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DYLAN DOG

USCITA CINEMA: 16/03/2011.


REGIA: Kevin Munroe.
ATTORI: Brandon Routh, Sam Huntington, Anita Briem, Taye Diggs, Peter Stormare.


PAESE: USA 2011. GENERE: Horror, Thriller, Mystery. DURATA: 108 Min.




VOTO: 2,5


Da piccolo (e ogni tanto anche adesso) ero solito comprare settimanalmente una copia di Dylan Dog, in assoluto il mio fumetto preferito. La caratteristica base di queste storie era il continuo mantenimento di uno stato di suspense e ansia, che portavano a finali che quasi mai concludevano realmente l’episodio e lasciavano il dubbio che tutto ciò che era successo fosse in realtà nell’immaginazione dei protagonisti. Da mesi, quindi, aspettavo con impazienza l’uscita di questa trasposizione e non ho perso l’attimo per infilarmi al cinema alla prima occasione disponibile.

Il film inizia a New Orleans (dove si svolgerà interamente, anziché a Londra, che era l’ambientazione del fumetto) con la scoperta di un omicidio: la biondissima Elizabeth Huntington trova il cadavere del padre orrendamente mutilato e intravede un licantropo fuggire dalla stanza. Snobbata dalla polizia, la ragazza decide di rivolgersi a Dylan Dog (Brandon Routh) un investigatore privato che pare occuparsi di occulto e di cui ha trovato il numero proprio tra gli effetti personali del genitore. Il bel Dylan (rigido come un pezzo di legno per tutta la durata della pellicola) torna ad investigare su un campo che aveva lasciato anni prima a causa di una tragedia che lo aveva colpito personalmente, e si fa aiutare da Marcus (che ha l’ingrato compito di sostituire il bizzarro Groucho del fumetto), un non-morto che fatica ad accettare la sua condizione. Da questo momento in poi il film pare trasformarsi in una scopiazzatura della saga di Twilight, in una lotta senza quartiere tra Lupi Mannari e Vampiri, con la partecipazione straordinaria di una congrega di Zombie sfigati associati in una sorta di “anonima non-morti”, che hanno però il merito di dare un tocco d’ironia a un pallosissimo teen-fantasy mascherato da horror, privo di colpi di scena significativi.

Quello che più salta all’occhio è la differenza tra il Dylan “di carta” e quello “di celluloide”: se il primo è un ragazzo riservato, piuttosto diplomatico e poco incline all’uso della violenza, tanto da dimenticarsi a casa spesso e volentieri l’unica arma a sua disposizione, il secondo è il classico eroe da film d’azione esperto di arti marziali, che cammina sparando a due mani con pistoloni, fucili a pompa e mitragliatori da elicottero, rendendo il tutto poco credibile e alla lunga noiosissimo. Ho trovato inoltre stupido il fatto che il protagonista debba indossare i vestiti d’ordinanza (abbandonando un abbigliamento da sciattone palestrato) per “trasformarsi” nell’indagatore dell’incubo, quando invece la giacca scura, la camicia rossa e il jeans facevano parte dell’identità di Dylan Dog e contribuivano a renderlo inconfondibile. Non basta nemmeno che gli sceneggiatori abbiano mantenuto alcune caratteristiche del protagonista originale, come il fatto di avere un clarinetto o di essere perennemente alle prese con la costruzione di un modellino di veliero, oppure ancora di mettergli in bocca a sproposito alcune battute classiche (come “Giuda ballerino” esclamato a caso e il riferimento al proprio “quinto senso e mezzo”) per migliorare la situazione. Mancano inoltre il sarcasmo e la profonda umanità di Dylan Dog, che sarebbe dovuto risultare un uomo straordinariamente normale in un contesto straordinariamente assurdo.

I personaggi di contorno e gli antagonisti sono già visti, i mostri sono presi a piene mani dalle serie fantasy più famose (“Buffy”, “Streghe” e compagnia bella) e caratterizzati pure male, come ad esempio il capo dei licantropi, visto come una sorta di boss della malavita affetto da uno strano tic alla mascella. Gli effetti speciali, che spesso e volentieri hanno rialzato le sorti di pellicole mediocri, si adattano al livello infimo del film, e fan tornare indietro di almeno 20 anni se pensiamo alle tecnologie disponibili oggi, con l’esempio lampante dei raggi di luce e dei fulmini che escono dal corpo del mostro morente, in un finale tirato via pescato da un mazzo di 5/6 epiloghi piuttosto scontati (nda. Grazie a White Tiger per il suggerimento).

