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Articoli con tag “giustizia

DEFENDOR

REGIA e SCENEGGIATURA: Peter Stebbings.


ATTORI: Woody Harrelson, Kat Dennings, Elias Koteas, Sandra Oh, Michael Kelly, Lisa Ray.


PAESE: Canada 2009. GENERE: Commedia, Drammatico, Supereroico. DURATA: 95 Min.

VOTO: 8,5

Scritto da WhiteTiger.

Guardate questo film. Non potete perderlo.

Io l’ho visto così, per sbaglio, quasi per scommessa, e devo dire che l’ho vinta. Sì perchè “Defendor”, prima buffo, poi ironico e grottesco, in realtà è la tenera storia di un bambino che diventa volontariamente l’eroe che tutti noi abbiamo sognato di essere, almeno una volta nella vita. Poi (altro…)

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IL MISTERO VON BULOW

Un film di Barbet Schroeder. Con Glenn Close, Jeremy Irons, Ron Silver, Annabella Sciorra, Jack Gilpin.

Titolo originale Reversal of Fortune. Drammatico/Giallo, durata 111 min. – USA 1990.

VOTO: 8

Tappi nelle orecchie, mascherine sugli occhi per proteggersi dalla luce, e fisico pieno di un mix composto da sigarette, alcolici e farmaci. I ricchi di Newport, Rhode Island (a due passi da Boston), si annoiano così, abitando ville grandissime e lussuose, anonimi tra la sfilza di tenute che si affacciano sul mare. Ispirate a una storia vera, le vicende della pellicola vengono introdotte da una voce off, quella di Sunny von Bulow (Glenn Close), che giace in coma irreversibile in un letto di ospedale dal Natale del 1980 (l’ereditiera è morta nel dicembre del 2008, nda). (altro…)


IL DELITTO PERFETTO

Un film di Alfred Hitchcock.



Con Ray Milland, Grace Kelly, Robert Cummings, Anthony Dawson, John Williams [II].


Titolo originale Dial M for Murder. Giallo, Ratings: Kids+16, durata 105 min. – USA 1954.

VOTO: 8

Un bacio senza amore a colazione. E un altro, un po’ più vero (guai a sfuggire ai codici etici), scambiato quando è sera. Il primo è quello che Margot (Grace Kelly) concede al marito Tony (Ray Milland); il secondo è quello dato all’amante Mark, appena sbarcato in Inghilterra con la Queen Mary. Come fare per tenere segreta la relazione? In realtà Tony sa più di quello che sembra, visto che ingaggia un sicario per tentare di uccidere la moglie. D’altronde nei film di Hitchcock, è notorio, quando un uomo si avvicina a una bionda è per baciarla o… per assassinarla.

Tratto dal lavoro teatrale di Frederick Knott, e sceneggiato dallo stesso commediografo, “Il delitto perfetto” non è un compitino svolto con leggerezza. Ciò che sorprende, nell’adattamento cinematografico, è la secchezza dello scritto, che va dritto al sodo (l’intrigo mistery) non curandosi troppo degli aspetti (e ce ne sarebbero stati da approfondire) sentimentalisti. Quello che invece si mantiene sono gli ambienti chiusi della rappresentazione. Nessuno che arei gli ambienti prima di soggiornarvi; piuttosto, i malintenzionati, tendono a chiudere porte e finestre per ricavare vantaggio dal silenzio e dalle ombre. La suspense incrementa e avanza veloce alla volta dell’imboscata tesa all’ignara Margot.

Il livello dell’ironia è invece un po’ basso, e forse questa assenza pregiudica, a mio modo di vedere, il valore artistico del film. Una satira “vista da lontano”, messa in scena soprattutto per mandare volontariamente all’aria il piano delittuoso, si ha al momento dello scambio delle chiavi (perché tutte le chiavi si assomigliano, sembrano uguali) e al pettinarsi dei baffi dell’ispettore, soddisfatto e sorridente. Manca il classico humour à la James Stewart, l’attore feticcio del regista il quale vedeva riflettersi in lui tutta l’imbranataggine e l’inadeguatezza dei suoi complessi. Ray Milland è una specie di sostituto temporaneo, scelto forse per i toni estremamente freddi, disperati e tristi che traspaiono dal suo volto. Mentre Grace Kelly ha un’espressione che vorrebbe essere afflitta e tormentata, ma risulta più che altro inebetita.

