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Articoli con tag “favola

KILLER JOE

Un film di William Friedkin.

Con Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Thomas Haden Church, Gina Gershon, Juno Temple.

Noir/Drammatico, durata 103 min. – USA 2011. – Bolero. Uscita giovedì 11 ottobre 2012. VM 14.

VOTO: 8

È sempre più difficile, al giorno d’oggi, scegliere come investire i propri soldi. Riduzione degli stipendi, disoccupazione, debito pubblico: non mancano i motivi per avere paura. Quasi tutti i tipi di mercato presentano una volatilità che farebbe perdere la fiducia a chiunque. Tuttavia esiste un settore alternativo che presenta una certa stabilità. Una branca nella quale è possibile investire una cifra e raddoppiarla nel giro di poche ore. Basta trovare un sicario. E in culo all’austerità.

Lode alla famiglia completamente disgregata, “Killer Joe” è dominato da vecchi rancori, matrimoni finiti, figli allo sbando, junk food che gira disinvolto come una tigre del Bengala nella foresta, ora raffigurante la (altro…)

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EMOTIVI ANONIMI

Un film di Jean-Pierre Améris.

Con Benoît Poelvoorde, Isabelle Carré, Lorella Cravotta, Lise Lamétrie, Swann Arlaud.

Titolo originale Les émotifs anonymes. Commedia, durata 80 min. – Francia, Belgio 2010. – Lucky Red. Uscita: venerdì 23 dicembre 2011.

VOTO: 6

Un buon cioccolato si differenzia dagli altri per la scelta degli aromi e delle gradazioni di amaro. Per questo si può dire che non tutti sono uguali. Alcuni si elevano per il loro gusto spiccato e per l’amabilità al momento di sciogliersi in bocca, altri restano piattamente inconsistenti e impersonali. “Emotivi anonimi” è una delle numerose derivazioni al cacao trasposte per il cinema, ed essenzialmente fa il pieno di svariate inespressività.

Spesso la dolcezza del prodotto è stata presa come centro catalizzatore di ammorbidimento delle coscienze, di distensioni sentimentali e rilassamenti emotivi. Il film di Jean-Pierre Améris non è da (altro…)


I PINGUINI DI MR. POPPER

USCITA CINEMA: 12/08/2011.


REGIA: Mark Waters.
ATTORI: Jim Carrey, Carla Gugino, Kelli Barrett, Madeline Carroll, Angela Lansbury.


PAESE: USA 2011. GENERE: Commedia. DURATA: 94 Min.

VOTO: 7,5

Tom Popper Junior (Jim Carrey) sta apparentemente bene: esperto in compromessi immobiliari di grande rilevanza, proprietario di un alloggio di 300 mq. arredato con i più moderni ritrovati tecnologici,  un paio di portaborse solerti nel soddisfare qualsiasi desiderio, sembra non avere molto altro da chiedere alla vita. (altro…)


EDWARD MANI DI FORBICE

Un film di Tim Burton.

Con Johnny Depp, Winona Ryder, Dianne Wiest, Anthony Michael Hall, Kathy Baker.

Titolo originale Edward Scissorhands. Fantastico, Ratings: Kids+13, durata 100 min. – USA 1990.

VOTO: 9


Un anziano inventore (Vincent Price) da’ vita a un ragazzo chiamato Edward (Johnny Depp) ma muore prima di finirlo, lasciandogli delle forbici al posto delle mani. Rimasto incompiuto, il giovane riceverà la visita di Peg (Dianne Wiest), una rappresentante Avon, che si recherà al maniero dove vive e deciderà di invitarlo a casa sua, situata nel sobborgo confinante, per salvarlo dalla solitudine. Ben presto le vicine curiose cercheranno di conoscere meglio il “Frankenstein” di turno che intanto si invaghirà, a suo modo, di Kim (Winona Ryder), la figlia di Peg.

I titoli di testa si presentano ai nostri occhi mostrando un incipit colorato e vertiginoso alla maniera di alcuni temi cari al Saul Bass hitchcockiano. La scenografia definisce da subito, in modo molto concreto, l’impalcatura narrativa attraverso meditati componenti architettonici: il castello gotico riflette l’indole intricata, disordinata e asociale di Edward, mentre le case del ridente villaggio, colorate in varie tonalità pastello coi loro giardini perfettamente spianati e innaffiati, provano l’uniformazione sociale dei loro abitanti e la loro simulata indipendenza.

