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Articoli con tag “fotografia

MIDNIGHT IN PARIS

Un film di Woody Allen.

Con Owen Wilson, Rachel McAdams, Michael Sheen, Nina Arianda, Kurt Fuller.

Commedia, durata 94 min. – USA, Spagna 2011. – Medusa. Uscita: venerdì 2 dicembre 2011.

VOTO: 5

“Un film privo di umorismo e credibilità. Ma io e John abbiamo riso senza ritegno”. È il giudizio della madre di Inez (Rachel McAdams) a proposito di una pellicola americana, di cui non ricorda ne’ il titolo ne’ la trama, appena vista in un cinema di Parigi. Ed è un po’ quello che accade assistendo al résumé francese dell’infinito European Tour a cui si sta dedicando Woody Allen da un po’ di tempo a questa parte: lo vedi, e poi dimentichi con piacere trama e contenuto.

Lontano da New York, il regista tenta sbiaditamente di anteporre (ancora) la finezza di scrittura alle dozzinali produzioni hollywoodiane, illudendosi-ci che bastino due battute messe in croce per potersi in qualche modo schierare contro quelle produzioni di film e serie televisive esibite con (altro…)


MY SON, MY SON, WHAT HAVE YE DONE

Un film di Werner Herzog.

Con Willem Dafoe, Michael Shannon, Chloë Sevigny, Brad Dourif, Loretta Devine.

Drammatico, durata 91 min. – USA, Germania 2009. – Onemovie. Uscita: venerdì 10 settembre 2010.

VOTO: 8

Anche i giganti hanno cominciato da piccoli. Poi, da minuscoli batuffoli irrisori, se non favoriti nel loro processo di crescita, corrono il rischio di trasformarsi in sub-adulti. Laddove i nani del 1970 (“Auch Zwerge haben klein angefangen”) erano per Werner Herzog l’esuberanza della realtà vista in bianco e nero, personalità moleste di dromedari, rivoluzionari e fomentatori crudeli, sconvolgenti briciole affette da isteria, il loro Intero degli anni zero ha la personalità quasi insignificante dipinta da Michael Shannon in un lavoro interpretativo di sottrazione.

Il gigante è un enorme batuffolo rosa, circondato da suppellettili di colore rosa, da pink flamingos da (altro…)


L’INFANZIA DI IVAN

Un film di Andrei Tarkovskij.

Con Nikolaj Grinko, Kolia Buriliaev, Valentin Zubkov.

Titolo originale Ivanovo detstvo. Guerra, Ratings: Kids+16, b/n, durata 95 min. – URSS 1962.

VOTO: 8,5

In esplorazione per conto dell’esercito russo, una pedina strategica permette alle truppe di avanzare e guadagnare terreno. Contrariamente a quanto state pensando, non si tratta di un eroe forte e muscoloso. Ma di un dodicenne di nome Ivan (Kolja Burljaev) verso il quale la vita si è presentata nel modo più spietato possibile, portandogli via entrambi i genitori durante il secondo conflitto mondiale. Lasciando, nel suo animo non più candido, uno scontro perenne che vede prevalere ora il demolito presente, ora il candido tempo andato. I nuovi padri sono tenenti e capitani delle forze armate. Capaci di amare, a modo loro. (altro…)


WALL-E

Un film di Andrew Stanton.

Con Ben Burtt, Elissa Knight, Jeff Garlin, Sigourney Weaver, Fred Willard.

Animazione, Ratings: Kids, durata 97 min. – USA 2008. – Walt Disney. Uscita: venerdì 17 ottobre 2008.






VOTO: 8


Messaggi subliminali in stile “They live” circondano una vivida (viva?) umanità; la spingono a vincere, mangiare, giocare, in una realtà futuristica che assomiglia tanto a una giostra. I terrestri sembrano divertirsi, si abbandonano a cotanto godimento corporeo e poco importa se tutti sono vestiti dello stesso colore (la scelta è fra il rosso e il blu, l’importante è che l’abito sia gemello per chiunque). Il cuore, la memoria, la sensibilità, danno l’impressione di essere rimaste a casa, in chissà quali strutture architettonicamente ardite e avanzate. Per ora ci si accontenta di percorrere strade apparecchiate da una linea bianca, senza fatica, comodamente seduti su di un lettino pneumatico sollevato dal suolo.

Numerati e perennemente in stato sognante, gli “umani” non si muovono più,  non hanno nemmeno bisogno di pensare, di vestirsi o di parlare: c’è già qualcuno che provVEDE a tutto, che li ha contati e che li comanda attivamente tra protocolli, priorità, computer, finte rigenerazioni fisiche bilanciate da buffet e da frullati giganti, temperature sotto controllo e comunicati da Grande Fratello. Anche il tempo sembra essersi arreso: non esistono più le (mezze) stagioni, solo 21 gradi permanenti e assolati. In questa continua crociera spaziale, il gregge umano staziona a bordo piscina e, in un catatonico stato di perdita della coscienza, non prova nemmeno a farsi un bagno, separato com’è da qualsiasi proposito di apertura e comprensione. La vita è asfittica, connotata in un habitat sintetico, disinfettato e candeggiato, secondo direttive presidenziali imparziali e indiscutibili.

