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Articoli con tag “guerra

THE WAY BACK

Un film di Peter Weir.

Con Dragos Bucur, Colin Farrell, Ed Harris, Alexandru Potocean, Saoirse Ronan.

Drammatico, durata 133 min. – USA 2010. – 01 Distribution. Uscita: venerdì 6 luglio 2012.

VOTO: 9

Un gruppo di persone, composto ora da 6 ora da 7 individui, secondo un’alternanza che sembra ricondurre alla precarietà di un nucleo familiare, fugge da un gulag siberiano all’inizio della seconda guerra mondiale. L’evasione così imbastita sembra rivestita da un’indole quasi estemporanea: i latitanti non si raccontano quasi niente di se, non si fidano, fanno progetti itineranti ma in pochi credono di poter arrivare alla meta del lago Baikal e poi oltre, fino ai confini mongoli. Inizia per loro una vera e propria via crucis (vedere per credere), con tanto di cappello/corona di spine, documentata dal libro di Slavomir Rawicz intitolato “Tra noi e la (altro…)

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L’INFANZIA DI IVAN

Un film di Andrei Tarkovskij.

Con Nikolaj Grinko, Kolia Buriliaev, Valentin Zubkov.

Titolo originale Ivanovo detstvo. Guerra, Ratings: Kids+16, b/n, durata 95 min. – URSS 1962.

VOTO: 8,5

In esplorazione per conto dell’esercito russo, una pedina strategica permette alle truppe di avanzare e guadagnare terreno. Contrariamente a quanto state pensando, non si tratta di un eroe forte e muscoloso. Ma di un dodicenne di nome Ivan (Kolja Burljaev) verso il quale la vita si è presentata nel modo più spietato possibile, portandogli via entrambi i genitori durante il secondo conflitto mondiale. Lasciando, nel suo animo non più candido, uno scontro perenne che vede prevalere ora il demolito presente, ora il candido tempo andato. I nuovi padri sono tenenti e capitani delle forze armate. Capaci di amare, a modo loro. (altro…)


PRIMA LINEA

Un film di Robert Aldrich.

Con Eddie Albert, Jack Palance, Lee Marvin, Robert Strauss.

Titolo originale Attack!. Guerra, Ratings: Kids+16, b/n durata 107 min. – USA 1956.

 

 

 

 

 

VOTO: 8


Inserito all’interno di una regia dallo stampo neanche tanto classico, “Prima linea” si avvale di una  direzione degli attori sempre molto precisa e puntuale. Aldrich si concede carrelli e dissolvenze di notevole imprinting, alimentando uno stile rapido di ripresa che promuove la concitazione degli eventi e degli animi. Ma più di tutte risaltano certe inquadrature dal basso a ingigantire uomini, volti, case, carri armati, barbari e poderosi tutti. Continuando la sua analisi sull’indole venduta del Potere, il regista racconta la storia di un’insurrezione individuale tra le forze armate statunitensi, accerchiate dall’artiglieria pesante nazista al principio dello scontro sulle Ardenne, nel 1944. Un’opposizione doppia quella messa in scena: da una parte il nemico vero e dall’altra un ostacolo interno. Il doppio contrasto è destinato a generare sconfitte; perché l’Autorità è come un carro armato che schiaccia inesorabilmente chi tenta di scalzare coloro i quali sono votati all’egemonia politica, per merito o per stupida ambizione, sotterrando il cosiddetto “peso popolare” del comando in un accidioso inserimento nel Sistema ormai votato alla cancrena.

Da questo si può facilmente capire come l’America e le forze militari dell’epoca fecero il possibile, visto che Aldrich non conosceva esaltazione per l’amor di patria, nell’osteggiare la produzione e la distribuzione di “Attack!”. Di conseguenza l’ambientazione dove poter svolgere le azioni di guerra vere e proprie fu ridimensionata, e ciò non fece altro che acuire la drammaticità di alcune scene girate in spazi ristretti, lasciando perdere quelle ambizioni di ariosità e panoramicità che avrebbero apportato le scene di attacco aereo. Tra le curiosità della pellicola, c’è la doppia ripresa dalla stessa angolazione dello stesso cingolato, proprio per i motivi suddetti.

Suggestiva la dualità tra il potere ottuso e i soldati di prima linea più deboli, che subiscono perdite fisiche e morali (ci si salva per il rotto della cuffia e ironizzando, non senza aver regalato qualche arto rotto prima di far ritorno a casa). Soprattutto il personaggio interpretato da Jack Palance (il Tenente Joe Costa), è davvero una volpe fragile. Scaltro e tutto d’un pezzo in battaglia, è costretto a scontrarsi con qualcosa che nemmeno conosce e immagina: una debolezza a metà tra lo psicologico e il corruttibile che lo obbliga a trascinarsi per terra, ai piedi di una figura più gracile eppure più spalleggiata di lui. Il rapporto di forza sulle strategie d’attacco giocato con Eddie Albert (il Capitano Erskine Cooney, interpretato dall’attore che ritornerà, altrettanto odioso, in “Quella sporca ultima meta”), mette in evidenza la posizione dell’uomo sbagliato nel posto sbagliato, colui che si trova in quell’avamposto per accontentare un desiderio paterno.

