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Articoli con tag “futuro

TOTAL RECALL (2012)

Un film di Len Wiseman.

Con Colin Farrell, Kate Beckinsale, Jessica Biel, Bryan Cranston, John Cho.

Titolo originale Total Recall. Azione/Fantascienza, durata 121 min. – USA 2012. – Sony Pictures. Uscita: giovedì 11 ottobre 2012.

VOTO: 4

Condizionati da un perenne fascio di luce intermittente (con tanto di strobo a far sentire a proprio agio i giovinastri discotecari), i protagonisti di “Total Recall – Versione 20.12” si beccano subito uno di quei garbugli che piace tanto alla gente: chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Inseguiti dal perfido Cancelliere Cohaagen, uno che vuole il pieno controllo delle guardie sintetiche per dominare quel che è rimasto di un mondo futuristico andato alla deriva, i nostri sono stati creati a loro volta da un’industria cinematografica sempre più votata al pieno controllo e selezione della categoria degli spettatori. Parlo di quegli inconsapevoli “privilegiati” entrati di diritto a far parte di una famiglia di automi che accede in sala con gli stessi impulsi con cui vengono spinti ad accostarsi a una vetrina, tanto per vedere cosa c’è. Abitanti di città multistrato (altro…)

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NON LASCIARMI

USCITA CINEMA: 25/03/2011.


REGIA: Mark Romanek.
ATTORI: Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley, Sally Hawkins, Charlotte Rampling.


PAESE: Gran Bretagna, USA 2010. GENERE: Drammatico, Fantascienza. DURATA: 103 Min.




VOTO: 8,5


Una svolta nella scienza medica, risalente al 1952, da’ la possibilità ai dottori di sanare malattie incurabili. La conseguenza di tale conquista ci viene descritta da un racconto a ritroso condotto dalla 28-enne Kathy H. (la talentuosa, “blindata” e perfetta Carey Mulligan). Badante da un paio di lustri di pazienti un po’ speciali, ragazzi che cedono “qualcosa” in cambio della compagnia e del suo sostegno morale, Kathy ripensa ai tempi della frequentazione del college di Hailsham e ai compagni Tommy D. (un viscerale Andrew Garfield) e Ruth (un’impulsiva e sofferente Keira Knightley). Rivede i disastri che Tommy combinava con lo sport e il disegno, i recinti insuperabili della scuola, la rigidità comportamentale dei docenti, il controllo di una situazione che solo adesso appare ostinata e soggiogante.

Una repressione che passava anche attraverso una finta moneta, con la quale poter comprare qualcosa di virtuale o semplicemente inutile. L’illusione “regalata” ai ragazzi si traduceva in oggetti mezzi rotti: bambole senza braccia, ceramiche frantumate, audiocassette ingiallite, delle quali una molto romantica inneggiante al sentimento più nobile. I giovani studenti, però, erano fasciati da ben altre strette: quei braccialetti elettronici, apparati futuristici distintivi, che stonavano con l’ambiente rurale e semplice dove conducevano le loro esistenze; imitazioni simboliche disumane di un domani che potrebbe essere il presente di Kathy, e forse anche il nostro.

Gli educatori di Hailsham, interessati a una vita che potesse spingersi oltre ogni limite, reclamavano non a caso la robustezza fisica dei loro allievi, aiutandoli con l’assunzione di verdure e negando loro le sigarette. La conservazione siffatta nascondeva qualcosa: gli scolari non erano altro che duplicati generati senza padre ne’ madre, incalzati da una copertura medica quasi ossessiva che si compie quando gli stessi vengono messi a far parte di un feroce gioco cannibalesco. I “doni della morte” sono salvifici eppure sempre e soltanto, per forza di cose, temporanei. Chi salverà chi? Chi, tra le due etnie ormai distinte (donatori e riceventi), vivrà meglio e più compiutamente?

