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BEAR CITY

Un film di Douglas Langway.

Con Joe Conti, Gerald McCullouch, Stephen Guarino, Brian Keane, Alex Di Dio.

Commedia, durata 100 min. – USA 2010.

VOTO: 6,5

Per “Orsi”, nel gergo ricorrente della comunità omosessuale, si intendono quegli omoni di stazza molto accentuata solitamente pelosi e dall’aspetto mascolino. In “Bear City” scopriamo che New York è una metropoli piena di Orsi: li puoi trovare al Central Park mentre usano il loro portatile e si scambiano effusioni, al lavoro in un cantiere edile, al telefono mentre discutono incravattati di affari finanziari o a passeggio insieme ai loro animali preferiti.

Tyler Hall (Joe Conti), un cacciatore in erba (per “chaser” si intende una persona non necessariamente classificabile come “orso”, tuttavia attratto da uomini corpulenti e barbuti), si scopre a fantasticare su uomini modello Babbo Natale e simili. Li vede ovunque, anche all’audizione a cui partecipa per cercare di tirar su (altro…)


C.R.A.Z.Y.

Un film di Jean-Marc Vallée.

Con Michel Côté, Marc-André Grondin, Danielle Proulx, Émile Vallée, Pierre-Luc Brillant.

Drammatico/Commedia, Ratings: Kids+16, durata 125 min. – Canada 2006. Uscita: venerdì 25 agosto 2006.






VOTO: 8

E’ il giorno di Natale dell’anno del Signore 1960. Nasce Zach, quarto fratello maschio della famiglia canadese Beaulieu. Un Gesù Bambino a tutti gli effetti. E non solo per la data del suo compleanno, ma anche perché col tempo sembra aver sviluppato un dono che gli consente di operare piccole guarigioni. Tutto perfetto, se non fosse per quell’interesse che Zach mostra verso le carrozzine e i trucchi della madre. Ed è qui che il padre Gervais (reso da un ostinato ma non freddo Michel Côté), avvertendo il “pericolo”, cerca di comprare la simpatia e la mascolinità del figlioletto esibendosi virilmente con gli anelli di fumo e ricordando il passato di militare nell’esercito. Tuttavia, anche lui ha un lato romantico, visto che il suo cuore batte per le musiche sentimentali di Aznavour

Velatamente alla moda, quando ricorre a immagini accelerate per la messa in scena delle incontinenze notturne e delle percosse architettate per mascherare le pulsioni adolescenziali di Zach, la regia di Vallée si riscatta con l’intimità e l’intesa che il protagonista instaura con la madre. Un’armonia che va ben oltre la riproduzione dei gesti di lei, e che diventa una vita vissuta quasi in simbiosi, resa ancor più articolata dalla fede cristiana materna praticata senza incertezze o sconforti, sognando un percorso ascetico tra le vie di Gerusalemme. Le difficoltà di Zach sono da attribuire pressoché in toto al rapporto con un padre rigido e machista, tutto preso dal mettere al mondo figli, secondo un improbabile invaghimento da capofamiglia (il quale “non vede come si possa passare la vita a mettere il pisello tra le chiappe di qualcun altro”) che lo allontana e allo stesso tempo lo equipara alla struggente “Crazy” (richiamante l’azzeccato acronimo del titolo) cantata da Patsy Cline.

Mescolando una vena nostalgica a un’altra più rockeggiante, la musica emerge da un sottofondo di cori ecclesiastici ed esplode nelle note dei Pink Floyd (“Shine On You Crazy Diamond” è saccheggiata oltremodo), di David Bowie e dei Rolling Stone. Tutti compagni di viaggio insostituibili nella formazione di Zach e nel suo processo di accettazione che passa tra sequenze di ottima e surreale estrosità, filtrata dalle pose tipiche di certa disco music dell’epoca, e dai look dark e punk (Sex Pistols docet) che scavano nell’anima nera e tormentata del giovane in cerca del proprio io.