Quelli di “Edward” sono giardini messi in rilievo da motivi e valenze già conosciute in “Velluto blu” di Lynch: all’apparenza ideali per essere sfruttati dai bambini come parco giochi o perfetti come luogo tranquillo di rigenerazione, anche il verde burtoniano è simbolo di un’America (preferibilmente provinciale) ingannevole che nasconde in profondità realtà spaventose, tormentate e violente. La denuncia è rivolta all’assillo tutto stelle e strisce votato alla ricerca dello stile di vita perfetto, vagamente condizionato da modelli televisivi. Un’ideologia che tende a mantenere fuori dai giochi anche gli storici “nemici” di colore (l’unico cittadino di pelle nera è un poliziotto che simpatizza subito con Edward, comprendendo la sua condizione) e della quale si percepisce l’indubbia decadenza, se non l’immutabile distanza.

La periferia è adatta per descrivere uno spazio mancante di ogni senso della storia, d’istruzione, di educazione amorosa, e Burton ci si butta a capofitto nel riuscito tentativo di rappresentarla nella sua cattiveria e apatia. La collina, invece, sorge in modo innaturale ai bordi della cittadina, introdotta da una serie di rovine e di sterpaglie aggrovigliate ma anche da uno stupendo parco con cespugli a forma di drago, mani (!) giganti, renne natalizie, anticipanti l’animo dell’isolato inquilino. Il castello è distante e opprimente allo stesso tempo; perfetto “refoulement” della spaventata e varia umanità circostante è quasi sempre circondato da foschie accentuate dal flou.

Interessantissimo è il tema del diverso per antonomasia, considerato sotto un certo punto di vista contro natura; quello che, pur volendo esprimere il suo affetto e amore, risulta impossibilitato a simboleggiarlo a causa delle taglienti forbici che si ritrova al posto delle mani. La scaltrezza e l’egoismo del “popolino” si collocano contro l’affettuosa ingenuità di un cuore puro, probabilmente fatto di biscotto, che ferisce se’ stesso piuttosto di far male agli altri. Inserito in un contesto sociale sconosciuto è il suo senso morale a sembrare distorto. Gli altri personaggi sono banali, monotoni, incapaci di vivere fuori dai loro rigorosi schemi mentali e legati indissolubilmente ai loro preconcetti. Lasciano spazio a Edward solo come fenomeno da baraccone. La circoscritta accoglienza nella vita in comune ha un aspetto personalistico e finto libertario: Edward è accettato in quanto artista che assume un ruolo estetizzante, parrucchiere ispirato per donne/cagne, equilibrista ambientale impareggiabile e abbellitore di facce umane e facciate edili.

Il rispetto per il diverso non si insegna e non esistono istruzioni nemmeno sui manuali Avon. Di certo, la deferenza è quella che ancora non ha imparato la squilibrata ipercristiana del borgo che sa solo suonare l’organo, venerare le croci, leggere salmi e profetizzare maniacalmente, immersa tra le candele, imminenti sciagure.

“Edward scissorhands” è un’ottima allegoria del popolo statunitense e della società dei consumi da esso creata: costituita da persone irreprensibili, condizionata dallo spreco e da aspettative allineate e obbligate, la collettività pop e medio borghese creata dal regista esprime tristemente la spaventosa involuzione generale di quegli anni. Niente di nuovo sotto il sole di un anarchico nichilismo: gli smalti sulle unghie, le camerette da Barbie, le pettinature soffici e le messe in piega impeccabili ripresentano in bozzetti sofisticati le malignità disgustose, veicolate soprattutto tramite il telefono, delle casalinghe insoddisfatte di certo cinema di John Waters.

Capita, quindi, che Burton recuperi la questione sessuale. Non apertamente esibito ed evidente come nelle “liturgie” watersiane, l’atto d’amore vive in contesti altrettanto bizzarri. Sotto il lavorio delle forbici intente ad accorciargli i capelli, l’esuberante Joyce Monroe, la vicina di casa più appassionata di Peg, sperimenta uno splendido momento orgasmico. Il regista riproduce sarcasticamente l’ebbrezza viziosa della ninfomane di turno e delle sue amiche, tramite primi piani sui volti estasiati, lambiti dalle lame di un Edward sempre integro e morigerato, solo involontariamente complice delle beatitudini altrui e assoggettato alle veemenze sessuali di massaie desiderose di fare un salto nel proibito, nella perversione. Non importa se rischiano la parodia, esse muovono mostruose e corrotte come se il loro fosse un atto di mero consumismo.

