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Articoli con tag “genetica

SPLICE

USCITA CINEMA: 13/08/2010.


REGIA e SCENEGGIATURA: Vincenzo Natali.
ATTORI: Adrien Brody, Sarah Polley, David Hewlett, Brandon McGibbon, Abigail Chu, Delphine Chanéac.

PAESE: Canada, Francia, USA 2009. GENERE: Fantascienza, Horror, Thriller. DURATA: 104 Min.





VOTO: 6


Ginger Rogers e Fred Astaire sono stati due maestri del ballo. Clive Nicoll ed Elsa Cast (Adrien Brody e Sarah Polley), sono due avidi e ostinati maestri dello splicing, l’unione di parti di DNA presi da organismi differenti. Gli scienziati hanno tra di loro un legame sentimentale. Clive è un uomo che difficilmente dice di no, e lei (sopraffatta dall’odio e dall’avversione per la figura della madre) è tanto riluttante all’idea di avere dei figli veri, quanto intraprendente e risoluta nello sperimentare il complicato concepimento in vitro di un feto misterioso che sembra un bulbo atipico, scisso in due parti uguali ma di sesso opposto, chiamate appunto Ginger e Fred.

L’embrione ricavato con un esperimento parallelo grazie all’introduzione di cellule umane viene al mondo, e ha sembianze un po’ bizzarre. La testa è quella di un coniglio spellato, e saltella come un cangurino con le zampe di gallina. Elsa riversa su di lui tutto l’amore negato alle altre creature umane, idealizza l’opera come fosse qualcosa di più di un animale domestico, e lo tratta come un vero e proprio frutto del suo grembo.

Il copione, intanto, espande la già esasperata componente nevrotica e sciocca dei due poveri amanti, in preda a vere e proprie “follie d’inverno”, visto che fuori è tutto innevato. Poi ci mette al corrente che il “lui” è in realtà una “lei” a cui viene dato il nome di Dren, ovvero la scritta al contrario di N.E.R.D. Quest’ultimo è l’acronimo del centro di ricerca presso il quale lavorano gli studiosi, ma anche la prima parola che l’esemplare, già bambina, compone (segnale primitivo di intelligenza) con le lettere dello Scarabeo, e ha, come sappiamo, il classico significato di inetto, sfigato (che l’autore abbia voluto dirci qualcosa?).

Il fascino e al contempo il limite della frastagliata sceneggiatura di Natali è quello di aprire le porte a tanti argomenti quali il rapporto tra gen(etica) e scienza, biologia e finezze scientifiche, tragedie familiari irrisolte e maternità proibite, psicanalisi e filosofia, e di non riuscire a trattarne nessuno in modo compiuto. Giusto qualche spruzzata qua e là che suscita molto interesse ma che fa rimanere un po’ con l’amaro in bocca visti i deboli risultati. Nonostante si parli quasi continuamente di nuove scoperte, di modelli multispecie, di morfogeni e di organismi all’avanguardia creati artificialmente, il film ha poco dell’acuta analisi di Cronenberg ne “La mosca”, e quasi niente della lucida follia di Lynch in “Eraserhead”, tanto per rimanere in territorio canadese o nordamericano. Ritorna l’azzardo di un paragone solo per l’archetipo della malattia e della mostruosità generate dalla specie familiare umana, la più temibile fra tutte quelle idealizzabili.

Poco approfondita è anche l’idea secondo la quale dall’animale ibrido sarebbe possibile estrarre agenti e proteine curatrici che combatterebbero le malattie del bestiame e, forse, dell’uomo. L’origine di una nuova specie rimane un sogno; la genetica dovrà ancora aspettare, così come le potenti ditte farmaceutiche desiderose solo di conquistare la piazza a danno dei concorrenti. Dal momento che i Nostri sono costretti a trasferire l’invenzione dai laboratori alla fattoria di campagna, l’attenzione sembra sulle prime venire un po’ meno; Dren appare sempre più come una femmina ferina avvolta da un curioso fascino diabolico e da un vago sentore di minaccia. I “coniugi” si perdono a rincorrere la loro pargoletta come fosse una bambina bizzosa in stile Bjork, dallo charme sempre più conturbante. Non manca neppure un ballo romantico con Clive (richiamante ancora una volta Ginger e Fred) sulle note di “Begin the beguine”, un parallelismo tra la storia vissuta durante l’infanzia/adolescenza di Elsa, e una complicazione sentimentale con tanto di (ri)congiunzione carnale.

