. Dice che la donna è molto debole, gira chissà dove, forse in preda a uno stato di profonda depressione.

John, dunque, sorveglia la bionda Madeleine, la quale fa visita alla tomba di una certa Carlotta Valdes, nata il 3 Dicembre del 1831 e morta 26 anni dopo. Successivamente la ritrova al “California Palace of the Legion of Honor”, mentre fissa un quadro di una donna di metà Ottocento che tiene in mano un mazzo di fiori uguale a quello che ella stessa, poco prima, ha acquistato. Anche la pettinatura delle due donne è la medesima. John scopre, così, che Madeleine è vittima incosciente di un transfert di identità. Sembra, infatti, essere posseduta dallo spirito di un’antenata (Carlotta Valdes, appunto), costretta a separarsi dalla figlia e per questo suicida a 26 anni. La stessa età della bella Madeleine… La scala del campanile

La musica di Bernard Herrman contribuì in modo decisivo all’impatto emotivo della pellicola. Basti pensare alla splendido componimento a spirale e, allo stesso tempo, intensamente romantico (la colonna sonora, una delle più struggenti e suggestive mai ascoltate, spiega in gran parte il fascino che “Vertigo” ha ancora oggi).

C’è un invidiabile incontro nei titoli di testa tra le musiche di Herrman e i disegni di Saul Bass, il quale, durante gli anni ’50, rivoluzionò la grafica degli “attacchi” nei film. Bass fu capace di sintetizzare l’intera pellicola, usando una sola immagine in pochi minuti di “vortici” colorati e sovrapposti i quali conducono immediatamente al senso di perdita dell’equilibrio.

Il fotografo Robert Burks rispettò lo schema di colori rossi e verdi (l’abito da sera verde, indossato dalla Novak durante la serata al ristorante e in contrasto con il rosso della parete, è tanto bello da togliere il fiato) richiesto dal regista, e si servì di filtri che rimandavano alla sensazione di nebbia per creare un’atmosfera onirica. Un profilo magnifico

Un contesto mitigato dai duetti con la pittrice e disegnatrice di moda Midge, l’amica di John, i quali sono molto divertenti e spontanei; rappresentano quel lato ironico irrinunciabile nelle opere di Hitchcock. Perché, se da una parte il Maestro apre una voragine verso la morte, il subconscio e l’inganno, dall’altra ha bisogno di rafforzare la sua personalità, stemperando la tensione dell’intreccio con battute sottili e ingegnose. Delizioso  :-)

John non si accorge nemmeno della presenza dell’amica. Dopo la tragica esperienza alla quale si è trovato a partecipare (Madeleine si suiciderà nonostante la sua salvaguardia), è catatonico, immobile e sospeso tra i suoi sensi di colpa e il rammarico di aver osato amare una donna già sposata. Nemmeno la musica di Mozart sembra in grado di poter alleviare il dolore che prova.

E qui, Hitchcock, attraverso una semplice panoramica sullo splendido paesaggio assolato ed edificante offerto dalla città di San Francisco, fa un salto in avanti narrativo di straordinaria sintesi e ci proietta verso quella che sarà l’ulteriore discesa verso il vortice paranoico che attende il nostro John.

Egli, infatti, riconosce l’auto della “sua” Madeleine. E poi di nuovo lei che gli compare, mentre cammina per la città. Non è più bionda, “stavolta” ha i capelli castani. Ma sarà davvero la sua amata o solo il frutto di un’alienazione mentale? Potrà bastare un tailleur grigio a poterla ricreare in qualche modo?

Il film è caratterizzato da un turbinio di ossessioni intime e quasi inquietanti. Alfred Hitchcock era un sostenitore del cosiddetto “cinema puro”, caratterizzato da immagini senza parole. “La donna che visse due volte” è la storia di un uomo che, per la prima volta, s’innamora profondamente di una figura femminile con la quale non ha quasi mai parlato e, ciononostante, si abbandona alla più intensa delle sue angosce e fobie amorose. Il formidabile effetto “vertigine” (ottenuto tramite un intelligente accostamento tra una carrellata indietro e una zoomata in avanti), accentua alla perfezione l’acrofobia di cui soffre il protagonista.

Kim Novak conferì una straordinaria intensità emotiva e fu abilissima nel tratteggiare il carattere di due donne così uguali e profondamente diverse: raffinata e distaccata la prima, con quel suo parlare con ritmo quasi assente, vera e appassionata la seconda. Fredda, misteriosa, triste e splendida, Madeleine è da capogiro.


L’UOMO CHE SAPEVA TROPPO (1956)

L'uomo che sapeva troppo  (1956)Un film di Alfred Hitchcock.

