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Articoli con tag “giornalismo

FORTAPASC

Un film di Marco Risi.

Con Libero de Rienzo, Valentina Lodovini, Michele Riondino, Massimiliano Gallo, Ernesto Mahieux.

Drammatico, durata 108 min. – Italia 2008. – 01 Distribution. Uscita: venerdì 27 marzo 2009.






VOTO: 7


Pur essendo ben interpretato da Libero De Rienzo, spontaneo e verosimile nei panni di Giancarlo Siani, e spalleggiato da attori quali Fantastichini e Mahieux, “Fortapàsc” manca di guizzi e segni distintivi. Come il finale che, precorso fin dall’incipit, non ha niente di memorabile o commovente. Resta la nobiltà di un progetto utile a rivelare e commemorare la storia di chi, dandosi a un giornalismo puro ed esplorativo, ha combattuto per una società migliore contro la prepotenza e le tangenti, compresso tra intimidazioni, biasimi e freddezze. Un’ingenuità, legata indissolubilmente a quei tempi per certi versi ancora desiderosi di verità, che non esiste più. Chi sarebbe in grado oggi di arrivare a tanta virtù morale rinunciando alle amicizie dei politici?

L’agguato a suon di colpi di pistola durante la radiocronaca calcistica di Napoli-Verona, se da un lato mostra un aspetto spettacolare e un’ostentazione nella bravura della messa in scena, dall’altro cade su banalità quali la presenza della bambina (fin troppo annunciata nel suo destino “grazie” al pedinamento della telecamera) e l’uccisione di “Maradona” proprio nel momento del goal. La vis drammatica ne risente e la vicenda, più che tingersi di rosso, vira verso i colori dell’azzurro. Il calcio sarebbe dovuto essere un elemento da cui prender le distanze, invece Risi ci cade un po’, forse per smarrimento, forse memore di un film proprio su Maradona. Dove il regista ci mette del suo è nella straniante e insolita scena del ceffone-fantasma, all’interno del bar: un modo atipico per descrivere il rifiuto di tutta la collettività e il disorientamento del protagonista.

La sceneggiatura collega resoconto e storia privata di un ragazzo che vive “dentro” Torre Annunziata, la cosiddetta Fortapàsc ribattezzata proprio da Siani, e lo fa non mantenendo sempre un equilibrio efficace. Interessante l’approfondimento del carattere del giornalista: spesso superficiale, scialbo, e impacciato. In una parola: umano. Il film di Marco Risi a volte è fin troppo stilizzato, pulito, cesellato nei toni della fotografia tanto da sembrare posticcio. Visto che si tratta di vicende altamente drammatiche, e purtroppo vere, avrebbe meritato una maggiore “sozzura”, quel tanto che avrebbe contribuito a renderlo vagamente realistico (che ci sia lo zampino della Rai?). Quantomeno per rispetto degli ambienti scavati dal periodo post-terremoto.

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A PROPOSITO DI STEVE

USCITA CINEMA: 25/06/2010.


REGIA: Phil Traill.
ATTORI: Sandra Bullock, Thomas Haden Church, Bradley Cooper, Ken Jeong, DJ Qualls.


DISTRIBUZIONE: 20th Century Fox Italia. PAESE: USA 2009. GENERE: Commedia. DURATA: 99 Min.




VOTO: 6,5


Mary Horowitz (Sandra Bullock) è una che soffre di vertigini parossistiche benigne. La sua figura ondeggia pericolosamente quando l’autobus parte prima che sia riuscita a sedersi, ed è altrettanto instabile quando tenta di evitare accuratamente l’approssimarsi dei cani. Trova invece soddisfazione nel vedere la gente che fa i cruciverba creati da lei, adora alcune espressioni tipiche francesi, vive con gli apprensivi genitori e… non ha neppure un fidanzato. E’ consueto tutto ciò!? Il Popolo reclama normalità.

Pertanto ecco montare una nevrosi, già presente in embrione, che si manifesta con un’intensa iperattività della Sig.ra Mary, ed esplode in sproloqui ininterrotti riguardanti qualsiasi cosa, informazione o dettaglio che possa avere a che fare con i cruciverba, senza alcuna pietà per le orecchie altrui.

