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LIMITLESS

USCITA CINEMA: 15/04/2011.


REGIA: Neil Burger. ATTORI: Bradley Cooper, Robert De Niro, Abbie Cornish, Andrew Howard, Anna Friel.


PAESE: USA 2011. GENERE: Thriller. DURATA: 105 Min.





VOTO: 7

Edward Morra (un affascinante e variegato Bradley Cooper) è uno scrittore trasandato che sta elaborando un romanzo di fantascienza spacciato come metafora filosofica sulla condizione umana del ventunesimo secolo. La fatica nello sviluppare lo scritto occupa giorni, settimane e poi mesi, in un pietoso crogiuolo che diventa confortevole, tanto che Lindy, la sua ragazza, decide di lasciarlo. Vagando per la città di New York, Edward incontra una vecchia conoscenza, l’ex-cognato Vernon, il quale gli propone di dargli una mano grazie a una pasticca miracolosa di nuova concezione farmacologica…

Dando una lettura basilarmente figurativa, possiamo dire che “Limitless” potrebbe essere una metafora etica sulla distruzione dell’uomo per effetto di sostanze stupefacenti; quelle droghe che, assunte per migliorare le proprie prestazioni, a un primo periodo di dolce e gentile assuefazione fanno seguire terribili momenti dissociativi. E nelle cosiddette “sostanze irresistibili” vanno senz’altro aggiunte quelle mediche normalmente prescrivibili: prendiamo l’(ab)uso comune che, negli “strange days” delle società moderne, viene fatto degli psicofarmaci o degli antidolorifici. Per mantenere un alto livello di attività motoria e vocale, molte persone sono disposte a qualsiasi cosa, a rischiare il salto nel vuoto della loro condizione esistenziale; di solito votate a posti di lavoro di estrema responsabilità e cospicuo guadagno, oltre i limiti del supereroismo.

Se ci guardiamo intorno, quella descritta in “Limitless” non è una realtà molto dissimile (è forse il romanzo di fantascienza scritto dal protagonista?), nella quale, tra gli altri, anche l’ex fidanzatina Lindy ha appena ottenuto un avanzamento di carriera e quasi tutti quelli che Edward incontra sono socialmente più in alto di lui. Ecco spiegato perchè una ricerca quasi ossessiva consacrata a una condizione frizzante, intelligente, dotata di buon senso, e con la certezza di accedere a una memoria oramai sepolta da anni di assuefazione psichica, attiri pressoché tutti (con il massimo rispetto per coloro che soffrono seriamente di problematiche depressive, qui contingenti).

Le piccole pastiglie trasparenti, che Edward continua ad assumere in dosi sempre più massicce, gli aprono una porta che conduce in una zona già conosciuta e ambita: quella dell’accumulo di denaro. All’inizio rigetta, fisiologicamente pulito, quel mondo, e precipita in un incubo a occhi aperti, nel quale non capisce più chi è, cosa fa, da chi è circondato e cosa vogliono gli altri, quelli interessati al suo stato di aliena esaltazione. Tutto ciò a cui si presta la grande attività cerebrale e la frenesia intellettiva di Eddie è riconducibile ad algoritmi finanziari, a una lettura delle cognizioni popolari come variabili impenetrabili per la comprensione delle quotazioni in borsa delle maggiori società. Il sogno di un posto come Amministratore delegato o Presidente è tutto ciò che riesce a immaginare la sua “ricetta per la grandezza”; quella banalissima poltrona all’interno di un ingranaggio che paradossalmente non riesce a decifrare, quello più facile, immediato ma anche sconosciuto, pericoloso e probabilmente, accanto al sistema politico, quello più marcio dell’intero pianeta.

La breve impronta futuristica che Neil Burger da dello stato di avanzamento della ricerca medica non empirica è da prendere in considerazione: lo studio approfondito che mira a elaborare panacee sempre migliori e meno invasive, pillole della felicità (sintomatico in tal senso il simbolo “Celestial” all’inizio del film), stimoli che agiscano sulla corteccia celebrale e migliorino la nostra capacità di concentrazione, potrebbe essere una condizione non lontana dalla realtà attuale.