Con James Stewart, Doris Day, Bernard Miles, Daniel Gélin, Brenda De Banzie.



Titolo originale The Man Who Knew Too Much. Thriller, colore, durata 120 min. – USA 1956.





VOTO: 8


Rullo di tamburi e squilli di tromba. L’orchestra di Sir. Alfred Hitchcock suona una sinfonia ridondante, lievemente interrotta da un gong a fare da sottofondo e da uno sbatter di piatti quasi discordante e foriero di allarmanti segni premonitori.

Da Casablanca a Marrakech come a Las Vegas, il paesaggio visitato dalla famiglia McKenna in vacanza sembra lo stesso; siamo in Africa o in America? Il Marocco descritto da Hitchcock è un po’ finto, edulcorato, colorato. D’altronde c’è da comprenderne i motivi: a “Hitch” non interessa evidenziare il realismo di luoghi e situazioni, lui è in cerca di mistero e suspense.

Ecco così che i coniugi McKenna sono in giro per il mondo col loro figlioletto. Il ragazzino, di nome Hank, è perspicace (si vede che è figlio di un medico e di una cantante di teatro, tanto la sua erudizione è in fase avanzata) e scambia battute sagaci sulla geografia, la storia e la medicina con il misterioso Louis Bernard, un signore incontrato per caso su un autobus.

L’arrivo del mezzo di trasporto nel traffico umano delle stradine intasate di Marrakech è un’occasione per mostrare un particolare inconscio che ritornerà in seguito: uno degli uomini nella folla è vestito allo stesso modo (stesso colore, forma e cappuccio) col quale sarà identificato, più tardi, il cadavere di Louis Bernard. Cosa nasconde il passato di quest’uomo? Quale segreto stava portando con se’? Il bambino dei McKenna viene successivamente rapito in circostanze inesplicabili; la pista da seguire porta a Londra e a un certo Sig. Ambrose Chappell…

“L’uomo che sapeva troppo” è l’autoremake dell’omonimo film che Hitchcock aveva già girato nel 1934. Ventidue anni dopo si aggregano al progetto star hollywoodiane di prima grandezza quali James Stewart e Doris Day (nei panni dei coniugi) più il Technicolor; Hitchcock sfida se’ stesso ed è capace di modernizzare e affinare tutte le partiture dei suoi registri filmici all’interno di una traccia apparentemente inalterabile.

In un primo momento, la suspense sta nel non darci abbastanza informazioni sui movimenti e sulle intenzioni del Sig. Bernard, sugli sviluppi che potrebbe prendere una vicenda abbastanza comune per come viene costruita. Come mai la famiglia dei McKenna si trova improvvisamente al centro dell’attenzione e deve sopportare le occhiate di distinti signori in piena Africa del Nord?

Ironia e humour vanno a braccetto, indissolubilmente legate dallo spirito di una sceneggiatura a tratti spumeggiante. La sequenza più divertente, a tal proposito, è quella girata al ristorante. L’abbandonarsi del “dottor Stewart” sul sofà non è proprio dei più disinvolti, tra cuscini che cedono facilmente sotto il suo peso, pose scomposte, torcicolli e inopportune sedute sull’abito della signora.

Lo script arricchisce il film inserendo delle false piste, ed è gradevole lasciarsi prendere un po’ in giro. Il negozio di impagliatori diventa un efficace teatrino per esilaranti tafferugli, tra pesci sega pericolosamente vicini al naso del dottore e denti di leone o di tigre pronti a lasciare il segno. Hitchcock è capace di creare sempre qualcosa di inconsueto.

E qualcosa di singolare è in programma anche alla Royal Albert Hall di Londra; oltre alla sinfonia per orchestra diretta niente meno che da Bernard Herrman in persona (il famoso compositore delle musiche da film) forse c’è da assistere a un assassinio. Durante il concerto si lascia così tanto spazio all’orchestrazione che alcuni dialoghi tra i protagonisti sono muti; questa scelta produce un’ulteriore senso di trepidazione per la sorte della famiglia americana. Le riprese a campo lungo nella sala sono magnifiche ed esaltano la maniacale applicazione di Hitchcock nello studio di ogni singola scena. La pistola dietro la tenda

Nella prima versione non si notava il volto del suonatore di piatti. In questa, invece, la suspense creata dall’attesa del suono degli strumenti si comunica attraverso l’impassibilità del musicista; la sua indifferenza è importante perché trasmette allo spettatore un’angoscia che si riflette nel fatto di sapere dell’inconsapevole dispositivo letale nelle mani del suonatore. Il regista è riuscito a passare da un’ “impressione” di Cinema (quella che dava nella versione del ’34) a un’altra fatta di “genesi e creazione”.