I colori usati durante il riconoscimento della sua colpevolezza, così enfatizzati da lampade rosse intermittenti a macchiarne il viso, richiamano certi acuti astrattismi de “La donna che visse due volte”. E c’è anche qui un primo piano a centro scena che racconta un itinerario giudiziario in poco meno di un minuto, facendo ricorso a una voce off che non lascia spazi a contraddittori sull’esame oggettivo delle prove. Sappiamo che il regista non crede molto nella giustizia. Ciò che premeva di più era forse passare sopra anche alla giurisdizione per fargli perdere importanza. E’ per questo che inquadra i poliziotti mentre vagabondano sui marciapiedi di Londra, “puntando” il crimine, in attesa di un misfatto che i loro occhi non sono in grado di percepire.

Hitchcock, nel girare “Dial M for murder”, volle azzardare (e forse di questo se ne pentì) la nuova frontiera del 3D: un giochino che non portò molta fortuna ne’ agli incassi ne’ al coinvolgimento, visto che di per se i dialoghi erano più che sufficienti per creare la tensione necessaria. Inquietudine accentuata da un insieme di inquadrature che dal basso puntano verso l’alto (e viceversa), in un rimpallo di prospettive atto a richiamare l’attenzione dello spettatore e a generare in lui una minuta sensazione di vertigine. La tridimensionalità contribuì a monopolizzare l’interesse verso telefono, forbici, calze e chiavi: arnesi emblematici che divennero un poco più sinistri e imponenti.


LA SICILIANA RIBELLE

Un film di Marco Amenta.

Con Gérard Jugnot, Veronica D’Agostino, Marcello Mazzarella, Carmelo Galati, Lucia Sardo.

Drammatico, durata 110 min. – Italia 2008. – Cinecittà Luce. Uscita: venerdì 27 febbraio 2009.






VOTO: 7,5


Il diario confidenziale tenuto da una ragazzina di 12 anni diventa, nelle mani degli inquirenti, uno strumento di accusa senza precedenti, che permette di risalire a tutti i misfatti compiuti dalla gente di un paesino siciliano, stretto nella morsa delle cosche mafiose. Un espediente che, sullo schermo, risulta un po’ forzato e “conveniente” all’intreccio narrativo. Quando si fanno i conti con la realtà, diventa sempre difficile filtrare e poi esporre in maniera lucida e scrupolosa. Già, la realtà… Perché è quest’ultima a prendere il sopravvento in un film che vuole ricordare la figura di Rita Atria (Veronica D’Agostino) la quale, neanche maggiorenne, nel 1991 concorse a sfidare il grande potere di Cosa Nostra con un atto di coraggio unico e anticonvenzionale, un gesto che possiamo considerare al di là di quello compiuto per ottenere una “semplice” emancipazione femminile.

Obbligata ad abbandonare Partanna e la Sicilia, e a vivere grazie a identità fasulle in un programma di protezione, la sua separazione dalle liturgie obbligate di chi è immerso/sommerso nella/dalla comunità mafiosa si rivela una strada piena di intralci, soprattutto socio-culturali, spianata solo dalla vicinanza di un procuratore che ha tutta l’aria (non attestata nel film) di essere Paolo Borsellino. Rita diventa un fantasma, una statua sanguinante che collabora con la giustizia. Costretta ad affrontare la solitudine e il fato, approderà a una soluzione estrema.

Amenta espone un cinema educativo e molto attecchito alle sue radici isolane: raccontare la storia di Rita è fondamentale per capire il gusto vitale della civiltà e della giustizia. E’ qui che la materia si fa accessibile e suggestiva; verso tutti, ma soprattutto verso coloro i quali siedono sui banchi di scuola. Ha dalla sua l’essenzialità di costruire qualcosa di elementare e genuino, a cui si risparmiano alcune avventatezze. Resiste alle prerogative e alle avvenenze televisive fino a un certo punto: la fotografia non è sempre prona a quell’effetto drammatico che la storia richiederebbe, ma resta lo stesso intensa e fortemente coinvolgente. L’incontro con la madre (l’interpretazione di Lucia Sardo è di una sofferenza tangibile nella sua codardia) lungo il litorale romano, e la sfilata davanti alle celle dell’aula bunker di Palermo a guardare di nuovo in faccia gli imputati del processo, sono due sequenze di grande impatto.

E il finale, ricordando che la pellicola è liberamente ispirata ai fatti di cronaca, lascia uno spazio quasi onirico, sospeso, come se volesse in qualche modo correre in soccorso e salv(ific)are una purezza ritrovata. “La siciliana ribelle” è un omaggio doveroso: da recuperare per non dimenticare.


UN ALIBI PERFETTO

Un film di Peter Hyams.

Con Michael Douglas, Amber Tamblyn, Jesse Metcalfe, Orlando Jones, Joel Moore.

Titolo originale Beyond a Reasonable Doubt. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 105 min. – USA 2009. – Medusa. Uscita: venerdì 13 novembre 2009.