Nel tentativo di “guarire” dalle sue inclinazioni sessuali, il ragazzo cerca di infliggersi punizioni passando col semaforo rosso e resistendo oltre i limiti a una tormenta di neve, in un inseguimento calcolato e abbastanza ossessivo verso l’autodistruzione, comprendente anche una radicata asma. Vincitrice del Festival di Toronto, la pellicola è una messa in scena anche ironica delle problematiche del protagonista, tanto che la loro esposizione risulta a volte un po’ facilona ma ben bilanciata e giustificata dal periodo durante il quale le vicende si svolgono (gli anni ’70 e gli ’80 non erano così pronti ad accettare la condizione dell’omosessualità). Gode, vieppiù, di una cadenza abbastanza lenta nel dipanare il racconto, permettendoci di entrare in empatia coi personaggi (tutti accuditi nella loro colorata evoluzione) e di gradire i dialoghi vivaci, freschi e conciliatori della sceneggiatura, parlando un linguaggio contemporaneo senza smarrirsi in astrattismi posticci.

Tanto che a un certo punto l’equilibrio delle paranoie, delle intese e delle reclusioni finalmente si rompe: le tavolate natalizie si ribaltano sotto il peso dell’inibizione e dell’eccessivo controllo, gli anelli di fumo si addensano in rivoli di rabbia sanguigna, le canzoni di Aznavour stonano a contraltare di una realtà troppo adulta per le sviolinate, e sui matrimoni piove l’acqua del malinteso e della paura del pettegolezzo. Ed è così che, tra i poliedrici C.R.A.Z.Y. del titolo, c’è chi farà la fine di un toast pressato dalla piastra del ferro da stiro e chi sarà capace di far crescere acqua nel deserto.


CHUECATOWN

GENERE: Commedia. ANNO: 2007. NAZIONE: Spagna. DURATA (min.): 101.

Regista: Juan Flahn.

Interpreti: Pablo Puyol (Victor), Ángel Burgos (Mario), Carlos Fuentes (Rey), Pepón Nieto (Leo), Rosa Maria Sarda (Mila).






VOTO: 7,5


Chueca, Madrid. Un tranquillo rione della capitale dove vive un discreto numero di omosessuali. Tra le maglie di questa comunità si muove qualcuno che vorrebbe trasformare il distretto in un moderno, tollerante, simpatico quartiere dei sogni, cercando di imprimere nella mente degli abitanti l’assoluta necessità di un graduale e costante restauro, nell’intento di favorire l’insediamento di coppie gay facoltose. Rinnovamento, modernizzazione, aggiornamento, culto del corpo, autostima, iniziativa: queste le parole nuove che si vorrebbero introdurre all’interno del barrio. Intanto, quattro vecchie signore proprietarie di abitazioni, vengono rapinate e assassinate da una figura neanche tanto nascosta, e ciò darà origine a una sana e animata baraonda tutta madrilena.

Mentre in Italia si ha ancora a che fare con episodi di intolleranza verso i gay che intendono ottenere in affitto un appartamento, negato loro a causa delle inclinazioni sessuali, a poca distanza da noi c’è un paese che si diverte, in una rappresentazione allegra e farsesca, su un argomento tabù per il nostro povero paesello. A parte l’inesistenza di qualsiasi vera unione civile, in Italia manca una tutela nei confronti degli omosessuali, esposti come sono a qualsiasi tipo di discriminazione. La Spagna non sarà il paradiso terrestre, ma almeno sembra sulla retta via in quanto ad apertura e rispetto per le diversità, celebrate in una giocosa e colorata mise-en-scène che ha il pregio di arricchire il senso di integrazione e di accoglienza dell’altro. Un ragionamento sentito e allo stesso tempo satirico, sia su come certi omoni panzuti e villosi (i cosiddetti “orsi”) vivono il quartiere gay più famoso di Madrid, sia su come la speculazione edilizia stia lì alla finestra, pronta a ghermire zone declassate e un po’ abbruttite.