Natali fa di tutto nel tentativo di svignarsela dal classico film di genere, tessendo un drammatico viaggio evolutivo. Un “ballo sul mondo” disinvolto e pericoloso, che rischia di calpestare l’equilibrio naturale dell’universo, collaudando esperimenti biologici nel nome dello sviluppo e approdando a incesti, fortuiti risvolti edipici e morti causate dell’aculeo velenoso e “scorpionato”. Il tutto scandito da una regia tollerabile non scevra da tempi morti, e da una direzione di attori scissa tra la citrulla fissità di Brody e la scaltra profondità della Polley.

Quelli di Natali, entrato di diritto tra gli autori più interessanti dopo lo splendido “The Cube”, sono mondi chiusi, spazi confinati dove far svolgere l’azione; entrare e uscire da queste barriere è difficile. Alla fine c’è sempre qualcuno costretto a continuare l’avventura in solitaria, catturato da una spirale filosofica e immaginifica, che stavolta ha la forma del DNA.

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BLACK SHEEP – Pecore assassine

Black sheep

Titolo Originale: BLACK SHEEP.

Regia: Jonathan King.

InterpretiMatthew Chamberlain, Nathan Meister, Peter Feeney, Danielle Mason, Louis Sutherland, Tammy Davis, Oliver Driver, Glenis Levestam.

Durata: h 1.27. Nazionalità:  Nuova Zelanda, 2006. Genere: horror.
Al cinema nel Settembre 2008.





VOTO: 5


Il collegamento tra Jonathan King e Peter Jackson non può che venire spontaneo, almeno per chi frequenta il genere, visto che il più famoso dei due registi neozelandesi arrivò al cinema proprio con film splatter (Bad taste, Splatters – Gli schizzacervelli) prima del successo della saga de Il signore degli anelli. Chissà, forse tra qualche anno King dirigerà film dagli incassi multimilionari con elfi, mostri marini o qualsiasi altra cosa sarà di moda allora; per ora ci lascia con questo suo primo lungometraggio senza infamia ne lode. Tra i verdi pascoli

L’idea di partenza è divertente: a causa di esperimenti genetici, condotti da un imprenditore con tendenze zoofile, le tranquille pecore dell’allevamento ereditato dal padre diventano ovini carnivori in grado di trasformare con un morso gli esseri umani in lanosi zombi assassini, mezzi uomini mezze pecore. Purtroppo l’originalità della trama si ferma qui e credo sia inutile dilungarsi in un riassunto della storia dato che già nei primi venti minuti vengono preannunciati tutti i cliché del genere: scienziati – o meglio, scienziate – pazzi, avidi compratori, fratelli buoni con traumi infantili, ragazze in pericolo ecc. Purtroppo anche stilisticamente il film si muove su terreni sicuri, lasciandosi andare ad una serie di stranianti inquadrature distorte ma per il resto segue regole collaudate e dagli esiti certi. Nulla di male, tutto ben costruito, ma un copione grottesco con risvolti gore dovrebbe lasciare più spazio a bizzarrie registiche, qualunque siano poi i risultati.

La vera chicca della pellicola sono gli effetti speciali, curati in modo davvero eccellente. I dettagli di ferite e mutilazioni fanno rabbrividire e gli ibridi “umanovini” sono raccapriccianti (in senso lodevole).

Malgrado i premi racimolati in svariati festival, la cura nei trucchi e le risate insanguinate, è difficile dire se entrerà mai a far parte dei film di culto di genere; la trama insipida e le scelte scontate hanno rubato molto a questo film.



SPIDER-MAN

spider-man

Titolo: Spider-Man (Id.)
Regia: Sam Raimi


Sceneggiatura: David Koepp
Fotografia: Don Burgess


Interpreti: Tobey Maguire, Kirsten Dunst, Willem Dafoe, J.K. Simmons, James Franco, Cliff Robertson, Rosemary Harris, Joe Manganiello, Macy Gray, Randy Savage, Jack Betts, Gerry Becker, Bill Nunn, Stanley Anderson, Ron Perkins, K.K. Dodds, Ted Raimi, Bruce Campbell, Elizabeth Banks, John Paxson, Stan Lee, Lucy Lawless, Chris Coppola
Nazionalità: USA, 2002
Durata: 2h.