Ci si domanda perché i coniugi McKenna, a un certo punto, si interessino più all’ “intrigo internazionale” e alle conseguenze politiche piuttosto che alle sorti del loro amato figlioletto. Cercano di salvare la vita al Primo Ministro in modo così risoluto che la vita del bambino sembra passare in secondo piano. Un prezzo da pagare alla causa della suspense? Il film del periodo inglese, in questo, rimane più diretto, drammatico e concreto.

Da brividi il canto di Doris Day presso la sede del Consolato: la sua voce risuona tra le stanze e i corridoi fino ad arrivare ai piani più alti (splendidi gli stacchi della macchina da presa che rendono alla perfezione l’idea della disperazione e della partecipazione emotiva della madre, capace di arrivare ovunque quando il suo cuore lo desidera).

“Que sera, sera. Whatever will be, will be. The future’s not ours to see. Que sera, sera”.

Pura emozione.


LA FINESTRA SUL CORTILE

La finestra sul cortileUn film di Alfred Hitchcock.



Con Raymond Burr, Thelma Ritter, Wendell Corey, James Stewart, Grace Kelly.



Titolo originale Rear Window. Giallo sentimentale, durata 112 min. – USA 1954.



VOTO: 10


Si aprono lentamente le tendine su di un cortile newyorkese, composto da un piccolo grande Universo: una ballerina continua i suoi esercizi anche mentre prepara la colazione e cura la sua solitudine amorosa a colpi di spazzola, un compositore di pianoforte cerca l’ispirazione, un rappresentante di gioielli con la moglie malata conduce una vita ritirata, una coppia di freschi sposini è in perenne accoppiamento, Miss Cuore Solitario attende il Principe Azzurro, una scultrice di opere astratte lavora superficialmente.

Il fotoreporter Jefferies, per lo più votato all’avventura, è bloccato su di una sedia a rotelle perché si è rotto una gamba: il suo ultimo servizio su una corsa automobilistica è stato troppo ravvicinato e da 6 settimane ne sta pagando le conseguenze. La noia lo sta assalendo e ha, come unica scappatoia, quella di curiosare sulle attività dei vicini. Manca solo una settimana alla tanto sospirata libertà motoria e Hitchcock sembra volerlo aiutare quando lo vediamo sistemare l’orologio in una delle sue tipiche apparizioni; ma il tempo, per Jefferies, scorrerà più in fretta di quanto non possa immaginare…

“La finestra sul cortile” (nominato all’Oscar per la Miglior Regia, la Sceneggiatura, la Fotografia e il Sonoro) è il più felice esempio del cinema di Hitchcock, il suo film più rappresentativo. Si notano subito la genialità tecnica, la capacità di raccontare una storia in modo unicamente accattivante, lo humour e, dal punto di vista tematico, sono presenti il voyeurismo mescolato alle relazioni sentimentali e alla sessualità. James Stewart spia l'avvenente dirimpettaia

In particolare l’uso del punto di vista soggettivo è al centro della storia: il personaggio di James Stewart (Jefferies, appunto) vede e noi vediamo ciò che lui vede. Questo è il fulcro del modo di Hitchcock di fare cinema e lo conduce con molta destrezza; a lui il potere ti tagliare e mostrare le immagini che vuole, di metterle insieme o di sovrapporle grazie a un’intelligenza metodica senza pari. E a lui l’abilità nell’allontanarsi da questo vincolo “soggettivo” quando decide, unica volta durante il film, di farci assistere a un particolare rilevante mentre Jeff dorme: una ricetta perfetta per aumentare la suspense e per renderci complici della vicenda.

All’esterno del microcosmo raccontato nel cortile di “casa Stewart” c’è un mondo frenetico e noi ne vediamo solo una parte, quel pezzo di strada che compare fra le mura delle case. Ma, per tutto il film, Hitchcock non ci fa mai uscire dal cortile.

La regia continua il lavoro di ricerca sullo spazio chiuso già tentato nei film precedenti; lo scarto sta nella disinvoltura con cui il pubblico “si fa’ carico” dello stimolo tecnico e stilistico proposto. Hitchcock svolge il suo tema su piani sovrapposti: approfitta dell’infermità di Jeff (la prigione del corpo), dell’estensione del suo appartamento (la superficie ristretta del rifugio), della recinzione dell’immobile (la rete urbana di un cortile interno), dell’aspettativa di un’unione matrimoniale (il vincolo sentimentale).