Al centro della vicenda ci sono l’istruttore di scuola guida Leo (Pepón Nieto, già visto in “Cachorro”) e Ray (Carlos Fuentes), grande patito di X-Men. Sono una coppia di orsi rozzi e spiantati che rutta, scoreggia, indossa vestiti casual e scarpe da ginnastica, trovandosi a disagio negli ambienti fashion del vicinato. Gli interpreti (una rappresentazione anticonformista della mascolinità all’interno della comunità GLBT) delineano due fidanzati un po’ tonti ma di sicuro impatto carnale; i loro corpi provocanti sono messi a nudo più volte, anche in una scena (un po’ gratuita, a dire il vero) che ci fa percorrere i corridoi di una sauna caliginosa. Ingenui e simpaticamente ottusi, scambiano il designer Norman Foster per un parente di Jodie Foster e per un clone del Norman Bates di “Psyco”, film omaggiato con la scena della doccia e rievocato grazie ai rapporti quasi morbosi tra le madri e i figli. Nessuna volontà di rifare Hitchcock, per carità, tuttavia nella pellicola c’è anche un riferimento lunatico a “Marnie”, quando il colore rosso del finale prende il sopravvento.

Si diceva delle madri e dei vincoli anomali con la loro prole. La bizzarra investigatrice di polizia Mila (una disinvolta e centrata Rosa Maria Sardá), accompagnata nelle sue operazioni da un figlio dalla nebbiosa identità sessuale, è al contempo un’agente ardita ma afflitta da fobie di ogni genere: paura dei ragni, degli insetti, di odori vari (come profumi e detergenti), perfino della barba incolta. Per fortuna conosce bene gli effetti delle pastiglie di Diazepam, e prendendo quelle si calma un po’. Tra la voglia di gestire un caso à la C.S.I. e il desiderio di aver a che fare con un serial killer di quelli veri, durante le indagini avrà il vantaggio di non soffrire di vertigini (almeno quelle!) come James Stewart in “Vertigo”.

La madre di Ray invece, è inarrestabile nella sua acredine di suocera arrogante che piomba nella vita della coppia come un asteroide annientatore. E’ una donna che non esita a mettere il gatto nel microonde, o a unirsi ai due protagonisti nelle uscite serali presso i locali a tema, non disdegnando l’idea di entrare in dark room con un accendino. Antonia, questo il suo nome, è il personaggio più retrogrado, fastidioso e chiacchierone, ma anche quello che si inserisce alla perfezione nel quadro di questa “commedia con delitti” pregna di situazioni spassose.

Edificato liberamente su una serie di fumetti, “Chuecatown” è stato realizzato con poco denaro e un discreto acume. Schematico e un po’ ripetitivo, con riflessioni a volte scorrevoli a volte stentate, è da recuperare per una serata dedicata al disimpegno intelligente.


BRÜNO

BrünoTitolo originale: Brüno.

Nazione: Stati Uniti. Genere: Commedia. Durata: 80 min.

Anno di produzione: 2009.

Regia: Larry Charles.

Uscita: 23/10/2009.





VOTO: 4


Il biondissimo, depilatissimo e faschionissimo Brüno vive a Vienna, “la città più figa di Austria”,  dove presenta un programma tv sulla moda molto alla moda, “Funkyzeit”. Sempre in prima fila a tutti i vernissage e alle sfilate più cool, a causa dei suoi estremi tentativi di indossare abiti sempre più impossibili, Brüno arreca un enorme danno durante un défilé a Milano e, per questo, viene allontanato dai ritrovi più “in” e licenziato dalla rete televisiva.

Decide, allora, che l’unica piazza che potrebbe accoglierlo è Los Angeles e pensa di trasferirsi lì. L’obiettivo è, come dice lui, “diventare la più grande star gay del cinema dopo Schwarzenegger” o, comunque, di acquisire la notorietà a qualsiasi costo.

Sasha Baron Cohen/Brüno, credendosi emblema di epicureismo gay, si atteggia per tutto il film con proverbiali polsi spezzati, accento fastidiosamente teutonico, vestiti arditi e sempre smanicati su hot-pants abbassati, circondato da onnipresenti flash fotografici, immagini patinate col flou, bizzarrie comportamentali.  Dopo mezz’ora si capisce come possa già aver scocciato.

Attraverso un’ulteriore trip di e sul travestitismo, Baron Cohen si conferma personaggio nomade e giramondo, sempre in cerca di un posto dove stare per poter dire la sua e di un equilibrio espressivo che dia un senso ai suoi pensieri in libertà.