Appesantito dal trucco su di un viso pallidissimo ed emaciato, da capelli spettinati nerissimi in tinta con la sua tuta aderente dal sapore sadomaso, tappezzata di cinghie e fibbie e con il cucito grossolanamente in vista, Johnny Depp recita soprattutto attraverso il movimento di occhi impauriti, tremanti e gentili, viso di gesso e un corpo che si muove a scatti, rigido perché non abituato al contatto fisico. Ripreso spesso da primi piani indicativi, l’attore fornisce ottimamente l’idea spirituale dell’individuo con le forbici.

Dal vecchio, grande e buio castello rincantucciato sulla collina con vista privilegiata, al basso (in tutti i sensi) borgo cinguettante abitato da gente più aliena(ta) di lui, il protagonista osserva i cosiddetti “normali”. Edward sembra un persuasivo zombie scomponibile; sprovvisto di qualsivoglia naturalità è in perfetta armonia con i sintetici replicanti androidi e meccanici, artificiale negli arti e forse anche oltre, generato com’è da strutture e apparati tanto arzigogolati e improbabili. E’ un eroe attualissimo e tuttavia primitivo, asessuato come nella migliore tradizione burtoniana, appare truccato come un pagliaccio triste e possiede il dono degli spiriti celesti tanto risulta conciliante e generoso.

Ma è in grado di uccidere. E, visto che abbiamo già detto delle camerette linde ed edulcorate in stile Barbie, chi potrebbe sopprimere se non un Big Jim? Il biondo Jim, appunto, formato, prepotente e fanatico fidanzatino di Kim, rende Edward un emblema dell’insurrezione fanciullesca che per crescere ha bisogno di sperimentare, di distinguere il Bene dal Male. Per una volta è “l’uomo con le lame” il buono della vicenda; colui che, devastato dalla disperazione e da un penoso isolamento, si libera attraverso un atto feroce e incontrollato.

Tutta la favola è contrassegnata dalla figura delle lame, che torneranno a essere protagoniste di un altro personaggio borderline quale la Catwoman di “Batman – Il ritorno”: gli strumenti taglienti sembrano essere l’unico segno distintivo di questi inetti all’amore. Il freddo della lama è quello conosciuto anche da Freddy Kruger che, nel decennio antecedente, aveva messo paura a un gruppo di adolescenti che avevano come unica colpa quella di essere figli di padri punitivi. Genitori che, in “Edward”, sembrano perfette marionette nei loro strani rituali: il ritorno a casa contemporaneo dei mariti per l’ora di cena e le uscite concomitanti al mattino, la neve riprodotta fintamente e stesa a strati sui tetti delle abitazioni.

Vincent Price, uno dei più validi e sensibili attori di sempre, nel camice scuro dell’inventore avvezzo all’utilizzo di strani marchingegni richiamanti, per la loro forma, alcuni oggetti misteriosi di certa fantascienza anni ’50, prova a istruire la sua creatura recitando fiabe e mostrandogli come abbozzare un sorriso. La sua figura si allaccia alla memoria dello spettatore attraverso flashback nostalgici e determinanti (leggi la spiegazione su come, tragicamente, Edward sia rimasto “imperfetto”).

La musica è del devoto amico di sempre Danny Elfman, abile nel recuperare le modulazioni delle grandi orchestrazioni e le composizioni musicali con carillon tintinnanti che deliziano i nostri sensi riscoprendo passati sapori infantili accompagnati da un coro bianco evocante atmosfere lugubri o festose. L’interazione tra l’intelaiatura del suono e la dimensione prettamente visiva dell’opera è fondante della stessa rappresentazione cinematografica dell’azione e risulta essenziale all’evoluzione narrativa della vicenda e all’attribuzione ad essa di senso.

“Edward” resta il film di Tim Burton più rilevante, quello più compiuto, affascinante e amato. Ripresenta un microcosmo che vive sotto o dietro a (come indica bene la capocciata che Edward da’ al finestrino) un vetro: una specie di luogo magico che ci fa percorrere gli ingressi di case che sembrano finte, sfiorare statue dalle forme impossibili ricavate dalle siepi, ammirare ingegnose forbici multiuso, stupire di fronte a congegni arcani e bramare mani di cera.

La gamma di riprese che privilegiano punti di vista dal basso verso l’alto e viceversa, alimentano il senso della differente prospettiva verso la quale Burton ci spinge. Sembra invitarci così a contattare meglio la mediocrità di certi atteggiamenti anche attraverso la scelta della messa in scena di obbligati hot barbecue per farci comprendere quanto sia forte il bisogno di affrancarsi da ogni conformismo borghese. E’ abile nel condurre lo spettatore in uno stato di consapevole dormiveglia; ora ridestato e poi ammaliato, l’astante è un fanciullo innocentemente appagato.