Cinematograficamente, quella che ne viene fuori è un’opera che disorienta perché sarcasticamente incoerente e mirabilmente assurda. Immeritatamente candidata al Razzie Award come Peggior Film, e vincitrice dei premi per la Peggiore Attrice (Sandra Bullock) e per la Peggiore Coppia sullo schermo, “All about Steve” mostra quantomeno il coraggio di un’interprete, nel caso anche produttrice, la quale attinge a piene mani dall’autoironia, “aggregato” evidentemente incomprensibile ed estraneo a un certo tipo di pubblico.

La ragazza dagli stivali rossi, indossando i quali riesce a sentirsi in armonia con se’ stessa, ha una personalità quasi  autistica. E’ perseverante, non lascia le cose a metà inseguendo il suo “way of life”, e questo fa paura. Allo spettatore pare profilarsi un saggio distacco dalle temerarie peripezie amorose di Mary Horowitz, elemento eccentrico, persecutrice emarginata, e turbata da un uomo incontrato solo per qualche minuto. Ma c’è del garbo nel suo modo di porsi così avventato, e poi non finge mai di essere quella che non è. Chi non ha il coraggio di accogliere la sua estrema e disturbante diversità, corre il rischio di rimanere con i pezzi di un ombrello stracciato in mano, privato anche di un’elementare amicizia.

La protagonista, invaghitasi di un reporter televisivo, diventa una scheggia impazzita all’interno di una moltitudine di folli servizi giornalistici (il figurante da far-west che prende in ostaggio i visitatori, la bambina nata con tre gambe, l’uragano accompagnato dall’invasione delle cicale, il pozzo dentro il quale franano i bambini sordomuti), molto presenti e marcati nel corso dell’intera vicenda.

Assistiamo al lavoro di affascinanti inviati costruitisi in palestra o alla luce di lampade abbronzanti che prestano servizio per le cronache “del Paese”, e che sognano di diventare veri anchorman: c’è spazio per raccontare di una tv che invade il privato senza alcuna pietà, speculando sulle disavventure altrui. Tutte cose che si sarebbero potute lasciare ai margini. Invece riempiono molte aree della sceneggiatura, la quale scorre tra battute divertenti e alcune istantanee un po’ fastidiose.

L’accattivante “Everybody got their something” di Nikka Costa accompagna i titoli di coda.

L’importanza del messaggio che avanza lentamente, ci ricorda che basta poco per condurre un’esistenza felice: sarebbe sufficiente recuperare alcuni semplici gesti, come scolpire una testa di mela, portare avanti il proprio sogno e seguire la strada che crediamo possa fare per noi. Finalmente una commedia senza l’happy end temuto fin dalla presentazione del trailer, e comunque capace di lasciarci col sorriso sulle labbra.


TRIAGE – Festival di Roma

Triage

Un altro film di guerra, dopo lo strepitoso trionfo di “No man’s land”, Oscar come Miglior Film Straniero nel 2001, non era quello che ci si attendeva da Danis Tanovic. E invece, “Triage”, che si muove all’interno della guerra nel Kurdistan, ha aperto ieri la quarta edizione del Festival di Roma.

La pellicola non parla solo del conflitto ma pone interrogativi anche su quello che succede dopo, quando si smette di sparare. Bisogna fare i conti con tante conseguenze, non si può sempre accettare e avallare a priori un’ostilità quando non si conoscono bene gli effetti. Colin Farrell e Paz vega

E qui il regista ha gettato un sasso nel quieto lago che concerne l’obiettività dell’ONU e la sua neutralità di fronte a certe guerre. Tanovic ha le idee chiare: secondo lui le Nazioni Unite svaniranno alla stessa stregua della Società delle Nazioni in prossimità del secondo conflitto mondiale. Il regista si è infervorato durante una discussione sul ruolo dei media rispetto alle guerre, richiamando l’attenzione sull’importanza dell’oggettività del giornalismo (argomento molto attuale, particolarmente nel nostro paese, nda), quello che non ha intenzione di avvantaggiarsi grazie alla notizia sensazionalistica.

Il film è recitato da Colin Farrell, che interpreta un giornalista ferito, Paz Vega, bellissima protagonista di “Lucia y el sexo” e di “Parla con lei”, e Christopher Lee, un mito 87-enne, nel ruolo di Joaquin, un delegato alla “disinfestazione” dei criminali di guerra ai tempi del conflitto civile spagnolo.