VOTO: 6


C.J. Nicholas (Jesse Metcalf) è un reporter televisivo che lavora per le “grandi inchieste” del Canale 8. I suoi preziosi servizi riferiscono sulla scelta della più opportuna miscela di caffè o sulle fantastiche mostre canine della zona. Il peggio è che, durante le riprese, deve sempre avere il sorriso stampato in faccia. E’ fin troppo evidente che è un’attività troppo angusta per un giovane ambizioso come lui. Il suo sogno non è quello di prestare servizi per la rete televisiva della Louisiana (che, attualmente, è lo Stato che offre i maggiori benefici fiscali per le produzioni che decidono di girare in loco e nel film c’è anche un riferimento diretto all’uragano Katrina, nda).

Appena può, il giovane cronista va di corsa a vedere le arringhe del diligente e autoritario procuratore distrettuale Mark Hunter (Michael Douglas): c’è qualcosa che lo affascina e che lo turba allo stesso tempo nei modi coi quali il legale procede nel suo lavoro, svolto tramite lo sfoggio di una bravura dialettica notevole e l’esibizione di prove incontrovertibili. Forse troppo innegabili. In C.J. si insinua il forte dubbio che Hunter sia corrotto ed essendo annoiato e in cerca dello scoop della vita comincia a indagare…

Scritta, diretta e degnamente fotografata da Peter Hyams, il quale ritorna a lavorare con Douglas dopo il lontano “Condannato a morte per mancanza di indizi” del 1983, la pellicola scava tra la corruzione nella giustizia, quella nei dipartimenti di polizia e tra le righe delle colonne giornalistiche prendendo spunto dall’originale “Beyond a reasonable doubt” di Fritz Lang, uscito nel nostro paese con il titolo “L’alibi era perfetto”, l’ultimo film girato in terra statunitense dal grande autore viennese nel 1956.

Il prototipo langhiano era una lievissima meditazione sul peccato, sul concetto di crimine e sulla parzialità della pena di morte, di matrice solenne, quasi minimalista. Il rifacimento odierno riprende l’aspetto esteriore ma non il ragionamento complesso, mira più all’intrattenimento gettando sulla scena un numero maggiore di personaggi e moltiplicando gli accadimenti.

Michael Douglas più invecchia e più assomiglia a suo padre, fisicamente parlando, anche se a 65 anni sembra, con rispetto parlando, un po’ incartapecorito. Per quanto concerne il carisma e l’efficacia della sua recitazione c’è da dire che lascia un po’ a desiderare. Si dirà che i soggetti non sono gli stessi di quelli offerti al padre, forse è più corretto dire che ognuno ottiene quello che si merita e Michael offre, in questo caso come in tanti altri, un’interpretazione piuttosto anonima.

Jesse Metcalf ha dalla sua occhi penetranti e furbi che ricordano quelli di Jim Hutton, il popolare Ellery Queen della serie televisiva. E’ un piacione dallo sguardo malizioso ereditato dall’apparizione sexy nel serial tv “Desperate Housewives”. Il suo personaggio, così come la resa sul grande schermo, è giovane; l’idea è che Jesse dovrà maturare ancora un po’ per sostenere ruoli così difficili e al centro dell’attenzione.

La storia d’amore che C.J. ha con la collaboratrice di Hunter appare un po’ forzata e intralcia lo snodarsi della narrazione, è come un fastidioso insetto che vola all’altezza del viso e che distrae l’attenzione dalle vicende principali. Per di più, ci sono delle deficienze di sceneggiatura grossolane: la copia del videotape lasciato a casa piuttosto che tenuto a portata di mano in tribunale, il conseguente inseguimento automobilistico rimasto “impunito”, l’inettitudine dell’entourage del procuratore nel non essere troppo scrupoloso in rapporto a loro certi collaboratori, un appartamento rigirato come un calzino che non viene più menzionato come possibile prova indiziaria. Il film si sgretola progressivamente sotto il peso delle troppe frecce caricate al proprio arco.

Incatenato mani e piedi, “Un alibi perfetto” sembra avviarsi verso un prevedibile finale, tuttavia insinua nello spettatore un non so che di inquietante e sottilmente minaccioso: corridoi vuoti dove far risuonare scarpe coi tacchi, telefonate nel cuore della notte, coinvolgimento a effetto domino di un numero progressivo di potenziali vittime. In questo, il film di Hyams è un onesto prodotto di intrattenimento che si chiude in maniera troppo precipitosa.

Un suggerimento per risolvere il mistero: qual è la tipica espressione che compare nelle targhette appese ai cancelli quando si vuole mettere in guardia dai più famosi animali domestici?