Un nesso che smuove una serie di emozioni così articolate: c’è la paura degli uomini del reparto militare più avanzato, la fiducia quasi incondizionata che essi riconoscono al loro tenente, la validità e l’importanza della parola nel rapporto tra uomini integri, e c’è il bilanciamento del trasformismo di certi colonnelli, il tradimento dei valori umani, le vigliaccherie di chi non sa svolgere i suoi compiti, fino ad arrivare all’omicidio. Nessuno brilla come modello integerrimo e non c’è riabilitazione nemmeno per il Tenente Woodruff che agirà per conto di Costa, offrendosi alla mercé di una democrazia che ormai presta fede senza riserve all’arte del compromesso dei suoi superiori. Leggermente disordinato per l’elevato numero di personaggi coinvolti nell’affaire, tra i quali un Lee Marvin lasciato nell’ombra, “Prima linea” rimane un film dal grande impatto visivo e dalla forte connotazione socio-politica.


BROTHERS – Visto da Pompiere

Un film di Jim Sheridan.

Con Natalie Portman, Tobey Maguire, Jake Gyllenhaal, Bailee Madison, Taylor Geare.

Drammatico, durata 108 min. – USA 2009. – 01 Distribution. Uscita: mercoledì 23 dicembre 2009.






VOTO: 7


L’irlandese Jim Sheridan mette in scena il remake del film danese del 2004  ‘Non desiderare la donna d’altri’ di Susanne Bier e dimostra ancora una volta di essere particolarmente legato alle rappresentazioni (non tanto poetiche) di complicati vincoli familiari. Le produzioni americane, ideatrici del progetto, non si sono trattenute dal desiderio di rifare il bel film della regista premiata dal pubblico del Sundance e, per questo, si sono affidati a un mestierante solido e ad attori giovani e molto promettenti.

Quello che c’è da evidenziare, e che entra piuttosto impetuoso a far parte delle vicende della famiglia Cahill, è il conflitto bellico che gli Stati Uniti stanno portando avanti da anni con il Medio Oriente, in particolare con l’Afghanistan. Tommy (Jake Gyllenhaal) è un beone tiratardi appena uscito di prigione, poco incline a una vita ortodossa e irreprensibile, la sua natura ribelle e anticonformista la si individua pure nella barba che si fa crescere per potersi distinguere e acquistare un’identità più marcata.

Il fratello Sam (Tobey Maguire), capitano dei Marine, inizia la sua quarta missione all’estero e parte per l’Afghanistan lasciando a casa la famiglia composta dalla moglie Grace (Natalie Portman) e dalle due figlie di 10 e 6 anni. Dato per morto dopo che il suo elicottero viene abbattuto sulle montagne del Pamir nel corso di una missione di ricognizione, il vuoto di Sam viene colmato da Tommy, il quale assiste i congiunti e vi si affeziona, a poco a poco riporta l’equilibrio negli altri migliorando pure se’ stesso come persona. In realtà Sam è ancora vivo, prigioniero dei talebani con un suo commilitone e per poter tornare in America dovrà, tra le altre cose, pagare un prezzo altissimo.

Interessante il rapporto tra il padre (un capofamiglia reduce del Vietnam, soggiogante quanto addolorato, ben interpretato da quel marpione di Sam Shepard) e il figlio Tommy: il primo accusa il secondo di essere un vagabondo poco di buono, l’altro vede nel padre la causa della morte (spirituale e fisica?) di Sam, il quale si sarebbe fatto convincere a seguire una vita secondo i rigidi principi morali inculcati dall’orgoglio militaresco. Ed è proprio il peccato dell’orgoglio che ha accecato questo padre, crocevia di rimpianti e livori.

Il personaggio di Maguire, carico di forza di volontà e coraggio, si ritrova improvvisamente a fare i conti con le regole spietate della guerra, con i sensi di colpa e le turbe mentali che questa gli lascerà addosso per sempre. Chi fa ritorno dal fronte ha sovente tormenti che causano un’enorme fatica nel riadeguarsi a una vita ordinaria. Non conta più essere stati buoni giocatori di football, generosi agli occhi dei padri e bravi ragazzi solo per aver servito la patria. A un certo punto entrano in campo quelle difficoltà che non sono superabili pur essendo un buon marine e sembra non esserci altra soluzione se non autopunirsi nel tentativo di ritornare alla vita. Anche e soprattutto la famiglia è divorata dal cancro della guerra alla quale è improbabile sottrarsi con il silenzio o l’oblio. Il conflitto ritorna sempre, è lì dietro l’angolo che aspetta, paziente.