L’esplosione di un sentimento, ricchissimo di sfumature, probabilmente non previsto e così fantasticamente esorbitante da distruggere qualsiasi limite, rischia di minare gli esperimenti. L’Amore non riesce a fingere, nemmeno nelle piccole rappresentazioni teatrali volute dalla docente più sincera. Ma il destino è rigoroso, e cerca di abituare al grigio il DNA dei tre protagonisti, uno dei quali vittima di un erotismo manipolato e schematizzato dalla lettura di riviste pornografiche. Il fato si appoggia sugli sguardi di compatimento delle persone più grandi, che già conoscono il terribile avvenire di quegli esseri innocenti i quali si scoprono arenati, come barche su una spiaggia a due passi dal mare.

Nel suo pre-sentimento allarmistico e cupo, Romanek attinge dal romanzo di Ishiguro e dirige con singolare gradevolezza, componendo quadri a ogni scena, fissando la MdP in angoli inusuali e rendendo la forma del film così aperta che la nostra curiosità non può far altro che crescere, attendendo sempre un episodio illuminante e rivelatorio. Partendo da un terzetto d’attori eccezionali, a cui si aggiunge Charlotte Rampling (artista leggendaria e messaggera di un’Arte che non può redimere), l’estroso regista rende mirabile l’idea del trascorrere del tempo, attraverso stacchi morbidi che poi si manifestano improvvisi e brucianti nell’animo dello spettatore. Peccato per l’ultima parte, forse un po’ troppo decifrata, che corre il rischio di circostanziare un’opera per definizione inafferrabile.


IL MONDO DEI REPLICANTI

Un film di Jonathan Mostow.

Con Bruce Willis, Radha Mitchell, Rosamund Pike, James Francis Ginty, Boris Kodjoe.

Titolo originale Surrogates. Azione, Ratings: Kids+13, durata 95 min. – USA 2009. – Walt Disney. Uscita: venerdì 8 gennaio 2010.






VOTO: 5,5


In un futuro prossimo venturo le persone fisicamente disabili saranno in grado di comandare corpi interamente sintetici grazie ai cosiddetti “surrogati”, cloni inventati da uno scienziato e prodotti da una multinazionale. In verità tutti potranno avere un aspetto perfetto anche solo per sfizio, senza impegnative sedute in palestra o interventi di chirurgia plastica; non sarà neppure necessario uscire di casa, e di conseguenza si avranno diminuzioni di malattie sessualmente trasmissibili e di atti criminali. Ma i replicanti riusciranno veramente a far parte di una comunità a se’ stante? Dopo che un paio di cervelli umani connessi ai loro modelli si liquefanno attraverso l’uccisione del replicante le cose si complicano…

L’assurdo cyborg “blonde version” di Bruce Willis (immaginate il copricapo pilifero di Robert Redford poggiato sul cranio calvo del possente Bruce e avrete un’oscena idea del risultato) avrebbe bisogno di un upgrade, inguardabile com’è, con la frangetta e lo sguardo mutabile come un fermo immagine.

La versione umana è addirittura più forte di quella finta: si stacca da sola la flebo in ospedale ed esce a prendere aria fresca, resiste alle armi da fuoco, a un pestaggio e sopravvive a un incidente d’auto manco fosse Lazzaro resuscitato. Una volta di più Willis si tuffa a capofitto in una rappresentazione dell’eroe duro e puro, vista ormai troppe volte nel cinema d’azione. Sarebbe l’ora che si dedicasse anche ad altri ruoli più impegnati e vari. La cospirazione che lo circonda è eccessivamente complicata e si perde in un gioco di specchi non sempre originale e coinvolgente.

Più interessante è il ritorno del suo personaggio a una scoperta della vera umanità, la connessione con il suo passato emozionale che nessuna macchina potrà mai sostituire. Giustamente si pone il problema di come fare se poi in vacanza ci vanno i surrogati e gli umani veri si spaparanzano sui lettini iperspaziali e supertecnologici (chiamati poltrone stimolanti, di cosa non si sa), barricati sempre tra le quattro mura domestiche, vestiti in pigiama e con le pantofole ai piedi. Dov’è che uno può trovare il piacere?