Insomma, questo non è il film che ricalca le atmosfere oniriche e spiazzanti dell’italianissima striscia di fumetti del personaggio creato dal povero Tiziano Sclavi, e dubito che per perdonare lo scempio gli basti il tributo dedicatogli dagli sceneggiatori, affibbiando il suo cognome a un Vampiro anziano. Restiamo sciaguratamente vittime della nostalgia del dimenticatissimo “Dellamorte Dellamore”, con annessa interpretazione di Anna Falchi.

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ADELE E L’ENIGMA DEL FARAONE

USCITA CINEMA: 15/10/2010.


REGIA e SCENEGGIATURA: Luc Besson.
ATTORI: Louise Bourgoin, Mathieu Amalric, Gilles Lellouche, Jean-Paul Rouve, Philippe Nahon.


PAESE: Francia 2010. GENERE: Azione, Avventura. DURATA: 107 Min.




VOTO: 4,5


Il 4 novembre 1911 mio nonno era nato da appena tre giorni. Purtroppo non venne alla luce a Parigi, e per questo si è perso lo spettacolo di un anziano signore un po’ bevuto il quale, muovendo dall’obelisco di Place de la Concorde, e camminando veloce per le strade della capitale, rimane abbagliato da una luce intensa che sembra provenire dalla statua di Giovanna d’Arco. E’ solo il primo degli strani fatti che velocemente si susseguono, come la schiusa di un uovo di pterodattilo e un vecchio scienziato in trance che rievoca poteri occulti.

Sfuggendo alla rigidità del clima parigino, la semi-archeologa e finta scrittrice Adèle Blanc-Sec (resa dalla “bella e basta” Louise Bourgoin) parte per una spedizione in Egitto, con l’intento di riportare alla luce una mummia-medico in grado di far tornare in vita la sorella, vittima di uno stranissimo incidente tennistico. I risultati di tanta sarabanda in salsa pop-fumettistica dovrebbero essere esilaranti per lo spettatore così come per alcune mummie, che si ritroveranno a camminare per i boulevard della capitale francese non prima di aver fatto visita al Louvre, il guaio è che tutto appare stiracchiato e retrivo. Nonostante le vicende siano state ricavate da due fumetti (e forse è proprio questa combinazione casuale e forzata a non aver trovato terreno fertile) di Jacques Tardi, il film manca di carattere.

Il regista, si sa, è un paladino della femmina intraprendente e tutta azione, basti ricordare “Nikita”, “Léon”, fino a “Giovanna d’Arco”, autocitata egregiamente con piccoli e sagaci scorci. Forse è per questo che gli uomini sono tutti un po’ scemi, e uno dei cattivi è vestito di nero come il nazista del primo “Indiana Jones”: l’individuo deforme e quasi nauseante è interpretato nientemeno che da Mathieu Amalric, il quale nascosto sotto un trucco quasi irriconoscibile, resta in scena per troppo poco tempo. Le avventure a cui partecipa Adèle sono molto simili, in quanto ad azzardo e a esagerazione, a quelle dell’archeologo cinematografico più famoso del mondo. Non sempre mitigate da un giusto nonché originale umorismo, le peripezie sono ibridi impraticabili che oscillano tra l’eroe di Spielberg e “la Mummia”, “Il fantastico mondo di Amélie” ai tempi della Belle Epoque e “Una notte al museo”.

La protagonista di Besson non mangia, non beve e non sembra essere interessata agli uomini. Bisbetica com’è, si dedica quasi esclusivamente al lavoro e alla ricerca, non disdegnando di mostrarsi nuda a una mummia sottovetro. E’ disponibile a concedersi allo scienziato sfigatello solo quando capisce che può ricavarne qualcosa per i suoi (seppur nobili) scopi. Un’ottica scontata e prevedibile, mai sorprendente, antica e postmoderna insieme, in un miscuglio poco accattivante. Impavida pulzella d’Orléans, la Blanc-Sec si spinge al limite, verso avventure ricche di immaginazione, anche se un po’ ridicole e piene solo di effetti speciali. L’ispettore di polizia Caponi è l’unico personaggio a risultare riuscito e simpatico: tra Clouseau e un Poirot dei poveri sempre affamato e assonnato, è grazioso nei suoi incontri/scontri con lo pterodattilo.

La pellicola è permeata dall’ossessione di far tornare in vita le cose e le persone inanimate, come se fosse seguita da moderni e avanzati scienziati pronti a inventare l’ultima e la più definitiva fra le cure. Un chiodo fisso che sembra aver persuaso l’autore, scialacquato nel tentativo di rinvigorire quel suo cinema fatto di azione intelligente e perspicace che oggi non esiste più, adagiato com’è su una macchinosa artificiosità pronta a vendersi a esigenze commerciali. Nella disperata e disorientante confusione mentale nel trovare qualcosa di originale, il giullare Besson affonda, stretto tra le bende e gli enigmi (ma quali?) dei faraoni, e attanagliato dal destino del Titanic.