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ALMANYA – La mia famiglia va in Germania

TITOLO ORIGINALE: Almanya.
GENERE: Commedia. NAZIONE: Germania. DURATA: 97 minuti.

DATA DI USCITA: 07-12-2011.

VOTO: 5,5

Esordio nel lungometraggio per la regista Yasemin Samdereli, “Almanya” (parola turca che indica la Germania) rende l’essenza, tra allontanamenti e stringimenti di legami, di quei figli degli immigrati turchi nati e cresciuti in terra teutonica. Un argomento sentito per la 38-enne autrice la quale, con la sorella alla sceneggiatura, ha voluto così rinverdire i fasti di un passato nemmeno troppo lontano (la storia prende il via verso la metà degli anni ’60) e confrontarlo con un presente dove il tema della convivenza con gli immigrati è materia attuale e spesso scottante. (altro…)


IL NASTRO BIANCO

Il nastro biancoUn film di Michael Haneke.

Con Christian Friedel, Leonie Benesch, Ulrich Tukur, Ursina Lardi, Burghart Klaußner.

Titolo originale Das Weiße Band. Drammatico, b/n durata 144 min. – Austria, Francia, Germania 2009. – Lucky Red. Uscita: venerdì 30 ottobre 2009.






VOTO: 8,5


Chiarire alcuni processi socio-politici maturati nel mondo attraverso una minuziosa ricostruzione paesaggistica e umana di una Germania del Nord rurale e casereccia dal 1913 al 1914.

Questo è l’intento di Haneke il quale corre il rischio, soprattutto durante la fluviale prima parte introduttiva e propedeutica, di una staticità registica legata come al solito a un estremo rigore formale. Una meticolosità necessaria tuttavia a farci assorbire i ritmi e le accezioni di vita di questo vario gruppo di persone che vanno dal pastore oscurantista al medico Un tentativo di pic-nicimpudico, dall’intendente rissoso al potente barone retrogrado, dai semplici contadini alle numerose “figliate”, dal maestro di scuola innamorato alla levatrice oppressa.

Il gruppo di attori che da’ vita a tutte queste inquietanti e indimenticabili figure è miracolosamente bilanciato ed efficace. Non potrò mai dimenticare le espressioni meschine del reverendo padre e l’abilità simulatrice della figlia maggiore, il volto rigato dalle lacrime del peccato del giovane Leonard Proxauf, la segreta sofferenza della bambinaia (alla quale da’ volto la nostra Sara Schivazappa) e il recitare sommesso e misurato del maestro.

Il nastro bianco legato fra i capelli o intorno al braccio è una punizione che porta con se’ il colore della purezza ma è simbolo di una dannosa e rigorosa scuola dogmatica votata alla repressione sessuale e comportamentale. La rigidità messa in atto dalle persone più autorevoli del piccolo villaggio è così radicata e violenta da generare mostri. Haneke, abituale direttore delle depravazioni umane per eccellenza, ci conduce attraverso un’indagine di impronta quasi investigativa la quale cede presto il passo a un’attendibilità traslata.

Al suo film possiamo contestare una messa in scena, attraverso l’algido bianco e nero, fin troppo perfetta, tanto che la follia emergente sembra fuori posto, quasi innaturale, ermetica e meno scomodante di altri lavori.

L’ambiente di Eichwald è dominato da malignità, invidia, stupidità e brutalità così tremendamente somiglianti alla società nella quale stiamo vivendo. La pellicola del regista austriaco non si ferma a puntare il dito contro il nazismo e la sua genesi ma si apre a un più vasto panorama antropologico. La deriva ingovernabile di alcuni “funny games” di oggi sembra essere il risultato di un retaggio sociale antico e pregresso.


GERMANIA IN AUTUNNO

Germania in autunnoUn film di Rainer Werner Fassbinder, Volker Schlöndorff, Alexander Kluge, Bernhard Sinkel, Edgar Reitz, Alf Brustellin, Hans Peter Cloos, Maximiliane Mainka, Katja Rupé.

Con Rainer Werner Fassbinder, Helmut Griem, Katia Rupe, Angela Winkler.


Epico, durata 124 min. – Germania 1978.





VOTO: 8


In tempi di intenso terrorismo, e in particolare nei fatti risalenti all’autunno del 1977, i tedeschi si interrogarono acutamente tramite la messa in scena su celluloide di una verità contemporanea. Il Nuovo Cinema Tedesco non poteva rimanere indifferente di fronte al rapimento e all’assassinio dell’imprenditore Schleyer, al dirottamento aereo di un mezzo della Lufthansa con la conseguente “intromissione” delle unità qualificate per la liberazione degli ostaggi, alla morte in carcere dei terroristi della banda Baader Meinhof.