Fortunati coloro i quali sono rimasti un po’ bambini e dentro se’ hanno ancora spazio per accogliere fiabe di questa levità. Si beeranno di una neve candida e leggera: a volte uscita dalle pagine di un libro di novelle, a volte caduta dal cielo. E’ una storia lunga ma saremo sempre pronti ad ascoltarla, e a farci prendere una volta di più, estasiati dall’immensa e bellissima forza di immaginazione, tra le braccia di una creatura chiamata Edward. La neve resta, ancora oggi, l’unico segno tangibile del suo amore senza tempo.


PONYO SULLA SCOGLIERA

Ponyo sulla scoglieraTitolo originale: Gake no ue no Ponyo.
Titolo internazionale: Ponyo On The Cliff By The Sea.
Prima uscita:
19 Luglio 2008 in Giappone.


Regia, soggetto e sceneggiatura:
Hayao Miyazaki.


Durata: 100 min. Data di uscita in Italia: 20 Marzo 2009.
Distribuito da:
Lucky Red.




VOTO: 8,5


Il piccolo Sosuke vive con la madre in cima ad una scogliera. Un giorno libera una pesciolina rossa intrappolata in una bottiglia e le da il nome Ponyo. S’instaura un legame tra queste piccole e diverse creature, un’amicizia che arriverà anche a sfiorare l’amore infantile, quando Ponyo, momentaneamente riportata in fondo al mare si trasformerà in una bambina per raggiungere il suo nuovo amico, nonostante gli ostacoli del padre Fujimoto (un ex umano).

Presentato in concorso all’ultimo festival veneziano, “Ponyo sulla scogliera” è l’ennesimo parto geniale del più grande nome dell’animazione -mondiale e non solo giapponese – ed è, manco a dirlo, un film magnifico. Favola dolcissima che rilegge a modo suo “La sirenetta” di Andersen ma che non è estranea al desiderio di umanità di Pinocchio.

Il tema ecologista, ricorrente nella sua opera, è più defilato a vantaggio di una delicata storia d’amore e amicizia infantile in cui gli occhi sbalorditi dei bambini sono gli autentici protagonisti.

La natura e la magia convivono perfettamente in una trama semplice e lineare, senza intellettualismi di sorta. Pur essendo stavolta più sbilanciata verso lo spettatore giovane, il film risulta godibile anche per l’adulto che ha il desiderio di ricordare che cos’è l’infanzia.

Ponyo scopre l’amore in un mondo distante dal suo, non ne ha paura, lo cerca, lo brama e con la sua sola forza d’animo e il suo entusiasmo si fa artefice unica della sua metamorfosi umana, senza fatine e incantesimi ma semplicemente assaporando la vita attraverso il sangue del piccolo Sosuke.

Questo piccolo magico evento diventa una metafora potentissima: si può andare contro la propria natura? Si può amare qualcosa di diverso da noi? Si può trovare un mondo differente da quello che ci ha cresciuti senza amore? Con la fantasia, con l’entusiasmo e una forza vitale che tutti abbiamo, Miyazaki sostiene che si può. Un bacetto in arrivo?

I suoi disegni “ a mano” di grande efficacia e semplicità, raggiungono vertici di lirismo cui l’animazione computerizzata dei giorni nostri può solo aspirare. Un film davvero fuori dal tempo e dallo spazio che invita a sognare e ci ricorda che tutti sappiamo e possiamo farlo.

Numerose le sequenze visionarie, dentro e fuori l’oceano, due mondi non così distanti in realtà, e soprattutto, non così diversi : Ponyo non lo sa ancora ma anche il mondo degli umani ha le sue crudeltà e le sue zone oscure.

Il mondo di Miyazaki è popolato di figure colorate, amabili, deliziose ma anche odiose e pericolose che riesce a farsi amare realmente da adulti e bambini, laddove il cartone animato tradizionale e buonista avrebbe puntato solo al divertimento dei piccoli senza preoccuparsi della coerenza dei sentimenti. Qui non c’è melassa, qui non c’è ricatto emotivo dello spettatore infantile. Solo una parola viene in mente: poesia. La più appropriata. Sarà anche un’opera minore del maestro ma averne di opere minori così belle!

N.B : non è il mio snobismo che mi porta a dire che per godersi il film in tutto il suo splendore è preferibile, almeno per l’adulto, la versione con sottotitoli! Fosse solo per la banale colonna sonora smaccatamente e furbescamente accattivante inserita nella versione italiana. Non è snobismo … è un dato di fatto!