Questa sua recente produzione è del tutto antipatica, non ha neppure il fascino visivo di un film modaiolo. Non si sa chi abbia potuto osare una similitudine con “Pink Flamingos” di John Waters, ma crediamo che le differenze siano evidenti: laddove Waters assestava un pugno nello stomaco alla società borghese attraverso un pungente utilizzo dei contenuti, Baron Cohen deborda con un tipo di personaggio che è solo veementemente litigioso e aprioristicamente ributtante, senza alcun proposito di approfondimento sociale, antropologico o politico.

I suoi continui scimmiottamenti alle star di prima grandezza lo portano a cercare un ambito dove fare beneficienza, dove poter adottare bimbi che lo rendano celebre, a punzecchiare le religioni come causa dei conflitti contemporanei, a inserirsi nella politica sporca degli uomini che cedono alle lusinghe e alle attrattive del sesso borderline. Tutte istantanee Come mi stanno questi occhiali?parziali e ripetitive che non approfondiscono mai l’argomento affrontato e conducono inesorabilmente alla noia.

Ciò che vorrebbe essere irriverente suona invece inadeguato e con una sovrastruttura narrativa troppo prevedibile; quello che gli autori pensavano di far risultare come balzano diventa un occultamento delle risorse comiche. L’intervista al terrorista islamico, tanto è vuota e inutile, sarà stata scritta in 10 secondi netti. Il bambino africano scambiato per un iPod è una povera vittima, così come lo è la gente di colore, di questo meschino e penoso impiastro dallo sguardo perennemente svampito. Il “comico” non trova mai la misura tra il paradosso e il dissenso, e il guaio è che non si capisce mai veramente da quale parte sta.

Nonostante Sacha Baron Cohen, attore multiforme e individuo votato alla manipolazione estetica, faccia di tutto per scandalizzarci con fellatio immaginarie al di là di ogni ragionevole buon senso e mostrandoci il suo pene roteante dal glande “canterino”, telecomandi infilati nell’ano, frustate e nudità di un sesso sadomasochistico che dovrebbe essere in controtendenza rispetto a quello dei “benpensanti” ma che da’ l’impressione di aver divertito solo gli attori che lo hanno interpretato, il senso di disgusto prende il sopravvento.

Il fatto che abbia scelto di interpretare un personaggio dichiaratamente ed evidentemente gay non inganni: le intenzioni di Baron Cohen non sono quelle di essere conciliante con le figure e le condizioni degli omosessuali. Il suo folle peregrinare tra repubblicani presunti intolleranti e religiosi ortodossi non graffia. E’ solo un cavalcare una condizione sociale del momento per mettere alla berlina usi e costumi dei gay, e lo fa ritraendoli nel peggior modo possibile. Le discriminazioni contro di lui, infatti, sono più che giustificate, il messaggio che arriva è controverso e si insinua un sospetto di malafede… La speranza è che rappresenti se’ stesso e nessun altro. E che, magari, la sua voce predichi isolata Provocante felinonel deserto delle idiozie.

Viste le attuali circostanze (soprattutto nel nostro Paesotto italiano) l’ultima cosa di cui aveva bisogno la “categoria” dei gay era una ventata di aria fritta ai limiti dell’offesa. Insomma, oltre a essere costruito sulla falsa riga dell’accettazione dell’omosessualità da parte di estremisti, il film esce in questo periodo inopportuno di aggressioni omofobe ripetute, impunite e, oltretutto, incoraggiate da una classe politica indifferente.

La regia di Larry Charles, insolito ideatore ribelle, che ricorre a un falso mockumentary e a una finta amatorialità è di quanto più inappropriato si potesse pensare. Già fanno fatica i film con un registro di genere più o meno definito a far accettare un tipo di ripresa e di narrazione così rischioso. A Baron Cohen non rimane altro che soccombere e venire risucchiato da una serie di montaggi accelerati, riprese traballanti e falsi propositi veristi.

Alla fine, il nostro predicatore decide che per sfondare davvero dovrebbe diventare etero. Un triste escamotage per allungare un brodo oramai insipido. Ecco che si appiccicano con lo sputo una congrega di pastori convertitori che dilatano la durata del film a ben 80 minuti!

A Brüno con la dieresi (il quale avrebbe voluto tanto farci divertire al punto da causarci propositi di diuresi) si consiglia di indossare una bella tuta blu e di andare a lavorare. Non c’è bisogno che marci verso lidi lontani. Che inizi pure dal giardino di casa sua.