Nata da una proposta di Theo Hinz, uno dei responsabili della Filmverlag der Autoren, “Germania in autunno” è una pellicola collettiva, anche se l’impellenza del tema avrebbe successivamente generato film quali “La terza generazione” dello stesso Fassbinder e “Anni di piombo” di Margarethe von Trotta.

Presentato al Festival di Berlino il 3 marzo del 1978, il film fece di tutto per far capire l’uniformità dei propositi degli autori che vi parteciparono. Fu un’occasione per dare risalto alla mancanza del dibattito nella Germania di quel periodo e al diritto a una discussione civile.

E’ più appropriato il silenzio o dire quello che ci passa per la testa? Fassbinder se lo domanda, è inquieto, disperato, non capisce i motivi per i quali la Germania si sia potuta ridurre così, vittima e succube di atti eversivi. Credere in coloro ai quali si è dato il proprio voto è possibile? Rappresentano davvero una democrazia? Le stesse organizzazioni statali (che negarono il loro appoggio finanziario al film) vennero messe in discussione.

Molto efficace, da questo punto di vista, la conversazione che Fassbinder ha con un cronista all’inizio del film. A lui dichiara che “il matrimonio è una forma di convivenza artificiosa, non importa di quanto se ne ha bisogno”. Un’istituzione così radicata viene messa bellamente in discussione. Un sano invito a guardarsi dentro, a essere più critici anche verso se’ stessi e a credere nei diritti liberali individuali. Non c’è niente di sovversivo in tutto questo, solo la volontà di condividere, comunicare e capire.

Il regista tedesco decise di girare il proprio episodio (il primo in ordine cronologico rispetto a quello di tutti gli altri) tra le sue mura domestiche. Questa volta non abbiamo a che fare con una regia particolarmente chiarificatrice, non ce n’è bisogno. La sola ambientazione scelta equivale a darci un senso di claustrofobia: nessuna carrellata, nessuna panoramica, solo una macchina fissa e riprese spesso distanziate.

La politica entra nel privato di Fassbinder, lui litiga col suo compagno (il vero convivente Armin Meier) che ha una veduta troppo estremistica sulle soluzioni da prendere, poi alterna le sequenze di una discussione intrapresa con la madre conformista, filomonarchica (?) e moderata (se così si può chiamare una donna favorevole alla pena di morte e all’uccisione dei terroristi senza propositi di processi penali o spazi lasciati al contraddittorio). Fassbinder nudo e crudo

L’episodio coglie nel segno soprattutto perché rappresenta uno spasmodico, irrefrenabile tentativo di spiegare il momento politico attraverso l’uso di sprazzi di vita privata; la nudità e l’assunzione di droghe sono le altre presenze “sporche” del passaggio fassbinderiano. L’esposizione dello stesso regista che si mostra senza veli e vizioso è autentica e risoluta.

In tutto il film i punti di vista sull’ “oggetto terrorismo” sono molteplici; basti pensare allo stile decisamente discorde che vede l’episodio di Alexander Kluge (sui documenti dell’antinazismo accompagnati dall’inno tedesco e dal Requiem di Mozart) seguire quello di Fassbinder.


VERONIKA VOSS

Veronika VossUn film di Rainer Werner Fassbinder.



Con Rosel Zech, Hilmar Thate, Annemarie Düringer.



Titolo originale Die Sehnsucht der Veronika Voss. Drammatico, b/n durata 105 min. – Germania 1982.



VOTO: 8,5

Sybille Schmitz è stata un’attrice tedesca che ha lavorato, soprattutto in Germania, a cavallo della seconda guerra mondiale e che esordì nel ’31 con un film sui vampiri diretto dal regista danese Carl Dreyer. La sua carriera fu costellata da titoli non troppo famosi (da “Il segreto dei candelabri” del 1936 fino a “La tragedia del Titanic” del 1943) e, dopo lo smacco per non essere riuscita a trasporre sullo schermo il romanzo “Cocaina” dello scrittore torinese Pitigrilli, si tolse la vita nel 1955.

Ed è con riferimento a questo anno che, nel film, si narrano le vicende dell’attrice Veronika Voss, anch’essa in parabola discendente dopo i fasti della cinematografia UFA dell’anteguerra. Fassbinder si è ispirato al suicidio della Schmitz per raccontarci la storia dell’ex star Voss che incontra fortuitamente un umile cronista sportivo di nome Robert, il quale si invaghisce della bellezza della donna e rimane affascinato dal mondo dello spettacolo. Se non fosse che Veronika nasconde un terribile segreto: vive, ormai indigente, nella casa della sua psichiatra (la dottoressa Katz) ed è dipendente dalla morfina.