I suoni usati nella descrizione della vicenda sono pochi ma molto precisi: si impiega la musica per creare dei toni caratteristici e un’atmosfera singolare, animando così il mondo in cui si svolge la storia. “Rear window” apre con una musica jazz che dovrebbe raccontare le strade di Greenwich Village degli anni ’50. In realtà non esiste una colonna sonora ben precisa, e a quell’epoca era una cosa davvero insolita e alquanto azzardata; tutto questo, però, contribuisce a darci un’idea di verosimiglianza, come se non ci fosse nessuna intrusione e tutto fosse reale. L’unica musica presente è quella che proviene da uno degli appartamenti mentre qualcuno ascolta un disco o suona un piano.

Semmai si fa ricorso a una lirica già esistente, non composta originalmente, come “That’s Amore”. Oppure alla canzone “Lisa”, che è una parte integrante della storia; il pezzo viene ideato davanti ai nostri occhi e alle nostre orecchie da un canzoniere in difficoltà alla ricerca di una melodia e di un’armonia che sviluppi qualcosa di interessante. Uno dei personaggi verrà addirittura salvato, grazie all’ispirazione che troverà in questa musica

Il personaggio di Jeff viene affiancato nelle sue avventure da Lisa Carol Freemont, una donna  appartenente a quella rarefatta atmosfera di Park Avenue che non porta lo stesso vestito due volte. Grace Kelly la interpreta con naturalezza di temperamento e di stile. Jefferies non presta molta attenzione alla bionda spigliata e avvenente, sembra anzi temerla più di quanto si possa concepire. La prima inquadratura del volto di lei, quando va a fargli visita, è una delle riprese più belle del viso di una donna.

La relazione tra i due testimonia della terribile incompatibilità delle posizioni maschili e femminili, così come sono state definite e come si sono evolute all’interno della nostra cultura. Lei va audacemente a caccia di una fede nuziale, mentre Jeff pensa solo al lavoro e alla propria libertà. Un avvicinamento lo si avrà solo dal momento in cui lei sceglierà di vivere una vita avventurosa e pericolosa come il suo amato. L’idea che ha Hitchcock dell’amore romantico è a dir poco scettica.

La sceneggiatura di John Michael Hayes, uno dei migliori che Hitchcock abbia mai avuto a disposizione, è basata sul racconto di Cornell Woolrich pubblicato nel 1942 ed è stimolante, con idee sempre così “visive” e perfettamente cinematografiche che favoriscono un’immediata compenetrazione negli accadimenti. E’ diversa dal libro perché inserisce la storia d’amore e tanti altri personaggi funzionali all’intromissione di Mr. Hitchcock in un mondo privato e intimo, qual è quello del cortile. Il soggetto, comunque, assicura un copione di impietoso rigore e di illusoria levità.

Le interpretazioni sono davvero eccezionali. Thelma Ritter, nel ruolo di Stella, la caustica infermiera che lavora per la compagnia di assicurazioni, è fantastica. Contribuisce a rivelare il carattere del personaggio di James Stewart in modo determinante, portando una ventata di humour e concedendo al pubblico alcune “pause” durante le quali poter ridere di gusto. “Quando la General Motors va al bagno 10 volte al giorno, l’intero Paese è sull’orlo della rovina”, dice Stella a proposito di quando aveva in cura un dirigente della famosa azienda statunitense, prima della crisi economica del 1929. Cosa si nasconde dietro la finestra del mistero?

Jefferies è un bellissimo esempio di eroe ambiguo e Jimmy Stewart non poteva essere attore più adatto nel rendere questa inafferrabilità. Il primo piano più curioso e significativo fatto su di lui, quello che ci rivela qualcosa di veramente schietto e spontaneo, si ha quando Lisa si interessa finalmente all’omicidio, rischiando la vita come un’avventuriera.

Hitchcock trova umanità anche nei personaggi più maligni, c’è sempre qualcosa di simpatetico verso i criminali e, in questo caso, di compassionevole. Abbiamo l’impressione che l’assassino sia in trappola ma che sia stato spinto a fare quello che ha fatto, con una giustificazione esistente a priori (anch’egli vittima di un vincolo sentimentale troppo opprimente?).

Alla fine due cuori si incontreranno grazie a una nuova melodia musicale, un appartamento sarà “purificato” dall’intervento degli imbianchini, nasceranno nuovi affetti nei confronti degli animali, un’altra gamba sarà destinata a rompersi e una grandiosa opera cinematografica sarà completata.

Le tendine si richiudono, lo spettacolo è terminato. E a noi, fieri e moderati voyeurs, rimane la voglia di riaprirle.