A Bruce Willis comincia a pizzicargli il pisellino e chiede alla moglie una vacanza romantica. Lei invece preferisce sballarsi dandosi scosse elettriche (visto che i replicanti non traggono vantaggi dallo sniffare cocaina) e trastullarsi nel salone di bellezza dove lavora. Anche l’amore diventa di plastica e, come c’insegna Carmen Consoli, non può accontentarci.

A farcire ulteriormente la vicenda ci si mettono anche i cosiddetti dissidenti, coloro i quali non accettando di essere assoggettati al progetto di “replicazione” si sono riuniti in piccoli gruppi sparsi per tutti gli Stati Uniti, dotati pure di una sovranità territoriale e di un leader chiamato “il profeta”, una specie di nuovo Messia. In questi frangenti c’è un vago sentore di messa in scena di serie B, quella nostalgica di solito usata in passato da Carpenter quando con pochi mezzi a disposizione riusciva a fare film di grande contenuto.

Anche “Il mondo dei replicanti” richiama, seppur maggiormente votato all’effetto speciale da vero kolossal, questo spirito. Più volte si fa riferimento a “Essi vivono”, sia nella piccola popolazione dissidente che nell’aspetto dei robot quando si vedono in volto scoperchiati della loro pelle sintetica. Tirando le somme, il film è un condensato piuttosto male arrangiato de “Il mondo dei robot” di crichtoniana memoria, un frullato rimediato dai modesti escamotage di “Visitors”, si ispira (e aspira) ai racconti di Philip K. Dick e bussa furbescamente alle porte di “Avatar”.


MOON

Regia: Duncan Jones.

Attori: Sam Rockwell, Kevin Spacey, Malcolm Stewart, Dominique McElligott, Kaya Scodelario, Benedict Wong, Matt Berry, Robin Chalk.

Produzione: Liberty Films UK, Lunar Industries, Xingu Films. Distribuzione: Sony Pictures.

Paese: Gran Bretagna 2009. Uscita Cinema: 04/12/2009. Genere: Fantascienza, Thriller. Durata: 97 Min.




VOTO: 7


L’energia della Luna sarà quella del nostro futuro. Ce lo assicura la Lunar Industries Ltd.

Sam Bell, firmato un contratto triennale con la società per essere inviato su di una base lunare a ricavare energia, tifa per i Tennessee Titans ma le partite di football americano che gli vengono inviate sul lato oscuro del satellite non sono proprio nuovissime. Ripiega sui telefilm di “Vita da strega”, alimentando la sua fantasia di poter ritornare presto sul nostro pianeta per rivedere la moglie.

La stanchezza lo porta ad avere un incidente nel tentativo di raccogliere Elio-3 da inviare sulla Terra grazie al lavoro di mietitori, macchinari speciali che vagano in solitario sulla superficie diafana della Luna. Al suo risveglio avrà una sorpresa…

Sam Rockwell (il Sam Bell astronauta) sta in scena da solo dall’inizio alla fine della pellicola. Una prova davvero difficile per lui, superata benissimo grazie alla sua intensa fisicità e alla sua naturale profondità espressiva che infonde un senso di minaccia a ogni singola scena.

Il suo unico compagno, se così si può chiamare, è un robot accondiscendente di nome GERTY (doppiato in originale da Kevin Spacey) abituato a esprimersi anche attraverso l’uso di emoticons.

Perfino giocando con la messa a fuoco dell’obiettivo, il debuttante regista Duncan Jones, figlio della celebre star David Bowie, dimostra di saperci fare discretamente con la macchina da presa. Mette in scena una storia che non infastidisce del tutto, ricreando abilmente situazioni claustrofobiche cariche di tensione.

Catalogabile come film di genere richiamante alla memoria classici quali “2001”, “Solaris” e “L’uomo che fuggì dal futuro”, “Moon” sembra essere arrivato sulla Terra fuori tempo massimo: quella che propone non è proprio la miglior rappresentazione fantascientifica realizzabile. Mette in campo troppi temi senza svilupparne uno in modo compiuto: la ragione dell’uomo rispetto a quella fredda delle macchine robotiche e computeristiche, l’imperialismo, un accenno incompleto all’ecologia e all’ontologia.

E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’…