WALL-E è uno spazzino “sollevatore terrestre di carichi di rifiuti” che, stazionando su di un Pianeta Terra divenuto suolo tossico in cerca disperata di una nuova colonizzazione, ha creato un Eden personale collezionando gli scarti lasciati dall’uomo e, lavorando sotto il sole malato, non vede più cieli azzurri o prati verdi. Il solitario e non affranto robot costruisce grattacieli di spazzatura cubica compattata, prima che l’abituale nube di polvere si affacci minacciosamente al tramonto, chiudendo una giornata uguale all’altra da oltre 700 anni a questa parte.

In questo Paradiso Terrestre obbligato, WALL-E è un Adamo che rincorre la sua Eva (un modernissimo robot femmineo) ed è un paradosso che funge da agente contaminante, interessato a svilupparsi (e a riprodursi!) più delle estinte carcasse umane senza futuro, impaurite dal terriccio lasciato sui loro lindi pavimenti quasi fosse un’impronta oltraggiosa. Il robottino della Pixar, pur essendo un incrocio tra le lunghe braccia di E.T. e gli sferragliamenti cingolati del Numero 5 di “Corto circuito”, è un veicolo scassato che suscita simpatie incondizionate; nel piccolo cuore in scatola di WALL-E c’è ancora posto per la curiosità e la speranza, nei suoi occhi-binocolo ci si tiene per mano e si danza romanticamente come in “Hello, Dolly!”.

Il film, uscito dal laboratorio creativo di John Lasseter, è dipinto da un set di colori insolito che va dal grigio fosco al castano plumbeo, passando in rassegna tutte le sfumature bruciate dei beige, secondo un programma cromatico invidiabile messo su dal genio di Roger Deakins. Sperimentale e audace nel raccontare tutta la prima parte rinunciando in pratica ai dialoghi e servendosi solo di sfregamenti meccanici, beep elettronici e immagini, “Wally” omaggia spesso e volentieri il “2001” di Kubrick quando fa emergere gli occhioni dei robot “cattivi” simili a quelli di HAL e qui contraddistinti da un’altra sigla (BnL) con tanto di jingle riconoscitivo composto da Thomas Newman.

Attenzione, sembra dirci Andrew Stanton restituendoci una rilevanza quasi filosofica, “L’alba dell’uomo” è lì a un passo che ci attende, per cui è lecito descrivere una razza umana già morta e sepolta dalle sue stesse immondizie: le rovine dei grattacieli han preso il posto delle scimmie. All’uomo “che comanda” non rimane altro che imparare nuovamente a camminare. O a volare nello spazio, magari grazie a un estintore.


QUERELLE DE BREST

Querelle de BrestTitolo originale: Querelle.

Regia: Rainer Werner Fassbinder.


Con: Franco Nero, Brad Davis, Jeanne Moreau, Laurent Malet.

Genere: Drammatico.


Produzione: Francia/Germania.

Anno: 1982. Durata: 108 min.



VOTO: 7

Tratto dal romanzo omonimo di Jean Genet, “Querelle de Brest” è stato l’ultimo film diretto dal grande Rainer Werner Fassbinder, prima della sua morte a causa di un presumibile abuso di droghe. Arrivò sugli schermi del Festival di Venezia nel 1982, pochi mesi dopo il decesso dell’autore, sull’onda di fragori sensazionalistici a causa dei contenuti e di alcune scene provocanti.

La pellicola racconta le vicende del marinaio Georges Querelle (Brad Davis), sbarcato a Brest con la nave “Vengeur” a capo della quale governa il tenente Seblon (Franco Nero), invaghito dalla bellezza di Querelle. Ma nel porto della cittadina francese il giovane uomo di mare farà la conoscenza dell’ambiguo Nono (Gunther Kaufmann), gestore, insieme alla moglie Lysiane (Jeanne Moreau), di un bordello famigerato chiamato “La Feria”, e incontrerà suo fratello Robert, amante della consorte di Nono. In un paese costiero tutto ricostruito in studio come fosse un porto di una città equatoriale, Querelle vivrà avventure amorose, intrallazzi ricettatori, corteggiamenti subdoli e meschini tradimenti.