IO & MARLEY

Io & MarleyUn film di David Frankel.



Con Owen Wilson, Jennifer Aniston, Eric Dane, Kathleen Turner, Alan Arkin.



Titolo originale Marley & Me. Commedia, durata 120 min. – USA 2008. – 20th Century Fox data uscita 03/04/2009.



VOTO: 5,5

Owen Wilson e Jennifer Aniston (rispettivamente John e Jenny nel film) emigrano in Florida, dove trovano modo di dar sfogo alla loro ambizione di lavorare come giornalisti, si sposano e hanno ben 3 figli e… un cane, Marley. Il labrador si rivela un animale vivace e avrà modo di dimostrare tutto il suo vigore ai freschi coniugi.

Tutto quello che ci si può immaginare dal filone cinematografico canino (carino?), accade; Marley non tarderà, infatti, a mettere a soqquadro la casa, a rincorrere gli uccellini sulla spiaggia distruggendo i castelli di sabbia, a scappare con l’intimo della padrona in bocca. L’incorreggibile bestiola mangerà il pavimento e il divano (quale novità, eh?), sguscerà fuori dal finestrino dell’auto in corsa, berrà dal water, cag***à in porzioni gigantesche, avrà paura dei temporali, insomma Marley romperà tutto, …e quanto romperà!

Possibilmente è buona norma accompagnare queste imprese con una colonna sonora accattivante e ritmata e un montaggio un po’ frenetico che dia l’impressione della pena che si prova a tenere e sopportare un cane così… L’impegno registico di David Frankel termina qua ed è un peccato perché aveva dato modo di esibire maggiore arditezza e virtuosismo nel precedente “Il diavolo veste Prada”.

La commedia così rappresentata è edificante solo per se’ stessa, in quanto non rischia mai niente, si basa su solidi riferimenti narrativi e non aggiunge nulla di nuovo. Un altro punto a suo sfavore, poi, è la durata: in due ore di pellicola il racconto si inceppa spesso, si dilunga su aspetti futili, a volte ci dimentichiamo persino che Marley esista!

I momenti da ricordare sono proprio pochi, uno su tutti quello durante il quale fa la sua breve comparsa l’istruttrice interpretata da una grassoccia e spettinata Kathleen Turner. Marley non perderà l’occasione per “montare la gamba” della domatrice visto che gli ricorda un barboncino… Troppo in secondo piano la figura dell’amico di John, il giornalista-rimorchiatore con tanto di Marley al guinzaglio, e del direttore del giornale impersonato da Alan Arkin, entrambi avrebbero potuto essere fonte di spunti notevoli invece di essere relegati al ruolo di “consiglieri” di John.

Veramente poco credibile e anche un po’ crudele è la fase durante la quale gli sposini lasciano il cane a casa da solo e fuggono in Irlanda per ritrovare l’armonia e concepire un altro figlio. Se da un lato questa è l’occasione per rinnovare le marachelle di Marley e farci fare un ripasso mentale sulle sue capacità di combinare guai, dall’altro è imbarazzante vedere come i coniugi scarichino il labrador alla prima dog-sitter improvvisata che passa di lì… La scelta del cucciolo

Ecco perché anche sul finale, quando la famiglia si trasferisce a Philadelphia per dare modo a John di lavorare con una testata giornalistica più prestigiosa e Marley è ormai fatalmente invecchiato, il ricatto emotivo non funziona. Mancano i presupposti per potersi lasciare andare completamente e avvalorare gli affetti mostrati dal cane nel corso della sua vita, per farci capire in che modo Marley sia stato davvero unico e straordinario (meglio ha fatto, al riguardo, una commedia tipo “Turner e il casinaro”). Fanno difetto pure i dovuti approfondimenti sul lavoro di lui a Philadelphia e sui rapporti con il nuovo capo redattore.

“Io & Marley” conferma, poi, la tendenza delle commedie americane a sorVOLARE sulle problematiche economiche: significative in tal senso sono le sequenze dove John, gratificato dal doppio stipendio guadagnato in redazione, si permette l’acquisto di una casa lussuosa con moglie e 3 figli a carico, senza batter ciglio. Nessuno pretende che sia una rappresentazione cinematografica leggera ad affrontare la questione, ma non vediamo nemmeno da altri generi giungere propositi sui “come e i perché” di una così grave recessione.