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EMOTIVI ANONIMI

Un film di Jean-Pierre Améris.

Con Benoît Poelvoorde, Isabelle Carré, Lorella Cravotta, Lise Lamétrie, Swann Arlaud.

Titolo originale Les émotifs anonymes. Commedia, durata 80 min. – Francia, Belgio 2010. – Lucky Red. Uscita: venerdì 23 dicembre 2011.

VOTO: 6

Un buon cioccolato si differenzia dagli altri per la scelta degli aromi e delle gradazioni di amaro. Per questo si può dire che non tutti sono uguali. Alcuni si elevano per il loro gusto spiccato e per l’amabilità al momento di sciogliersi in bocca, altri restano piattamente inconsistenti e impersonali. “Emotivi anonimi” è una delle numerose derivazioni al cacao trasposte per il cinema, ed essenzialmente fa il pieno di svariate inespressività.

Spesso la dolcezza del prodotto è stata presa come centro catalizzatore di ammorbidimento delle coscienze, di distensioni sentimentali e rilassamenti emotivi. Il film di Jean-Pierre Améris non è da (altro…)


NIENTE DA DICHIARARE?

USCITA CINEMA: 23/09/2011


REGIA e SCENEGGIATURA: Dany Boon.
ATTORI: Dany Boon, Benoît Poelvoorde, Chritel Pedrinelli, Joachim Ledeganck, Julie Bernard, Olivier Gourmet, Karin Viard.


PAESE: Belgio, Francia 2011. GENERE: Comico/Commedia. DURATA: 108 Min.

VOTO: 6

Il primo Gennaio del 1993 furono cancellate le linee di demarcazione dei confini di molti paesi europei, generando il cosiddetto Mercato Comune. L’annuncio, anticipato sette anni prima, previde la chiusura di tutte le dogane, e mise in crisi gli orgogliosi mestieranti di un paesino di confine tra Francia e Belgio: la cittadina di Courquain (in francese), Koorkin (in belga). “Rien à déclarer” esordisce così, socialmente e politicamente in orbita e descrivendo i giorni immediatamente precedenti l’entrata in vigore dei testi (altro…)


TOURNEE

USCITA CINEMA: 16/03/2011.


REGIA e SCENEGGIATURA: Mathieu Amalric.
ATTORI: Mathieu Amalric, Anne Benoit, Antoine Gouy, Aurélia Petit, André S. Labarthe.


PAESE: Francia 2009. GENERE: Drammatico, Musicale. DURATA: 111 Min.




VOTO: 5


Venghino siori, venghino. Il new burlesque è in partenza da Le Havre, passa da Nantes e ferma a La Rochelle. Viaggia in treno, dorme in alberghi di second’ordine e ha camere con vista su Parigi. Porta con se’ un carico ingombrante di americane formose, che intrattengono con ironici numeri musicali gli spettatori di provincia. E’ un lavoro che sconfina nell’abitudine, e fa crescere la voglia di girare le città sbiadite, quasi senza nome, che le donne sono costrette a frequentare per tirare su qualche soldo.

Il produttore che le scarrozza si chiama Joachim Zand (Mathieu Amalric), uno che si arrangia come può, contratta animatamente sulle percentuali di guadagno ed è in perenne conflitto col proprio orgoglio. Gira con macchine a noleggio imbruttite da imballaggi che ricoprono i sedili, mangia nei peggiori fast-food, e ha un improvvisato e superficiale rapporto coi figli. I mezzi a disposizione sono sempre meno, e le ragazze, sorridenti ma a disagio, vivendo nell’illusione di poter avere uno show tutto per se’, fanno gruppo e si accontentano. I soldi se li mangiano solo in scena, l’unico posto dove possono vincere perché è lì che dimostrano di amare il loro corpo dalle forme esagerate. Per una volta il giro vita non è un problema, così come la cellulite; le movenze sono provocatrici più che procaci, e danno un nuovo senso perfino al romanticismo di “Moon River”. Quando scendono dal palco, il gruppo di signore in carne si esibisce in modo imbalsamato: il loro recitare è più che altro un arrangiarsi nelle espressioni e nelle movenze. Fanno a gara con Joachim a rispondere alle numerosissime chiamate al cellulare e ad aspirare inesauribili sigarette (esempio piuttosto orribile di riempitivo/escamotage narrativo). La sceneggiatura non è da meno: scritta sul lato corto di una baguette mancante di sale, “salta” volutamente fuori dal contesto delle rappresentazioni teatrali per scoprire inutilmente la vita fantasma del personaggio di Amalric.

Perché quando ci sarebbe stata l’opportunità di approfondire le vicende e le argomentazioni di un padre allo sbando che inciampa per caso nei figli che ha, che non conosce e non conoscerà mai, dei quali subisce quasi senza ferirsi i rimproveri inespressi, la scrittura si eclissa per ricomparire in un breve barlume esemplificativo sul feeling (comunque negato) tra Joachim e Mimi Le Meaux, una delle “burlesquettes” danzanti. Amalric, volto scolpito nella pietra, soffoca i lati più sofferenti, si fa brillare gli occhi solo per un attimo e poi continua imperterrito a infarcire di mistero il suo personaggio, ormai sulla (de)riva con una nuova famiglia di persone che ridono, apparentemente felici. Piuttosto che cercare di togliere musica, sonoro o spegnere le tv delle hall, avrebbe fatto meglio ad aggiungere argomenti dalle tempistiche adeguate, scritti più emozionanti e storie interessanti.