La macchina investigativa dei sentimenti messa in moto da Fassbinder ci conduce, come naufraghi stremati, su queste rive perigliose, a diretto contatto con uno dei personaggi più sofferti della filmografia del regista tedesco. Querelle, infatti, attraverso una serie di vicende complicate e un po’ sconclusionate “corre il pericolo” di… trovare sé stesso, di sapere in definitiva qualcosa di più sulla sua identità. E’ egli un angelo, un assassino, un martire, un ladro, un diavolo tentatore? Forse tutte queste personalità allo stesso tempo. Querelle sta per essere "avvicinato" da Nono

Brad Davis, qui al suo meglio per doti recitative e prestanza fisica, regala a Querelle una perfetta aderenza ai progetti contenuti nel romanzo di Genet e a quelli cinematografici pretesi da Fassbinder. Di statura media, rigoroso, ben proporzionato, con gli occhi sprezzanti, i lineamenti regolari, l’espressione severa del viso, i suoi modi glaciali e ombrosi, Davis riesce a sembrare naturalmente impenetrabile, come vuole il copione.

A fare da sfondo, le scenografie, dicevamo, opportunamente e volutamente finte, ricostruite in studio. L’arredamento ha rilievi barocchi e misteriosamente conturbanti (gli specchi e i vetri che disseminano il set sono “marchiati” con stampe e disegni particolarmente increspati ma anche con figure fallocentriche ed esplicite scene di sesso). Disegni osceni di membri turgidi etichettano gli angoli del porto e la zona delle latrine, dietro alla quale corrono i desideri repressi del tenente, in perenne attesa di un allarme che suoni a risvegliare la sua coscienza. D’altronde  le dinamiche che legano tra loro i personaggi hanno tutte un’origine sessuale e nascono da un unico fondamento, il desiderio.

La fotografia si presenta con una grandiosa resa cromatica, evocatrice di un’atmosfera irreale e simbolica, in grado di catturare la percezione dello spettatore e di ammaliare, così, le sue sensazioni. I colori virano dal giallo (quello dominante) al rosso (celebrativo di scene passionali), al blu (più marginale). Le immagini scorrono spesso infuocate come a invocare ardenti propositi di decadenza e morte. Anche i costumi sono realizzati in modo fastoso e stravagante, tra lustrini, paillettes, anelli e pendagli. Nonostante indossi alcuni di questi monili, il personaggio di Lysiane, interpretato da una matura Jeanne Moreau, non è per niente carismatico, attraversato com’è da un insieme di prototipi: amante, amica, veggente e madre.

Tra marinai affaccendati e sudati, senza maglietta o in canotta, alcuni raffigurati con le dovute guance dure e incavate, fa capolino il sesso: stringere un uomo contro il proprio corpo nudo e risplendente è il desiderio di molti fra i protagonisti. La scena della sodomizzazione di Querelle da parte del possente e animalesco Nono è il trionfo della carnalità; tra dolore fisico e morale, e con la saliva grondante sui corpi accaldati, entra di diritto a far parte dell’immaginario omosessuale. Ma, al contrario di Querelle, non c’è nessuna passione in Nono: lui gioca senza voler inquinare i sentimenti. Pretende (e ottiene) solo divertimento, senza alcuna complicazione; ancora una volta l’amore è più freddo della morte.

Il film è disseminato da citazioni e riferimenti letterari, tra l’etica di Plutarco e quella Genetiana. “Ogni uomo uccide ciò che ama”, canta Lysiane in una delle più significative scene del film: per l’uomo sembra possibile amare solo con la fantasia gioiosa e rapida del bambino e, dopo il “crimine” della crescita e della presa di coscienza, gli è concesso unicamente di penetrare in un mondo di sentimenti violenti.

Questa continua letterarietà che traspare per tutta la pellicola, innalza il film a totem estremamente intellettualistico e cerebrale, allettante dal punto di vista culturale ma senza anima. Con “Querelle” abbiamo a che fare con infinite strutture simmetriche, propense a un turbinio di avvenimenti e di concetti. Il risultato è dubbio; ora esplicativo, ora intuibile o epidermico. Quella che è mancata a Fassbinder è la coesione tra fatti e riflessioni: il gioco degli sdoppiamenti voluto dal regista è troppo dichiarato e, nell’ultima mezz’ora del film, compiaciuto e noioso.

Da rimarcare la pubblicazione dell’opera in DVD, rieditata circa 3 anni fa: oltre al film, un’interessante intervista a Franco Nero (che racconta di episodi curiosi sul set e fuori) e un prelibato cortometraggio con Fassbinder protagonista, intitolato “Chambre 666”, dove il regista e attore tedesco ci saluta (quasi come fosse un presagio) da un’anonima stanza-avamposto.

Per ricordare il genio e il vulcano di idee che è stato quel talento debordante di Fassbinder, è necessario rinnovare la visione delle sue opere, prodighe di discussioni e confronti. La sua febbrile e pressante figura avrebbe avuto ancora molto da dire sulla società dei nostri tempi.