IL DIRITTO DEL PIU’ FORTE

Il diritto del più forteUn film di Rainer Werner Fassbinder.



Con Karlheinz Böhm, Rainer Werner Fassbinder, Peter Chatel.



Titolo originale Faustrecht der Freiheit. Drammatico, durata 123 min. – Germania Ovest 1974. – VM 18



VOTO: 9

Ultimato entro la fine del ’74 e proiettato in anteprima alla Quinzaine di Cannes il 30 Maggio del 1975, “Il diritto del più forte” narra le vicende di Franz Biberkopf (Fox, per gli amici), un omosessuale che lavora in un Luna Park come “testa parlante”, rappresentante un’attrazione bizzarra nella quale la testa, staccatasi dal resto del corpo, dovrebbe rivelare agli interlocutori arcani segreti e presagi.

Rimasto presto senza soldi e senza un posto dove vivere, Franz abborda ai cessi pubblici un antiquario di nome Max che lo introduce nel suo giro di amicizie di estrazione borghese. Franz/Fox vince inaspettatamente 500.000 marchi alla lotteria, conosce Eugen, figlio di un imprenditore mezzo fallito, e ne diviene ben presto l’amante…

Criticato e rifiutato dalla maggior parte della comunità gay mondiale perché ritenuto, a torto, un film ritraente una parte di vita squallida e controversa di personaggi omosessuali, il film è invece portatore di un messaggio più ampio e universale che esce dai confini e dalle ghettizzazioni che gli si sono volute forzatamente attribuire.

“Faustrecht der Freiheit” (questo il titolo originale), benchè sia recitato da personaggi gay e nonostante rappresenti gran parte delle loro vite e un certo modus vivendi, non è un film sull’omosessualità. Fassbinder non poteva far altro che descrivere il mondo che conosceva meglio e, per raccontare una storia dove il denaro e il capitalismo sono fermamente al centro dell’attenzione, si è servito di protagonisti quotidianamente vicini a lui, essendo anch’egli omosessuale. Questa è la semplice sostanza di una pellicola bollata troppe volte e a sproposito come controversa.

Ci sono, oltretutto, elementi così apertamente gay-friendly che sbarazzano il campo da qualsiasi dubbio: i familiari, i colleghi di lavoro e, più in generale, qualsiasi membro della società che entra in contatto con i soggetti principali del film non fa una piega di fronte alla loro “condizione” e, anzi, ci sorprendiamo a vedere come la Germania descritta in quel periodo sia decisamente più avanti rispetto alle “moderne” collettività di oggi.

La condizione sociale chiamata in causa da Fassbinder è, pertanto, più estesa. Il problema, semmai, è che esiste sempre un ceto che intende istruirne un altro; questo rapporto di formazione, questo meccanismo di servo-padrone rasenta i propositi del totalitarismo. E’ per questo che vediamo Eugen tentare di educare il proletario, nonché suo compagno, Franz. E lo fa esortandolo a conoscere l’opera, il teatro, le lingue, la musica; Franz perde progressivamente la sua individualità e identità, la sua natura di uomo semplice

“Fox”, interpretato con esito positivo dallo stesso Fassbinder, non è proprio una volpe, ma nemmeno un proletario senza cervello che “pensa solo a bere, ingozzarsi e chiedere denaro”, come lo dipinge Eugen. E’ fisicamente molto presente, da’ l’idea di essere potente ed esplosivo, se non fosse per il carattere remissivo e fondamentalmente dolce. Crede con fermezza in un amore senza calcoli e non riesce ad adattarsi a un modo di vita fatto solo di esteriorità.

Eugen lo ritiene, invece, incapace di veri sentimenti. Quello del “figlio di papà” non è mai un amore sincero, esplicitato, ma si ingarbuglia intorno alla sua stessa figura, lusinghiera quanto spinosa e decadente, nella quale prevale una sottile voglia di rivalsa nei confronti del “barbaro” Fox.