Jake Gyllenhaal, sguardo fermo e gestualità intensa, esprime sentimenti profondi e nobili, il suo Tommy ha il giusto contorno dei personaggi un po’ sbandati, appesantiti dai contrasti e dai tormenti interiori tipicamente americani. E’ struggente assistere a come Tommy si avvicini alla famiglia del fratello scomparso, quando questa rimane con un vuoto affettivo da colmare: a volte basta un accorato aiuto domestico oppure una semplice canzone (non perdete, sui titoli di coda, la bella “Winter” degli U2) per avvicinare due persone piuttosto che solo l’intenzione di amare. La vita va vissuta senza troppe regole, la cosa migliore è seguire il cuore, senza costringersi su sentieri già decisi da speranze altrui.

Tobey Maguire, mai completamente attendibile seppure per una volta ragazzo non cartoonizzato e trasformato fisicamente per aver perso 10 kg., recita in modo un po’ rigido. Il suo marine, quasi costantemente sintonizzato sull’ “aspetto musone”, lascia il segno solo per le azioni che mette in pratica e non per le emozioni che suscita. La Portman, bella quanto prodiga di lacrime, era stata più brava in un film corale come “Closer”.

Da sottolineare l’interessante direzione della fotografia di Fred Elmes, già collaboratore di Lynch per “Velluto blu” e “Cuore selvaggio”, che gioca sulla location statunitense puntando le sue luci su di un gruppo familiare disorientato e su quella afgana avvampando il deserto dei malvagi guerriglieri in azione.

“Brothers” si conferma come una storia ben resa, lineare e molto solida, a tratti spiacevole per alcune scene strazianti e molto spesso toccante. Celebra le qualità della solidarietà, le deformanti conseguenze della guerra, i sensi di colpa e l’attitudine all’indulgenza e alla commiserazione. La pellicola percorre senza sbavature i corridoi domestici della classica famiglia americana delle classi sociali più basse e li inzuppa col sangue del conflitto. Niente di nuovo sotto la bandiera a stelle e strisce: ci si domanda se era il caso di rifare un film così, ricalcando le piste del predecessore e per giunta a breve distanza dalla sua uscita. Un compito diligente, da presentare giusto in tempo alla maestra e far contenti i genitori.


VALZER CON BASHIR

Valzer con BashirUn film di Ari Folman.

Con Ari Folman, Mickey Leon, Ori Sivan, Yehezkel Lazarov, Ronny Dayag.


Titolo originale Waltz With Bashir. Drammatico, durata 87 min. – Israele, Germania, Francia 2008. – Lucky Red. Uscita: venerdì 9 gennaio 2009.






VOTO: 9


“Mi addormento sempre quando ho paura. E do’ sfogo alla fantasia”.

Così recita, in questo splendido cartone animato, uno dei vecchi compagni di combattimento di Ari (soldato a cavallo tra i ’70 e gli ’80 nella guerra del Libano), quando vuol mettere fuori causa lo spiacevole ricordo del conflitto attraverso un inganno perpetrato alla propria mente.

La manipolazione così attuata rimuove, solo temporaneamente, le brutture del vissuto bellico e le ripresenta sotto forma di sogni, di fortuite reminiscenze, di poetiche iniziazioni sessuali, di dolorose forzature (l’uccisione dei cani è una delle sequenze più sconvolgenti che raccontano la guerra in modo mirabile e sintetico, pur senza farla vedere). Tra atmosfere da gita scolastica, quando la maturazione fisica ancora non si è compiuta, e bruschi risvegli sulla realtà, il protagonista deve combattere anche con le sue amnesie dissociative, con l’incapacità di ricordare esperienze importanti in seguito a un evento drammatico o a un senso di colpa.

Realizzato nell’arco di 4 lunghi anni negli studi dello stesso regista israeliano Ari Folman, il film si avvale di una tecnica che unisce la raffinatezza grafica chiaroscurale all’immobilità dei manga. Distante da ogni genere ortodosso, “Valzer con Bashir” sta a metà tra il reportage documentaristico e l’indagine psicoterapeutica. L’anima inquisitoria del film è disseminata dalle interviste fatte agli ex commilitoni, ai testimoni diretti, ai giornalisti; un’incantevole laboriosità identifica questa pellicola, senza mai farla risultare pedante. Ben meritati i due prestigiosi riconoscimenti: il Golden Globe e il César come Miglior Film Straniero. Un lungomare non proprio accogliente

Il conflitto è brutale, viene sbattuto in faccia a giovani che non possono comprenderne a pieno le motivazioni; il senso di spietatezza incombe per tutta la durata della pellicola e, in questo, richiama spesso “Apocalypse Now”.

Al film di Coppola si ispira quando effettua dei balzi narrativi onirici e al contempo lucidi (la gigantesca donna nuda venuta dalle acque, il rumore delle pale degli elicotteri, ma soprattutto la follia incontrollabile, la dimensione allucinatoria e devastatrice, la spiaggia e il surfista col mitra). Il tutto servito con fragranze di patchouli invece di quelle, più sgradevoli, del napalm.

Indimenticabile lo “sganciamento” finale, di fronte al quale si resta muti e inorriditi. Anche la musica, sino a lì agitata ed elettrica, lascia il posto a un violino che graffia l’anima.