C’è aria di film nel film in questo “Die Sehnsucht der Veronika Voss”, vincitore del Festival di Berlino nel 1982, tanto sembra che la forma e l’espressività scelte da Fassbinder nel rappresentarlo rasentino l’artificiosità. Il comportamento della donna è sopra le righe, eccentrico e nevrotico quanto basta perché si avanzino sospetti di simulazione. La decadenza dell’attrice, la fine del suo matrimonio, la dissolutezza nel bere e il congedo dagli Studi cinematografici paiono stemperati dallo stile scelto da Fassbinder nella realizzazione.

A parte l’interpretazione di evidente matrice teatrale (tra l’altro così profonda da sfiorare la perfezione), il regista tedesco ricorre a uno stupendo e raffreddato bianco e nero e, confermando la sua esperienza in fatto di movimenti di macchina, ricorre a un sottilissimo senso del montaggio tipico di certo cinema noir e melodrammatico in voga tra gli anni ’40 e ’50. Si conferma una volta di più che il “prodotto Fassbinder” è destinato a un pubblico in grado di apprezzare lo stile, l’arte e il genio prima che la concretezza.

Quello che storicamente ritorna dal passato di Veronika non è tanto l’oppressione del nazismo e del conflitto bellico in se’ e per se’ (seppure due altri pazienti della dottoressa Katz siano vecchi ebrei sfuggiti ai campi di sterminio), ma il fascino scintillante del Terzo Reich (i flashback sono pervasi da un ruffiano effetto flou che invita al consenso, le battute solenni dei personaggi sono rivolte più a chi guarda il film che ai personaggi stessi, creando così un risultato non lontano dalla didascalia). Veronika in tutto il suo splendore

Veronika è, a dispetto di tutti i suoi misteri, una figura ordinaria e stolta; la sua dipendenza dalle droghe è una rinuncia anche alla vita. E’ la seduzione inquietante per qualcosa che ormai è perduto nel tempo; i suoi sogni sono fuori luogo, sono irrealizzabili, involutivi, non appartengono più al presente (dalle luci della ribalta la nostra eroina passa a quelle delle candele, ostinatamente fatte accendere al ristorante e in casa).

Detto e sottolineato che “Veronika Voss” si muove con disinvoltura in un ambiente senza dubbio incantevole, i risultati non sono così appaganti come nei precedenti film di Fassbinder. L’idea è che la pellicola appaia scissa tra due propositi: da una parte la commedia drammatica con la storia d’amore in primo piano tra il giornalista sportivo Robert e Veronika, dall’altra il “lato oscuro” dal quale emerge la figura nosocomiale della dottoressa Katz come personificazione del male. Questa oscillazione di tono, accompagnata da un tema musicale ripetitivo che privilegia l’uso spropositato del tamburo, danneggia il film. Può renderlo più coinvolgente perché di facile comprensione nella sua immediatezza ma, alla lunga, corre il rischio di stancare.


IL DIRITTO DEL PIU’ FORTE

Il diritto del più forteUn film di Rainer Werner Fassbinder.



Con Karlheinz Böhm, Rainer Werner Fassbinder, Peter Chatel.



Titolo originale Faustrecht der Freiheit. Drammatico, durata 123 min. – Germania Ovest 1974. – VM 18



VOTO: 9

Ultimato entro la fine del ’74 e proiettato in anteprima alla Quinzaine di Cannes il 30 Maggio del 1975, “Il diritto del più forte” narra le vicende di Franz Biberkopf (Fox, per gli amici), un omosessuale che lavora in un Luna Park come “testa parlante”, rappresentante un’attrazione bizzarra nella quale la testa, staccatasi dal resto del corpo, dovrebbe rivelare agli interlocutori arcani segreti e presagi.

Rimasto presto senza soldi e senza un posto dove vivere, Franz abborda ai cessi pubblici un antiquario di nome Max che lo introduce nel suo giro di amicizie di estrazione borghese. Franz/Fox vince inaspettatamente 500.000 marchi alla lotteria, conosce Eugen, figlio di un imprenditore mezzo fallito, e ne diviene ben presto l’amante…

Criticato e rifiutato dalla maggior parte della comunità gay mondiale perché ritenuto, a torto, un film ritraente una parte di vita squallida e controversa di personaggi omosessuali, il film è invece portatore di un messaggio più ampio e universale che esce dai confini e dalle ghettizzazioni che gli si sono volute forzatamente attribuire.