VOTO: 6,5

Peter Parker, insicuro studente un po’ secchione specializzato in materie scientifiche, viene morso da un ragno geneticamente modificato e acquista così grandissimi super poteri. Ma non sempre i grandi mezzi a disposizione sono sinonimo di tranquillità, a volte alcune doti possono rivelarsi come pesi difficili da sopportare e le responsabilità possono portare con se’ incertezze e sensi di colpa…

Sono lontani i tempi dell’esordio alla regia per Sam Raimi (era il 1982 e il titolo era “Evil Dead”, uscito in Italia come “La Casa”), quando con poche centinaia di migliaia di dollari dava spazio alla sua formidabile creatività. Adesso i tempi sono cambiati, le superproduzioni hollywoodiane hanno le loro esigenze e Sam si ritrova a disposizione un centinaio di milioni di dollari pronti per riesumare uno dei più noti fumetti della Marvel, lo Spider-Man creato da Stan Lee.
Per fortuna, il regista americano non perde di vista le sue qualità di fronte all’immensa tecnologia che gli viene messa a disposizione. L’uso del digitale è avveduto e pratico: una su tutte è la sequenza, successiva al morso del ragno, dove si vede il DNA di Peter Parker confondersi con i nuovi geni propri dell’aracnide.

Non dimentichiamoci che siamo di fronte a una trasposizione ottenuta da un fumetto e la sceneggiatura di David Koepp ci riporta spesso alle dimensioni cartacee della striscia a disegni. Lo scritto, infatti, abbandona raramente i confortanti e semplici aspetti del foglio e osa poco oltre; d’altra parte, in questo, non lo si può certo accusare di mancanza d’ispirazione visto che riesce a creare un mondo ben definito intorno al quale gravitano segni visibili della propria genesi.
Deve essere stato un po’ lo stesso lavoro che vede impegnato Peter quando pensa a una tenuta efficace per il suo nuovo “io” e si perde tra alcuni schizzi da principiante fumettaro; così come assistiamo alla complessa, sfaccettata e intersecata nascita del supereroe, ci immaginiamo lo sceneggiatore di fronte a una storia già conosciuta che deve essere però ben adattata, ora aggiungendo, ora togliendo, poi inventando.
E’ per questo che “Spider-Man” rimane un film tutto sommato gradevole e oltretutto i segmenti prettamente rivolti all’azione sono superati, in minutaggio, dalle parti dialogate e “senza costume”. Il celebre bacio a testa in giù

Raimi corre in aiuto dei vuoti di sceneggiatura ancorando l’epicentro emozionale del film sulla storia d’amore tra Peter Parker e Mary Jane (il bacio a testa in giù sotto la pioggia è diventato leggendario). Il regista americano lavora senza troppe infiorettature o sussieghi, mostra un’invidiabile modestia autoriale e, visti gli incassi, non possiamo fare altro che dargli pienamente ragione.

Da sottolineare la perfetta aderenza di Tobey Maguire al personaggio di Spider-Man, il suo sguardo è schivo e perentorio allo stesso tempo. Il ragazzo rende bene l’idea di un adolescente che è in piena crescita e maturazione, frastornato al punto giusto per i mutamenti che subisce il suo corpo.
Un po’ meno efficace sembra l’interpretazione di Kirsten Dunst che, per quanto delicata possa essere, non riesco a inserirla nella categoria delle attrici promettenti.
Altro discorso va fatto per Dafoe: di certo non è a suo agio come in alcuni ruoli drammatici che hanno messo in evidenza le sue capacità recitative, a volte sembra un pesce fuor d’acqua. Ciononostante bisogna premiare il coraggio di essersi messo in gioco con un soggetto “alla moda” che, tutto sommato, non lo fa sfigurare. La personalità del suo Goblin è, come l’uomo-ragno, oppressa da uno sdoppiamento in progress ma, nel suo caso, senza alcun controllo ne ’rimedio.
Non si può dire lo stesso per il “figlio di Dafoe”, nel film raffigurato dall’attore James Franco, lui sì davvero scialbo e insicuro.