QUESTIONE DI PUNTI DI VISTA

Un film di Jacques Rivette.

Con Jane Birkin, Sergio Castellitto, André Marcon, Jacques Bonnaffé, Julie-Marie Parmentier.

Titolo originale 36 vues du Pic Saint-loup. Commedia/Drammatico, durata 75 min. – Francia, Italia 2009. – Bolero. Uscita: martedì 8 settembre 2009.






VOTO: 7


Sergio Castellitto/Vittorio veste Prada, ma non è un diavolo. Tutt’al più un elegante, moderno e curioso supporter che si lascia affascinare da un piccolo gruppo circense del quale decide di seguire le orme. Si ritroverà a incoraggiare alla vita la “canard enchaîné” (un’ermetica seppur sorridente Jane Birkin), afflitta dai dolori dell’elaborazione di un lutto e dai sensi di colpa.

Jacques Rivette, uno dei maestri della Nouvelle Vague, mette in scena un piacevole gruppo di mimi, clown, acrobati e giocolieri, degni portatori di un’illusione che ormai sembra essersi sbiadita. Forse il tempo li ha superati, in qualche modo calpestati. Forse i nostri tempi non sono più in grado di sostenere un modo di filmare così atipico, piantato per terra, privo di svolazzi se non quelli dell’anima.

Improvviso e scostante come una partitura jazz, senza musica e senza applausi, pervaso da una calma fiaccante e dal silenzio del vuoto, il tono leggero dell’autore (finalmente un film dove nessuno urla e dove si chiede il permesso prima di parlare) prende corpo, e il suo lunatico svago nel piccolo circo non soffoca le ambizioni. Il cinema/circo non è rutilante, ne’ apprensivo. Viene spogliato da qualsiasi carattere freak e rivestito da un impianto teatrale, dove si esibiscono filosofi che ripetono ogni sera la loro litania esistenziale in un sud della Francia provinciale, caldo e quasi disabitato. Minimalista, come l’opera rappresentata.


NEMICO PUBBLICO N. 1

Un film di Jean-François Richet.

Con Vincent Cassel, Cécile De France, Gérard Depardieu, Ludivine Sagnier, Mathieu Amalric.

Azione, durata 240 min. – Francia, Canada, Italia 2008. – Eagle Pictures – VM 14






VOTO: 7


Tu sei romantica, amica delle nuvole…” cantava Tony Dallara.

L’animo opposto dell’imprendibile Jacques Mesrine, sentimentale dissidente: fugge dalla famiglia, ingravida una donna spagnola e poi la picchia, rapina, uccide barbaramente, seduce con astuzia le prime femmes che incontra, va in prigione. Mosso da un grande ego, Mesrine fu scaltro a costruire la propria mitologia, condizionando i media e deformandosi in un Robin Hood a suo modo contro il sistema. Occhi irrequieti, attraversati con vitalità da quel cocktail di autocompiacimento e indisciplina, il superbandito protagonista della malavita tra i ’60 e i ’70 è interpretato al meglio da Vincent Cassel, il quale presta volto e corpo trasformandosi nelle molteplici identità delle quali il criminale si servì per tentare di sfuggire alla cattura.

In appoggio a questa bella performance attoriale, l’appassionante montaggio spaziato voluto dall’abile regista Richet, il quale splitta lo schermo diverse volte permettendosi anche tempi di ripresa fuori sincrono. Nel film ci sono passione e angoscia, nuance che virano verso il “polar”, esagerazioni e guasconate. Ci si trova immersi nella giungla accanto a Cassel, senza principi ne’ morale. Nemmeno nei carceri di massima sicurezza il ladruncolo “impara” il rispetto che lui stesso pretende tanto. Comunque non importa: tutto scivola sull’epidermide da elefante di Jacques. “Non, rien de rien, non je ne regrette rien…”.

Resta il fastidio del rumore di fondo delle news accostate alle vicende narrate. Qual è il senso di far comparire i comunicati dell’affare Moro alla tv, per poi riprenderne il filo sul sottofinale con l’intenzione di Jacques di andare a Milano per incontrare le Brigate Rosse? Più che di collera sovversiva, si dovrebbe parlare di odio personale. Raccontare le vicende dell’uomo più ricercato di Francia avrebbe voluto dire anche soffermarsi di più a evidenziare il tempo storico di un paese diviso tra gli imbarazzi della guerra d’Algeria e gli assetti polizieschi di 20 anni dopo.

L’ “Ennemi public n. 1” è un continuo alternarsi vorticoso dell’eterno gioco fra guardie e ladri. E allora non ci si dovrebbe prendere il disturbo a mettere in scena una storia vera, bensì a presentarla così com’è, senza filtri, senza nomi, date, riferimenti. Perché tutto è già romanzato di per se’, la storia ha i crismi per supportare una sceneggiatura visti i molteplici (e spesso simili) accadimenti: rapina ardimentosa sino al masochismo, ammazzamenti, arresto, fuga temeraria, scopata. E poi via da capo, per la modesta durata di circa 4 ore.

Sintesi, signori. Sintesi.