Valorosamente oscillante tra il thriller, l’action e un pizzico di fantascienza, la pellicola del regista americano conserva, grazie a uno scritto accattivante, un’inconsueta stabilità. Anche se, nella scena girata in Central Park e in quella dell’intrusione nell’appartamento blindato, lo scenario si tinge di sequenze di azione improbabili che comunque non sviano da qualsiasi altro proposito che non sia quello di un mero intrattenimento a orologeria. L’intero film, se a volte può ritenersi attendibilmente debole, è girato con uno stile discretamente inventivo, schizzato in avanti a farci perdere l’equilibrio, montato spesso in modo squisitamente veloce e adeguato, fotografato senza guizzi ma con notevole senso cromatico. Se Burger e gli sceneggiatori avessero usato più del 20% del loro cervello, senza ricorrere all’NZT, osando oltre alcuni prevedibili giochini di scatole cinesi e facendo ricorso a una sana rappresentazione di stampo carpenteriano (meno capitale visivo e maggiore ingegno), adesso potremmo parlare di un lavoro più che buono.

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WALL STREET – Il denaro non dorme mai

USCITA CINEMA: 22/10/2010.


REGIA: Oliver Stone.
ATTORI: Shia LaBeouf, Michael Douglas, Carey Mulligan, Josh Brolin, Charlie Sheen, Susan Sarandon, Frank Langella, Vanessa Ferlito, Eli Wallach, Natalie Morales, Jason Clarke.


PAESE: USA 2010. GENERE: Drammatico. DURATA: 127 Min.




VOTO: 5,5


Gli andamenti di mercato assomigliano un po’ al profilo degli skyline di città: si ergono repentini e imperiosi, per poi ridiscendere liberamente in picchiata. In un mondo finanziario che crede sempre più al profitto, costi quel che costi, pronto a farla in barba anche a coloro i quali lavorano per esso, una domanda si staglia sopra tutte: chi non fallirà? In quest’ottica che fa presa sull’affanno, sulla paura della sconfitta, della perdita monetaria e quindi anche su quella dell’identità, un personaggio rappresenta meglio di chiunque altro la vera e sincera risposta della gente normale. E’ il ruolo fiammeggiante (e, ahinoi, temporalmente poco sostenuto) di Frank Langella, canuto signore e icona di Wall Street, costretto in un angolo dall’arroganza dei banchieri, i nuovi orditori di trame davvero poco pulite. Col fiatone e la vergogna che lo divora, Langella scende le scale che conducono alla metropolitana con un dolore devastante e una tristezza infinita, in una scena che strizza forte il cuore.

Stone ritorna 23 anni dopo la sua prima visita alla Borsa e, ai limiti della dietrologia, pone Gordon Gekko in una luce semi-profetica, quasi che fosse un santone depositario delle verità, e lo fa sparare a zero su ciò che lui aveva sempre sostenuto nella sua “vita precedente”, quando coraggioso e avido broker non esitava a stendere al tappeto gli avversari che lo separavano dai suoi vili traguardi. Gekko/Douglas è un moderno Virgilio che guida il giovane Jacob (Shia LaBeouf) nell’inferno dei futures, dei titoli derivati e di altre diavolerie della cosiddetta New Economy. Quello che emerge è un ritratto brusco, vivo, tangibile di una società senza futuro apparente, messa con le spalle al muro, nella quale mancano prospettive di lavoro, redditi e la capacità di fare gli investimenti (o i risparmi) giusti.

Poi il registro prende a poco a poco una piega più intima, e l’aggressivo ritorno in pompa magna del vecchio broker si fa più posato. L’incontro commovente con la figlia (l’incisiva Carey Mulligan), sui gradini dopo la serata di beneficienza, è tenero e ha un buon sapore riconciliatorio. Ne consegue una disamina che poggia su di un’indole da sceneggiato tv, che asciuga un po’ troppo i motivi di una crisi economica che sta mandando a gambe all’aria il mondo intero. Avrei preferito una maggiore cattiveria nei risvolti drammaturgici; alla fine Stone sembra non voler provocare più di tanto, abbandonando i panni del giustiziere sociale. Nasce il sospetto che i motivi di questa prosecuzione sulla vita di Gekko siano un po’ stiracchiati ed enigmatici. E la faccina di LaBeouf è così tenera da risultare inattendibile; un po’ come i dvd con tanto di filmino su feti ed embrioni.