“Faustrecht der Freiheit” (questo il titolo originale), benchè sia recitato da personaggi gay e nonostante rappresenti gran parte delle loro vite e un certo modus vivendi, non è un film sull’omosessualità. Fassbinder non poteva far altro che descrivere il mondo che conosceva meglio e, per raccontare una storia dove il denaro e il capitalismo sono fermamente al centro dell’attenzione, si è servito di protagonisti quotidianamente vicini a lui, essendo anch’egli omosessuale. Questa è la semplice sostanza di una pellicola bollata troppe volte e a sproposito come controversa.

Ci sono, oltretutto, elementi così apertamente gay-friendly che sbarazzano il campo da qualsiasi dubbio: i familiari, i colleghi di lavoro e, più in generale, qualsiasi membro della società che entra in contatto con i soggetti principali del film non fa una piega di fronte alla loro “condizione” e, anzi, ci sorprendiamo a vedere come la Germania descritta in quel periodo sia decisamente più avanti rispetto alle “moderne” collettività di oggi.

La condizione sociale chiamata in causa da Fassbinder è, pertanto, più estesa. Il problema, semmai, è che esiste sempre un ceto che intende istruirne un altro; questo rapporto di formazione, questo meccanismo di servo-padrone rasenta i propositi del totalitarismo. E’ per questo che vediamo Eugen tentare di educare il proletario, nonché suo compagno, Franz. E lo fa esortandolo a conoscere l’opera, il teatro, le lingue, la musica; Franz perde progressivamente la sua individualità e identità, la sua natura di uomo semplice

“Fox”, interpretato con esito positivo dallo stesso Fassbinder, non è proprio una volpe, ma nemmeno un proletario senza cervello che “pensa solo a bere, ingozzarsi e chiedere denaro”, come lo dipinge Eugen. E’ fisicamente molto presente, da’ l’idea di essere potente ed esplosivo, se non fosse per il carattere remissivo e fondamentalmente dolce. Crede con fermezza in un amore senza calcoli e non riesce ad adattarsi a un modo di vita fatto solo di esteriorità.

Eugen lo ritiene, invece, incapace di veri sentimenti. Quello del “figlio di papà” non è mai un amore sincero, esplicitato, ma si ingarbuglia intorno alla sua stessa figura, lusinghiera quanto spinosa e decadente, nella quale prevale una sottile voglia di rivalsa nei confronti del “barbaro” Fox.

Un’appendice collegata indissolubilmente al capitalismo è il denaro: il regista tedesco lo addita con una perseveranza che non lascia dubbi (tanto da far dire a un banchiere presso il quale si rivolge Franz, insistendo per un cospicuo prelievo di liquidi: “Contanti, contanti, contanti. Se ripeti una parola troppo spesso non sai più cosa significa”). E Franz, infatti, non ha la minima idea di come usare e investire i suoi soldi, non ne avverte il bisogno. E’ una persona semplice che si accontenterebbe di poco. Al bar con gli amici

Eugen, al contrario, fa progetti sulla casa nuova, sull’arredamento ricercato e particolarmente dispendioso, sul rinnovamento del guardaroba presso una boutique costosa per rinverdire il vestiario di Franz. Cerca, insomma, di sfruttare la situazione e imporre il suo status di ricco istruito al “povero” e ignorante Fox, il quale esce regolarmente umiliato da questa situazione. La natura di Eugen è predatoria, come impone la sua classe sociale: ha l’esigenza costante di accumulare soldi per sentirsi vivo e perché così gli impone la sua etica.

Il complesso di inferiorità del proletariato nei confronti della borghesia è uno dei vincoli più tenaci che tiene fedele e avvinto il primo alla seconda. La figura dell’inetto Fox è incapace di elaborare sbocchi per una ribellione. Il suo dissenso è masticato a metà tra un’invocazione e una supplica mentre ascolta la canzone “Angelo negro”.

Ci si domanda se, alla fine, la morte di Fox non sia casuale; magari egli, assumendo del Valium, avrà voluto solamente calmarsi un po’, diventare più invisibile alla tracotanza degli altri.

Nonostante ciò il suo corpo viene annullato e violato da tutti, sciacalli e rapaci di un uomo che non esiste più, discriminato tra i discriminati. Fox perde anche il giubbotto di jeans con la scritta del suo nome ed è come se fosse ritornato nuovamente a essere un’oscena attrazione da Luna Park, un freak senza più testa, cuore e anima.