Un’appendice collegata indissolubilmente al capitalismo è il denaro: il regista tedesco lo addita con una perseveranza che non lascia dubbi (tanto da far dire a un banchiere presso il quale si rivolge Franz, insistendo per un cospicuo prelievo di liquidi: “Contanti, contanti, contanti. Se ripeti una parola troppo spesso non sai più cosa significa”). E Franz, infatti, non ha la minima idea di come usare e investire i suoi soldi, non ne avverte il bisogno. E’ una persona semplice che si accontenterebbe di poco. Al bar con gli amici

Eugen, al contrario, fa progetti sulla casa nuova, sull’arredamento ricercato e particolarmente dispendioso, sul rinnovamento del guardaroba presso una boutique costosa per rinverdire il vestiario di Franz. Cerca, insomma, di sfruttare la situazione e imporre il suo status di ricco istruito al “povero” e ignorante Fox, il quale esce regolarmente umiliato da questa situazione. La natura di Eugen è predatoria, come impone la sua classe sociale: ha l’esigenza costante di accumulare soldi per sentirsi vivo e perché così gli impone la sua etica.

Il complesso di inferiorità del proletariato nei confronti della borghesia è uno dei vincoli più tenaci che tiene fedele e avvinto il primo alla seconda. La figura dell’inetto Fox è incapace di elaborare sbocchi per una ribellione. Il suo dissenso è masticato a metà tra un’invocazione e una supplica mentre ascolta la canzone “Angelo negro”.

Ci si domanda se, alla fine, la morte di Fox non sia casuale; magari egli, assumendo del Valium, avrà voluto solamente calmarsi un po’, diventare più invisibile alla tracotanza degli altri.

Nonostante ciò il suo corpo viene annullato e violato da tutti, sciacalli e rapaci di un uomo che non esiste più, discriminato tra i discriminati. Fox perde anche il giubbotto di jeans con la scritta del suo nome ed è come se fosse ritornato nuovamente a essere un’oscena attrazione da Luna Park, un freak senza più testa, cuore e anima.


MILK

Milk


Un film di Gus Van Sant.


Con Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna, James Franco.


Biografico, durata 128 min. – USA 2008. – Bim data uscita 23/01/2009.


VOTO: 8


La paura è un’emozione subdola, spesso grave e incontrollabile, a volte derivante dall’ignoranza di ciò che non conosciamo oppure indotta artificiosamente per piegare le masse ai propri voleri.

Ed è curioso (ma soprattutto arrendevole) distinguere ancora oggi le paure che oltre 30 anni fa furono al centro delle prime lotte dei diritti civili degli omosessuali.

Già allora si dibatteva sulle crociate pro e contro l’istituzione familiare (come se il riconoscimento di ulteriori diritti civili potesse limitare diritti già acquisiti), sui presunti attacchi alle fondamenta della società e alle “leggi di Dio”, si equiparavano (e se leggiamo le dichiarazioni sui quotidiani di oggi, è frustrante vedere come niente sia cambiato) i gay alle prostitute, ai ladri, ai pedofili.

Grazie ai meriti artistici di Gus Van Sant e al suo tempestivo impegno produttivo, vengono nuovamente (perchè c’è sempre bisogno di riaffermare!) rispolverate le campagne civili e politiche che infiammarono gli Stadi Uniti d’America negli anni ’70.

Van Sant, abbandonando per un po’ le sue ultime narrative “sciolte”, destrutturate e meditative, opta per una regia di taglio quasi documentaristico (eccezionale è il lavoro svolto per ricostruire il quartiere Castro a San Francisco) alternata a riprese di impianto tradizionale. La vittoria di Milk

Si concede solo qualche ardimento (l’immagine che si riflette sul fischietto gettato a terra, la morte di Milk con “la Tosca negli occhi”) per poi ritornare introspettivo, lento e profondo allo stesso tempo (la parte centrale è un po’ spenta, il film si ripiega su se’ stesso e diventa macchinoso e paradossalmente politico nei contenuti, nei termini usati e nella rappresentazione) e ancora chiudere in modo sollecito e urgente (la risposta migliore alla “Proposition 6”, il referendum per bandire i professori omosessuali dalle scuole della California, viene esternata così da Harvey Milk: “se fosse vero che i bambini imitano gli insegnanti, avremmo in giro un numero incredibile di suore”).

Sean Penn è di una delicatezza interpretativa disarmante, sciolto e radioso come i suoi sorrisi; ricorderemo per sempre anche il movimento delle mani e il formarsi delle rughe sul suo volto.